Sesto Bozio Madè
1940-1945: memorie di guerra e di internamento
A cura di Tiziano Bozio Madè e Alberto Lovatto
"l'impegno", a. XII, n. 2, agosto 1992
© Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nelle province di Biella e Vercelli.
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Sesto Bozio Madè nasce nel 1918 a Fervazzo, frazione di Coggiola, in Valsessera, ultimo di sette
fratelli. Frequenta le scuole elementari a Fervazzo, "fino alla
terza"1, va a Coggiola per fare quarta e quinta,
poi inizia a lavorare. A vent'anni, avendo cinque fratelli che prima di lui hanno prestato servizio militare,
spera in un esonero ma nel 1939 è chiamato alle armi; è assegnato al "Sessantaquattro fanteria",
reggimento inquadrato dapprima nella divisione Sforzesca e successivamente nella divisione Cagliari. Quando,
nel giugno del 1940, scoppia la guerra, Sesto Bozio Madè è in zona di operazioni già da alcuni mesi
avendo svolto tutto il periodo di addestramento in val Susa e sul Moncenisio "perché c'era già il pericolo
della guerra".
Durante la guerra, per alcuni periodi (e vedremo quali), Sesto tiene un diario manoscritto su due
quaderni scolastici ed alcuni fogli sparsi. Si tratta di annotazioni sugli avvenimenti di guerra, impressioni,
brevi composizioni poetiche e musicali. Oltre ai diari Sesto Bozio Madè conserva anche altri taccuini e
quaderni con appunti ed "esercizi" di scrittura che vanno dall'elenco di tutte le stazioni in cui ha fatto sosta il
treno che, nell'autunno del 1943, lo trasporta dalla Grecia al campo di internamento a Berlino, ad elenchi
di parole, divisi foglio a foglio in ordine alfabetico, scritte per tenere viva la memoria e magazzino di parole
da utilizzare scrivendo poesie e canzoni.
Scrivere è, per Sesto, principalmente un "passatempo", anche se la cura con cui tutto il materiale è
conservato durante cinque anni di guerra e l'attenzione riposta anche ad altri "ricordi" della guerra ne fanno qualcosa
di più di un semplice svago.
Passione e interesse principale della vita di Sesto Bozio Madè è la musica: "Io ho cominciato con
quattordici anni. C'era uno qui che insegnava; ho cominciato con il violino, e poi avanti, ho sempre studiato.
Allora suonavo solo strumenti a corda". Durante il servizio militare impara a suonare anche gli strumenti a
fiato: "C'era un amico di Gattinara che ha incominciato ad insegnarmi la scala: ho incominciato col trombone
e pian piano ho imparato, così. E dopo lì si suonava sempre e così dopo sei mesi me la cavavo". La banda,
le orchestrine, il suonare insomma è l'attività principale dell'esperienza di Sesto Bozio Madè anche durante
la guerra, interrotta, potremmo dire, solo dall'inasprirsi, in alcuni periodi, dell'attività bellica.
C'è in questo senso una dinamica complessa fra l'attività di musicante e quella di soldato nell'esperienza
di Sesto Bozio Madè. Una dinamica che si estende per intero alla narrazione. Mettendo a confronto i
diari scritti allora e i racconti orali di oggi - riportati qui ad integrazione dei diari manoscritti - balza
subito all'occhio un fatto: c'è molta "guerra" nei diari e c'è molta "musica" nei racconti orali. Non che
manchino le esperienze tragiche nei racconti orali, così come non mancano episodi piacevoli nei diari, è certo
tuttavia che, almeno, la lettura di uno solo dei documenti, o quello orale o quello scritto, avrebbe dato una
immagine molto diversa. La tendenza a dimenticare i dolori, a raccontare solo le cose piacevoli, le reticenze o
le rimozioni spiegano solo in parte la differenza. C'è qualcosa di più. I diari sono infatti il
"passatempo" principale di quei periodi in cui Sesto non può suonare perché la guerra glielo impedisce. Così inizia
il primo diario: "4 giugno 1940. Si sfascia la musica e devo separarmi così, non senza una stretta al cuore
da tutti i miei cari amici. Io sono destinato ad una compagnia che sta molto lontano, la
3a compagnia cosidetta compagnia alpina". E così è per l'interruzione, come si vedrà, fra l'aprile 1941 e il settembre 1943, ed
anche per la chiusa stessa del diario. Tra il 1941 e il 1943 infatti, in Grecia, la banda del reparto viene
ricomposta e l'attività musicale riprende con regolarità. A partire dall'inverno 1943 in Germania, dopo un primo
periodo di ambientamento, Sesto riesce a riprendere l'attività musicale da prima saltuariamente e, poi, in
maniera continuativa e privilegiata.
Le vicende della guerra e dell'internamento coinvolsero un numero molto alto di italiani e, a volte, diari
e memorie di quelle esperienze risultano ripetitivi e ridondanti. La storia di Sesto Bozio Madè è
tuttavia sufficientemente singolare da motivarne la presentazione come singola storia. Singolarità che non va
cercata nella drammaticità delle esperienze ma, proprio al contrario, nella capacità di continuare ad essere se
stessi anche dentro a situazioni ed eventi drammatici. L'esperienza di Sesto Bozio Madè non è per questo
assumibile come esemplificativa e generalizzabile, ma è interessante proprio per la sua soggettiva singolarità, in
grado di dar luce ad aspetti che altri punti di vista non consentono di osservare.
1940: Francia
Lo scoppio della guerra anche per Sesto "è stato un colpo, perché proprio la guerra non ce la
aspettavamo nèh, si pensava di tenere e poi invece... ma con la Francia poi è stato un colpo grosso perché eravamo
tutti più amici verso la Francia; eppure, che fare?, è successo così, noi eravamo già lì, era già un anno
che bazzicavamo sul fronte. È durata poco ma è stata un po' terribile... Io avevo un fratello in Francia".
Diario 4 giugno 1940. Si sfascia la musica e devo separarmi così, non senza una stretta al cuore da tutti
i miei cari amici. Io sono destinato ad una compagnia che sta molto lontano, la
3a compagnia cosiddetta compagnia alpina. Sono solo e parto alla sera e arrivo il giorno successivo alle ore 2 pomeridiane. Qui
sono in mezzo alla neve, altezza 2600, Passo Avanzà. La vita qui è molto dura, fa freddo si mangia male e non
si può avere nessuna comodità.
Passo Avanzà 14 giugno 1940, (alla mia mamma).
Piove, e io sotto la tenda ascolto attento/ il susseguirsi ininterrotto della piova/ che picchiettando con
moto or lesto or lento,/ mi canta una canzone sempre nuova.// Quanti ricordi fa svegliare nella mia mente,/ mi
fa pensare quand'ero piccolino/ e approfittando della mamma assente/ scappavo col mio piccolo ombrellino.
// Godevo nel sentir la pioggerella/ e ascoltavo come ascolto in questo momento/ la musica scherzosa
e pazzerella/ e mi sentivo lieto, ero contento.// E quando poi la mamma si accorgeva,/ a casa mi portava
vicino alla fiamma,/ mi sgridava un po', ma poi rideva,/ com'era buona e cara la mia mamma.// Quanto tempo
è passato? Tanto tempo,/ son passati mesi e son passati anni/ la voce della mamma più non sento, / di
colore grigio or porto i panni. // Sopra la tenda la pioggia suona stonate note/ io mi cullo su una dolce
rimembranza/ una furtiva lacrima mi solca le gote/ mentre il cannone suona in lontananza.
15-17 giugno. Sono ancora a Passo Avanzà, si aspettano ordini per andare avanti. La vita è sempre più
che mai durissima, sempre neve e tormenta, quasi mai si vede un raggio di sole. Il giorno 16 arrivano
ordini tassativi di lasciare il posto per fare l'avanzata. Si parte alle ore 14 pomeridiane e si discende non
senza difficoltà verso Moncenisio ove si arriva verso le ore 18. La fame e la stanchezza già si fanno sentire. Qui
si mangia un boccone di pane e cioccolata e una sosta. Si riprende la marcia verso il Moncenisio. La
faticosa marcia è cominciata a notte ormai già alta e si arriva al Moncenisio dopo la mezzanotte. Un pezzo di
pane puro serve ad allontanare un po' la fame che sempre più attanaglia. Così si ricomincia la marcia più che
mai faticosa e difficile su di un sentiero fangoso e scosceso e sempre si sale tutta la notte si fà passare
camminando e il sorgere dell'alba ci trova ai 2000 m, molti soldati sono sfiniti al suolo. Alle 10 si arriva al lago Nero
qui ci fermiamo e trovo colla mia più grande gioia i vecchi amici della musica. Mangio una scatola di carne
e dopo un po' di riposo si riprende il cammino e si raggiunge il Tuas Bianco a mezzogiorno. Piove a dirotto
e si pianta la tenda sotto l'acqua. A pochi passi sta il confine che si dovrà varcare.
18-19-20-21-22-23-24 [giugno 1940]. Abbiamo dormito malissimo e nella notte una gelida nevicata
porta un freddo insopportabile. Siamo tutti intirizziti mentre la fame concorre a farci soffrire. Durante la
giornata leviamo le tende e ci portiamo nelle caserme della G.A.F. al Giaset del Malamot, qui si sta un po' meglio,
si può gustare il rancio quasi tutti i giorni. Restiamo qui dal 19 al 21 mentre nel pomeriggio del 21
viene l'ordine di partire alla volta della Francia. In poco tempo si è raggiunto e oltrepassato la frontiera. Davanti
a noi c'è l'avanguardia costituita da un battaglione del
63o Fant. Scendiamo su di una strada molto scomoda
e arriviamo in val Savin che la notte è alta. Restiamo qui tutta la notte colle armi piazzate mentre la
pioggia non ci dà un'istante di tregua. L'alba ci trova tutti tremanti di freddo, bagnati al punto che abbiamo tutti
i vestiti appiccicati alla pelle. Qui troviamo i primi morti, la pattuglia G.A.F. massacrata. Il
63o ha già douuto affrontare un attacco ma riesce a infiltrarsi. Nel pomeriggio partiamo anche noi facendo la strada del
piccolo Moncenisio. Camminiamo tutta la notte e nessun inconveniente ci ferma, si sente solo nella valle più
avanti il tuonare rabbioso dei cannoni nemici. I nostri della G.A.F. Artiglieria dal Malamot rispondono ma con
tiri imprecisi mentre il nemico pratico del suo terreno batte qualunque sito. Avanziamo sotto il primo forte
ma forse non ci ha visto il nemico perché passiamo senza essere bersagliati. Giunti sotto il tiro dei forti
successivi ci fermiamo a mangiare un pezzo di galletta e per riposare un po'. Dopo più di un'ora schierati compagnie
per compagnie ci accingiamo alla conquista di Bramans che dista a tre chilometri. Non abbiamo cominciato
a marciare che i nemici ci aprono un fuoco d'inferno, le bombe fischiano in ogni lato e noi avanziamo così
per una mezz'ora lasciando morti e feriti ad ogni passo. Vista l'mpossibilità di continuare ad andare avanti
il comandante dà l'ordine di retrocedere e avviene così la ritirata accompagnata dalle bombe nemiche.
Ci andiamo così a nascondere in una pineta e verso sera andiamo ad attendarsi dietro la nostra artiglieria che
ora ha il difficile compito di far tacere il nemico. Durante tutta la notte continua il bombardamento ma
si vede che il nemico è ancora in piena efficienza perché risponde continuamente al fuoco nostro. Ora
qualche colpo arriva già vicino a noi che ora non ci resta che una speranza: l'intervento dell'aviazione o di
qualche reggimento di artiglieria pesante per distruggere il forte nemico. Intanto in questo frattempo la nostra
pattuglia fa prigionieri dieci francesi e molti si sono resi da loro. Ora noi aspettiamo ordini colla speranza che
la nostra artiglieria abbia ragione sul nemico e possa così tacere questo maledetto fuoco.
Dal Malamot 19 giugno 1940.
Cade la neve piano piano/ e sfiora lieve la mia mano./ È bella ma fredda la neve bianca/ che cade in fretta
e non si stanca.// Scende a volteggi, fa piroette,/ sembran motteggi di marionette. / Son soffici fiocchi e
son vellutati/ ma se li tocchi sono gelati// e ovunque si posano lasciano un manto/ e là riposano candido
incanto./ Però vive ad un patto il manto lucente/ "Sparire al contatto del sole nascente".
25 giugno 1940. Ieri dopo avere smesso di scrivere mi trovavo sotto la tenda cogli amici sperando
una tranquilla giornata comincia un attacco nemico diretto a noi. Il nostro capitano è ferito ad una gamba e
così altri soldati. Scappiamo così e cerchiamo un sito più sicuro, il nemico ci manda delle ben dirette bombe.
Ci rifugiamo vicino al comando di divisione e così al sicuro stiamo tutto il giorno e buona parte della notte.
I cannoni non cessano un'istante, tutto è un frastuono infernale. A mezzanotte il fuoco cessa e noi
eseguendo ordini superiori cominciamo ad avanzare. La strada è tutto un disastro e non senza molto timore ci
accingiamo ad avanzare sul luogo che è stato il palcoscenico del dramma. Questa volta il nemico tace e così
possiamo raggiungere Braman. La strada è cosparsa di morti e feriti e giungendo a Braman si vedono pure
bene improntati i segni del bombardamento. Noi aspettiamo sempre da un momento all'altro di essere
nuovamente attaccati ma sulla strada troviamo il portaordini dei bersaglieri che comunica che è stato firmato
l'armistizio nella notte. Un grido di gioia irrompe da tutti noi e così dimentichiamo la fame e la stanchezza e
ricominciamo a marciare con nuove forze. Raggiungiamo Sollieres e qui troviamo nelle case dei profughi molta roba
da mangiare e bere, così rinfrancati continuiamo fino a Termignon e qui ci fermiamo. Anche qui tutti
trovano molta roba, io e i miei amici troviamo il modo di fare una buona pasta al burro, molti uccidono
conigli, galline. Passiamo qui il giorno 26 e partiamo di qui il 27 mattina. Attraversiamo Lansleburg e
Lansevillard e ci fermiamo a metà strada per Bosson. Anche qui malgrado siamo accantonati nelle grange dei
contadini troviamo il modo di allestire frugali cibi, specialmente caffè e patate. Non sappiamo quanto tempo ci
dovremo fermare qui.
Notre Dame de la Delivrance. L'ho vista nei giorni brevi ma durissimi del 21-22-23-24 giugno, quando
sotto l'incessabile fuoco dei cannoni nemici, si marciava alla conquista di Braman. Situata su di un colle ch'è
un ovale rialzo di terreno, incorniciata da un prato che la circonda, un prato tutto coperto di fiori che
forse spandono un grato profumo, ma che non ho potuto fermarmi ad aspirare. Là sta la graziosa chiesetta,
la Notre Dame de la Delivrance, bella nella sua elegante posizione, più bella nella forma e fattura. Peccato
che un solo sguardo abbiamo potuto posare sulla chiesetta. Uno sguardo che però era tutta una preghiera tutto
un ringraziamento, uno sguardo che racchiudeva in sé tutta una benedizione sentita e sincera. Così
abbiamo passato davanti di corsa, una corsa folle, disperata. I cannoni nemici che dal forte di Esseion gettavano
un fuoco inesauribile ci accompagnano spargendo vittime ovunque. È stato un attimo oltrepassare la
sacra visione, col cuore in tumulto mentre un milione di idee volevano affacciarsi alla mente ma non
trovavano spazio, la confusione già lo invadeva. E quando poi più avanti addossati ad un vallone che ci riparava
dal fuoco, abbiamo potuto volgere gli occhi alla chiesetta, mentre una scena orrenda si svolgeva ai suoi piedi,
le bombe che si abbattevano circondandola in un fragore mostruoso. Tutto crolla al contatto dell'enorme
pressione e dall'urto del fuoco, sembra che ad ogni istante anche la chiesetta debba cadere, ma una forza divina
la protegge e non lascia che si compia il sacrilegio. Illesa, col suo conico campanile sormontato da una
croce volge il suo benigno sguardo e la sua benedizione.
Di vedetta 27 giugno 1940. Sono di vedetta. Il sito è molto bello, bello perché si è in montagna e la vista
ha sempre qualcosa di bello da godersi. Ecco, per esempio in questo momento nel viale che passa in basso
si vedono degli ufficiali a cavallo, vanno al trotto e si allontanano e scompaiono dietro una curva. Solo
il ruscello compiendo un'acrobatica cascata corre e lo vedi sempre al suo posto. E gorgoglia il ruscello,
chissà quante cose dirà nel suo linguaggio, forse manda un saluto alla montagna, agli abeti che impassibili
lo guardano coi suoi rami ondeggianti, cullati dal vento. Il sole sta per tramontare, già i suoi raggi si
indeboliscono. Le nubi che sembrano posate sulle cime coperte di neve sono baciate da questi ultimi raggi e
mandano dorate scintille, pare che ringrazino il sole che col suo benefico calore le abbaglia. Intanto il sole è
scomparso, lo si vede ancora sulle cime alte. È bastata la sua mancanza per cambiare l'aria, è già diventata più
fredda. Già l'impressione della notte mi fa scorrere un brivido sulla pelle. Che contrasto tra il giorno e la notte in
montagna. Di giorno tutto è bello, caldo, la montagna ha belle forme e colori: mentre di notte
cambia totalmente aspetto. È tutto nero e l'aspetto del monte è orribile, mostruoso. L'aria gelida coadiuvata
dalla nebbia umida ti batte sulla faccia facendoti intirizzire, è tutto un complesso di elementi cattivi che ti
fanno trovare il tempo smisurato. Ed io dovrò stare qui a provare tutti questi mali. Il sole di domani sarà il
premio per i disagi passati nella notte.
29 giugno-16 luglio. Non ci siamo ancora spostati, non è il caso però di lamentarsi perché la vita qui
è abbastanza comoda. Tutto procede regolarmente. Si ricomincia a fare l'istruzione militare e
attendiamo sempre qualche novità. Pare che presto si debba rifare la musica ma non si sa ancora niente di certo.
14 luglio 1940. È domenica. Lo segna il calendario. Dappertutto si fa festa, dalle spiagge ove uno sciame
di gente fra la quale maggior parte di signore e signorine più o meno pitturate più o meno svestite.
Alle montagne ove innumerevoli comitive amanti dell'alpinismo si godono la salubre aria di pini, dalle città
ai borghi, in questo giorno la vita è un movimento differente dai consueti giorni feriali. La gente dopo
una settimana di fatiche cerca di svagarsi dimenticando i fastidi e le noie. Per noi soldati invece è un
giorno uguale a tutti gli altri, a parte quando si è in caserma e si ha così quelle ore in più di libera uscita, qui non
c'è nessuna distinzione che renda l'idea che sia festa. La stessa sveglia, la stessa adunata e dopo il rancio
le stesse ore di riposo. È appunto in questo periodo di riposo mentre faccio l'abituale cura del sole a torso
nudo che mi sono ricordato che è domenica e mi è venuto in mente così di scrivere questi miei pensieri e
riflessioni. Chissà quanti però non si ricordano che è domenica. Ecco io li osservo. Un gruppo di amici all'ombra di
un pino approfittano del riposo per godersi una, direi così, merenda e pare che già abbiano anche bevuto
perché le loro discussioni si fanno animose e qualcuno ha già voglia di cantare. Attorno a me, bruciati dal sole
molti altri fanno la mia cura, chi dorme chi al canale si lava chi scrive chi canta, insomma le stesse scene che
si ripetono ogni giorno nella vita militare. Ora smetto perché il sole mi scotta già le spalle e voglio voltarmi
un po'. Frattanto però credo che si sia fatta anche l'ora dell'adunata e così il fischietto del comandante
mi distoglierà da tutte le mie riflessioni.
 17-18 [luglio 1940]. Oggi arriva l'ordine di traslocare da qui e di andare alloggiarsi a Bramans. Io e la
mia squadra andiamo a preparare gli accantonamenti per la compagnia. Così il giorno 18 partiamo tutti
affardellati e con una sola sosta facciamo gli 8 chilometri che ci distanziano dal colle della Maddaleine ove siamo
a Bramans luogo del nuovo alloggio. Ora siamo in una rustica casa ma abbastanza bene riparata dai venti
e piogge. Qui trovo tutti i miei amici della musica e speriamo di essere presto riuniti.
1941: Albania e Grecia
20 gennaio [1941]. Ivrea. Già nelle prime ore del mattino nella caserma c'è un insolito via vai; soldati
che portano ogni sorta di materiale, gente che entra per trovare i propri cari, carrette che trasportano alla
stazione i vari oggetti destinati alla partenza. Io sento un'insolito malumore, un qualche cosa che mi dà una
strana sensazione di seminostalgia. Un mio amico, quasi compaesano ha la gioia di vedere arrivare i suoi
familiari, e così anch'io prendendo parte alla sua gioia mi unisco a loro godendo così qualche ora di intimità nel
vicino caffè Massimo D'Azeglio. A mezzogiorno in compagnia degli amici si fa un pranzetto di addio, ma forse
si ha alzato troppo il bicchiere perché quando ci accingiamo alla caserma già le idee sono un po'
confuse. Andiamo alla stazione a portare gli zaini e poscia torniamo per ritornare in testa al reggimento. Nel
frattempo ne approfittiamo per librarci qualche altro bicchierino così che tornando quasi brilli alla caserma
troviamo il 64o, inquadrato, pronto a partire. Si parte. Spandendo le note di una marcia attraversiamo la bella
Ivrea mentre in ogni canto si vedono mamme, sorelle, spose che salutano piangenti i suoi "fanti" che
partono, scene indimenticabili. Tra le acclamazioni si giunge così alla stazione. La scena qui si fa più delicata e
non nascondo che pure io ho douuto versare qualche lacrima. Il treno parte distogliendo così la nostra fantasia
e solo quando corre ci troviamo di fronte alla realtà. Torino e Alessandria sono attraversate mentre un
freddo ci intirizzisce. Alle prime ore del mattino lasciamo Bologna e si saluta il sorgere del sole a Rimini. Il
sole tiepido ci fa dimenticare la gelida notte trascorsa, due ore di sosta e il treno sbuffando riprende la
corsa lungo la costa Adriatica. È troppo lungo narrare le varie vedute che si presentano in questo
suggestivo viaggio. Si arriva ad Ancona e anche qui si fa una piccola sosta. Qui il clima è molto mite malgrado
la stagione invernale. Di nuovo si riparte e sempre costeggiando l'Adriatico si corre tutto il giorno e tutta
la notte. Il ventidue mattina alle ore 10 scendiamo a S. Spirito e ci accingiamo così a piedi a raggiungere
Bari. Tra una "marcetta" e l'altra arriviamo a Bari e ci installiamo in Via Carbonara nelle scuole comunali
Del Prete. Qui si sta fino al giorno 27 e ho così il tempo di visitare per lungo e per tondo la città di Bari.
Dal centro al porto dal Petruzzelli alla spiaggia ecc. ecc.
27 gennaio. Verso sera lasciamo le scuole che ci hanno ospitato per qualche giomo e inquadrati collo
zaino in spalla raggiungiamo il porto. Gli strumenti [musicali] li abbiamo depositati in apposite casse che
seguiranno col materiale. Si effettua l'imbarco col massimo ordine e si leva l'ancora mentre il sole muore in un
nostalgico crepuscolo. La nave "Rossetti" lascia la terra mentre lo sguardo di tutti i fanti è proteso verso la Patria
che non senza un mistico rimpianto si lascia. Nella notte il mare si fa agitato, moltissimi sono in balia al mal
di mare io però benché senta che ad ogni momento debba esserne pure coinvolto, riesco a passare la notte
bene o male. Il mattino seguente le coste dell'Albania sono in vista. Verso le 10 sono raggiunte. Allo sbarco
la banda della R. Marina rende gli onori alla nostra bandiera e poi ci accompagna dal porto di Durazzo
al Dopolavoro ove passando abbiamo per regalo un panettone e una scatola di sigarette. Ma qui non si
perde tempo, già gli autocarri ci aspettano per portarci a Reghazina distante 40 Km da Durazzo. Scendendo qui
ho la fortuna e la gioia di trovare un mio paesano, il Silvio fante del 63. Qui ci attendiamo e in questo
frattempo la musica si scioglie, siamo solo in quattro che rimaniamo alla C.C.R. gli altri raggiungono le
proprie compagnie.
29-30-31 [gennaio]. Vita calma, tranquilla. Ora sono addetto alle mansioni di cucina cogli amici Brunero
e Pescador. Il posto è bello, mandrie di mucche e bufali pascolano, innumerevoli greggi di pecore brucano
la poca erba che possono trovare. Poco distante dalla nostra cucina delle strane protuberanze sul terreno
con dei lunghi sassi appuntiti che fungono da lapide ci fanno capire che siamo vicini ad uno dei tanti
cimiteri albanesi. Non voglio poi fare un racconto dettagliato riguardo la vita e i costumi degli albanesi, mi limito
a ricordare degli uomini portanti goffi vestiti, per cappello un cono a cilindro bianco o nero a seconda
della religione a cui fanno parte, sempre sulla groppa di un minuscolo asino. Le donne pure goffamente vestite.
Si notano poi le mussulmane che portano sempre il volto coperto da un velo bianco. Dei contrasti fra le
diverse religioni: Mussulmani, Ortodossi, ecc. ecc. ne farò un articolo a parte.
 1 febbraio [1941]. Si leva le tende. Sotto un'acqua torrenziale ci sistemiamo sopra i camion che ci
trasportano in prossimità di Berati. Per accampamento si sceglie un'altura sopra un gruppo di case. Si cammina a
stento a causa il fango enorme. Qui la vita è durissima, sempre piove e l'acqua entra già anche nelle tende. Qui
si sta tre giorni, in uno di questi giorni approfittando malgrado la strada sia - causa il cattivo tempo -
impraticabile per andare a trovare i paesani della Milizia accampati poco distanti.
Il giorno 3 febbraio alla sera monto di guardia alla bandiera nelle vicine case. Qui ho la fortuna di
stare vicino un prete ortodosso.
4 febbraio. Sempre sotto la pioggia si riprende la marcia, questa volta a piedi. È una marcia lunga
durissima, l'acqua non ci dà tregua, la strada brutta, su da una montagna all'altra. Dopo la mezzanotte facciamo un
alt, siamo tutti fradici, ci buttiamo a terra e passiamo così le poche ore che restano della notte alla diaccio
sotto la pioggia. Al mattino si riprende la marcia; sempre acqua, sempre fango. Arriviamo nel luogo destinato
e facciamo le tende. Qui stiamo 2 giorni. Il sole si fa vedere nel secondo giorno. Con grande gioia lo
salutiamo contenti del ritrovato benefico calore.
7 febbraio. Partenza e arrivo a Paraboaro. Attendamento, vita calma; senonché il giorno 9 febbraio
abbiamo una visita degli apparecchi nemici che ci lanciano qualche bomba che però fortunatamente non
recano danno, ma si può già chiamare "il battesimo del fuoco".
10 febbraio. Sera. Si riparte. Altra dura marcetta di 28 Km. Dopo la mezzanotte si arriva al bivio Murisit
e poco distante di qui ci riposiamo senza nemmeno fare le tende.
L'11 sera tutto è pronto per la partenza quando all'ultimo momento il capitano riceve ordini di mandare
15 uomini al comando di Divisione. In questi sono incluso anch'io e i miei due inseparabili amici della musica.
12 febbraio. Incominciamo ad allestire i lavori a noi destinati: "Mascheramenti strade ecc.
ecc.". Fortunatamente il tempo in questi giorni ci è favorevole. C'è ancora molto fango perché forse qui è
perenne ma il sole si fa sentire. Tutti i giorni dobbiamo andare al bivio a prendere del materiale. La strada è
faticosa causa il fango e tutta cosparsa di muli morti causa appunto questo fango. Ogni due o tre giorni si va al
Regg. a prelevare la posta e così continua fino al giorno 19 che una pioggia fitta ci viene a rendere più duro
il nostro compito, tanto è vero che nell'andare al bivio dobbiamo impiegare doppio tempo e ritornando
in tenda siamo fradici da capo a piedi. In complesso la vita qui è stata abbastanza buona dato anche la
discrezione nel vitto. Anche qui gli apparecchi vengono spesso a farci visita ma solo una volta hanno scaricato
nelle nostre vicinanze, spesse volte assistiamo però a delle acrobatiche battaglie aeree.
23 febbraio. Direi quasi a malavoglia dobbiamo rientrare in compagnia non per tanto però siamo allegri
di ritrovare i vecchi compagni e amici. Tempo bello.
25 febbraio. Pioggia e fango.
28 febbraio. Ritorna il sole ma fa freddo.
1 marzo [1941]. Altro spostamento. Ora siamo in zona Vocopoles, molto in prossimità del fronte. Il
nostro 1o battaglione è già in linea. Qui si trascorre una vita discretamente calma, io sono nella squadra
"Informatori" e fortunatamente mi trovo assieme dei veri amici, la nostra tenda è forse l'unica dove regna sempre il
buon umore.
3 marzo. Il 1o battaglione ha i primi morti.
4 marzo. È notte quando le prime bombe dei Greci ci vengono a visitare, nessuna però va a segno.
6 marzo. Oggi è festa per la tenda Informatori, abbiamo potuto fare una discreta spesa: "Formaggio,
marmellata e liquori".
7 marzo. Si levano le tende e coll'imbrunire avanziamo sempre verso la linea. Ci fermiamo vicino ad
una batteria del 59 Art. Causa un mulo sperso devo durante la notte andare alla ricerca, questo però benché mi
sia costato una dura fatica mi ha dato soddisfazione di salvare due soldati che si erano rifugiati in un ricovero
di sassi, e questo franava cogliendoli nel sonno. A stento ho potuto trarli quasi soffocati dalle macerie.
8 marzo. Il rancio qui arriva solo una volta alla notte, durante tutto il giorno si deve stare nascosti.
9 marzo. Giorno indimenticabile. Tutti siamo preavvisatamente pronti, alle 7 del mattino un razzo segna
il via. Centinaia di bocche da fuoco vomitano con stordante frastuono il ferro contro il nemico. Per due
ore dura questo rombare assordante di Artiglierie di tutti i calibri: Batterie di fanteria, Compagnie Anticarri
e Mortai. Anche il cielo è tutto un frastuono, interminabili squadriglie di apparecchi coadiuvano il
compito dei cannoni. Sono momenti di stordimento e di meraviglia di fronte a questa gigantesca offensiva. Il
nemico non spara, e già questa ipotesi lascia sperare nella vittoria. Gli apparecchi aerei devono sostentare
una superba battaglia; i nemici causa però la minoranza hanno la peggio, molti si vedono abbattersi al
suolo mentre gli altri non si danno tregua, si buttano in picchiata, risalgono, volteggiano, è tutta una serie
di acrobazie, è tutto un susseguirsi di azioni incredibili. Dopo due ore di questo inferno le Fanterie si
buttano all'assalto. Si vedono correre lungo il declivio del colle del Generale. In questo momento però il nemico
che si credeva annientato comincia a buttare un infernale fuoco di mortai e mitragliatrici. Comincia la lotta
fra le Fanterie, le mitraglie crepitano, i fanti si lanciano, corrono, si buttano a terra, risalgono. Le file
si assottigliano. Già tutti i battaglioni sono impegnati nella lotta quando la mia Compagnia si accinge
ad avanzare. Ci spingiamo giù per un canalone mentre le granate dei mortai non ci danno tregua,
arriviamo vicino alla nostra compagnia mortai quando una pallottola di mitraglia mi sibila ad un orecchio,
avrebbe potuto essere mia ma ha voluto risparmiarmi per colpire così il compagno che mi sta dietro, l'ho
veduto abbattersi al suolo senza che nemmeno un lamento sfiorasse le sue labbra. Corso per aiutarlo lo
vedo mortalmente colpito al ventre.
Si continua così fin sotto la linea e si arriva alla sera delusi di non avere potuto sfondare la vicina
trincea. Nella notte assieme ai miei amici "Informatori" sono di guardia all'osservatorio. Nulla di notevole se
non che qualche sparatoria di mitraglia.
 10 marzo. Mattina, terminato il turno di guardia una fitta pioggia ci obbliga a ritirarci in un rifugio che
pare ci debba riparare ma poi si riempie d'acqua così siamo tutti fradici da capo a piedi. Alla sera il comando
si deve spostare, qui mi devo con grande rincrescimento dividere dai miei amici che vanno col comando,
io resto col sig. Capitano. Nella sera sono ordinato di andare alla sezione Sanità a prendere un'ottantina
di portaferiti e accompagnarli alla linea. Compito difficilissimo attraversare in zona scoperta da solo la
lunga strada che ci diviide dall'ospedale. Tutto però va bene, solo qualche cannonata arriva ma abbastanza
distante per nuocermi.
11 marzo. Durante la mattinata diversi colpi di cannone ci arrivano obbligandoci a stare in rifugio,
nel pomeriggio invece spostano il tiro nel colle di fronte a noi e nel Solesit. Alla sera vado di nuouo a
prendere i portaferiti e li accompagno alla linea ove hanno il compito di trasportare i numerosi feriti rimasti
durante le azioni.
12 marzo. Altra stessa giornata, altri stessi bombardamenti. La batteria accampata a pochi passi sopra noi
è centrata da due bombe che gli infliggono due perdite e due feriti. Alla sera idem della precedente.
13 marzo. Ore 14 seconda offensiva che disgraziatamente riesce infruttuosa. Il nemico resiste più che
mai. Molte perdite. Alla sera idem precedenti.
14-15-16 marzo. Soliti bombardamenti. Scontri di pattuglie, incursioni e battaglie aeree. Io sono sempre
al servizio del capitano.
17 marzo. È sera quando ci accingiamo a spostarci in zona Solesit alle adiacenze della famosa quota 802
la cosiddetta inespugnabile, la quota ove i Greci hanno il caposaldo del fronte.
18 marzo. Bombardamenti e scontri tra fanterie.
19 marzo. S. Giuseppe. Spostamento e altra offensiva in grande stile. Io sono mandato al Comando di
Divisione per il collegamento. Anche questa riesce però infruttuosa e alla sera dobbiamo ripiegare e
ritornare nuovamente al Solesit. Molte perdite.
20-24 marzo. Sovente sottoposti a bombardamenti. Quasi tutti i giorni devo percorrere molta strada a
portare ordini o ad accompagnare il sig. Capitano dove il dovere lo chiama. Qui abbiamo un sicuro rifugio,
benché un po' umido.
25 marzo. Alle ore 2 del mattino il nemico sferra un potente attacco che però riesce invano anche a
loro, causa la pronta reazione delle nostre armi.
26-27 marzo. Reiterati attacchi e scontri tra le fanterie.
28 marzo. Di ritorno dalla zona Vocopoles ove sono andato a portare ordini, arrivo alle cocine della
C.C.R. quando un'esplosione mi fa capire che qualche cosa di insolito è successo. Di corsa accorro sul luogo
ove veniva lo scoppio e qui mi trovo un tenente e venti suoi soldati che mentre facevano istruzione ci
scoppiava una bomba a mano. Il tenente aveva perso la mano destra e tre dita della sinistra e i soldati pure tutti feriti
chi gravemente e chi leggermente. Aiutato da alcuni compagni intervenuti li medichiamo alla meglio e li
assistiamo finché arrivano i portaferiti. Così ritorno all'accampamento ancora colle orecchie che risentono le grida
di quei poveri feriti, ma col cuore che batte contento di avere fatto un po' di bene.
29-30-31 marzo. Continuo fuoco di cannoni e mitraglie. Ingenti perdite da ambe le parti.
1 aprile [1941]. I miei vecchi amici della musica partono quali Informatori ai battaglioni, io che - grazie
al Capitano - rimango alla compagnia sento un qualcosa di doloroso separandomi da loro. Ci lasciamo
così stringendoci la mano con qualche parola di ringraziamento.
2 aprile. Varie.
3 aprile. Quest'oggi il nemico l'ha con noi. Una fitta pioggia di bombe ci costringe per diverse ore al
rifugio. Quando usciamo un acre odore di polvere e un fumo denso sono i segni della micidiale pioggia che
grazie alla resistenza del rifugio abbiamo scampata.
4 aprile. Incessanti tiri di artiglierie.
5 aprile. Sembra che la giornata debba essere calma quando io ed un mio amico ci accingiamo per andare
al fiume a prendere acqua. Tutto va bene senonché nel ritorno pare che il nemico ci prenda di mira.
Siamo accompagnati da diverse cannonate finché giunti quasi alla nostra dimora una più vicina delle altre
arriva sibilando rabbiosamente. Ci buttiamo a terra pensando: questa è la nostra. Cade ad una decina di metri
ma non scoppia, come entra nella terra risale una cinquantina di metri e ricade un'altra volta. La
guardiamo ancora bianchi in faccia e col batticuore e poi andiamo al rifugio pensando: anche questa è andata bene.
6 aprile. La Germania entra in guerra colla Grecia. Oggi tutti i soldati sono allegri. Verso sera io e il
Serg. Furiere partiamo per andare al bivio a pagare la deca ai soldati che fanno colà servizio.
1943: Germania
La vita in Grecia trascorre, per Sesto Bozio Madè, complessivamente tranquilla: facendo parte della
banda musicale non viene mai coinvolto in azioni di guerra e di polizia certo fra le più pericolose e meno
apprezzate dai soldati: "Un milanese nella banda quella volta lì ha litigato con il maresciallo, e gli ha buttato lo
strumento adosso e allora per punizione l'han mandato in questi reparti che andavano contro i partigiani".
Nell'ultimo periodo i militari sono avvicinati da elementi della clandestinità greca, "specie
nell'ultimo periodo, si suonava lì, sotto degli ulivi no, tutti i giorni papàpapà, e anche alla sera, si andava anche in
giro a suonare, e lì veniva sempre a trovarci un greco che diceva di essere un professore di tromba e noi si
andava con lui ed era poi un capo dei partigiani e lui quando è finito tutto ci ha detto: 'deh, guardate che io sono
coi partigiani e chi vuol venire con noi può, perché se no guardate che andate a finire in Germania' ma c'e
solo uno, di Pellio d'Intelvi, della provincia di Como, che è andato, di tutto il Reggimento". Stando alle
parole del diario non fu uno solo a scappare anche se, di certo, nella confusione del momento non furono in
molti a scegliere la fuga.
Gli avvenimenti dell'8 settembre 1943, è cosa nota, colgono tutti di sorpresa e impreparati a reagire
in maniera adeguata. "Il Colonnello l'han portato via due giorni prima. Io ero in giro a suonare quella
notte, suonavo in un ballo o qualcosa del genere, e il sergente mi ha detto: 'C'è l'armistizio'. Oh, io ero
contento. 'Qui comincia il brutto - mi ha detto il sergente , qui guarda che andiamo male'. Questo sergente poi
l'ho trovato dopo la guerra, aveva una orchestra a Torino ma era della bassitalia. [...] Son arrivati lì
quattro tedeschi, ma quattro nèh, noi eravamo là un campo intero. 'Buttate tutte le armi qui...', e noi tutte le
abbiam buttate. C'è stato qualcuno... c'è stato solo il Meriglio, uno di Pont Saint Martin che non voleva
buttarlo... anche perché in quei giorni c'erano le botti di cognac...erano sempre poi tutti ubriachi eh. Ma tolti questi
casi nessuno ha reagito".
In quei giorni Sesto ricomincia a tenere il diario interrotto nell'aprile del 1941.
7 settembre 1943. L'Italia chiede l'armistizio. Io sono a Messene colla compagnia artistica.
9 settembre. I tedeschi cominciano ad arrivare in caserma. I soldati fanno baldoria.
10 settembre. Dietro ordini impartitici dal comando italiano si deve versare il fucile. Non so se sia dolore
o gioia ma una stretta al cuore mi assale nell'eseguire quest'ordine. Per ogni dove circolano i ribelli
incitandoci alla rivolta.
11 settembre. Non contenti del fucile ci tolgono pure baionetta giberna elmetto maschera. Comincia
il mercanteggiare di armi, viveri, vestiari. C'è chi scappa coi ribelli.
12 settembre. Provo un grande dolore nel salutare due cari amici coi quali avevo condiviso dispiaceri e
gioie - che mi lasciano per fuggire ribelli sui monti.
13 settembre. Cominciano a stringere i freni. Un rancio al giorno pessimo ed un po' di caffè.
14 settembre. Nulla di nuovo. Penso sempre ai miei cari che dovranno stare chissà quanto tempo senza
mie notizie.
15 settembre. Arrivano i marinai a concentrarsi nella nostra caserma. I Greci vengono a prendere vino
uva uova ecc. ecc. in caserma. Regna ancora l'allegria.
16 settembre. Il nostro vasto cortile diventa una metropoli e rigurgita di soldati provenienti da tutti
i distaccamenti. Morale alto.
17 settembre. I vincoli di amicizia che mi legano a Battaglia Barbero Chiecca e Romanin si
rinsaldano. Formiamo una vera "cricca" e il "mavro agora" funziona splendidamente.
18 settembre. La propaganda tedesca ci fa palese della liberazione del duce. In questo giorno vendo pure
la chitarra lasciatami dal mio amico fuggiasco nei monti.
19 settembre. Dopo tanti giorni di spensieratezza stamane sentendo la messa mi sento triste e penso
realmente alla situazione in cui mi trovo la quale non è tanto promettente.
 20 settembre. Si comincia a mormorare che presto si lascerà Kalamata.
21 settembre. I marinai cominciano a partire.
22 settembre. Il maresciallo ci comunica l'imminente partenza. Fervono i preparativi e si eliminano
gli oggetti di media utilità.
23 settembre. Sveglia, affardellamento zaino e partenza. È inutile narrare con quale rincrescimento
lascio Kalamata. L'enfasi con cui saluto le conoscenze le amicizie avute durante il lungo periodo di residenza,
gli sventolii di fazzoletti le strette di mano le lacrime, saranno sempre perenni nel mio ricordo. A sera tarda
si arriva a Patrasso ove si dorme qualche ora alla diaccio nel cortile della stazione.
24 settembre. Dopo una pessima nottata si riparte alla volta di Atene. La febbre malarica mi assale lungo
il viaggio e arrivo ad Atene spossato ed incapace a reggermi in piedi. Anche qui mi butto a dormire nel
cortile per passare la nottata.
25 settembre. Mi sveglio ancora febbricitante e coll'aiuto degli amici tra cui si distinsero: Ghisieri,
Melle, Carniti, mi avvio verso la caserma.
3o Granatieri e si arriva dopo due ore di vero calvario. Mi butto subito
su un mucchio di paglia e rimango così tutto il resto della giornata e tutta la notte circondato dalle cure
degli amici i quali non mi lasciano un minuto.
26 settembre. Oggi per non lasciare gli amici mi rifiuto di farmi ricoverare all'ospedale come
sarebbe l'ordine del dottore che mi ha visitato. Voglio seguire la sorte con loro qualunque sia e a qualunque costo.
27 settembre. Improvvisamente arriva l'ordine di partenza. Tutta la compagnia si avvia alla stazione a
piedi e io sono trasportato col camion che porta il materiale, ore 17 partenza per Larissa.
28 settembre. Ore 0,30 arrivo a Tebe. Stiamo fermi sino alle ore 10. Comincia passarmi la febbre. Vicino
c'è un accampamento di prigionieri russi, fanno pietà. Anche noi ci riduceremo così?
29 settembre 1943. Si attraversano le Termopili, il monte Olimpo culla degli Dei. Si arriva a Larissa e
si riparte.
30 settembre. La febbre è scomparsa. Si abbandona la Grecia e alle 2 si arriva a Gevgeli (Romania). Si
lascia Gevgeli e si arriva a Gradska. Troviamo una ridotta di mongoli diretta in Grecia.
1 ottobre [1943]. Ore 9 Zebcovo. Il viaggio da Gevgeli a qui è stato pittoresco. La ferrovia costeggia
sempre il fiume Varda e i luoghi sono incantevoli.
2 ottobre. Siamo ancora in Bulgaria. Ore 12 si arriva in Serbia. Alle 14 si arriva a Lescovac ove è festa
in bordo. Approfittando della lunga fermata anche noi soldati andiamo fra la popolazione che ci fa una
caldissima accoglienza. Ci regalano frutta e pane. Molti soldati sono già sulla giostra che girano. Alle 15.30
arriviamo a Nice e per la prima volta da che siamo in viaggio abbiamo il rancio caldo.
3 ottobre. Si crede di andare a Belgrado e invece si cambia linea e ci dirigiamo verso Sofia. Ore 12
siamo fermi alla capitale Bulgara. La stazione è bella. Ci danno i viveri a secco per 2 giorni.
4 ottobre. Siamo a Stara-Zagora. Non si sa se si va verso la Romania o verso il mar Nero, nemmeno
dopo aver camminato giorno e notte si conosce la meta.
5 ottobre. Dopo una notte piovosa arriviamo a Murna paese caratteristico. Alle 17,25 si arriva a
Siimen. Durante tutto il viaggio si suona e si canta.
6 ottobre. Si arriva verso le 2 a Kaspitchan e alle 13,30 a Devnia ove la popolazione ci accoglie
festosamente offrendoci pane e frutta come del resto successe in ogni paese della Bulgaria. Ore 17 arrivo e sosta a Dobrie.
7 ottobre. Si attraversa alle ore 5 il Danubio su di un ponte lungo circa 2 Km, tutto in ferro. È una
vera meraviglia un supercolosso. Alle 7 si arriva alla bella Zetesti e alle 14,30 a Braila. La crocerossa passa
per i vagoni a prenderci l'indirizzo delle nostre famiglie promettendoci colla nostra più viva gioia di far
pervenire le notizie alle nostre case.
8 ottobre. Ore 8,15 si è in alta montagna e precisamente in un grazioso villaggio nomato Comanesti il
quale si pavoneggia nel suo perfetto stile bavarese. Alle 11 si giunge a Salanca, sita sul confine
Romeno-Ungherese. Controllo, rancio caldo (tutto brodo).
9 ottobre. (Ungheria) Ci svegliano ad Etterim e alle 12,30 siamo a Dedu. Tipici i costumi delle donne
le quali vestono larghi calzoni chiusi alle caviglie e stivaletti al vero uso bulgaro, ore 16 si arriva suonando
a Marosvasartteli e attraversando tutta la città la popolazione ci saluta calorosamente. Ore 14 nuovamente
al confine e nuovo controllo si torna in Romania.
10 ottobre. Tunes. Un compagno ammalato viene ricoverato dalla C.R. internazionale. Alle 7,50 si
passa ancora il confine e si ritorna in Ungheria e a mezzanotte si arriua a Kolorsarz ove ci viene distribuito il
caffè caldo e del pane.
11 ottobre. Ci svegliamo tardi e ci troviamo a Kodmezoviesorteli. Comincia a far freddo. Alle 11
arriviamo a Seghedino, bellissima città, ore 5 Szabadka. Sosta. Da un ponte che passa sopra la stazione le
donne buttano pane sui vagoni.
12 ottobre. Sveglia a Baja.
13 ottobre. Szombateli bellissima città. Il freddo si acuisce sempre più. A mezzanotte si giunge sul
confine austriaco.
14 ottobre. Alle ore 7 si arriva a Vienna e dopo una sosta si rimarcia attraverso una serie di
interessantissimi paesaggi. S. Poltre - Armetten e arriviamo a Linz. Qui dopo due giorni di cinghia abbiamo finalmente un
po' di pane e salame.
15 ottobre. Stamane presto passiamo Weider. Alle 12,10 arriviamo e sostiamo a Hof. La fame si
ricomincia a far sentire. Ore 14 Planen ore 18 Lipsia (Stazione più grande del mondo) Rancio caldo (zuppa e tè).
16 ottobre. Si arriva finalmente a Kustrin, luogo di destinazione. Si scende dal treno e ci dirigiamo al
campo di concentramento ove troviamo altri italiani giunti precedentemente. Ci sono pure francesi e russi. Qui
ci viene distribuita 1/2 gavetta di patate bollite (con ancora la pelle). Alla sera una fetta di pane e tè.
17 ottobre. Sveglia ore 6 pulizia, tè indi la S. messa (Rancio di zuppa di patate sempre con pelle e
sporche, una scatola di carne in 18, una fetta di pane e margarina.
18 ottobre. Idem.
19 ottobre. Scarsità di acqua e sempre il solito rancio cattivo.
20 ottobre. Idem.
21 ottobre. Rivista al corredo.
22 ottobre. Iniezione antitifica.
23 ottobre. Monotonia.
24 ottobre. N.N.
25 ottobre. Improvvisa partenza. Alle 13 si lascia Kustrin e dopo 5 ore di treno arriviamo al campo III D
sito nelle vicinanze di Berlino. Siamo sistemati in camerate molto linde.
26 ottobre. Bagno e disinfezione.
27 ottobre. Siamo destinati al nostro lavoro e il nostro padrone ci viene a prendere.
28 ottobre Siamo a Berlino-Hohenzollerdam. Ci troviamo molto bene, in una baracca stiamo in venti
tutti musicanti. Anche per mangiare si sta bene: 2 ranci al giorno 300 grammi di pane un pezzo di margarina
e marmellata o miele.
29 ottobre. Sistemazione del campo.
30 ottobre. Idem.
31 ottobre. Si fa festa. Musica e canti.
1 novembre [1943]. N.N.
2 novembre. Si comincia ad andare al lavoro della fabbrica Windhoff di radiatori per automezzi e
apparecchi. Io sono stato disposto a fare il saldatore. Sono con me francesi olandesi belgi russi slovacchi ecc. ecc.
3, 4, 5, 6, 7 novembre. N.N.
8 novembre. Primo all'armi senza però nessun incidente.
12 novembre. All'armi di circa due ore.
16 novembre 1943. 74 sigarette e zoccoli.
17 novembre. All'armi (due ore).
18 novembre. All'armi (due ore).
22 novembre. S. Cecilia, all'armi tutto brucia solo le baracche rimangono miracolosamente in piedi.
23 novembre. All'armi (due ore).
24 novembre. All'armi (un'ora).
25 novembre. Idem (due ore e mezza).
26 novembre. Idem (due ore).
Da questa data Sesto Bozio Madè smette di tenere un diario giornaliero e ne possiamo seguire le
vicende attraverso il racconto orale raccolto oggi. La sua storia, lo si è visto, è inizialmente simile a quella di
molti altri Internati militari italiani.
"In principio portavo via le macerie. Quando bombardavano, io avevo
due cavalli e portavo via mattoni da una parte, ferro dall'altra; ma durava poco perché ogni quindici
giorni bruciava un campo e allora ci mandavano in un altro campo di concentramento fino a quando
selezionavano altri militari e facevano tante squadre che andavano a lavorare. Ho lavorato anche in fabbrica, tre mesi, a
fare radiatori di macchina, di areoplani, di carri armati, a saldare; lì c'erano tante polacche, russe, un po' da
tutte le parti. Dopo alcuni mesi ho ancora cambiato, ma sempre nella zona di Berlino".
Una situazione in cui il rischio della vita è costante: "Lavoravamo in quel periodo lì in campagna,
questo mio amico era di San Severo sul lago di Como, era come mio fratello... quello lì è morto proprio di
fame... poi è venuto ammalato... ed era debole per la fame... è stato quando io ho vinto un concorso e andavo
a suonare un po': ho anche quel rimorso lì, perché assieme ci aiutavamo un po' e forse lo potevo aiutare".
Ma la musica gli consente un'altra volta di cambiare vita: "Avevo ancora il trombone; tutti han buttato
lo strumento ma io avevo sempre il trombone e alla sera suonavo il silenzio, e un sergente tedesco, che era
un po' il capo campo, mi ha chiesto e gli ho detto che suonavo anche il violino e allora mi ha comperato
una viola perché di violini non ne ha trovati e suonavo".
A poco a poco stringe amicizia con altri prigionieri con i quali condivide la passione per la musica e
dopo alcuni tentativi riesce a mettere insieme una piccola orchestra in grado di presentarsi in pubblico.
Con
loro, come cantante, per un certo periodo c'è anche il baritono Giuseppe Taddei, arrestato dai tedeschi
dopo l'armistizio mentre era in Jugoslavia per fare spettacoli per i militari italiani in servizio in quella zona.
L'orchestra era composta da Giuseppe Rossetti di Venezia al sax, Bellorini cantante, Nazario Trombetta
di Rovigo e Marziale Poggi di Bologna con il violino, Gaetanto Romano di Napoli suonava la chitarra,
Marcello Martinelli di Como alla batteria, Pietro Frangi di Como era il presentatore, io suonavo la viola, la chitarra
e facevo qualche scenetta comica con Martinelli.
Cinque dell'orchestra non si separeranno più, fino al ritorno in Italia: "Suonavamo quello che veniva
in mente, tiravamo giù le parti, uno diceva: 'Io so questa', e allora si scriveva; perché io scrivevo la musica
con facilità, bastava sentire e scrivevo, e poi ci scrivevamo anche le parole per presentare, facevamo un po'
degli spettacolini [...]. Andavamo nei campi a suonare. Se i campi erano piccoli magari mettevano due o
tre accampamenti assieme, dove c'era qualcosa, un piazzale o se c'era qualche salone".
Suonare diventa un po' alla volta il loro lavoro di internati: "Quando suonavamo non è che ci pagavano,
ci davano da mangiare quel giorno, dove andavamo, e la giornata ce la pagavano come tutti gli altri
prigionieri, facendo quello lì era come lavorare per gli altri". Per i cinque le cose si semplificano ulteriormente dopo
il giugno del 1944 quando gli internati militari sono "trasformati" in lavoratori liberi: "A
trasformarci praticamente han fatto un bel lavoro: eravamo liberi nèh noi, tutti, a Berlino; era venuto non so più
quale parlamentare a spiegare che ci trasformavano; è convenuto a loro, ai tedeschi, perché hanno eliminato
tutti 'sti militari che dovevano guardarci, e noi... c'era poco da fare, tanto bisognava presentarsi sul lavoro, eh,
per farsi fare il timbro per mangiare, eh, e ci davano quei pochi marchi".
Negli ultimi mesi di prigionia la loro attività musicale deve essere sufficientemente nota e apprezzata
se "l'Ambasciata d'Italia a Berlino" fa avere a Sesto Bozio Madè ed ai suoi quattro compagni ben
diciotto strumenti musicali.
L'attività musicale è comunque svolta in prevalenza fra i prigionieri e quelli italiani in particolare; con i
tedeschi i rapporti rimangono difficili: "Con i tedeschi era difficile, dopo un po' che eravamo lì, a furia
a furia a furia qualche cosa veniva ma in principio no; alla fine io vedevo che coi capi specialmente...
l'ultimo capo che avevamo là nel campo, ecco, quando siamo scappati sono andati a prenderlo a casa e
l'hanno ucciso, quello lì era cattivo, ma se no ho visto anche dei capi campo che capivano la situazione
com'era... non tutti nèh".
La fine della guerra e il ritorno a casa
In una grande città come Berlino, specialmente negli ultimi giorni del conflitto, la situazione è
caotica. Alloggiato in un campo a est della città può però assistere all'arrivo dell'esercito russo: "Lo spettacolo
più bello è stato vedere arrivare i Russi. Noi eravamo dalla parte di Berlino da dove sono arrivati i Russi,
ma vedere che roba... perché andavano tutti dietro, ma delle colonne, anche donne, bambini, tutti,
soldati, carriarmati, una folla [...] la gente, per chilometri, una marea nèh, una marea di gente, donne, tutti,
andavano per prendere Hitler...; poi lì si sono aggregati tutti i prigioneri che incontravano e... dietro tutti [...].
C'han detto: 'Voi state lì...', il nostro era il campo più in periferia che c'era; siam stati lì due o tre giomi; non
ci dicevano più niente e allora noi cinque con un carretto con tutti gli strumenti siam partiti, abbiam detto:
'In un modo o nell'altro ci aggiustiamo, tanto suoniamo', e in quindici giorni siamo andati a Kustrin. Kustrin
è una città dopo Berlino, siamo andati lì perché c'era il treno; per l'Italia eran tutte spaccate le ferrovie e da
lì c'era la linea che andava a Varsavia e abbiam detto: 'Andiamo all'ambasciata e ci mandano a casa'. E là
a Varsavia invece: treni niente, ambasciata niente e niente da fare. Un po' siam vissuti in giro,
suonando. Varsavia era una bella cittadina, non era spaccata come Berlino, a Varsavia non era passata la guerra
proprio come Berlino". Dopo qualche giorno tentano uno spostamento a Lublino ma anche là "niente di
niente, neanche più la ferrovia c'era e allora siam tornati su, e ci siam messi di nuovo con i prigionieri,
perché suonavamo nelle stazioni ma ci davano una mela o una sigaretta e per vivere non bastava".
Nonostante questo, dopo qualche giorno riesce tuttavia a trovare una occupazione: "Lì ho fatto ancora una discreta
vita, perché suonavo in un teatro, a Varsavia. Poi arriva l'ordine: 'tutti a casa' e io non volevo venire a casa,
perché lì stavo bene: suonavo e prendevo soldi". Fa amicizia con un ufficiale e, attraverso lui, con altre
persone. Quando giunge la notizia che finalmente partirà un convoglio di prigionieri ha dei dubbi se partire o
se fermarsi ancora un po'; alcuni compaesani lo convincono a salire sul treno. "Siam finiti in un campo
in Russia dove eravamo, non so, duemila prigionieri, sotto una tenda, tutti dentro, dico duemila ma
forse eravamo di più, un affare dell'altro mondo. Solo che quell'ufficiale che avevo come amico a Varsavia
è arrivato là, viene là col nome di noi cinque e c'ha portati via, a suonare, su, in una scuola di ufficiali
russi vicino a Minsk, e lì suonavo la sera e basta".
A fine estate, primi settembre, finalmente, viene organizzato un convoglio che trasporterà i prigionieri
in Italia e il 4 ottobre, dopo un viaggio di trentadue giorni attraverso Bulgaria, Romania, Cecoslovacchia
e Austria anche Sesto Bozio Madè arriva a casa. Dei diciotto strumenti nonostante tutte le vicissitudini
del ritorno riesce a salvarne ancora tre: la viola, il trombone e il mandolino, e con essi anche i diari, gli
appunti e una carta dell'Europa, acquistata a Vienna, su cui, giunto a casa, traccerà a penna gli spostamenti di
sei anni di militare.
"Arrivati a Pescantina ci danno duemila lire e una licenza; la tradotta per Milano partiva il giorno
dopo allora siamo scappati di nuovo: io, un maestro Fila di Borgosesia, che l'ho trovato lì, e uno di Torino;
abbiam detto: 'Oh star qui ad aspettare... andiamo sull'autostrada troviamo di sicuro qualcuno che ci porta'.
Stare lì un giorno cos'era, niente, ma d'ogni modo siam partiti. Io avevo il portafoglio con dentro la licenza e
tutte le monete di tutti gli stati che son stato; arrivo lì nell'autostrada che viene a Bergamo e abbiam trovato
un camion: 'Questo ci carica...'; io stavo comperando delle castagne, un pacchetto di castagne e dalla
fretta... butta su lo zaino, va su, prendo quel portafoglio e lo metto in tasca, solo che invece di infilarlo nella
tasca l'ho messo chissà come, fatto sta che l'ho perso; speravo, magari mi arriva, se qualcuno trova la licenza
e invece no, invece ho perso tutto... così tutti i miei sei anni di risparmi li ho persi lì, con un chilo di castagne".
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