a cura di
Piero Ambrosio
1996, pp. IV-156, 9,00
Dalla prefazione di Nicola Tranfaglia
Contrariamente a quanto può fare apparire il titolo o, meglio, il sottotitolo di questo volume
e del convegno che ne è alla base, mi sembra che l'insieme dei saggi che lo costituiscono
dimostri sostanzialmente due cose: prima di tutto lo stretto collegamento che esiste tra i problemi
storici aperti sulla guerra di Spagna, e quindi il grande interesse e anche i problemi che sono aperti a
una ricerca come questa, una ricerca che riguarda sia l'antifascismo, sia la lotta di liberazione in
Italia e che in questo momento sembra scontrarsi con un mutamento di termini del dibattito
storiografico avvenuto negli ultimi anni.
Vorrei separare in questo intervento i due aspetti: cioè parlare, da una parte, di alcuni
problemi di contenuto che riguardano la guerra civile in Spagna e il ruolo degli antifascisti italiani in
quella guerra e, dall'altra, invece, accennare ad alcuni aspetti di metodo che emergono in maniera
molto chiara in alcuni degli interventi e che vanno ripresi.
Non c'è dubbio, come mi sembra dimostri con molta chiarezza Marcello Flores nella sua
relazione, che la guerra di Spagna è stata vista per lungo tempo non tanto come quello che
effettivamente fu, e cioè un episodio nella lunga guerra ininterrotta che attraversa gli anni trenta e che
si ricongiunge alla seconda guerra mondiale, ma come qualcosa, in fondo, di distaccato da quello
che era successo prima e da quello che sarebbe successo poi. Nel senso che, per esempio,
un'interpretazione del fascismo italiano, che pure sembra aver conquistato un ruolo notevole sia nelle
università, sia nei mezzi di comunicazione di massa, tende ancora oggi in modo molto insistente,
molto sottolineato, a interpretare la vicenda del regime fascista rispetto alla guerra di Spagna come
se l'intervento italiano fosse un episodio di una politica estera che non aveva ancora scelto le
proprie mete, che non aveva ancora individuato i propri obiettivi e che si muoveva sempre secondo
mosse tattiche. Questo tipo di interpretazione tende a vedere la guerra di Spagna come un episodio
del pendolarismo tra le democrazie occidentali e la dittatura tedesca e quindi a interpretare la scelta
di Mussolini di entrare in guerra nel 1940 come un episodio ulteriore che si aggiunge ai precedenti
e che ha scarso rapporto sia con la rottura con l'Inghilterra, consumata attraverso l'impresa
d'Etiopia, sia con l'intervento nella guerra di Spagna a fianco della Germania nazista e di nuovo
contro sicuramente l'Unione Sovietica, ma in fondo anche contro quelle potenze occidentali che
pure scelgono la strada del non-intervento. Così, ad esempio, nell'ultimo volume della biografia
di Mussolini scritta da Renzo De Felice, si insiste per decine e decine di pagine sulle incertezze
del duce, tra il marzo e il giugno 1940, prima di decidere la guerra e si dà un'enorme importanza
al fatto che Mussolini da una parte e Ciano dall'altra fossero indecisi sul momento di entrare
in guerra, come se tutto quello che era avvenuto negli anni trenta, ripeto incominciando
soprattutto dalla guerra d'Etiopia, non fosse stata la premessa necessaria dell'intervento in guerra a
fianco della Germania nazista.
Quest'interpretazione nel mondo anglosassone viene di continuo ripresa e riportata come
l'interpretazione prevalente nella storiografia italiana. Ora mi sembra che Marcello
Flores metta in evidenza con molta chiarezza quale sia il senso della guerra di Spagna rispetto alla politica
italiana, sia rispetto alla politica del movimento operaio internazionale.
Sempre parlando della guerra di Spagna in questa fase di transizione che caratterizza la
politica europea e occidentale, mi sembra molto importante e da riprendere l'annotazione che si fa,
sul declino dell'internazionalismo proletario. Io ho l'impressione effettivamente che la guerra di
Spagna segni uno degli ultimi momenti della tradizione internazionalista, sia dei socialisti che
dei comunisti. Quella dei socialisti si era già trovata di fronte alla crisi della prima guerra mondiale
ma quella dei comunisti ancora no, e nonostante le critiche molto forti, venute anche da gruppi che
si riconoscevano nel comunismo, alla gestione nazionalista da parte dell'Unione Sovietica della III
Internazionale, anche da quelle parti tuttavia c'era la speranza, l'auspicio e la fede,
che l'internazionalismo comunista potesse non andare incontro alle sconfitte che aveva
avuto l'internazionalismo socialista e segnasse una nuova fase. Ora non c'è dubbio che la guerra
di Spagna sia l'ultimo avvenimento in cui questo internazionalismo si dispiega pienamente.
Non c'è dubbio, infatti, che le lotte di liberazione, pur nell'unità di una serie d'ideali
complessivi, segnino un momento di necessario ripiegamento all'interno delle realtà nazionali, e
questo non è qualcosa a cui guardare con un giudizio storico negativo, ma è qualcosa di cui prendere
atto e che troverà la sua piena realizzazione attraverso i trattati di pace e la sistemazione mondiale
che avverrà dopo la seconda guerra mondiale.
Si tratta di un punto, secondo me, che la storiografia, non solo italiana, ha poco approfondito
e che andrebbe ripreso. Come d'altra parte mi sembra che l'altro binomio che si evoca, quello
del rapporto tra democrazia e socialismo, anche qui attraverso la guerra di Spagna, trovi un
momento di verifica particolare ed è molto significativo, riportandoci a quelle che sono le
tendenze storiografiche di oggi, in fondo una differenza di giudizio che la storiografia del secondo
dopoguerra registra tra il giudizio sulla democrazia occidentale e il giudizio sul socialismo.
È singolare che l'analisi della politica interna e internazionale delle democrazie occidentali
fra le due guerre mondiali sia sottoposta di solito a una critica abbastanza forte, e questa è una
critica nei fatti, perché se studiamo la storia non soltanto dell'ltalia e della Germania, ma la storia
della Francia e della Gran Bretagna negli anni fra le due guerre mondiali, ci troviamo di fronte a
delle significative cadute del regime democratico, sia dal punto di vista culturale, sia dal punto di
vista politico, sia dal punto di vista sociale. Ebbene curiosamente, però, la storiografia di cui parlo,
cioè la maggior parte della storiografia occidentale, ricostruisce in qualche modo la fede nella
democrazia per quello che successe attraverso la Resistenza e nel dopoguerra.
Curiosamente questo non avviene per il socialismo: dopo il giudizio negativo che matura
sul socialismo così come si è realizzato nella Russia di Stalin, la parola socialismo diventa
sinonimo comunque di fallimento, come se esistesse soltanto quella forma, come se non ci fossero
altre possibilità di realizzazione del socialismo, e questo ci fa vedere in qualche modo una
notevole egemonia, credo, oggi almeno, di una storiografia che si rifà particolarmente a una serie di
pregiudizi ideologici.
Da questi problemi generali, che però mi sembrano molto importanti per collocare la
guerra civile di Spagna all'interno di una vicenda occidentale e mondiale, che ha successive tappe, ma
che effettivamente con la guerra di Spagna sembra chiudere, per alcuni aspetti, un periodo e aprirne
un altro, passiamo a problemi che sono collocabili in un quadro più limitato; mi sembra che dai
saggi emergano alcuni spunti sempre di contenuto che sono molto interessanti e voglio accennare
ad alcuni.
Penso per esempio allo spunto che emerge dalla relazione di Adriano Ballone a proposito
della difficile questione, che ancora oggi non ha trovato, mi pare, nella storiografia internazionale,
una sistemazione adeguata, della politica della III Internazionale nei confronti della guerra di
Spagna. Intendiamoci, non ha trovato una sistemazione non perché non siano stati messi in luce con
chiarezza, e attraverso una documentazione adeguata, gli aiuti che l'Unione Sovietica ha dato
alla Repubblica spagnola, aiuti indubbiamente superiori a quelli di qualunque altro Paese, di
qualunque altro regime. Ma noi non disponiamo ancora oggi degli archivi del Partito comunista sovietico
e della III Internazionale e questo costituisce per tutti gli storici un grave ostacolo
all'approfondimento della ricerca in maniera compiuta. L'annotazione di Ballone sul ritorno di una parte
notevole dei dirigenti comunisti inseriti nella III Internazionale o legati alla III Internazionale dalla
Spagna abbastanza presto, abbastanza prima che fosse obiettivamente chiara la sconfitta della
Repubblica spagnola è un elemento che andrebbe approfondito.
Così andrebbe approfondito il discorso che si fa in altri interventi su ciò che io chiamerei i
ritmi e le caratteristiche dell'emigrazione politica e sul rapporto tra emigrazione politica e
emigrazione di lavoro. Mi sembra che anche su questo si stiano preparando una serie di strumenti molto utili, e
in questo gli istituti della Resistenza hanno avuto finora una funzione estremamente
importante, ma mi sembra che si sia fatta in generale ancora poca strada, soprattutto a livello nazionale,
per approfondire quella che è stata una vicenda di importanza eccezionale, vedendola
naturalmente, come sostiene Gianni Perona, dai due punti di vista: dal punto di vista dell'emigrazione in se
stessa e dal punto di vista della politica del fascismo nei confronti dell'emigrazione. Si tratta di
ricerche molto lunghe e per lo stato delle nostre fonti non facili, ma sono, mi pare, quelle che
riescono meglio a far vedere una vicenda che non ha soltanto contorni politici ma anche grandi
contorni sociali ed umani ancora da indagare.
Un altro punto molto significativo che si tocca riguarda un problema che negli anni sessanta
era stato esaminato a fondo, che ogni tanto riemerge nella storiografia italiana, ma che mi pare
abbia bisogno di maggiori precisazioni: il rapporto tra il movimento antifascista e la guerra di
liberazione. Su questo io condivido le osservazioni di Perona sulla situazione biellese e devo dire che
ho l'impressione che queste osservazioni siano valide per la realtà biellese e che in altre zone del
Paese le cose siano andate in modi diversi e quindi si tratterebbe, per cercare di analizzare il problema
a livello nazionale, di comporre un mosaico di questa situazione in modo da rispondere meglio
alla domanda sul peso che l'antifascismo ha avuto rispetto al dispiegarsi della Resistenza. Se si farà
una ricerca analitica a livello nazionale, si scoprirà una notevole continuità tra l'uno e l'altro
fenomeno, che spesso è una continuità della vita di uomini e che ha anche un peso, un'importanza nel tipo
di resistenza che c'è stata in Italia, diversa da quella di altre resistenze che oggi si tende a dimenticare.
Se rispetto a questi problemi di contenuto ho accennato solo a quelli che mi sono parsi, per
molti aspetti, di particolare importanza per quanto riguarda i problemi di metodo, credo che ci siano
due aspetti che emergono in modo chiaro e che vadano ripresi: da una parte si indica - lo fa Gianni
Isola - l'interesse di quella che per esempio gli anglosassoni praticano da molto tempo, ma che in
Italia effettivamente è poco praticata, la cosiddetta storia politica quantitativa che è l'uso dei
termini quantitativi per indagare quelle che non sono più tanto idee, quanto comportamenti,
atteggiamenti, analisi di gruppi sociali piccoli o grandi che siano. Isola lo ha fatto per la centuria "Sozzi", è
chiaro che si può fare in molti altri casi e livelli.
L'altro aspetto importante, su cui mi pare gli istituti della Resistenza abbiano lavorato
molto, è quello delle biografie e delle memorie dei militanti. La storiografia italiana ha lavorato per
troppo tempo e, a livello accademico, continua ancora a lavorare su quelle che, per una ragione o
per l'altra, sono definite personalità d'eccezione. Il problema, nel ricostruire la storia sia del
movimento antifascista che della Resistenza, è anche quello di ricostruire complessivamente quella che
è stata l'esperienza politica e sociale di gruppi anche estesi. Da questo punto di vista le memorie,
le biografie, avendo oggi anche la possibilità di usare strumenti visivi, mi sembra siano una
direzione da seguire in modo molto chiaro.
Complessivamente mi sembra che l'elemento più interessante del convegno e di un
volume come questo sia la capacità di collegare i problemi generali della storiografia sul movimento
antifascista e sulla Resistenza con una storia locale che non è chiusa in se stessa ma che vuole,
per alcuni aspetti, suggerire alla storia nazionale i terreni e gli interrogativi su cui andare avanti.
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© Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nel Biellese, nel Vercellese e in Valsesia.
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