Piero Ambrosio

Per una storia dell'antifascismo valsesiano
"Pace con giustizia"

Luglio 1943. Le manifestazioni di Borgosesia dopo la caduta del fascismo



Tra i molti episodi ed aspetti dell'antifascismo valsesiano poco noti, un posto a sé occupano, senza dubbio, le manifestazioni svoltesi a Borgosesia dopo la caduta del fascismo, nel luglio 1943. Mentre, da un lato, esiste una eccezionale documentazione fotografica1 di una di queste manifestazioni, a cui parteciparono centinaia di persone2, dall'altro lato non vi è alcun cenno, se non sommario, nelle varie opere che si sono occupate dell'antifascismo e della Resistenza in Valsesia3, né in articoli apparsi in giornali o riviste.

La notizia delle "dimissioni di sua eccellenza il cavalier Benito Mussolini da capo del governo" venne resa nota agli italiani con un comunicato del re, trasmesso alla radio alle 22,45 del 25 luglio 19434. Il giorno dopo, "sin dalle prime ore del mattino"5 Borgosesia si animò. "Allo stupore iniziale seguì subito una gioia e un entusiasmo incontenibili da parte della popolazione"6.
Un gruppo di antifascisti, tra cui Cino Moscatelli, Antonio Canna, Giuseppe (Pino) e Luigi Bussa occuparono la sede del fascio, esaminando e sequestrando parecchi documenti, tra cui liste di delatori7. Vennero recuperate bandiere di partiti antifascisti e di organizzazioni democratiche, di cui si erano impossessati i fascisti vent'anni prima, tra cui la bandiera della sezione socialista di Aranco8. Moscatelli, Pino Bussa e Gino Rigobello strapparono i fogli di disposizioni del Partito nazionale fascista e divelsero la bacheca posta di fronte al caffè Bretagna9. Altri antifascisti iniziarono a distruggere i simboli del regime, a partire dalla casa del fascio e dal palazzo comunale; busti del duce, rimossi dalle loro sedi, vennero trascinati nelle vie del paese. Gruppi di antifascisti continuarono, in quella "prima giornata di libertà" a manifestare la loro gioia, anche se nessuno prese "iniziative che dessero forma organizzata all'entusiasmo popolare"10.
Verso le 18, Moscatelli tornò "con un trasporto di fortuna proveniente da Milano" dove si era recato "nella stessa mattinata" e si vide "subito circondato da gran numero di gente esultante la quale voleva così dimostrare la propria simpatia verso uno dei più noti antifascisti della vallata"11. Moscatelli raccontò "subito delle grandi manifestazioni di Milano dove, in piazza Duomo, avevano parlato Roveda e Venturini, di Novara, la cui popolazione era stata arringata dal giovane studente Gaspare Pajetta, e che dovunque operai e popolazione avevano fatto piazza pulita dei gerarchi e del fascio"12.
"Con qualche piccola bandiera tricolore trovata in un negozio di mobili"13 si iniziò un corteo per le vie del centro, concluso con un comizio in cui Moscatelli parlò "brevemente ricordando la lotta popolare, per abbattere il fascismo, con alla testa la classe operaia e il suo partito di avanguardia" e invitò "la popolazione tutta a solidarizzare con gli operai che il giorno appresso avrebbero scioperato dalle 10 alle 12 per ottenere: aumento immediato dei salari, commissioni interne nelle fabbriche, liberazione immediata dei carcerati e confinati politici, pace immediata, libertà di parola e di organizzazione, amministrazione comunale democratica"14.
L'indomani "lo sciopero riuscì al completo" e "tutta la popolazione borgosesiana si ritrovò unita in una grande manifestazione nella piazza Frascotti". "Alla manifestazione parteciparono anche i soldati della contraerea"15. Ai piedi del monumento ai caduti, Moscatelli parlò "alla popolazione che gremiva la piazza".
Disse che "i fiori deposti [...] erano un omaggio dei lavoratori di Borgosesia ai caduti, vittime della guerra '15-'18 e poi delle avventure imperialistiche del fascismo"16 e che rappresentavano "l'espressione della volontà popolare di pace"17.
Il corteo, il primo organizzato liberamente dai lavoratori dopo più di vent'anni, si snodò quindi lungo le vie di Borgosesia18, raggiungendo Aranco, dove pure vennero deposti fiori al monumento ai caduti e dove parlò il calzolaio Pietro Cocco. Ad Aranco il corteo si sciolse19.
Nel pomeriggio alcuni antifascisti si recarono nuovamente alla casa del fascio20.
Qua e là schiaffi a qualche fascista o a qualche gerarchetto che si riaffacciava nelle vie del paese. Conti in sospeso da anni. "Credere, obbedire, combattere", il sabato fascista, il premilitare "il duce ha sempre ragione", "vinceremo".
In quei giorni non pochi "capoccioni" fascisti andarono a casa di Moscatelli "con una paura matta" per chiedere protezione21. Cino rassicurò tutti, anche chi (e forse non a torto) poteva aspettarsi ben altre risposte.
Anche gli industriali Giuseppe Osella, podestà di Varallo, e Giovanni Bader furono in quei giorni in contatto con Moscatelli. Osella affermò realisticamente: "Il fascismo è caduto e per la verità nessuno lo vuole resuscitare. Però cerchiamo di evitare disordini. Stiamo attenti a non far succedere qualcosa"22. Osella riconosceva in Moscatelli l'autorità politica della zona e si consigliò con lui sull'opportunità di dimettersi dall'incarico di podestà. Cino gli rispose di restare, ma di "considerarsi già come un sindaco democratico"23.
Anche a Bader, che partecipò alle manifestazioni del 26 e 27 luglio, Moscatelli consigliò di accettare l'incarico di commissario prefettizio di Borgosesia, come gli veniva richiesto dalla Prefettura24.
Qualche giorno dopo le manifestazioni un anonimo corrispondente del "Corriere Valsesiano" scrisse sul settimanale: "Gli avvenimenti della scorsa settimana hanno avuto anche nel nostro borgo una viva ripercussione. La calma, però, salvo sporadici sfoghi contro qualche sede di organizzazioni del disciolto Partito fascista e contro taluni ex-gerarchi invisi per il loro comportamento, non è stata turbata. Sono stati subito rimossi, sotto la sorveglianza delle autorità, tutti i segni esteriori del passato regime, mentre le opere benefiche, fra cui la Colonia elioterapica, sono passate alle dipendenze dell'Ente comunale di Assistenza per continuare la loro opera di bene.
Certo che grande esultanza ha sollevato la nomina del Maresciallo d'Italia Badoglio a Primo Ministro e tutto il popolo ha acclamato al Re vittorioso che ancora una volta, in un momento critico della Patria, ha saputo intervenire a tempo giusto con la sua autorevole, paterna e decisa azione.
I manifesti murali esposti dalle autorità militari sono stati accolti con disciplina e comprensione, mentre le edizioni dei giornali quotidiani sono andati a ruba, letti e commentati.
Ci auguriamo che la calma continui a regnare su questo nostro popolo lavoratore, che, al di sopra di ogni fazione, idea e partito, sa ben discernere quale sia il suo imprescindibile dovere e quale il comandamento che l'ora grave impone. 'La guerra continua'. E questo imperativo trova tutti i valsesiani fermi e compatti come le rocce dei loro monti, in un unico ideale, stretti attorno alla Maestà del Re e di Casa Savoia, millenaria custode delle più nobili tradizioni"25.
Di lì a pochi giorni il re e tutti i membri di Casa Savoia avrebbero tradito la fiducia ancora riposta in loro, con l'ignobile fuga che lasciò il Paese nelle mani dei tedeschi e che permise la costituzione al nord di uno "Stato" neofascista. Ciò che costrinse migliaia di italiani a prendere le armi e a combattere ancora per venti lunghi mesi, ma che sancì anche il riscatto del nostro popolo. Nonostante i Savoia.

Note
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