Aspetti della questione mediorientale



Il convegno organizzato dall'Istituto e svoltosi a Biella nell'aula magna del Liceo scientifico il 30 novembre ha visto una notevole affluenza di studenti, interessati ad un argomento di attualità quale la questione mediorientale.
La sessione mattutina, presieduta da Piero Ambrosio, direttore dell'Istituto, ha visto la partecipazione di Valter Coralluzzo, dell'Università di Torino, che ha sviluppato il tema dei nodi storico-politici della situazione mediorientale dal dopoguerra a oggi, di Claudia Tresso, sempre dell'Università di Torino, che ha spiegato l'Islam da un punto di vista culturale e sociale, soffermandosi sui concetti di famiglia ed educazione e di Ada Lonni, ancora dell'Università di Torino, che ha affrontato il concetto della costruzione dell'identità nazionale in Israele e Palestina.
La sessione pomeridiana, che ha visto ancora una nutrita partecipazione di studenti, è stata presieduta da Marcello Vaudano, consigliere dell'Istituto, ed inaugurata da Paolo Ceola, collaboratore dell'Istituto, che ha considerato il problema della sicurezza nazionale in Israele, cui ha fatto seguito l'intervento di Emilio Jona, consigliere scientifico dell'Istituto, che si è soffermato sui complessi rapporti tra Palestina e Israele, imprigionati nel "gioco" delle colpevolizzazioni.
Infine, Ivana Stefani, dell'associazione "Donne in nero", preceduta dalla proiezione di un cortometraggio dedicato ad una recente commemorazione del massacro di Sabra e Chatila, ha evidenziato le drammatiche condizioni dei profughi palestinesi in Libano.
La tavola rotonda tra i relatori, con interventi da parte dell'attento pubblico, ha concluso il convegno.
Segue un resoconto più dettagliato delle relazioni.


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Di mondo musulmano, di questione palestinese, di fondamentalismo islamico i mass media parlano continuamente, ma che cosa realmente si conosce della travagliata situazione del Medio Oriente che vada al di là di una superficiale informazione?
Per approfondire l'argomento l'Istituto ha organizzato il convegno specificamente dedicato alla questione mediorientale, i cui relatori, attraverso l'analisi degli aspetti storici, politici, militari, culturali e sociali del problema, hanno cercato di rendere ragione del complicato intrecciarsi di dinamiche conflittuali nell'area.
Le cause storiche dell'instabilità del Medio Oriente sono state al centro dell'intervento di Valter Coralluzzo, docente dell'Università di Torino, che, ripercorrendo la storia della regione, ha evidenziato le radici dei conflitti e il modo in cui su di essi ha influito la strategia politica del mondo occidentale.
Il fattore determinante della destabilizzazione dell'area mediorientale è dato dal ruolo di primo piano che, a partire dall'inizio del XX secolo, si è trovata a rivestire nel panorama internazionale, in seguito alla scoperta dell'enorme ricchezza petrolifera di cui dispone. Il controllo che di fatto esercita su buona parte delle risorse energetiche del pianeta ha fatto del Medio Oriente un'area in cui si intrecciano incalcolabili interessi economici e su cui, di conseguenza, si concentra l'attenzione delle grandi potenze industriali.
La tensione inevitabilmente generata da un elemento di carattere economico-politico, è poi acuita ulteriormente da cause di attrito di natura storica, religiosa e culturale, altrettanto significative che, sommandosi le une alle altre, rendono esplosiva la situazione.
Accanto al problema della precarietà dei confini, la cui responsabilità è da attribuirsi agli imperi coloniali occidentali che hanno tracciato divisioni in modo approssimativo, senza considerare le specificità territoriali, Coralluzzo evidenzia il conflitto religioso dato dallo scontro dottrinale tra sunniti e sciiti, le due principali correnti dell'Islam; il diffondersi del fondamentalismo islamico; l'emarginazione delle minoranze, viste come una minaccia alla sicurezza e duramente represse e, non ultimo, il sorgere di figure carismatiche che, manipolando le masse, fanno leva sul mito della costituzione di una grande e unita nazione araba.
In questo quadro già fortemente a rischio si inserisce il complesso nodo di problemi rappresentato dalla questione palestinese, che, dalla fondazione dello stato di Israele nel 1948, ha provocato ben quattro guerre arabo-israeliane e innumerevoli conflitti di minore entità.
Non è possibile tacere l'appoggio dato, all'indomani della seconda guerra mondiale, dal mondo occidentale, e soprattutto dagli Stati Uniti, al movimento sionista, sorto alla fine dell'Ottocento con l'obiettivo di riportare il popolo ebraico nella Terra promessa. Vuoi per tentare di cancellare il senso di colpa provocato dall'orrore dello sterminio nazista, vuoi per garantirsi un alleato in un'area economicamente nevralgica, l'Occidente ha avallato il processo di rimozione messo in atto dal sionismo, in conseguenza del quale si è volutamente ignorata la presenza di una popolazione palestinese di cultura islamica, radicata sul territorio da ben dodici secoli, e costretta ad abbandonarlo senza alcuna possibilità di scelta.
È importante sottolineare il fatto che entrambi i contendenti pongono il problema come una questione di sopravvivenza. Sia il popolo palestinese sia il popolo ebraico si sentono minacciati nella loro stessa esistenza: il primo a causa dell'assenza di un'identità territoriale, il secondo perché l'obiettivo dichiarato dell'Olp è stato sempre, almeno fino alla guerra del Kippur nel 1973, l'annientamento dell'insediamento ebraico, ritenuto privo di qualsiasi diritto di cittadinanza in Palestina. La lotta per la sopravvivenza è proprio la motivazione forte che, accanto a un indubbio valore dei vertici militari e dell'armamento, ha reso possibile la vittoria del piccolo stato di Israele in tutte le guerre sostenute contro il mondo arabo. Il fatto poi che l'Occidente si sia posto quale garante della sicurezza di Israele ha inciso notevolmente sugli equilibri dell'area, costringendo gli arabi a intavolare trattative di pace, nella ormai raggiunta consapevolezza dell'impossibilità di sconfiggere uno stato con alleati tanto potenti. Così, nel 1979, la pace di Camp David tra Israele ed Egitto rappresenta un importante passo avanti nel tentativo di pacificare la zona.
Ma se la strategia politica statunitense negli anni della guerra fredda mira a garantire la sopravvivenza di Israele, cercando nello stesso tempo di contenere l'espansionismo dell'Unione Sovietica, con i mutamenti epocali dati dalla caduta del muro di Berlino e dallo sfaldamento dell'Urss, gli obiettivi che si pone mutano, in accordo con la profonda trasformazione del panorama internazionale e della stessa regione mediorientale. Il Medio Oriente infatti risente della nuova situazione, non solo dal punto di vista geografico, con l'acquisizione di nuove aree, ad esempio Tagikistan e Kazakistan, precedentemente integrate nell'Urss e ora, in quanto musulmane, gravitanti verso paesi arabi quali Iran e Arabia Saudita, assunti come modelli, ma anche e soprattutto da un punto di vista politico, a causa della perdita dell'appoggio sovietico al radicalismo di chi, nel mondo arabo, rifiutava categoricamente qualsiasi dialogo e negoziato.
La politica statunitense in Medio Oriente, non più totalmente dominata dallo scontro ideologico con l'Unione Sovietica, non più così pressata dalla necessità di proteggere Israele da un possibile attacco sferrato da una coalizione di paesi arabi, ipotesi alquanto remota, e non più così preoccupata, dopo la guerra del Golfo, dal problema dei rifornimenti petroliferi, è ora principalmente impegnata nel tentativo di impedire il formarsi di egemonie regionali che possano contrastare gli interessi del mondo occidentale, ricompattando politicamente il mondo arabo attorno all'idea di un nemico ateo e materialista da combattere con ogni mezzo.
L'avversario principale è ora il fondamentalismo islamico che, sventolando la bandiera della guerra santa, manipola le masse dei diseredati e le strumentalizza in funzione antioccidentale, facendo leva sulla loro disperazione e la loro miseria, con l'obiettivo dell'abbattimento dei confini fra gli stati arabi e della costituzione di una unica comunità musulmana, capace di superare ogni frammentazione.
La questione palestinese dunque, già resa estremamente complessa dal problema dei profughi, costretti a vivere nei campi di raccolta nei paesi arabi vicini o nei cosiddetti "territori occupati", dalla negazione da parte del governo israeliano della risoluzione dell'Onu che sancisce il ritorno dei palestinesi nelle loro terre, dalla proliferazione degli insediamenti ebraici e dalla rivendicazione della città di Gerusalemme come capitale da parte di entrambi i contendenti, è ulteriormente aggravata dal delirante progetto del fondamentalismo islamico, avversario della democrazia e dello stato nazionale, visti come strumenti imperialistici atti ad indebolire il mondo arabo.
In una così difficile situazione una possibilità di risoluzione del problema che preveda la realizzazione di una proficua collaborazione economica e culturale tra Israele e mondo arabo sembra essere assolutamente utopica. Più realistica pare l'instaurazione di una "pace fredda" che renda il conflitto sotterraneo, ma endemico, oppure, scenario estremamente inquietante, una deflagrazione dell'intera area in seguito alla decisione degli Stati Uniti, più attuale che mai, di spostare il conflitto da una zona periferica come l'Afghanistan a paesi più centrali quali l'Iraq, o come conseguenza della destabilizzazione, ad opera dei fondamentalisti, dei paesi arabi moderati come il Pakistan.
Ciò che bisogna tenere ben presente per Coralluzzo è che per la pacificazione dell'area mediorientale non è determinante solo la risoluzione dei problemi politici, militari, ed economici, ma ciò che è necessario capire è l'importanza di un intervento sul piano culturale che passi attraverso la sconfitta del fondamentalismo e faccia in modo che il problema non venga più erroneamente posto come uno scontro tra civiltà, l'Islam e l'Occidente, ma come una lotta tra i valori universalmente validi della pace, della tolleranza, della multiculturalità e la loro negazione.
Per evitare un atteggiamento fondato sul pregiudizio è fondamentale acquisire una conoscenza della civiltà islamica che vada al di là della banalità dei luoghi comuni e consenta di guardare alla cultura musulmana in modo consapevole. È proprio in questa direzione che si è sviluppato l'intervento di Claudia Tresso, docente dell'Università di Torino, che ha evidenziato come l'Islam si ponga quale sistema di valori che oltrepassa i confini della religione per informare di sé la cultura, la società e, in qualche caso, anche la politica.
Premettendo che è necessario evitare la confusione generata dall'identificazione tra arabi e musulmani, i primi identificati da fattori geografici e linguistici, i secondi essenzialmente definiti da una religione e dotati di caratteri sovranazionali, la relatrice sottolinea la non assoluta eterogeneità tra islamismo e cristianesimo. Entrambe, infatti, insieme all'ebraismo, sono religioni monoteiste e rivelate agli uomini dai profeti. Precedono Maometto, il più grande tra loro, altri profeti quali Mosé e Gesù, tutti portatori della volontà divina, concretamente conservata nei libri sacri: il Pentateuco, i Vangeli e il Corano, completamento ultimo del messaggio che Dio ha voluto gli uomini conoscessero.
Non c'è scontro, non c'è contrapposizione netta, ma solo una visione che pone il Corano come culmine e perfezionamento della rivelazione di Allah (che in arabo significa semplicemente Dio), già manifestatasi in precedenza in forme imperfette.
La figura di Maometto è fondamentale per l'Islam, poiché egli si fa portatore, nella vita e nelle opere, del progetto che Dio ha per gli uomini e che si realizza nelle forme e nei modi descritti nella Sunna. Insieme al Corano, questo libro sacro, che pone la vita di Maometto come modello da seguire, è l'altro fondamento della religione musulmana e su di esso si erige quell'insieme di culti, di norme, di prescrizioni che contribuiscono alla diffusione di una cultura comune in popoli anche molto diversi tra loro. La religione islamica supera quindi i confini intimi del rapporto tra uomo e Dio per proiettarsi nel mondo e nella società e influenzare le tappe dell'esistenza del singolo, dalla nascita alla morte, e i legami tra individuo e comunità. Le disposizioni contenute nei libri sacri, quali il dovere dell'ospitalità, la separazione tra mondo maschile e femminile, il divieto di mangiare carne di maiale e i riti legati alla nascita, alla circoncisione, al matrimonio, alla cura dei morti, accomunano tutti coloro, anche al di fuori del mondo arabo, che credono all'Islam.
Diffondendosi tra le persone di ogni ordine e grado, quindi anche tra uomini di legge e governanti, la religione islamica finisce per diventare ciò da cui essi traggono ispirazione nell'esercizio delle loro funzioni e, in tal modo, determina il formarsi di una mentalità giuridico-islamica sulla base della quale si stabiliscono le leggi regolanti la società civile.
Fulcro di tale società e ragione stessa della sua esistenza è, nel mondo islamico, la cellula familiare, all'interno della quale i rapporti acquisiscono un carattere decisamente prioritario rispetto al legame che si viene a creare tra cittadino e stato. I concetti di nazione e di nazionalismo, di stampo prettamente europeo, non hanno grande rilevanza per il musulmano che, in primo luogo, sente di appartenere alla famiglia e viene cresciuto in modo tale da potersi pienamente realizzare in essa.
Ricollegandosi all'idea tipicamente occidentale di nazione, Ada Lonni, docente all'Università di Torino, cerca di delineare i percorsi identitari attraverso i quali si costruisce in Medio Oriente, e in particolare in Israele e Palestina, il concetto di appartenenza nazionale.
Il ruolo giocato dal mondo occidentale in tale processo è determinante, poiché la suddivisione dell'area mediorientale in aree distinte e separate è una costruzione compiuta dagli europei all'indomani della prima guerra mondiale. L'idea di stato-nazione, inteso come territorio racchiuso da precisi confini, all'interno del quale vivono popolazioni accomunate da una stessa lingua e da una stessa storia, non ha alcun significato nell'area mediorientale. Ciò che invece ha determinato il sorgere di un forte senso di appartenenza è stata sia l'idea di una grande nazione araba, identificata con l'Impero che, da Mohamed in poi, ha conosciuto momenti di grande espansione e di grande fioritura culturale, sia un'idea più specificamente legata alla religione, che nell'Islam vede il tratto comune in cui tutti i popoli dell'area si possono riconoscere.
Se di nazionalismo si può parlare, alla vigilia della prima guerra mondiale, è comunque un concetto del tutto slegato da qualsiasi connotazione geografica, accomunante i popoli del territorio oggi corrispondente a Palestina, Israele, Libano, Siria, Giordania, Iraq, raggruppati nelle cosiddette "terre di Damasco" e uniti dal tentativo di non lasciarsi assorbire dagli ottomani che governavano la regione. I confini, non delineati sulla base dell'appartenenza di un popolo ad un luogo chiaramente definito, ma legati ad una suddivisione fondata sulle tribù e sulla attribuzione a ciascuna di una parte del territorio dotata del necessario per sopravvivere (pascoli, pozzi, ecc.), vengono ridefiniti da Francia e Gran Bretagna, uscite vittoriose dalla guerra, attraverso l'introduzione di distinzioni e separazioni, laddove originariamente, nonostante le differenze specifiche, c'era unità e condivisione di valori e atteggiamenti. In conseguenza di ciò l'idea di nazione entra progressivamente a far parte dell'immaginario dei popoli mediorientali, consapevoli del fatto che l'appartenenza nazionale è la condizione indispensabile per dialogare con l'Occidente e far sentire la propria voce.
Ada Lonni dunque, dopo aver sottolineato come il concetto di stato-nazione, alieno al mondo arabo, sia stato in esso forzatamente introdotto dall'ingerenza degli occidentali, che hanno applicato le loro rigide categorie ad una realtà molto eterogenea, ne segue l'evoluzione nei due casi specifici di Israele e Palestina, impegnati entrambi nel tentativo di costruire una propria identità sullo stesso minuscolo pezzo di terra.
Atipico è il percorso attraverso il quale si è giunti alla costituzione dello stato di Israele, miscela di persone differenti per provenienza e quindi per lingua, tradizioni, abitudini che, a partire dalla seconda metà dell'Ottocento, hanno cominciato ad abbandonare la loro terra d'origine e a stabilirsi in Palestina, fuggendo in tal modo da situazioni divenute insostenibili. Gli insediamenti ebraici che si sono progressivamente stabiliti in Medio Oriente sono il risultato dell'antisemitismo latente che, periodicamente, si è ripresentato in forme sempre più crudelmente persecutorie.
Gli ebrei di Palestina sono fuggiti dalla Russia zarista alla fine dell'Ottocento, dall'Unione Sovietica all'indomani della rivoluzione d'ottobre, dalla Germania nazista in seguito alla promulgazione delle leggi razziali, dall'Europa dell'Olocausto, dall'Etiopia e dall'Eritrea, dallo stesso mondo arabo. Ciascun gruppo ha portato con sé la propria cultura e il proprio modo di vivere, tratto distintivo che lo separa dagli altri, ai quali però è allo stesso tempo legato da un'identica esperienza di profondo dolore. La varietà del mondo ebraico così costituitosi avrebbe potuto essere la base di partenza per realizzare concretamente una società multiculturale, fondata sul rispetto e sulla tolleranza e unita, pur nella diversità delle vicende, dalla condivisione della medesima grande sofferenza. Quest'importante obiettivo però non è stato raggiunto, a causa del prevalere della cultura occidentale aschenazita che, ritenuta prioritaria, ha assorbito in sé tutte le altre o le ha relegate nei gradini più bassi di una società fortemente gerarchizzata, costruita su principi maschilisti e militaristi. Gli ebrei aschenaziti, di origine tedesca, ricoprendo tutte le più importanti cariche governative, hanno nelle loro mani il controllo della regione, mentre i sefarditi, di origine araba, cacciati dalla Spagna, e i falascia, originari dell'Etiopia, sono collocati più in basso nella scala sociale. A rendere la situazione di Israele ancora più complessa non mancano gli autoctoni, ossia i palestinesi cristiani o musulmani che non hanno abbandonato la regione, e la forte presenza di un'immigrazione clandestina.
L'incapacità di comunicazione all'interno di un mondo estremamente variegato, l'introversione esasperata, che rende impossibile superare la diffidenza reciproca e condividere il dolore, fanno sì che l'unico collante in Israele sia rappresentato dalla presenza di un nemico da cui è necessario difendersi. Il popolo ebraico non si definisce sulla base di quello che è, ma sulla base di quello che lo rende differente dall'altro. L'avversario palestinese, il rapporto col quale è fondato sul terrore, è l'unico elemento in grado di amalgamare la società ebraica.
Dopo aver delineato i percorsi attraverso i quali gli israeliani si definiscono come nazione, Ada Lonni evidenzia il modo in cui lo stesso processo si svolge per i palestinesi, evidenziando come, paradossalmente, i concetti di patria e nazione cominciano a nascere proprio nel momento in cui al popolo palestinese, in seguito all'espulsione, viene meno la terra. Dopo il 1948, una popolazione in fuga, pari circa al novanta per cento dei residenti, si ritrova privata di qualsiasi punto di riferimento concreto, senza più casa, né villaggio, insediata in campi profughi che sussistono a tutt'oggi e che hanno visto succedersi le generazioni. È proprio la condivisione di questo identico destino di rifugiati che avvicina i palestinesi e consente il sorgere di un identico sentire e della consapevolezza, raggiunta gradualmente, del loro diritto ad una patria comune. Ciò su cui costruiscono la loro identità e che utilizzano come strumento di sopravvivenza, l'unico che non può in alcun modo essere loro sottratto, è la cultura. L'importanza data all'istruzione, l'attenzione per l'educazione dei bambini e dei giovani, gli studi che questi ultimi compiono nelle più prestigiose università internazionali, sono le armi più efficaci di cui i palestinesi dispongono per rendersi visibili e, in tal modo, porsi come interlocutori privilegiati nel dialogo con l'Occidente.
Seguendo tappe atipiche dunque, sia israeliani che palestinesi hanno costruito, in modo molto personale, un'idea di nazione in cui riconoscersi, affacciandosi entrambi sul panorama internazionale con gli strumenti necessari a farsi ascoltare. Essenziale però è che si aprano dei canali di dialogo tra le parti, nonostante gli spazi perché ciò avvenga sembrino restringersi sempre più. L'apertura e la disponibilità alla conoscenza reciproca, determinanti per superare l'ostilità fondata sul pregiudizio, rappresentano l'unica possibilità per cessare di vedere nell'altro sempre e comunque un nemico.
L'elevata tensione e diffidenza dei rapporti tra israeliani e palestinesi però, ben lontani da una distensione, trova conferma nel ruolo vitale da sempre attribuito da Israele alle strategie messe in atto per garantire la sicurezza nazionale, argomento al centro della relazione di Paolo Ceola, collaboratore dell'Istituto.
Fin dalla sua fondazione lo stato di Israele ha sviluppato tutte le sue potenzialità economiche, scientifiche, tecnologiche, militari in funzione del radicamento sul territorio e della sua difesa da qualsiasi ingerenza esterna, percependo la sua stessa esistenza e sopravvivenza come dipendente dall'idea di sicurezza nazionale.
Tale idea è alimentata dalla convinzione della durata pressoché infinita del conflitto arabo-israeliano, destinato a protrarsi attraverso periodici conflitti, visti come tappe di una interminabile guerra. A questo si aggiunga l'imperativo della preparazione militare, indispensabile per far fronte ai potenziali attacchi congiunti dei paesi arabi e tale da saper gestire qualsiasi tipo di scontro, dalla guerriglia, agli attacchi aerei su larga scala, fino al possibile utilizzo di armi di distruzione di massa. Questa concezione ha fatto sì che Israele concentrasse le proprie risorse e i propri sforzi nell'addestramento di un esercito che può essere annoverato tra i migliori del mondo, privilegiando l'aspetto qualitativo rispetto a quello quantitativo e facendo leva, oltre che su una annosa esperienza di autodifesa, elemento costitutivo della vita in Israele già per i primi coloni, sullo studio approfondito di validi modelli militari, quale ad esempio quello svizzero.
La definizione di sicurezza nazionale non può prescindere inoltre da considerazioni di carattere geografico, esplicative di una strategia che tende ad allontanare il conflitto dal territorio israeliano, di estensione estremamente limitata e quindi preziosa risorsa da difendere, e a concentrarlo nei paesi arabi o, al limite, sui confini. Mancando di quella che viene definita profondità strategica, Israele non può permettersi le disastrose conseguenze di una lunga guerra combattuta in un luogo privo di confini naturali a far da barriera e dove, per evitare la perdita di spazio vitale, l'avanzata del nemico deve essere necessariamente bloccata prima ancora che sia penetrato nel territorio. Lo scaricare i conflitti all'esterno è dunque un adattamento della strategia militare ad esigenze determinate dalla conformazione territoriale, che influenza fortemente l'atteggiamento dell'esercito israeliano e lo induce a privilegiare una posizione in cui deterrenza e teoria offensivistica procedono di pari passo.
Limitarsi ad abbracciare una concezione di difesa passiva mirante a logorare l'avversario, in un paese così piccolo, in cui buona parte della popolazione viene richiamata alle armi in caso di guerra, comporterebbe eccessive perdite da un punto di vista economico e avrebbe effetti devastanti su Israele. La minaccia di rappresaglia, di cui l'esercito israeliano si serve come di un deterrente per impedire un attacco nemico, si accompagna così ad una tempestiva offensiva nel caso in cui la guerra sia considerata inevitabile, in modo da porsi in posizione di vantaggio e concludere il conflitto in tempi brevi. Inoltre, a seconda della tipologia del conflitto, i due concetti di deterrenza e offensivismo sono oggetto di differenti applicazioni e agiscono in modo diverso a seconda che si tratti di una guerra convenzionale, di una guerriglia o di una guerra combattuta con armi di distruzione di massa. Nel primo caso Israele, per scongiurare il conflitto, dà di sé un'immagine minacciosa di grande potenza e, attraverso ultimatum e l'istituzione di precise linee non oltrepassabili dai paesi arabi, diffonde intorno a sé il terrore, cercando poi, in caso di guerra, di prendere immediatamente in mano la situazione e di imporsi con forza. Nel secondo caso, quando il conflitto è di basso profilo, accanto alle minacce Israele mette in atto durissime rappresaglie, apparentemente sproporzionate all'entità dell'offesa ricevuta e, infine, nel terzo caso, rimasto fortunatamente a livello teorico, la deterrenza si esplica nell'allusione al possesso di un'arma atomica e nella disponibilità ad usarla, qualora fosse necessario.
A completare il quadro dei fattori che contribuiscono a definire l'idea di sicurezza nazionale in Israele, concorre la ricerca di un'alleanza con una grande potenza, da sempre rappresentata dagli Stati Uniti, allo scopo di scongiurare la possibilità dell'intervento nelle guerre mediorientali di un nemico troppo forte da affrontare. Bisogna però tenere presente l'indipendenza che, nonostante tale determinante appoggio esterno, Israele mantiene, non sottomettendosi servilmente alle direttive dell'alleato più potente e influente, ma agendo a volte anche in contrasto con le sue volontà.
La relazione di Ceola evidenzia come la sicurezza nazionale sia l'idea sulla base della quale lo stato di Israele si plasma e si definisce, divenendo perciò la colonna portante della sua stessa esistenza e sviluppandosi in una efficace strategia militare onnicomprensiva.
I due ultimi interventi del convegno fanno l'uno da contraltare all'altro, in quanto mossi da un'ugualmente appassionata difesa dei diritti e delle motivazioni delle parti in conflitto.
Emilio Jona, consigliere scientifico dell'Istituto, esprime la propria condanna dell'atteggiamento di chi, incapace di guardare al di là di se stesso e di vedere il contesto in cui matura lo scontro, agisce unicamente tenendo presenti le proprie ragioni, senza nessun tentativo di comprensione effettiva dell'altro.
Facendo riferimento al movimento sionista e all'incapacità da parte araba di comprenderne e rispettarne le motivazioni, evidenzia come, fin dal 1969, anno della costituzione dell'Olp, sia stato falsamente interpretato come fanatico, imperialista e razzista. Jona, ripercorrendo la storia del sionismo, mira a smascherare questa concezione fondata sul pregiudizio, chiarendo innanzitutto come non debba essere inteso come un fenomeno religioso, ma essenzialmente come movimento in cui l'aspetto politico è preponderante, poiché l'obiettivo ultimo è la costituzione di uno stato nazionale laico, lontano dalla visione messianica del ritorno in Palestina propria dei religiosi ebrei.
Nato in occasione dei pogrom organizzati dalla polizia segreta dell'Impero russo e dell'infondata accusa di alto tradimento mossa a un capitano ebreo dell'esercito francese, nel 1894, e nota come affaire Dreyfus, il sionismo si sviluppa come reazione a una violenta ondata di antisemitismo che attraversa l'Europa e che tende a fare dell'ebreo il capro espiatorio su cui far convergere il malcontento della società. La Palestina viene così indicata, nel famoso libro "Lo stato ebraico" di Theodor Herzl, come terra destinata ad accogliere gli ebrei in fuga, poiché originariamente, prima che i romani li costringessero a disperdersi, essi vi fondarono lo stato di Giudea e vi impiantarono la loro cultura. Progressivamente i coloni, acquistando le terre che gli arabi accettano di vendere loro, accrescono considerevolmente il piccolo nucleo di ebrei rimasti in Palestina dopo la diaspora, forti della dichiarazione di Balfour del 1917, in cui l'Inghilterra riconosce loro il diritto al possesso di un "focolaio nazionale". La reazione del mondo arabo all'insediamento è immediatamente violenta ed è resa ancora più aggressiva, prima dalla dichiarazione di una commissione inglese che, alla fine degli anni trenta, stabilisce la necessità della fondazione di uno stato ebraico in Palestina che occupi il 20 per cento del territorio, poi dal riconoscimento internazionale dello stato di Israele nel 1947.
È la Lega araba ad opporsi, ad attaccare, ad essere sconfitta, poiché inizialmente i palestinesi, per secoli inglobati all'interno dell'Impero ottomano, sono privi di una coscienza nazionale e la consapevolezza del proprio diritto ad uno stato sorge unicamente come reazione al sionismo.
Non bisogna dimenticare, sottolinea Jona, come lo stato ebraico abbia fin dall'inizio dovuto difendere la propria esistenza dalla violenza araba, manifestamente intenzionata alla distruzione di Israele e dominata da un antisemitismo di fondo, spesso utilizzato strumentalmente da una martellante propaganda. Se si verificasse realmente, secondo le richieste di Arafat, il ritorno dei tre milioni e mezzo di profughi palestinesi, discendenti di coloro che furono cacciati o se ne andarono dai territori nel 1948, ciò rappresenterebbe una progressiva estinzione demografica e culturale per Israele, responsabile sì di aver falsamente considerato la Palestina una terra senza popolo, ma comunque avente il diritto alla sopravvivenza. Arafat dunque, avanzando proposte assolutamente inaccettabili, ha erroneamente rifiutato le vantaggiose condizioni offertegli da Barak, ossia la restituzione del 93 per cento dei territori e di una parte della città di Gerusalemme, gettando al vento in tal modo una grande occasione di pacificazione.
Jona non nega i gravi errori e le enormi mancanze commesse anche da parte israeliana, che tante vittime innocenti hanno provocato, ma sottolinea comunque la mancanza nel mondo arabo di quella forte coscienza critica che è invece fortemente sviluppata in Israele e che, attraverso giornali e movimenti pacifisti, nonché letterati quali Amos Oz e David Grossman, si esplicita in una protesta contro le violenze e i massacri ingiustificati compiuti dal proprio governo.
Nel deteriorarsi progressivo della situazione, in una condizione in cui domina l'irrazionalità, in cui al terrorismo si risponde con la violenza, imboccando in tal modo un vicolo cieco, l'unica possibilità è rappresentata dall'interposizione di forze internazionali che si assumano il compito di riaprire un canale di comunicazione, per quanto tale processo sia lungo e difficoltoso.
Nella sua relazione dunque Jona cerca di chiarire come i diritti del popolo israeliano debbano essere tutelati dalla minaccia del terrorismo e dell'antisemitismo arabo e mette in guardia da una visione del problema che non tenga conto del fatto che gli israeliani stanno lottando per la loro stessa sopravvivenza.
Ivana Stefani, dal canto suo, facendo riferimento alla sua esperienza all'interno del movimento pacifista internazionale delle "Donne in nero", nato in Israele e composto da donne che, per manifestare il proprio dissenso contro la politica del loro stesso stato, sfilano completamente vestite di nero e in perfetto silenzio, apre il suo intervento con un breve filmato incentrato sulla manifestazione tenutasi in occasione del 19o anniversario della strage di Sabra e Chatila, nella quale furono massacrati dai duemila ai tremila palestinesi, tra i quali numerose donne e bambini. Ciò che la relatrice vuole in tal modo evidenziare è la disperata condizione in cui si trovano i 350.000 profughi palestinesi in Libano, che da cinquant'anni vivono nei campi e sono privati dei più elementari diritti, in quanto esclusi per legge dalle attività professionali, dall'istruzione, dall'assistenza sanitaria. In una condizione di assoluto degrado, da cui si salvano solo per il loro alto grado di alfabetizzazione, determinante per la conservazione del ricordo della terra e, di conseguenza, dell'identità, i palestinesi subiscono l'intolleranza dei paesi di accoglienza, mal disposti ad accettare un vero e proprio stato organizzato, e in quanto tale destabilizzante, all'interno dei loro confini. Giustificati dall'argomentazione che l'integrazione all'interno dello stato ospite pregiudicherebbe il ritorno alla terra d'origine, i paesi accoglienti impediscono ai profughi di vivere fuori dai campi e di possedere qualsiasi proprietà all'esterno, condannandoli in tal modo alla miseria. In una situazione in cui non solo è impossibile il ritorno in Palestina, ma anche la vita nei campi profughi è privata di ogni dignità, le masse disperate sono facile preda della follia del fondamentalismo islamico e del terrorismo. Ma, nonostante ciò, bisogna assolutamente evitare l'identificazione dell'intero mondo islamico colla violenza terrorista, alibi spesso utilizzato per giustificare l'intervento armato come unica possibile soluzione.
Ivana Stefani, in conclusione, facendo riferimento all'accordo di pace proposto da Barak ai palestinesi, citato anche da Jona, evidenzia, al contrario di quest'ultimo, le motivazioni che hanno spinto Arafat alla rinuncia, sottolineando come, in fondo, si trattasse di concedere il ritorno di percentuali minime di profughi, escludendo totalmente i palestinesi in Giordania e Siria, lasciando agli israeliani il controllo delle strade di collegamento tra un insediamento e l'altro e, soprattutto, il controllo dell'acqua.
Gli ultimi due interventi mostrano come la difficile e dolorosa questione palestinese possa essere guardata da opposti punti di vista, ciascuno con le proprie valide motivazioni a sostegno, ed è proprio l'attenzione e il riconoscimento delle ragioni e dei diritti dell'altro a rappresentare la strada da percorrere per porre fine alla violenza. (Raffaella Franzosi)