Elisa Minoli

Dal 25 luglio all'8 settembre

La caduta del regime fascista e i quarantacinque giorni a Biella



Questo saggio, che raccoglie una parte della mia tesi di laurea1, ripercorre, in ambito locale, quanto accaduto fra il 25 luglio e l'8 settembre 1943. Si tratta di un periodo schiacciato fra gli eventi e la guerra 1940-43 e gli effetti dell'occupazione tedesca. Nella tesi l'intenzione di fornire una visione d'insieme ha consigliato di dilatare l'arco temporale muovendo l'analisi dall'autunno-inverno 1942, quando le difficoltà della guerra incominciano a segnare in maniera evidente lo "spirito pubblico", fino all'inverno '43, che chiude la prima fase di attività, tutta organizzativa, del movimento partigiano.
In questo scritto è invece riportata solo la parte dedicata agli avvenimenti dei "45 giorni". È evidente tuttavia che le chiavi interpretative degli avvenimenti di quei giorni vanno cercate nel periodo precedente così come in quello successivo. I giorni intercorsi tra la destituzione e l'arresto di Mussolini e l'annuncio dell'armistizio costituiscono un arco di tempo nel quale forte è la sensazione e la percezione del cambiamento, ma durante il quale nulla è stato fatto o è stato possibile fare per dar corso alle intenzionalità.
Con la documentazione disponibile ho provato a riordinare avvenimenti e sentimenti di quei giorni, rileggendoli anche attraverso l'immagine restituita dalla memoria dei protagonisti.
Le belle immagini di Cesare Valerio, scattate a Biella il 26 luglio, attraversano la scrittura, offrendo un documento ulteriore per l'analisi degli avvenimenti di quei giorni.

Le manifestazioni popolari

Domenica 25 luglio verso le 22.45 la radio diramò un comunicato ufficiale in cui faceva conoscere la decisione presa in seguito alla riunione del Gran consiglio: "Sua maestà il re imperatore ha accettato le dimissioni dalla carica di capo del governo, primo ministro segretario di stato presentate da S. E. Benito Mussolini ed ha nominato capo del governo primo ministro segretario di stato il cavalier maresciallo d'Italia Pietro Badoglio"2.
A Biella molti vennero a conoscenza dell'evento il giorno successivo poiché pochi, a quell'ora di sera, erano in ascolto alla radio. La città o "per meglio dire quello che di essa era rimasto, dopo i molti richiami alle armi e lo sfollamento estivo, si era svuotata cercando refrigerio sui monti e sulle coste del lago di Viverone"3; per questo motivo la maggior parte della popolazione si era addormentata senza conoscere ancora la decisione presa a Roma.
Non appena le notizie cominciarono a circolare, verso le 6 del mattino del 26 luglio, la gente si riversò nelle strade; al suono delle sirene delle 10 gli operai "di quasi tutti gli stabilimenti" uscirono dalle fabbriche "per manifestare la loro simpatia al nuovo governo"4. Nei ricordi dei testimoni l'annuncio della caduta del regime fece esplodere l'entusiasmo frammisto a incredulità della popolazione, che celebrò quella giornata come festa liberatoria: la gente scendeva nelle piazze per cercare confronti e conferme; a molti "pareva una cosa impossibile. Il Duce era al potere da quando erano nati, non avevano mai esaltato altri. 'Il Duce non sbaglia mai' avevano imparato a dire sin dalle elementari"5. I giovani assaporavano l'esperienza di un sentimento nuovo: "Che strana cosa la libertà! La sentivo formicolare sotto la pelle, scorrere dentro le vene, darmi il capogiro, senza capirla. L'eccitazione era in tutti, anche nei bambini attenti, le bocche larghe, gli occhi pieni di stupore. Avevo sedici anni e una incontenibile voglia di piangere che gonfiava dentro"6.
Le prime reazioni popolari si svilupparono senza alcuna mediazione organizzativa: "all'ordine geometrico dell'inquadramento paramilitare subentrava una confusione liberatoria, nella quale si sprigionavano le energie soffocate dall'atmosfera di guerra e in cui la comunità, per tanto tempo compressa e divisa dall'emergenza, ritrovava un'identità di gruppo e il gusto della solidarietà"7.
La gente per le strade si abbracciava; "dopo tanti anni, pareva di vivere in un altro secolo. Gli antifascisti di varia tendenza incontrandosi si scambiavano vigorose strette di mano"8, "Dumse dal ti - si dicevano taluni che prima d'allora non s'erano mai visti - siamo finalmente liberi9; a prevalere era il desiderio di condividere con gli altri il fermento e il senso gioioso di ritrovata libertà, perché nell'immaginario collettivo la caduta di Mussolini non era semplicemente una scelta politica, ma rappresentava la fine della guerra e di tutto ciò che essa, nei tre anni, aveva comportato. L'idea diffusasi sin dai primi momenti era infatti che fine del regime e fine del conflitto fossero un'equazione ovvia. Sebbene il maresciallo Badoglio avesse subito chiarito che "La guerra continua[va]" per la maggior parte della gente "e[ra] giusto che lo dic[esse. La guerra sarebbe continuata] ancora qualche giorno, finché i tedeschi non se ne [fossero andati. ... Ma] con la pace che ormai non [poteva] tardare tutto [si sarebbe accomodato]"10.
Molte donne "vollero a tutti i costi che il prete cantasse loro le litanie alla Madonna d'Oropa per grazia ricevuta" e furono subito accontentate perché "i preti tormentati per vent'anni da quella sbirraglia [... tiravano] il fiato anche loro"11; alcuni strapparono le tessere annonarie, pensando che ormai non sarebbero più servite12.
Le vie cittadine erano "tutte fiorite di bandiere, di cortei e di canti", la gente intonava festante l'inno di Garibaldi, l'inno di Mameli, "Il Piave", "Bandiera rossa".
Qualcuno innalzava grandi cartelli che portavano scritte quali "pace", "viva Matteotti", "viva Stalin"; altri avevano organizzato piccoli cortei dietro al tricolore e al ritratto del maresciallo Badoglio e del re: a sfilare erano soprattutto i giovani, quegli stessi giovani a cui "si erano imposte tutte le divise. [...] Figli della Lupa, Balilla, Avanguardisti e poi giovani del Littorio. [...] I giovani cui si era insegnato col primo latte a gridare Duce, Duce"13.
Il clima di fiducia e di lealismo monarchico che accompagnava tutte le processioni trovava le sue radici nel "secolare sentimento di fedeltà alla augusta Casa dei Savoia a cui Biella ed il Biellese si [erano] volontariamente dati [...] ormai [da] quasi seicento anni"14. La monarchia che congedava il regime, tornava ad essere per il popolo un elemento rassicurante attorno a cui ritrovare unità e stabilità.
Accanto alle manifestazioni di lealismo patriottico si registravano poi esplosioni di insofferenza verso il passato regime che esprimevano il bisogno di sanzionare materialmente la fine del fascismo attraverso la distruzione dei suoi simboli. Gli ultimi distintivi erano scomparsi dagli occhielli delle giubbe fin dal mattino; nel pomeriggio fu poi la volta delle diciture e delle insegne fasciste che vennero tolte o spaccate dai dimostranti; i ritratti di Mussolini furono bruciati in un falò al grido di "Bruslu 'l Ceruti"15.
A palazzo Oropa, sede del municipio di Biella, un marinaio buttò giù da una finestra un grosso busto di gesso raffigurante il duce ed i frantumi vennero presi a calci dalla folla che aveva assistito alla scena16. Nel desiderio di cancellare qualsiasi traccia del passato regime vennero cambiati i nomi delle vie e delle piazze: piazza Martiri Fascisti ebbe una nuova dicitura; piazza della Libertà, e via Littorio, su striscioni di tela a stampa, venne dedicata a "Pietro Badoglio, Maresciallo d'Italia"; la targa di via Italo Balbo, spezzata dai dimostranti, non risulta sostituita con un'altra scritta17.
Nonostante la Casa del fascio fosse stata occupata nella notte da un reparto del 53o Fanteria, alcuni cittadini riuscirono ugualmente ad arrampicarsi sulle pareti del palazzo per buttare giù a martellate i fasci littori, le statue e i bassorilievi che ne fregiavano la facciata18.
Parecchi cittadini, tra i quali figuravano alcuni noti industriali, avevano poi provveduto di propria iniziativa a fare tinteggiare i muri di cinta dei loro stabilimenti e delle loro proprietà sui quali comparivano scritte fasciste, senza attendere l'intervento dei vigili del fuoco, incaricati dalle Autorità di compiere tale operazione19.
Un gruppo di professionisti biellesi20 verso le 10 del mattino invase la tipografia Sateb, all'interno della quale si stampava "Il Popolo Biellese", organo ufficiale del Partito nazionale fascista, per bloccarne l'uscita. Al successo di tale iniziativa fece seguito il tentativo di realizzare seduta stante un nuovo giornale che avrebbe utilizzato parzialmente le notizie già composte per il numero del bisettimanale fascista previsto per quella mattina e che si sarebbe intitolato "Il Biellese libero"; l'uscita di tale pubblicazione, con un editoriale intitolato "Concordia" che esprimeva le preoccupazioni dei moderati e il timore di disordini21, fu poi impedita da un intervento prefettizio.
Malgrado il desiderio di esternare la grande euforia ed il senso di liberazione per la fine del regime dittatoriale rimasto al potere per vent'anni, nel Biellese non si registrarono incidenti di rilievo "anche nelle prime ore, quando il ritorno ad uno spirito che molti pensavano potesse essere ormai esasperato dalla lunga compressione, e la novità della cosa, avrebbe potuto lasciar adito ad esagerazioni ed a sfoghi inconsulti"22.
I resoconti di quella giornata si limitavano a registrare pochi casi di persone con lievi contusioni23 e due o tre casi di irruzione in qualche cantina e in qualche ripostiglio "anche troppo fornito di vettovaglie"24. I salami, le ruote di formaggio sequestrati, i "prosciutti dorati e lustri, sul capo dei giovanotti che incedevano tra la calca come se portassero una reliquia", furono fatti "passeggiare" lungo la via principale, via Umberto, perché fossero la testimonianza che "accanto a chi tirava la cinghia, c'era chi aveva la pancia piena. Ed era chi [...] incitava, con le parole, a tirar la cinghia"25. Queste iniziative erano tuttavia molto composte: "c'era un riserbo, una contentezza che aveva indubbiamente dell'elegante. Un popolo gioiva ma non trasmodava", si assisteva ad "una gioia incontenibile per la fine di uno stato di cose insopportabile ormai", ma anche ad "un decoro per quell'amore di patria che finalmente, dopo anni e anni di imposture, fioriva sincero nel cuore di tutti"26.
Nella mattinata del 26 luglio parteciparono alle manifestazioni elementi politicizzati, militanti formatisi nell'età liberale o attivisti cresciuti nella clandestinità, capaci di dare spessore ideologico alla mobilitazione di piazza: parlarono alla folla Domenico Bricarello, l'avvocato Paolo Camillo Corte e Virgilio Luisetti27, accolto da voci che lo chiamavano sindaco. Altre persone tennero dei discorsi, ma la loro presenza, benché significativa, appariva come il frutto di scelte individuali a conferma del tratto di sostanziale spontaneità che caratterizzò le reazioni popolari all'annuncio del 25 luglio.

La reazione fascista

All'annuncio della sostituzione di Mussolini la reazione fascista si rivelò di segno opposto rispetto a quanto ipotizzato dalla monarchia, che aveva temuto una mobilitazione delle forze del regime. Al contrario si assistette ad un generale disorientamento: i gerarchi piccoli e grandi della provincia venivano sopraffatti dallo smarrimento, le sedi periferiche non si mobilitavano autonomamente, nessun ordine veniva diramato dalle federazioni provinciali. La destituzione e l'arresto di Mussolini determinarono il collasso automatico del regime, senza che da parte degli elementi fascisti si sviluppassero veri tentativi di resistenza né a livello centrale, né a livello periferico28. Le formazioni paramilitari organizzate dal duce non reagirono; l'enorme struttura organizzativa che il fascismo aveva creato cadeva come un castello di carte, rivelando la sua inconsistenza.
A Biella, non appena la radio diffuse la notizia inattesa e sorprendente del cambio della guardia al governo, un redattore del bisettimanale fascista "Il Popolo Biellese", Luigi Pralavorio, chiamò al telefono il redattore capo del giornale, Rodolfo Debernardi, per metterlo al corrente dell'accaduto29. Verso le 22 Lino Bubani, segretario del Fascio, Carlo Borsano, vicesegretario, ed il commissario di Ps Marocco si incontrarono alla caserma dei carabinieri nell'ufficio del capitano Crimi per accordarsi sul comportamento da tenere di fronte a tale avvenimento. In quell'occasione i due dirigenti del Fascio ed il caporedattore de "Il Popolo Biellese" appresero che nella notte sarebbe entrato in vigore un piano di emergenza per il mantenimento dell'ordine pubblico agli ordini del colonnello Maffei, che comandava il presidio militare di Biella. Il prefetto, intervenuto per telefono, aveva intanto invitato il segretario del Fascio "a continuare nelle mansioni di tutti i giorni senza tuttavia adottare iniziative personali per ciò che si riferiva al cambio della guardia al governo". Per quanto riguardava poi "Il Popolo Biellese", questo si sarebbe dovuto limitare, in riferimento all'evento di quel giorno, "alla sola pubblicazione dei comunicati ufficiali, già trasmessi o che sarebbero stati trasmessi alla radio, senza alcun commento"30; il giornale aveva invece piena libertà per quanto riguardava le cronache sportive, di vita cittadina e delle vallate.
Verso la mezzanotte il federale di Vercelli, Chiarissimo Quaglio, durante una comunicazione telefonica che aveva raggiunto diverse autorità fasciste31 riunitesi alla Casa del fascio, aveva ribadito le stesse direttive, sostenendo che "non era successo niente di straordinario: non più di un normale avvicendamento ad un incarico anche se di alta responsabilità. Rimanessero dunque sereni e fiduciosi al loro posto i fascisti biellesi!"32. Probabilmente tale interpretazione, che tendeva a minimizzare l'accaduto, derivava dal fatto che "la radio aveva annunciato soltanto che il re aveva accettato le dimissioni del cavalier Benito Mussolini e che al maresciallo d'Italia Pietro Badoglio era stato dato l'incarico di formare un nuovo governo. Non si parlava ancora di 'caduta del fascismo'. Lo scioglimento del Pnf e delle sue organizzazioni venne decretato più tardi, quando cioè il popolo con le sue manifestazioni di piazza aveva già fatto giustizia del regime"33. Il federale suggeriva inoltre a Debernardi l'opportunità di intitolare la notizia sull'avvicendamento delle cariche su una sola colonna, relegandola in un posticino poco in vista in prima pagina34. Riguardo poi all'apprensione circa la possibilità di uscita del giornale, visti i fermenti che già trasparivano in quelle ore notturne, il segretario federale rispose che "qualora ci fossero stati il mattino seguente, dei facinorosi e dei malintenzionati si ricorresse ai carabinieri che sarebbero subito intervenuti"35.
Quello che emerse sin dalle prime ore del mattino era che, soprattutto negli ambienti fascisti, la destituzione di Mussolini e ciò che essa avrebbe comportato, non veniva colta nella sua gravità, mentre era diffusa la convinzione che la situazione potesse essere sotto controllo. Il 26 luglio alcune autorità fasciste si presentarono al lavoro come se nulla fosse successo: il segretario del Fascio, attenendosi rigorosamente alle direttive che gli erano state impartite soltanto poche ore prima dal prefetto e dal federale, "si era presentato come di consueto al suo ufficio: indossava la regolare uniforme d'orbace"36. Benché poi la maggior parte dei distintivi fosse sparita già da tempo, un commissario capo di Ps andò al lavoro, il 26 luglio, portando all'occhiello della giacca la "cimice" fascista, che tolse solo verso le 11 per ordine del dottor Marocco, che "non era più fascista di tanti altri", per le sollecitazioni della gente che lo pressava con la richiesta di "sgombrare dalla vista del pubblico il provocatorio scudetto"37.
Nei giorni che seguirono i gerarchi e i fascisti più in vista, non ancora alle armi, ricevettero la cartolina precetto e dovettero raggiungere subito i reggimenti o le sedi a cui erano stati destinati38. In città si ebbe il fermo di due soli squadristi che furono però rilasciati dopo pochi giorni; ciò non toglie che alcune persone che avevano sostenuto il regime ritenessero più opportuno allontanarsi o nascondersi, sebbene la caduta di Mussolini non avesse scatenato alcuna "caccia al fascista" e nemmeno avesse creato un clima da resa dei conti. Il carattere improvviso e liberatorio con cui il colpo di stato veniva percepito dalla popolazione era infatti tale da creare una condizione psicologica dove l'entusiasmo per il presente e l'ottimismo per il futuro prevalevano sulla volontà di rivalsa sul passato.

La vita amministrativa

Nei giorni immediatamente successivi al 25 luglio la situazione nel Biellese tornò alla normalità. Sin dalla mattina del 26 le forze badogliane fecero in modo di tenere la situazione sotto controllo, mandando elementi dell'esercito e di polizia a sorvegliare "tutti gli uffici pubblici, gli stabilimenti ausiliari e qualche azienda privata di qualche interesse per la Nazione"39; il coprifuoco entrato in vigore la sera stessa ebbe "spontanea applicazione" e solo in casi sporadici si sentirono alcuni spari notturni di "qualche sentinella che aveva dovuto dare l' 'alto là' a qualche nottambulo distratto"40.
Gli operai affluirono "sereni e fiduciosi al lavoro" ed anzi, con la rinuncia da parte loro ad ogni sorta di vendetta, tranquillizzarono le autorità e i moderati che, consapevoli di quanto questa categoria avesse subìto durante gli anni del fascismo, si aspettavano "proprio là [...] propositi di violenza"41.
A creare un clima di tranquillità contribuirono le prediche domenicali da parte del clero, opportunamente sollecitato, che invocavano la concordia42. Intanto sulle colonne de "Il Biellese" - unico giornale locale che continuò la pubblicazione dopo la chiusura del bisettimanale fascista - venne rivolto l'invito alla popolazione a mantenere "molta calma e soprattutto molto buon senso" spiegando che "il colpo di spugna che [aveva spazzato] in una notte il regime dittatoriale che [aveva tolto] il respiro da vent'anni non poteva necessariamente instaurare senz'altro la libertà". Al governo Badoglio si riconosceva infatti il diritto di "sgombrare le macerie" prima di cominciare a "riedificare", si giustificava il lungo lavoro di ricostruzione in virtù del fatto che il regime in questione "aveva allungato i suoi tentacoli su tutta la vita nazionale", si faceva infine appello affinché "ogni disparere [tacesse] sul terreno della comune difesa dei principi basilari della libertà"43.
L'entusiasmo esploso spontaneo durante le manifestazioni seguite alla caduta del regime lasciò così ben presto spazio ad una situazione di attesa e sospensione, alimentata soprattutto dalle differenti e contraddittorie posizioni assunte dal governo e dalla scarsa incisività dell'antifascismo.
Venerdì 30 luglio il giornale cattolico locale comunicò le deliberazioni del Consiglio dei ministri in base alle quali veniva disposto lo scioglimento del Partito nazionale fascista, del Gran consiglio del Fascismo, ormai "incompatibile con il ritorno alla normalità costituzionale", la soppressione del Tribunale speciale, della Camera dei fasci e delle corporazioni, e la proibizione della costituzione di qualsiasi partito fino alla fine della guerra44.
Tali disposizioni furono commentate favorevolmente: "Se nelle prime quarantott'ore qualcuno poteva cullarsi nell'illusione (o nel dubbio) che tutto dovesse risolversi in un cambio di uomini ed in una permanenza di istituzioni antitetiche a quelle chiaramente indicate nel proclama reale, questo qualcuno [aveva] dovuto ben presto ricredersi. L'accetta di Badoglio [era] calata con estremo vigore su tutte le soprastrutture che da venti anni venivano affannosamente affastellate sull'armonica ed equilibrata facciata del nostro edificio costituzionale. [...] Nessuno avrebbe creduto che in tre giorni fosse possibile percorrere tanta strada sul vasto terreno da sgomberare"45.
Questo giudizio positivo non teneva però conto del valore propagandistico dei provvedimenti presi da Badoglio, miranti a dimostrare all'opinione pubblica la volontà di procedere allo smantellamento dell'apparato fascista, ma che continuavano a mantenerne la struttura per evitare di compromettere la stabilità sociale e lasciare spazio a iniziative antifasciste.
Quest'ultimo timore veniva confermato dalla mancata liberazione dei detenuti comunisti (insieme ad anarchici e slavi) e di coloro che erano stati accusati per reati di natura militare o spionistica, escludendo così la maggior parte degli antifascisti cui spesso erano contestate attività di sabotaggio o propaganda disfattista.
Anche il divieto di riorganizzarsi imposto alle forze politiche si muoveva nella stessa direzione: sebbene questa disposizione venisse giustificata "nel supremo interesse del mantenimento della pace interna" e non come negazione "di questa primordiale libertà senza la quale le grandi correnti d'idee non potrebbero adire al governo della cosa pubblica"46, di fatto esso limitava fortemente l'attività delle forze in campo, costrette alla semiclandestinità.
Nel Biellese, durante i quarantacinque giorni del governo Badoglio, non vi furono cambiamenti di rilievo dal punto di vista amministrativo: qualche podestà preferì ritirarsi, ma non furono attuate sostituzioni sistematiche, anzi affiorò nettamente "la vischiosità dell'apparato burocratico che rallentava e svuotava le poche iniziative prese a livello centrale"47.
Solo verso la fine di agosto a Vercelli venne nominato come reggente alla Prefettura Stefano Mastrogiacomo, incaricato di sostituire il prefetto Murino; a Biella il dopolavoro rimase diretto da Baldassarre Trabucco, esponente del caduto partito fascista, mentre Serralunga continuava ad essere, almeno ufficialmente, podestà della città fino al 23 agosto, quando scambiò le consegne con Erminio Maggia, nominato commissario prefettizio48.
La permanenza di molti funzionari fascisti nelle cariche pubbliche preoccupava notevolmente le forze antifasciste; di tale apprensione e dell'inquietudine di "molti che a ripulire l'ambiente dai residui del soverchiato regime [ritenevano] che non occorresse una lunga attesa" si fece portavoce l'avvocato Sormano, in una lettera aperta apparsa su "Il Biellese" in occasione della visita a Biella del nuovo prefetto. Egli sostenne che "per sgomberare il terreno e lasciare al prefetto la più ampia e illuminata libertà d'azione "nell'opera di sostituzione degli amministratori dei diversi enti "sarebbe [stato] necessario che gli amministratori in carica, soprattutto quelli il cui nome si [era] troppo vivo nella memoria dei biellesi per i loro fasti dei tempi dello squadrismo e dopo per i loro metodi d'intransigenza fascista si [fossero dimessi] prima che [facesse] d'uopo revocarli d'autorità"49. La risposta pubblicata sullo stesso numero del bisettimanale cattolico spiegò come, per quanto giuste le richieste di Sormano, le cose fossero andate altrimenti: "Subito dopo il 25 luglio, parecchi pubblici amministratori capirono l'incompatibilità della loro carica ma il Prefetto Murino allora in carica non volle saperne di dimissioni da parte di nessuno: tutti avrebbero dovuto rimanere al loro posto in attesa di provvedimenti prefettizi".
Questa posizione confermava il veto posto dallo stesso Murino al tentativo di cambiamento messo in atto dagli avvocati e dai procuratori di Biella, che si erano radunati il 30 luglio al palazzo di giustizia per nominare un presidente dell'assemblea "nella persona dell'avvocato Ronco quale decano del Foro Biellese" ed una reggenza composta dagli avvocati Carpano, Ronco, Giacchetti, poiché "il direttorio, in persona del suo presidente avvocato Bodo" aveva dichiarato, in relazione alla nuova situazione politica, "che indipendentemente da quelle che avrebbero potuto essere le disposizioni dell'autorità, rassegnava le proprie dimissioni"50.
L'ordine del prefetto, che, "appena conosciuta la notizia", aveva provveduto a diffidare l'avvocato Bodo "a rimanere al suo posto in attesa degli ordini [che sarebbero stati] impartiti dalla autorità competente", s'inquadra perfettamente nel clima di stagnazione che caratterizzò i quarantacinque giorni, durante i quali il timore di un sovvertimento imprevisto e incontrollabile pose un freno a qualsiasi tentativo di concreto cambiamento.

Gli scioperi dell'agosto 1943

Nel contesto dell'attività politica portata avanti dal governo Badoglio si sviluppò a metà agosto nel Biellese una nuova ondata di scioperi.
Se l'annuncio della caduta del regime aveva infatti destato grandi entusiasmi e riacceso speranze all'interno della classe operaia, le ambiguità nell'opera di defascistizzazione dell'apparato burocratico, l'assenza di iniziative per porre fine alla guerra, la mancata liberazione di molti detenuti politici diede avvio ad ulteriori moti di rivolta.
La mattina del 18 agosto Remo Scappini, ispettore responsabile dell'organizzazione piemontese del Partito comunista al posto di Umberto Massola, fissò a Torino un incontro durante il quale ebbe modo di dare a Benvenuto Santus alcuni volantini e le istruzioni per organizzare, anche a Biella, la protesta51.
Quello stesso pomeriggio Arturo Bianchetto, esponente del Partito comunista e capocellula alla manifattura Gallo di Cossato, ricevette un pacco di volantini che invitavano a scioperare il giorno seguente e la cui parola d'ordine era "cacciare i tedeschi dall'Italia per sconfiggere definitivamente i fascisti e terminare la guerra".
In seguito ai contatti presi con due compagni a lui collegati da tempo, decise con loro che alle 9 in punto del 19 agosto tutto il reparto tessitura avrebbe dovuto fermarsi52. Così avvenne ed altri reparti seguirono l'esempio, al punto che lo sciopero coinvolse l'intero stabilimento e "1000 operai incrocia[rono le] braccia"53. Al rifiuto di riprendere il lavoro opposto dalle maestranze, un maresciallo dei carabinieri, il cui intervento era stato richiesto dalla direzione spaventata per le richieste "politiche" degli scioperanti54, arrestò tre manifestanti55 che furono però immediatamente rilasciati su richiesta degli operai radunati nel cortile della fabbrica. Né le esortazioni di Mario Gallo, proprietario della fabbrica, né le intimidazioni dei soldati del 53o fanteria - giunti nel frattempo sul posto - che minacciavano con mitragliatrici e pistole i lavoranti, servirono tuttavia a far ritornare la calma. La situazione si normalizzò solo verso le 11, ma in mano ai soldati rimasero alcuni operai56 poi deferiti al Tribunale di guerra.
Quella stessa mattina alle 6.30, al lanificio Albino Botto di Campore, un gruppo di operai entrò in tessitura "saltando dalle finestre e [urlando] le ragioni dello sciopero"; superate le esitazioni e le incertezze "perché scioperare faceva paura"57, viste le poche garanzie democratiche date dal governo Badoglio, tutti i telai cessarono di battere. La proposta successiva fu di andare in corteo per le strade e raggiungere, una alla volta, tutte le fabbriche fino a Valle Mosso per dar vita ad una grande dimostrazione. L'iniziativa, accolta con entusiasmo, subì però durante il tragitto due battute d'arresto (la prima alla Successori Sella, dove gli operai non si aggregarono ai manifestanti, la seconda ad un posto di blocco effettuato dai carabinieri di Valle Mosso) ed i dimostranti si dispersero, temendo rappresaglie, che infatti non tardarono ad arrivare: lunedì 23 agosto quattro organizzatori vennero arrestati dai militari del 53o fanteria per essere poi deferiti al Tribunale militare di Torino e giudicati per direttissima con l'imputazione di "istigazione allo sciopero"58.
L'agitazione, che avrebbe dovuto coinvolgere le vallate, fu interrotta grazie al successo dello sciopero di Torino ed alla liberazione dei detenuti conseguentemente ottenuta. Insieme alla notizia della sospensione delle agitazioni i dirigenti dell'Unione dei sindacati di Torino (Giorgio Carretto, comunista, e Luigi Carmagnola, socialista) giunti a Biella il 21 agosto, portarono nuove direttive per l'organizzazione sindacale, la cui realizzazione si era dimostrata ancora più urgente a seguito della persistente repressione antioperaia59.
A Biella, prima città dopo Torino in cui l'esperimento ebbe luogo60, si tentò la ricostituzione della Camera del lavoro e i rappresentanti designati a presiederla furono Federico Grosso, socialista, e Guido Sola, comunista. A contribuire alla loro nomina fu forse il timore che la soluzione commissariale, prospettata da Rinaldo Rigola61 come "ponte di passaggio di cui si [aveva] bisogno finché [fosse durato] lo stato di guerra"62, non fosse altro che un modo per conservare l'apparato burocratico del passato regime63. Non servirono a fugare tutti i sospetti nemmeno le rassicurazioni secondo cui "a ricoprire la carica di commissario sindacale di federazione e di unione [sarebbero stati chiamati] vecchi organizzatori i quali non [fossero risultati] compromessi con il fascismo, oppure uomini nuovi i quali in diverso modo [avessero potuto dimostrare] di essere adatti al delicato compito di dirigere l'azione organizzativa e politico-sociale delle classi lavoratrici", inoltre "le nomine [sarebbero state accordate] in modo che i dirigenti [esprimessero] le diverse correnti politiche in rapporto soprattutto alla intensità di adesioni che si [aveva] ragione di ritenere che esse [avrebbero raccolto] tra i lavoratori"64.
I timori di un mantenimento della vecchia struttura sembrarono trovar conferma durante le consultazioni tra le maestranze per la costituzione delle commissioni interne65. Mentre alcuni volantini redatti e fatti circolare dal Comitato operaio torinese ribadivano la necessità di votazioni segrete e di pubbliche e libere elezioni con liste preparate direttamente dagli operai, in modo tale che i candidati fossero quelli in cui essi avevano piena fiducia66, "Il Biellese" riportava la notizia che alcuni individui muniti di delega dell'Unione provinciale dei lavoratori di Vercelli, approfittando della situazione relativa alla designazione dei sindacati operai "dovuta al mantenimento nei posti direttivi degli elementi imposti dal passato regime", "[...] si [erano] recati in parecchi stabilimenti cittadini alla ricerca di nuovi fiduciari da sostituire a quelli che con la caduta del fascismo era da presumere non godessero più - se mai l'avevano avuta - la fiducia degli operai. Ma richiedere la nomina di nuovi fiduciari, quando si attend[evano] le commissioni interne [aveva] determinato il malcontento fra le maestranze [...]"67.
La crisi dell'8 settembre, sopraggiunta solo alcuni giorni dopo, congelò poi qualsiasi tipo di iniziativa lasciando al puro stato di intenzione l'esperimento di ricostituzione del sindacato operaio, il quale aveva rivelato la difficoltà di definire nuovi quadri organizzativi e funzionanti su basi di legittimità, in sostituzione di quelli preesistenti.

La ripresa dell'attività politica

I partiti antifascisti italiani che si erano riaffacciati sulla scena politica nazionale in concomitanza della crisi dell'inverno '43, ricominciando ad allacciare i contatti e cercando di misurare la consistenza delle forze al fine di creare un fronte unitario da opporre al regime, nei giorni successivi al 25 luglio non sembrarono in grado di colmare il vuoto lasciato dalla caduta del fascismo, concedendo così ampi spazi di manovra al nuovo governo.
Le opposizioni rimasero sullo sfondo e raramente poterono imporsi come protagoniste di primo piano, sia per la debolezza della loro linea politica, sia per le condizioni in cui si trovarono ad operare. In un clima di "benevola attesa"68 da parte delle forze antifasciste in campo, i provvedimenti presi da Badoglio contribuirono notevolmente a frenare qualsiasi iniziativa: le organizzazioni politiche non furono infatti riconosciute come associazioni ammesse dalla legge, fu impedito loro di organizzare pubbliche manifestazioni, di aprire nuove sedi, di stampare e diffondere giornali o materiale di propaganda69. Benché tali decisioni venissero presentate come necessarie per "non rinfocolare odi antifascisti ed antitedeschi"70, di fatto confinavano l'attività antifascista in un clima di semiclandestinità, all'interno della quale la repressione del ventennio veniva sostituita da un controllo più discreto, ma ancora ben lontano dall'auspicato ritorno alla libertà.
Anche nel Biellese, come nel resto del territorio nazionale, si venne a creare una sorta di tregua da parte dei partiti, la cui causa non sembra tuttavia da attribuirsi alla sorpresa iniziale: il colpo di stato, nonostante i tempi ed i modi inaspettati con cui si realizzò, non giunse infatti del tutto imprevisto. Dopo gli scioperi del marzo'43, elementi legati alla monarchia avevano preso contatto con alcuni comunisti biellesi per verificare quale sarebbe stato il loro atteggiamento nell'eventualità di un'azione monarchica per abbattere Mussolini71. Nei primi mesi del '43 inoltre Alessandro Trompetto, di ritorno a Biella dopo una permanenza a scopo di studio alla facoltà di Architettura di Roma, era divenuto testimone e portavoce del clima di fermento da parte delle forze antifasciste72 osservato nella capitale, in un periodo in cui - in seguito alla grave crisi accentuata dalle vicende sfavorevoli della guerra - andavano moltiplicandosi incontri e ribellioni al regime.
Nessuna delle forze politiche in campo fu tuttavia in grado di dar vita, prima dell'8 settembre, ad una organizzazione che fosse appoggiata dal consenso cosciente di gruppi sociali consistenti, in modo da poter allargare il dibattito ad un'ampia cerchia di persone e tradurre in programmi solidi le proposte avanzate73. "Malgrado si stessero infittendo i rapporti tra gli esponenti dei partiti del Fronte e le singole organizzazioni politiche stessero faticosamente ritessendo le trame per darsi una struttura organizzativa legale, la massa della gente era come abbandonata a se stessa, priva di precisi orientamenti politici [...]. Molti, infatti, hanno vissuto quei momenti come una fase in cui forze politiche e cittadini [erano] mondi separati, diversi, incomunicabili; sfere distinte, senza alcun rapporto fra loro e gli orientamenti nuovi che pure lievitavano nella clandestinità. Nessuna eco del travaglio politico, ideologico e culturale, che avrebbe dovuto partorire la nuova democrazia, giungeva alla gente"74.

I comunisti
Il Partito comunista, nelle ore immediatamente successive all'annuncio della caduta del fascismo, cercò di riallacciare i contatti con Torino per avere direttive dal Centro in merito alla nuova situazione venutasi a creare.
Benvenuto Santus, grazie ad una macchina diretta ad Aosta procuratagli da Pasquale Finotto, partì la mattina stessa del 26 luglio, verso mezzogiorno, per raggiungere il compagno di partito Picablotto a Montanara, una grossa borgata a nove chilometri da Chivasso. Poiché la prudenza, nonostante il regime fosse ormai caduto, imponeva di osservare determinate precauzioni, Santus decise di scendere a Chivasso e proseguire in bicicletta per non far conoscere la sua destinazione ai compagni di viaggio75. Solo verso sera riuscì poi ad incontrare Picablotto, di ritorno da Torino, e a concordare per i giorni successivi un appuntamento con Sola nel capoluogo piemontese.
Nei giorni seguenti l'attività del partito si svolse in maniera molto limitata, anche a causa del mancato ritorno dalle carceri e dal confino di molti suoi membri e la stretta sorveglianza delle forze di polizia. A tali problemi si aggiungevano poi un sistema di lavoro scollegato, all'interno del quale l'organizzazione era stata precedentemente impostata su basi territoriali, che di fatto limitavano fortemente il contatto tra le diverse zone, ed un metodo di operare, soprattutto da parte dei membri più anziani, troppo chiuso e settario76.
Tra il 25 luglio e l'8 settembre Benvenuto Santus, Edovilio Caccia, Guido Sola, Mario Graziola e Pasquale Finotto tennero a Biella, a Pray, a Ponzone e in Valsesia diverse riunioni, il cui carattere era diverso da quello delle precedenti: esse includevano un maggior numero di presenti, tra i quali alcuni simpatizzanti che, sebbene collegati da tempo con l'organizzazione, non avevano mai preso parte agli incontri. Per allargare il numero degli attivisti e degli iscritti, pur con la dovuta prudenza, si affrontò in quei giorni il problema dell'inserimento nelle file organizzative degli ex fascisti: mentre in un primo momento si era deciso di tenerli in qualche modo legati, mantenendo però una certa distanza, solo dopo il 25 luglio si decise di valutare caso per caso la possibilità di ammetterli eventualmente al partito.
In quei giorni non furono prodotte ad opera dei comunisti pubblicazioni particolari, fatta eccezione per alcuni volantini su problemi specifici, mentre continuarono a circolare nel Biellese copie de "l'Unità" e forse i primi numeri de "Il grido del popolo", all'interno dei quali compariva la richiesta sempre più insistente di giungere finalmente alla pace77.
Gli incontri cominciarono a divenire più aperti, utilizzando come luogo di ritrovo i giardini pubblici di Biella, dopo il ritorno dalle carceri e dal confino78 di alcuni membri del partito, avvenuto con notevole ritardo solo verso la fine di agosto. Essi non pensando "a vendette personali né a sentimenti di odio contro coloro che tanto male [avevano fatto] loro [...] animati da un grande amore e da una grande fede [...] ard[evano] dal desiderio di portare tutto il loro contributo per la realizzazione di tutte le forze sane progressive e democratiche del paese [...] consci che solo l'unione di tutti gli amici della libertà [avrebbe costituito] ancora quella forza, che appoggiandosi sulle risorse sane e sulle possibilità costruttive del popolo [avrebbe permesso] di realizzare una ripresa, lunga forse, piena anche di sacrifici, ma ancora possibile"79.
Durante la prigionia molti di loro avevano potuto fare esperienza degli insegnamenti militari e ideologici nel corso di vere e proprie lezioni preparate a lungo e tenute, non senza rischio, dai "compagni dirigenti"80.
Nel diario di un biellese81, costretto a scontare la pena a Castelfranco, si legge che " i compagni dirigenti [...], camminando discutevano per preparare la lezione che noi avremmo dovuto sentire alla sera, appollaiati sulle brande sature di cimici. I compagni dirigenti camminavano sempre: quando la guardia avvicinava il gruppetto la discussione prendeva una nuova piega. [...] Quando il poliziotto si allontanava scornato, la voce delicata di Pellegrini82 riesaminava la situazione politica interna ed internazionale e la necessità della lotta contro i nemici della Patria. Poi l'aguzzino si accorgeva [...] e quando terminata l'aria si risaliva in camerone, qualcuno prelevato a mezza scala finiva nella cella di punizione per meditarvi con pane ed acqua e le ossa rotte sul pancaccio i problemi politici di attualità".
Proprio in quel clima alcuni rafforzarono e maturarono le convinzioni antifasciste che avrebbero poi trovato un senso nella scelta di lotta partigiana: "[...] Con la punta di una pietra levigata sulla polvere impalpabile di un vasto cortile, [...] tutti seduti in semicerchio, perché il secondino non ci spiasse [...] scaturirono i versi di quella canzone partigiana che [avrebbe dovuto] aiutare la mobilitazione delle masse popolari per la lotta contro il tedesco invasore: 'Accorriamo al grido che sorge,/ che ci chiama l'Italia a salvar,/ con noi venga ognun che insorge,/ che non tema di lottar'..."83.

I cattolici
Durante i quarantacinque giorni il dibattito all'interno delle forze moderate antifasciste si svolse principalmente a due livelli: quello pubblico portato avanti sulle colonne de "Il Biellese", e quello clandestino nel corso di riunioni tra "le accoglienti mura delle case parrocchiali"84.
Germano Caselli, direttore del bisettimanale cattolico locale, aprì la discussione sul ruolo di tali forze politiche all'interno della nuova situazione maturata in seguito alla caduta del regime, pubblicando un articolo il cui intento era sensibilizzare principalmente i cattolici ad uscire dall'isolamento che li relegava in una posizione secondaria85, attraverso l'impegno politico in prima persona con un "senso più serio del dovere", senza il quale "parecchia gente rischia[va] di correre verso un sacco di disillusioni"86. Se "fino a ieri [i cattolici] avevano erroneamente creduto di potersi straniare al riparo di una voluta quanto insulsa sordità"87, il loro intervento si rendeva ormai indispensabile nella fase di transizione che avrebbe dovuto portare alla pace interna. Pur nel divieto di Badoglio di ricostituire i partiti politici fino al termine della guerra essi, meglio degli altri poiché "cresciuti ad una scuola quanto mai severa in fatto di intima preparazione spirituale ad ogni atto esterno, anche minimo della [propria] vita", avrebbero infatti dovuto utilizzare il tempo di attesa come parentesi di preparazione e meditazione, per poi "lanciarsi nell'agone politico con serietà di propositi e onestà di idee"88.
Alcuni giorni più tardi "Il Biellese", citando Piero Gonella, riprese la necessità di una partecipazione attiva alla vita nazionale dei moderati attraverso la rivendicazione di una politica che si ispirasse all'etica cristiana "per opporsi a pericolose deviazioni che, conseguenza fatale della dittatura crollata [avrebbero potuto] tentare di sostituire un male uguale se non peggiore89.
Il 27 agosto venne reso noto che una Commissione di studi democristiani90, riunitasi a Roma e diretta da Alcide De Gasperi, aveva elaborato e pubblicato un opuscolo intitolato "Idee ricostruttive della Dc"91.
A tale notizia fece seguito il 29 agosto la prima (e forse anche ultima) riunione, tenutasi nella sala delle associazioni della chiesa di San Paolo, del Sottocomitato locale, presieduta da Gustavo Colonnetti, a cui parteciparono "una quarantina di persone, ceto misto, diverse neppure tendenti alla Democrazia Cristiana"92.
Nel corso di tale riunione vennero affrontate le necessità salariali e sociali della classe lavoratrice e le modalità per orientare verso l'area cattolica i consensi delle masse, le cui adesioni erano sempre andate alle organizzazioni comuniste e socialiste e presumibilmente si sarebbero volte ancora in quella direzione93.
Il problema dei salari era già emerso sulle pagine del bisettimanale cattolico, dove aveva dato vita ad un acceso dibattito: a Carlo Bresciani che poneva il problema del partecipazionismo operaio si contrapponeva la tesi di Alessandro Cantono94, il quale reputava inattuabile un simile programma dal momento che richiedeva un accertamento rigoroso degli utili, reso impossibile dai "segreti" che "l'imprenditore [...] gelosamente custodisce"95.
Nel corso della riunione del 29 agosto Alessandro Cantono riaffrontò l'argomento del salario e dell'elevazione operaia esponendo alcuni punti di sociologia cristiana e portando ad esempio il caso del Belgio, dove i sindacati cattolici avevano provveduto a fornire integrazioni tramite l'istituzione di casse mutue. In risposta alla frase "propagandistica" di Germano Caselli, che voleva "alti salari", Giuseppe Pella96 obiettò che tale proposta era utopia e, in accordo con Cantono, sostenne la difficoltà di far partecipare gli operai agli utili ed al capitale dell'azienda; sebbene Gustavo Colonnetti fosse consapevole della difficoltà di realizzazione di tale programma, vista l'organizzazione sociale ed economica all'interno della quale erano costretti ad operare, riteneva tuttavia fosse "un postulato sociale propugnato con Messaggi Pontifici" a cui tendere "in condizioni nuove che ancora non [era] dato prevedere"97.
Di parte operaia, Gilardi si fece invece portatore dell'idea di "giusti salari", pur riconoscendo la scarsa forza trascinatrice di tale frase98.
La riunione si concluse con la promessa di ripetere presto l'esperimento dell'incontro di studio, ma gli avvenimenti dei giorni seguenti costrinsero, almeno per il momento, ad accantonare il progetto.

Il Fronte nazionale antifascista
Il comitato del Fronte nazionale antifascista (che si era costituito formalmente nel Biellese il 17 febbraio 1943 ma la cui attività, se si eccettua quella svolta in precedenza a suo nome dai comunisti, non aveva avuto manifestazioni esteriori) la mattina del 26 luglio si riunì per la prima volta in pubblico al Caffè Grande Italia99. Durante la riunione, svoltasi nella sala biliardi, fu realizzato un manifesto che portava la firma di tutti i partiti antifascisti e che in seguito fu affisso sui muri della città di Biella100.
Nei giorni successivi al 25 luglio i tentativi condotti per rendere efficace l'attività del Fronte non diedero i risultati sperati, le poche iniziative rimasero confinate in ambiti molto ristretti e scarsamente operativi101.
Nell'arco di tempo compreso tra la caduta del regime e la notizia dell'armistizio continuarono a svolgersi diverse riunioni principalmente alla direzione de "Il Biellese"102. Il primo incontro ufficiale del Fronte, benché clandestino, si svolse il 29 agosto103. Durante questo raduno, a cui presero parte Virgilio Luisetti, Ernesto Carpano, Aldo Blotto, Leopoldo Mussone, Pasquale Finotto, Domenico Bricarello, Gilardi e Alessandro Trompetto, si decise di far funzionare regolarmente il Comitato del Fronte nazionale: esso avrebbe avuto una presidenza alternata e si sarebbe riunito al mattino della seconda e della quarta domenica di ogni mese, fatta salva la possibilità di una convocazione d'urgenza su semplice richiesta di uno dei partiti aderenti.
Si discusse poi la scelta degli individui da proporre alle diverse cariche pubbliche e si stabilì che la partecipazione alle amministrazioni si sarebbe basata sul criterio di rappresentanza proporzionale in base alle elezioni del 1921 in modo tale che ogni partito fosse equamente rappresentato104. Si chiese alla direzione del giornale "Il Biellese" di "essere più aderente agli intendimenti del Fronte nazionale, di affiancarsi maggiormente in ordine ai problemi politici-economici e sindacali e di non tenere un tono discorde col Fronte nazionale per quanto concerne[va] il giudizio su amministrazioni o persone del passato Pnf". La riunione si chiuse con la raccolta di una somma (2000 lire) da mettere a disposizione dei reduci dal carcere politico: di loro e del relativo collocamento si sarebbe occupata una commissione appositamente istituita, composta da un membro per ogni partito.
Il 1 settembre alcuni rappresentanti del Comitato incontrarono nel Palazzo comunale di Biella il commissario Mastrogiacomo, responsabile della Prefettura di Vercelli, che si impegnò, per quanto riguardava le cariche pubbliche, ad attenersi, previo benestare del comando locale dei carabinieri, ai nomi che sarebbero stati indicati dal Fronte. In base ai propositi emersi nel corso delle precedenti riunioni, Luisetti era stato segnalato quale podestà per "una questione morale", poiché era stato defenestrato da tale carica dal fascismo nel 1923105; il commissario Mastrogiacomo per la stessa ragione aveva proposto Ernesto Carpano quale presidente del Consiglio di amministrazione dell'Ospedale degli infermi.
Il 6 settembre alle 18 i membri aderenti compilarono la distinta con gli incarichi proposti: l'elenco che conteneva "i più bei nomi del nostro Biellese"106 era suddiviso in due parti: nella prima venivano indicate le cariche di podestà di Biella, vice podestà, commissario dell'ospedale, "per essi l'accettazione da parte delle Autorità impegna[va] la collaborazione del Fronte nazionale"; mentre nella seconda parte i nominativi erano stati fatti a scopo puramente indicativo. Nell'elenco finale, redatto la mattina dell'8 settembre, da consegnare alla Prefettura, venne mantenuto sostanzialmente quanto era stato precedentemente deliberato, salvo alcune varianti di poca importanza: il podestà di Biella avrebbe dovuto essere Virgilio Luisetti, il vice podestà Pier Paolo Coda, il commissario dell'ospedale l'avvocato Ernesto Carpano; al termine della lista il Fronte nazionale aveva ribadito con forza la propria posizione, dichiarando di "essersi impegnato non solo a proporre i suesposti nominativi, ma a non accettare alcun altro incarico" qualora le proposte non [fossero state accolte]107.
Tale documento tuttavia non arrivò mai nelle mani delle autorità, poiché la riunione durante la quale sarebbe avvenuta la consegna e che era stata progettata per le 18.30 dell'8 settembre fu sospesa in seguito alla notizia dell'armistizio. Per ammissione dello stesso Trompetto la lista fu "miracolosamente" ritirata la mattina del 9 settembre, riuscendo così ad evitare le rappresaglie che avrebbero sicuramente subìto nei mesi successivi le persone citate108.

Note
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