Invito alla lettura di:

"In Spagna per la libertà"
Vercellesi, biellesi e valsesiani nella brigate internazionali (1936-1939)
a cura di Piero Ambrosio

1996, pp. IV-156, € 9,00



Dalla prefazione di Nicola Tranfaglia


Contrariamente a quanto può fare apparire il titolo o, meglio, il sottotitolo di questo volume e del convegno che ne è alla base, mi sembra che l'insieme dei saggi che lo costituiscono dimostri sostanzialmente due cose: prima di tutto lo stretto collegamento che esiste tra i problemi storici aperti sulla guerra di Spagna, e quindi il grande interesse e anche i problemi che sono aperti a una ricerca come questa, una ricerca che riguarda sia l'antifascismo, sia la lotta di liberazione in Italia e che in questo momento sembra scontrarsi con un mutamento di termini del dibattito storiografico avvenuto negli ultimi anni.
Vorrei separare in questo intervento i due aspetti: cioè parlare, da una parte, di alcuni problemi di contenuto che riguardano la guerra civile in Spagna e il ruolo degli antifascisti italiani in quella guerra e, dall'altra, invece, accennare ad alcuni aspetti di metodo che emergono in maniera molto chiara in alcuni degli interventi e che vanno ripresi.
Non c'è dubbio, come mi sembra dimostri con molta chiarezza Marcello Flores nella sua relazione, che la guerra di Spagna è stata vista per lungo tempo non tanto come quello che effettivamente fu, e cioè un episodio nella lunga guerra ininterrotta che attraversa gli anni trenta e che si ricongiunge alla seconda guerra mondiale, ma come qualcosa, in fondo, di distaccato da quello che era successo prima e da quello che sarebbe successo poi. Nel senso che, per esempio, un'interpretazione del fascismo italiano, che pure sembra aver conquistato un ruolo notevole sia nelle università, sia nei mezzi di comunicazione di massa, tende ancora oggi in modo molto insistente, molto sottolineato, a interpretare la vicenda del regime fascista rispetto alla guerra di Spagna come se l'intervento italiano fosse un episodio di una politica estera che non aveva ancora scelto le proprie mete, che non aveva ancora individuato i propri obiettivi e che si muoveva sempre secondo mosse tattiche.
Questo tipo di interpretazione tende a vedere la guerra di Spagna come un episodio del pendolarismo tra le democrazie occidentali e la dittatura tedesca e quindi a interpretare la scelta di Mussolini di entrare in guerra nel 1940 come un episodio ulteriore che si aggiunge ai precedenti e che ha scarso rapporto sia con la rottura con l'Inghilterra, consumata attraverso l'impresa d'Etiopia, sia con l'intervento nella guerra di Spagna a fianco della Germania nazista e di nuovo contro sicuramente l'Unione Sovietica, ma in fondo anche contro quelle potenze occidentali che pure scelgono la strada del non-intervento. Così, ad esempio, nell'ultimo volume della biografia di Mussolini scritta da Renzo De Felice, si insiste per decine e decine di pagine sulle incertezze del duce, tra il marzo e il giugno 1940, prima di decidere la guerra e si dà un'enorme importanza al fatto che Mussolini da una parte e Ciano dall'altra fossero indecisi sul momento di entrare in guerra, come se tutto quello che era avvenuto negli anni trenta, ripeto incominciando soprattutto dalla guerra d'Etiopia, non fosse stata la premessa necessaria dell'intervento in guerra a fianco della Germania nazista.
Quest'interpretazione nel mondo anglosassone viene di continuo ripresa e riportata come l'interpretazione prevalente nella storiografia italiana. Ora mi sembra che Marcello Flores metta in evidenza con molta chiarezza quale sia il senso della guerra di Spagna rispetto alla politica italiana, sia rispetto alla politica del movimento operaio internazionale.
Sempre parlando della guerra di Spagna in questa fase di transizione che caratterizza la politica europea e occidentale, mi sembra molto importante e da riprendere l'annotazione che si fa, sul declino dell'internazionalismo proletario. Io ho l'impressione effettivamente che la guerra di Spagna segni uno degli ultimi momenti della tradizione internazionalista, sia dei socialisti che dei comunisti. Quella dei socialisti si era già trovata di fronte alla crisi della prima guerra mondiale ma quella dei comunisti ancora no, e nonostante le critiche molto forti, venute anche da gruppi che si riconoscevano nel comunismo, alla gestione nazionalista da parte dell'Unione Sovietica della III Internazionale, anche da quelle parti tuttavia c'era la speranza, l'auspicio e la fede, che l'internazionalismo comunista potesse non andare incontro alle sconfitte che aveva avuto l'internazionalismo socialista e segnasse una nuova fase. Ora non c'è dubbio che la guerra di Spagna sia l'ultimo avvenimento in cui questo internazionalismo si dispiega pienamente.
Non c'è dubbio, infatti, che le lotte di liberazione, pur nell'unità di una serie d'ideali complessivi, segnino un momento di necessario ripiegamento all'interno delle realtà nazionali, e questo non è qualcosa a cui guardare con un giudizio storico negativo, ma è qualcosa di cui prendere atto e che troverà la sua piena realizzazione attraverso i trattati di pace e la sistemazione mondiale che avverrà dopo la seconda guerra mondiale.
Si tratta di un punto, secondo me, che la storiografia, non solo italiana, ha poco approfondito e che andrebbe ripreso. Come d'altra parte mi sembra che l'altro binomio che si evoca, quello del rapporto tra democrazia e socialismo, anche qui attraverso la guerra di Spagna, trovi un momento di verifica particolare ed è molto significativo, riportandoci a quelle che sono le tendenze storiografiche di oggi, in fondo una differenza di giudizio che la storiografia del secondo dopoguerra registra tra il giudizio sulla democrazia occidentale e il giudizio sul socialismo.
È singolare che l'analisi della politica interna e internazionale delle democrazie occidentali fra le due guerre mondiali sia sottoposta di solito a una critica abbastanza forte, e questa è una critica nei fatti, perché se studiamo la storia non soltanto dell'ltalia e della Germania, ma la storia della Francia e della Gran Bretagna negli anni fra le due guerre mondiali, ci troviamo di fronte a delle significative cadute del regime democratico, sia dal punto di vista culturale, sia dal punto di vista politico, sia dal punto di vista sociale. Ebbene curiosamente, però, la storiografia di cui parlo, cioè la maggior parte della storiografia occidentale, ricostruisce in qualche modo la fede nella democrazia per quello che successe attraverso la Resistenza e nel dopoguerra.
Curiosamente questo non avviene per il socialismo: dopo il giudizio negativo che matura sul socialismo così come si è realizzato nella Russia di Stalin, la parola socialismo diventa sinonimo comunque di fallimento, come se esistesse soltanto quella forma, come se non ci fossero altre possibilità di realizzazione del socialismo, e questo ci fa vedere in qualche modo una notevole egemonia, credo, oggi almeno, di una storiografia che si rifà particolarmente a una serie di pregiudizi ideologici.

Da questi problemi generali, che però mi sembrano molto importanti per collocare la guerra civile di Spagna all'interno di una vicenda occidentale e mondiale, che ha successive tappe, ma che effettivamente con la guerra di Spagna sembra chiudere, per alcuni aspetti, un periodo e aprirne un altro, passiamo a problemi che sono collocabili in un quadro più limitato; mi sembra che dai saggi emergano alcuni spunti sempre di contenuto che sono molto interessanti e voglio accennare ad alcuni.
Penso per esempio allo spunto che emerge dalla relazione di Adriano Ballone a proposito della difficile questione, che ancora oggi non ha trovato, mi pare, nella storiografia internazionale, una sistemazione adeguata, della politica della III Internazionale nei confronti della guerra di Spagna. Intendiamoci, non ha trovato una sistemazione non perché non siano stati messi in luce con chiarezza, e attraverso una documentazione adeguata, gli aiuti che l'Unione Sovietica ha dato alla Repubblica spagnola, aiuti indubbiamente superiori a quelli di qualunque altro Paese, di qualunque altro regime. Ma noi non disponiamo ancora oggi degli archivi del Partito comunista sovietico e della III Internazionale e questo costituisce per tutti gli storici un grave ostacolo all'approfondimento della ricerca in maniera compiuta. L'annotazione di Ballone sul ritorno di una parte notevole dei dirigenti comunisti inseriti nella III Internazionale o legati alla III Internazionale dalla Spagna abbastanza presto, abbastanza prima che fosse obiettivamente chiara la sconfitta della Repubblica spagnola è un elemento che andrebbe approfondito.
Così andrebbe approfondito il discorso che si fa in altri interventi su ciò che io chiamerei i ritmi e le caratteristiche dell'emigrazione politica e sul rapporto tra emigrazione politica e emigrazione di lavoro. Mi sembra che anche su questo si stiano preparando una serie di strumenti molto utili, e in questo gli istituti della Resistenza hanno avuto finora una funzione estremamente importante, ma mi sembra che si sia fatta in generale ancora poca strada, soprattutto a livello nazionale, per approfondire quella che è stata una vicenda di importanza eccezionale, vedendola naturalmente, come sostiene Gianni Perona, dai due punti di vista: dal punto di vista dell'emigrazione in se stessa e dal punto di vista della politica del fascismo nei confronti dell'emigrazione. Si tratta di ricerche molto lunghe e per lo stato delle nostre fonti non facili, ma sono, mi pare, quelle che riescono meglio a far vedere una vicenda che non ha soltanto contorni politici ma anche grandi contorni sociali ed umani ancora da indagare.
Un altro punto molto significativo che si tocca riguarda un problema che negli anni sessanta era stato esaminato a fondo, che ogni tanto riemerge nella storiografia italiana, ma che mi pare abbia bisogno di maggiori precisazioni: il rapporto tra il movimento antifascista e la guerra di liberazione. Su questo io condivido le osservazioni di Perona sulla situazione biellese e devo dire che ho l'impressione che queste osservazioni siano valide per la realtà biellese e che in altre zone del Paese le cose siano andate in modi diversi e quindi si tratterebbe, per cercare di analizzare il problema a livello nazionale, di comporre un mosaico di questa situazione in modo da rispondere meglio alla domanda sul peso che l'antifascismo ha avuto rispetto al dispiegarsi della Resistenza. Se si farà una ricerca analitica a livello nazionale, si scoprirà una notevole continuità tra l'uno e l'altro fenomeno, che spesso è una continuità della vita di uomini e che ha anche un peso, un'importanza nel tipo di resistenza che c'è stata in Italia, diversa da quella di altre resistenze che oggi si tende a dimenticare.
Se rispetto a questi problemi di contenuto ho accennato solo a quelli che mi sono parsi, per molti aspetti, di particolare importanza per quanto riguarda i problemi di metodo, credo che ci siano due aspetti che emergono in modo chiaro e che vadano ripresi: da una parte si indica - lo fa Gianni Isola - l'interesse di quella che per esempio gli anglosassoni praticano da molto tempo, ma che in Italia effettivamente è poco praticata, la cosiddetta storia politica quantitativa che è l'uso dei termini quantitativi per indagare quelle che non sono più tanto idee, quanto comportamenti, atteggiamenti, analisi di gruppi sociali piccoli o grandi che siano. Isola lo ha fatto per la centuria "Sozzi", è chiaro che si può fare in molti altri casi e livelli.
L'altro aspetto importante, su cui mi pare gli istituti della Resistenza abbiano lavorato molto, è quello delle biografie e delle memorie dei militanti. La storiografia italiana ha lavorato per troppo tempo e, a livello accademico, continua ancora a lavorare su quelle che, per una ragione o per l'altra, sono definite personalità d'eccezione. Il problema, nel ricostruire la storia sia del movimento antifascista che della Resistenza, è anche quello di ricostruire complessivamente quella che è stata l'esperienza politica e sociale di gruppi anche estesi. Da questo punto di vista le memorie, le biografie, avendo oggi anche la possibilità di usare strumenti visivi, mi sembra siano una direzione da seguire in modo molto chiaro.
Complessivamente mi sembra che l'elemento più interessante del convegno e di un volume come questo sia la capacità di collegare i problemi generali della storiografia sul movimento antifascista e sulla Resistenza con una storia locale che non è chiusa in se stessa ma che vuole, per alcuni aspetti, suggerire alla storia nazionale i terreni e gli interrogativi su cui andare avanti.

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