Patrick S. Amoore - Alastair MacDonald

La missione Cherokee nel Biellese
Due testimonianze



Testimonianza di Alastair Macdonald

La Missione "Cherokee" della Soe - Special Operations Executive - fu paracadutata nei pressi di Biella nella notte tra il 17 e il 18 novembre 1944. Il gruppo era composto da tre ufficiali: il sottoscritto, quale comandante, Pat Amoore e il nostro specialista in esplosivi e sabotaggio Jim Bell, nonché dal nostro fidato radio-operatore, caporal maggiore Tony Birch. Io ero stato per vari mesi dall'inizio dell'anno con i "maquisard" francesi nel Massif Central, ad ovest del Rodano. Pat aveva prestato servizio con le forze canadesi in Sicilia, risalendo poi con loro l'Italia meridionale fino a raggiungere il corpo d'armata polacco impegnato nella conquista di Monte Cassino. Egli aveva aggiunto al suo perfetto bilinguismo spagnolo una eccellente padronanza dell'italiano. In più parlava correntemente il catalano, il che gli permise di afferrare immediatamente l'affine dialetto piemontese parlato diffusamente nella zona di Biella.
Subito dopo il lancio, che vide Pat atterrare in un porcile, ci rendemmo conto del numero impressionante di partigiani italiani già in divisa operanti nella zona: essi costituivano la 5a e la 12a divisione Garibaldi e la brigata "Giustizia e libertà", ed il contingente totale superava i tremila uomini. Ma le formazioni garibaldine erano separate da noi dalla città di Biella, asserragliata dai posti di blocco. Esse erano concentrate intorno a Valle Mosso, a nord-est di Biella, mentre noi eravamo scesi a sud-ovest della città, su una dorsale morenica e boscosa conosciuta come la "Serra". Fu dunque subito chiaro che lo spostamento da un'area all'altra implicava sia una marcia notturna lunga e tortuosa, sia un rischioso percorso in macchina lungo un tratto di strada molto scoperto.
Non c'erano problemi di rifornimenti per quanto riguardava i fabbisogni di base dei partigiani, eccetto che per le armi e il fatto notevole di mantenere tanti uomini giovani vestiti e ben nutriti ci apparve allora come pacifico. In realtà, fu solo quando rivisitai Biella nel 1983 che riuscii a rendermi veramente conto dei rischi corsi e dell'ingegnosità dimostrata nel confezionare tante divise all'interno delle grandi fabbriche tessili del Biellese, e di farle uscire sotto il naso di guardiani e nemici, grazie alla totale collaborazione dei proprietari.
Io penso che noi oggi dovremmo tutti rendere omaggio a questa straordinaria impresa.
Un altro piccolo ma significativo esempio, che occorre forse citare, della ricchezza di risorse dei partigiani e dell'appoggio immediato della popolazione, riguarda un pietoso incidente occorso nella mia cascina una sera, quando un giovane si ferì accidentalmente all'inguine mentre puliva la propria pistola e si stava mortalmente dissanguando malgrado i nostri sforzi. In meno di mezz'ora dall'incidente giunse un medico con una soluzione salina e bendaggi appropriati. Disgraziatamente il tempo necessario per salvarlo era superato. Ma il tentativo stesso, compiuto in tali circostanze, non è già per sé un'impresa notevole?
Il primo nostro compito fu quello di trovare una base d'atterraggio più importante e più facilmente difendibile, e di organizzare un grande lancio di armi ed esplosivi destinati alle importanti formazioni partigiane. Queste ultime erano da oltre un anno quasi interamente equipaggiate con armi catturate durante le saltuarie sortite e gli scontri favorevoli occorsi nella zona.
Facemmo alcuni tentativi non riusciti su un altipiano coperto di neve, circondato da alte montagne, abbastanza sicuro ma di troppo difficile approccio per gli aerei: riuscimmo soltanto ad udirli mentre cercavano invano di avvicinarsi. I partigiani proposero allora di utilizzare uno spazio pianeggiante che si estendeva nei pressi di Baltigati di Soprana: abbastanza elevato per proteggerne gli accessi ma ricoperto di folti boschi. Quest'ultimo inconveniente sembrava già compromettere il progetto, quando fu avanzata una soluzione ingegnosa. I partigiani presero contatto con le autorità municipali locali, che subito accettarono di annunciare un programma di Soccorso invernale per procurare senza spese legna da ardere in favore della popolazione particolarmente colpita dai rigori dell'inverno e fecero un appello ai "volontari" per il taglio degli alberi. Nel giro di due giorni quei "volontari" avevano completamente disboscato l'area di lancio prevista, senza far sorgere alcun sospetto fra le truppe nemiche.
In meno di nulla potemmo così ottenere, come magnifica "Befana" anticipata, un lancio eccezionale su quel campo appena creato. Effettuato in pieno giorno da una ventina di aerei (i calcoli variavano da 14 a 24), fu certamente il più importante lancio della Soe in Italia.
Per dare un'idea di quello che venne messo a disposizione, oltre alla grande quantità di esplosivi, miccia e detonatori, si possono elencare grosso modo: 165 mitragliatrici leggere "Bren", 80 lanciagranate anticarro "Piat", 85 mortai fanteria, 505 sten, 565 fucili, 5.725 bombe a mano tipo "pigna", senza contare le abbondanti riserve di munizioni.
Anche prima di questo lancio eccezionale, Jim Bell aveva fatto buon uso dell'unica cassa di esplosivi e miccia lanciata insieme a noi a novembre, nel senso di individuare i punti di tensione in cui piazzare gli esplosivi e di confezionare le cariche adatte per far saltare la travata di un ponte della ferrovia nel centro di Ivrea, azione affidata ad un "commando" guidato da un tecnico soprannominato "Alimiro", offertosi come volontario. Le tradotte cariche di forniture belliche in acciaio speciale, che regolarmente attraversavano il ponte provenienti dalla miniera e dalle fonderie di Cogne in alta Valle d'Aosta, ne facevano un obiettivo di grande importanza strategica. Ma siccome il ponte misurava soltanto 90 metri ed era sorvegliato da sentinelle alle due estremità e situato proprio di fronte all'albergo che ospitava la Kommandantura tedesca di Ivrea l'obiettivo appariva come irraggiungibile.
Ciò malgrado, Alimiro aveva deciso di farlo. E quando gli strinsi la mano prima di partire, augurandogli buona fortuna, mi disse soltanto: "Ricordi una cosa, maggiore: se questa volta non riesco, non credo di poter tentare una seconda". E invece ci riuscì.
Un'intera testata del ponte precipitò nel fiume Dora. E anche se più tardi la missione fu di nuovo all'erta quando i lavori di riparazione sembravano essere a buon punto, il ponte non fu più utilizzato normalmente se non dopo la guerra.
Il grande lancio diurno del 26 dicembre fu seguito immediatamente dall'arrivo sul campo della Serra di due rinforzi per la nostra missione: il sergente maggiore Johns del Genio Reale e il sergente Bell. In quanto specialista di sabotaggi, il sergente maggiore Johns iniziò subito l'addestramento all'uso degli esplosivi, ormai disponibili in grande abbondanza. Il sergente Bell fece coppia con il nostro capitano Jim Bell per assisterlo nelle operazioni di sabotaggio e "anti-terra bruciata" appena predisposti nella bassa Val d'Aosta.
Il materiale ricevuto durante il "grande lancio" era così inaspettatamente abbondante da non poterlo spostare subito per intero e se ne dovette sotterrare una parte in un cimitero vicino, in attesa di concordare con il Comando di zona un piano di distribuzione. Tale piano fu basato sul principio della parità di armamenti fra le varie brigate Garibaldi, l'approvvigionamento della brigata Giustizia e libertà e la costituzione presso la Missione di una grossa riserva di materiale di sabotaggio e di equipaggiamento, per fornire ad hoc le zone non sottoposte al Comando zona biellese. Nella pratica però, era ovviamente difficile procurare i mezzi per il trasporto del materiale, anche prima dei rastrellamenti che si protrassero a lungo a partire da gennaio, tagliando fuori completamente intere zone, ed era pure inevitabile che sorgessero dispute fra le diverse unità concorrenti per rifornirsi delle armi paracadutate.
Quando tornai sulla Serra ai primi di gennaio, c'erano sicuri indizi di un imminente rastrellamento nemico in quella zona. E quando una brigata garibaldina, impaziente di utilizzare le nuove armi (forse malgrado discutibili direttive del generale Alexander, di sospendere le operazioni fino a primavera), riuscì ad attaccare una corriera carica di sottufficiali tedeschi e uccise l'intero contingente presso Cerrione, era fuori dubbio che il fatto provocasse delle rappresaglie. Il giorno che seguì l'incidente mi presentai nel villaggio più importante della zona, Magnano, con il nostro bravo ex prigioniero di guerra, caporal maggiore Keith Jones, che spedii in cima a una collina per sorvegliare i dintorni, mentre io mi intrattenevo con il radiotelegrafista del Sim "Armando", e con una staffetta, che non avevo incontrato da qualche tempo. Tutto sembrava abbastanza calmo, quando improvvisamente irruppe di sorpresa sul villaggio uno "Zug" di Waffen Ss. La staffetta poté salvarsi correndo come una lepre, ma io e Armando non potemmo avanzare rapidamente sulla neve alta che circondava il villaggio e fummo bersagliati quasi subito di fucilate. Armando rimase ucciso da un proiettile alla schiena, proprio alla vigilia di essere ritirato da quella mansione, dopo un lungo e arduo servizio. Così, pure il mio servizio presso la Missione Cherokee prese fine di colpo.
Dopo un periodo di detenzione presso la prigione civile di Biella e circa un mese di interrogatori al quartiere generale della Sicherheisdienst in Verona (dove mi fu detto che Ferruccio Parri occupava una cella vicina), fui spedito al campo di smistamento dei prigionieri di guerra di Mantova. Qui, dopo un mancato tentativo di trasferirci tutti in Germania, ebbi la grande fortuna di poter fuggire, avvalendomi di una felice occasione di fuga nella mia lunghissima marcia oltre il lago di Garda e su per la val Camonica fino in Svizzera, grazie al coraggio ed alla presenza di spirito di un ragazzino italiano di dieci o dodici anni, che mi vide mentre mi defilavo fuori da un giardino: si accorse dei pantaloni militari inglesi che fuoriuscivano dal mio cappotto borghese e mi ingiunse di tornare indietro e seguirlo giù verso la riva del Mincio (che formava dalla parte del campo un vasto lago). Lì mi fece salire su una barca e remò attraverso il lago sotto gli sguardi delle sentinelle tedesche, verso una zona dove difficilmente potevano immaginare di trovarmi quando fosse scattato l'allarme.


Testimonianza di Patrick S. Amoore

Prima di essere fatto prigioniero, Alastair Macdonald mi aveva chiesto di prendere contatto con il famoso comandante Moscatelli, detto "Cino", al quale egli aveva già reso una breve visita nel suo quartiere generale sul lago d'Orta. Il mio secondo compito era di avvicinare la missione Oss "Chrysler", operante in quell'area. In Valsesia riuscii finalmente ad incontrare Moscatelli, il quale mi scortò fino a una villa sul lago d'Orta, dove si trovavano rifugiati alcuni membri sopravvissuti delle missioni "Chrysler" e "Mongoose". Questi ultimi mi riferirono che il loro comandante, maggiore William Holohan, era misteriosamente scomparso, ritenuto ucciso in azione. Venne invece alla luce più tardi che era stato assassinato in circostanze orripilanti, mai interamente chiarite fino ad oggi, ma in cui sembravano intervenire motivazioni politiche.
Così, fu solo quando feci ritorno sulla Serra, a sud-ovest di Biella, verso la fine di gennaio, dopo una lunga marcia solitaria, che potei avere notizie dettagliate della cattura di Alastair Macdonald e del grande rastrellamento avvenuto nella zona. In realtà il rastrellamento era ancora in atto quando giunsi a Sala Biellese. Vi passai le prime ventiquattrore nascosto dietro ad un pollaio, che dava su una latrina all'aperto, mentre le brigate nere incendiavano le case adiacenti, compresa la villa dove era installata "Radio Libertà". I partigiani addetti alla trasmissione riuscirono per un pelo a fuggire, attraverso la porta della cucina verso i boschi, con il loro trasmettitore. Fortunatamente i cani poliziotto erano talmente disgustati da quella puzza che i loro accompagnatori li trassero lontano dopo una sommaria ispezione intorno al mio nascondiglio.
Fui presto in grado di riprendere contatto con Jim Bell e scoprii che durante la mia assenza egli aveva messo fuori uso la ferrovia Biella-Santhià, demolendo in parte il ponte di Salussola e che stava preparando un altro attacco al ponte ferroviario di Ivrea per bloccare i lavori di riparazione del ponte distrutto a suo tempo da "Alimiro". Dopo una riunione operativa per discutere la situazione, decidemmo che Jim Bell e il suo gruppo concentrassero le operazioni di sabotaggio e "anti-terra bruciata" nel Canavese e nella bassa Val d'Aosta, mentre io avrei seguito i movimenti e i piani del Comando di zona e fatto del mio meglio perché i loro dichiarati obiettivi politici a lungo termine cedessero la priorità ai nostri obiettivi più immediati.
Dopo il nostro incontro le operazioni di sabotaggio di Jim Bell avvennero secondo il piano stabilito, organizzate a partire dalla zona d'Ivrea, relativamente sicura. In più era riuscito a stabilire un contatto radio diretto con la nostra base. Per quanto mi riguardava, nelle settimane che seguirono, fu soltanto più questione di sopravvivenza, essendo noi continuamente braccati sulla neve alta, con un freddo rigidissimo, e spesso per cibo solo qualche castagna secca, il che implicava spostamenti sistematici di notte da una località all'altra, possibilmente in case "sicure" di simpatizzanti partigiani, per evitare ogni possibile fuga di notizie sulla nostra posizione, tanto più che le autorità offrivano lauti premi a chi fornisse informazioni e gli affissi erano dovunque. Si giunse al colmo di restare nascosti per quindici giorni nel basso Canavese. Prima in Azeglio, nel castello del conte d'Harcourt - ex podestà fascista di Torino - poi, quando il suo tremante maggiordomo stava per avere un collasso nervoso, trascorrendo gli ultimi sei giorni e mezzo nel sottosuolo della chiesa del villaggio. In questi giorni eravamo in tre: c'era con me il radiotelegrafista Tony Birch, che era riuscito a raggiungermi con il suo trasmettitore, nostro unico collegamento con la base, e il nostro bravissimo ex prigioniero di guerra australiano Keith Jones; catturato a suo tempo in Nord Africa, si portava dietro la sua mitragliatrice leggera "Bren" personale, deciso a non farsi prendere prigioniero una seconda volta.
Non ero ancora riuscito a ristabilire contatti con il Comando di zona partigiano; ma ai primi di marzo, mentre ancora mi trovavo nel malsicuro Canavese, ricevetti l'inaspettata visita del loro capo di stato maggiore. Questi espresse la sua soddisfazione nel vedere che la Missione inglese era rimasta incolume, come pure il nostro trasmettitore, ma soprattutto volle sapere quando avremmo potuto organizzare nuovi lanci di armi. Risposi che la cosa poteva essere presa in considerazione solo quando si fosse trovata una zona più sicura, e le condizioni climatiche fossero state meno sfavorevoli.
Verso la metà di marzo, quando il tempo fu meno inclemente, procedetti alla prospezione di un nuovo terreno di lancio, sulla frangia nord-ovest della Serra, a Torrazzo. Lo chiamai in codice "Perth", in onore del luogo di nascita del nostro bravo Keith Jones. I rastrellamenti sembravano per il momento più o meno allentarsi. Ma il 14 di marzo ci fu un orrendo episodio a Salussola, dove un certo numero di garibaldini furono sopraffatti da un distaccamento di brigate nere, rinchiusi in uno stanzone e quivi ferocemente pugnalati uno a uno; alcuni ebbero i cuori strappati mentre erano ancora in vita e sostituiti da pagnotte, i rimanenti furono trascinati fuori e finiti a mitragliate mentre giacevano a terra.
Poco dopo la metà di marzo la nuova base di atterraggio "Perth" accoglieva il maggiore Robert Readhead, venuto ad assumere il comando della missione accompagnato da un ufficiale italiano, Marco Folchi-Vici, che si faceva chiamare "Mark Terry". Da quel momento rimasi prevalentemente sul campo di lancio "Perth", per smistare il fiume di uomini e di rifornimenti che cominciava a riversarsi. I lanci ulteriori videro scendere alcuni ufficiali polacchi, inviati per indurre alla diserzione e aiutare alla fuga le giovani reclute polacche arruolate di forza nelle unità tedesche - compito che assolsero con molto successo . E, con gli ultimi lanci "Perth", ricevetti un certo numero di piccoli "bods", indescrivibili personaggi in abiti civili, che non parlavano quasi né l'inglese né l'italiano, ma che si trascinavano dietro valigette di cartone e non chiedevano altro che di essere accompagnati alla più vicina stazione ferroviaria. Feci del mio meglio per aiutarli e così fecero i partigiani, evitando ogni domanda indiscreta circa la loro destinazione e le loro intenzioni.
Dai primi di aprile in poi, mentre la pressione delle forze armate alleate lungo tutto il fronte italiano cresceva di intensità, apparve sempre più evidente che i tedeschi si preparavano a ritirarsi dalla Liguria e dal Piemonte. Il Comando partigiano di zona dichiarò allora l'offensiva generale e subito fu chiaro che essa si dimostrava talmente efficace, da offrire reali possibilità di tagliare fuori un intero corpo d'armata tedesco insieme con le importanti forze fasciste al suo comando e da ridurre alla resa almeno centomila uomini.
La liberazione di Biella ebbe luogo il 24 aprile, prima delle altre città del Nord, ed il comando della Missione Cherokee vi si installò, all'albergo Principe. Readhead si rec˛ subito dopo nella zona di Vercelli, capoluogo della provincia, accompagnato da Mark Terry e dal caporale Birch con la trasmittente. Lì, verso la fine di aprile, Readhead riuscì a stabilire un contatto diretto via radio con il colonnello John Stevens, coordinatore dei collegamenti della Soe con il Comitato di liberazione nazionale di stanza a Torino, e rapporti alquanto inconclusivi con lo stato maggiore del 75o corpo d'Armata tedesco che si trovava nella zona.
Il 2 maggio ero ospite del conte Carlo Trossi, pilota da corsa, nel suo castello di Gaglianico (in realtà facendo il mio primo bagno dopo sei mesi), quando fui convocato d'urgenza all'albergo Principe. Vi trovai l'Oberst Faulmüller, capo dello stato maggiore del 75o corpo d'armata tedesco, giunto da Ivrea sotto scorta partigiana e con bandiera bianca. Egli mi porse un documento firmato dal generale Ernst Schlemmer, che offriva immediata resa senza condizioni. Durante il nostro breve colloquio, con l'aiuto di interpreti spiegò che il loro corpo d'armata era in contatto con i partigiani della Valle d'Aosta, tramite l'ingegnere Giovanni Enriques, direttore della Olivetti di Ivrea, ma che provava ancora molta riluttanza ad arrendersi soltanto alle forze partigiane. Fu così che la mia firma fu finalmente apposta in calce allo storico documento, in nome della Missione britannica "Cherokee". La terza persona a prendere parte alla cerimonia fu il colonnello John M. Breit, del gruppo corazzato americano, le cui avanguardie avevano appena raggiunto Biella; la folla assiepata nelle strade era rimasta sbalordita vedendo sporgersi dalle torrette dei carri armati delle inconfondibili teste di giapponesi, appartenenti all'unità americana di combattimento "Nisei". Il colonnello Breit diede una rapida occhiata al documento di resa in corso di redazione, scambiò due parole col suo aiutante di campo e disse: "Per noi va bene, proseguite!". Ciò facendo, sentii di aver percorso un lungo cammino dai giorni dei nostri primi incontri con i partigiani, quando ci domandavamo se le loro imprese potevano uguagliare l'autentico coraggio che li animava.