Invito alla lettura di:

Storia e memoria di una comunità in guerra Boccioleto nella seconda guerra mondiale
di Angela Regis

2006, pp. 200, € 10,00



Dal IV capitolo della parte II

Esperienze al margine della guerra


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"Ho fatto la mia mancanza di essere disertore"

"Dopo diciotto mesi che la patria combatte, soffermiamoci un attimo, per trarre dagli avvenimenti recenti quelle energie spirituali capaci di suscitare e rendere ancora più ferrea la nostra marcia in avanti incontro al domani".
Così iniziava un articolo pubblicato sull' "Almanacco-Guida della Valsesia" del 1942. Dopo alcune pagine piene di retorica, l'articolo concludeva: "Nessuna lacrima falsa in Valsesia; nessuna recriminazione balorda. La fiera gente di quassù non conosce menzogne. Dona tutto ciò che può, senza nulla chiedere: ed è orgogliosa di dare, di dare molto. Sa tacere nel dolore, sa reprimere i moti spontanei che talora superano il ragionamento e diventano solo espressione di un cuore martoriato da una piaga che non si rimarginerà più [...]. Prega e tace la gente di Valsesia, lavorando duramente. Sa che solo con sacrificio si giunge alla Vittoria, e tutti i sacrifici serenamente affronta, lieta se gioveranno. Non parla questa gente, è silenziosa per natura. Ma, in fondo all'animo, custodita gelosamente, ha una fede e una certezza sola: la Vittoria".
Magari la gente valsesiana aveva davvero, in fondo all'animo, la certezza della vittoria, ma è difficile pensare che accettasse serenamente i sacrifici imposti dalla guerra. Sicuramente non partirono con animo sereno coloro che lasciarono la valle per andare a combattere (questo è quanto risulta dalle testimonianze): partirono senza certezze, senza entusiasmo e con rassegnazione.
Fra i tanti che lasciarono Boccioleto per andare in guerra, solo Delfino Cucciola non si rassegnò al proprio destino e cercò a tutti i costi di riconquistare la libertà che gli era stata tolta.
Delfino era nato a Boccioleto il 2 agosto del 1917; abitava a Casetti, una piccola frazione del paese, con la madre, Caterina Gualdi. Stando a quanto dicono i documenti, la sua situazione economica non era delle migliori (è anche vero che pochi in paese potevano vantare una situazione economica vantaggiosa). Lavorava come manovale o come taglialegna, a seconda delle esigenze (ricordo che la maggior parte degli uomini allora era dedita a questo tipo di lavoro, perché della campagna e dell'allevamento si occupavano in prevalenza le donne).
L'11 giugno 1940, dopo l'entrata in guerra dell'Italia, Delfino fu richiamato nel 4o reggimento alpini ad Aosta. Tornato a casa in licenza, nell'agosto dello stesso anno, decise di non tornare al corpo e si diede "ad una vita randagia, protetto dalla madre che molte volte lo accoglieva favorendone così lo stato di diserzione".
L'1 febbraio dell'anno successivo il podestà di Boccioleto scrisse al brigadiere di Scopa: "Il disertore in oggetto, invece di presentarsi al Corpo, come dall'assicurazione data da sua madre, è ritornato da diversi giorni a Boccioleto. Fu visto a Casetti e a Fervento ove la popolazione è in orgasmo per la sua presenza. Vi prego perciò di voler provvedere sollecitamente alla sua cattura con tutti i mezzi a Vostra disposizione, chiedendo eventualmente rinforzo anche ai militi di Boccioleto che mi hanno assicurato la loro collaborazione, onde assicurare alla Giustizia un delinquente pericoloso".
Stando a quanto diceva il podestà, si è indotti a credere che Delfino costituisse un reale pericolo per l'intero paese, sennonché le testimonianze di molte persone, che lo conoscevano assai bene, discordano dal quadro a tinte fosche dipinto da Alessandro Preti. Sicuramente Delfino era una persona singolare e bizzarra, poco amante delle regole e delle imposizioni, ma non era un delinquente pericoloso.
"Era un tipo che non voleva essere comandato: a l'era un pò salvaigh. Ha cominciato a dire: 'Io il soldato non lo voglio fare e non lo faccio', era un carattere così [...]. Era un tipo indomabile. [...] Era un indisciplinato, non voleva assumere disciplina. Almeno così si diceva" (Valentino Tapella).
"Era un merlo!", dice Riccardo Cucciola, e i merli, si sa, hanno le ali per sfuggire a carabinieri e a militi.
"Gli era scappato da lì a Casetti, da casa sua, gli era passato fuori scalzo in pieno inverno in mezzo alla neve. Gli è passato fuori dalla finestra e loro erano lì sulla porta" (R. Cucciola).
L'astuzia ebbe partita vinta.
Dopo alcuni mesi di latitanza però, il 7 febbraio del 1941, il nostro disertore decise di rientrare al corpo "dopo ripetute esortazioni e consigli da quanti avevano occasione di vederlo".
Perché prese questa decisione, cosciente del fatto che avrebbe dovuto affrontare un processo e il carcere, quando per mesi era riuscito a gabbare la giustizia e sicuramente avrebbe potuto continuare a farlo senza eccessivi problemi, ce lo spiega la lettera che scrisse al podestà di Boccioleto il 9 febbraio, dalla sua camera di punizione:
"Signor Podestà siccome oggi ho parlato per sposarmi e mi rivolgo a voi dato che io ho fatto la mia mancanza di essere disertore non mi lasciano venire casa. Percio io mi rivolgo a voi di fare le carte per sposarmi per procura, che verra lui che così farete il favore insegnarli come deve fare. Credo che mi farete questo favore dato le condizione che si trova io avrei il piacere di fare il mio dovere sebbene non mi lascieranno venire casa. Adesso vi ringrazio di tutto il bene che avete fatto per me che ora che sono qui contento di avermi consegnato da me, che cosi avro anche meno pena e dopo il processo mi mandano al fronte che ho già fatto la domanda, che cosi dopo saro anch'io come un altro".
Delfino voleva compiere il suo dovere: ecco perché aveva abbandonato la latitanza. Come avrebbe potuto infatti un disertore contrarre regolare matrimonio? Inoltre doveva avere una certa fretta, tant'è che il 20 febbraio sollecitò così il podestà:
"Rispettabile signor Alesandro. Vi invio la Signoria vostra a voler procedere per favore le mie carte di matrimonio. E quelle della signorina che io ho relazione cioè Bozzo Rolando Caterina. Prego che la Signoria vostra mi invia subito le mie carte".
In marzo, mentre si trovava nel carcere militare preventivo di Torino, Delfino contrasse il matrimonio per procura. Alla fine del mese il tribunale militare territoriale di guerra di Torino lo condannò alla pena di due anni, ma la pena venne differita ai sensi dell'articolo 10, legge 9 luglio 1940, n. 924, pertanto tornò al reggimento.
Il 30 maggio 1941 gli nacque una bambina che fu chiamata Libera Bruna. Quanto so di Delfino mi fa credere che la scelta di quel nome non fu dettata dal caso, ma dalle circostanze e volle essere un messaggio al mondo e un augurio alla figlia che doveva ancora conoscere la vita.
Intanto i mesi passavano e probabilmente il suo desiderio di libertà cresceva di giorno in giorno, tant'è che approfittò della licenza di fine anno per darsi nuovamente alla latitanza.
Suo cugino, anch'egli militare, terminata la licenza tentò di convincerlo affinché partisse con lui e rientrasse al corpo, a Pinerolo, ma ogni tentativo fu vano: forse Delfino capì che il cugino, più che la sua sorte, aveva a cuore i propri interessi.
Infatti Oreste dice:
"Se quel giorno veniva via con me io avevo una licenza premio, invece..." (Oreste Gualdi).
O forse Delfino non aveva alcuna voglia di tornare al corpo proprio durante le feste di Natale.
Scattò così ancora una volta la denuncia per diserzione: il colonnello comandante il 3o reggimento alpini di Pinerolo così scriveva alla segreteria comunale di Boccioleto: "Comunico che l'alpino Cucciola Delfino di Battista [...] in data 14 gennaio 1942 è stato denunciato al Tribunale Militare Territoriale di Guerra di Torino, per essere incorso nel reato previsto e punito dall'art. 146 e 147 Cpmg (diserzione)".
Qualcosa o qualcuno gli fece poi cambiare idea, visto che "dopo è andato su per suo conto, è stato convinto ed è andato" (O. Gualdi).
Delfino quindi rientrò ancora una volta al corpo, ma non so cosa gli sia capitato in seguito: nessun documento in mio possesso ne parla. Quasi sicuramente fu processato, probabilmente fu ancora una volta ospite del carcere militare, ma non scontò alcuna pena, dato che Oreste Gualdi lo incontrò in Jugoslavia:
"Era nel '42, nel mese di gennaio o di febbraio, che l'ho trovato a Spalato" (O. Gualdi).
Forse evitò il carcere di Gaeta offrendosi volontario per il fronte. Bisogna accontentarsi di pure supposizioni.
Non so quanto tempo Delfino restò in Jugoslavia: nella ricostruzione della sua storia c'è un vuoto di un anno e mezzo circa. Comunque siano andate le cose, dopo l'8 settembre Delfino si trovava a Boccioleto; trascorse l'autunno del 1943, l'inverno del 1944 e buona parte della primavera tra Casetti e Fervento: a Casetti abitava la madre, mentre a Fervento viveva con la moglie e la figlia.
Si nascose come meglio riuscì fino al 14 maggio del 1944.
Quel giorno, di buon'ora, scese in paese, e, poco dopo le nove, decise di fare ritorno a Casetti. Arrivato al bivio che porta alla frazione incontrò due ragazze che ben conosceva, Caterina Martire e Giuseppina Vinzio, e si mise a chiacchierare. Mentre i tre stavano parlando, videro arrivare in bicicletta quattro militi della divisione "Tagliamento". Preso dalla paura, Delfino tentò di scappare scavalcando un muretto, così, nel vederlo fuggire, uno dei militi gli sparò. Delfino rimase solo ferito e continuò a fuggire, ma, giunto vicino al torrente Sermenza fu colpito da un'altra pallottola e morì. Caterina e Giuseppina furono messe al muro e poi portate davanti al municipio; da lì fuggirono, tornandosene a casa, quando i militi entrarono all'interno dell'edificio.
"È stato ucciso da militi della Tagliamento di passaggio per il solo fatto di essere fuggito mentre i militi si avvicinavano".
Dice oggi Riccardo:
"Quello se l'è cercata da solo: se non scappava nessuno gli diceva niente" (R. Cucciola).
"Se lui stava fermo nessuno gli diceva niente: è arrivato lì nei pressi della strada per andare a Casetti e ha visto questi fascisti che venivano su e lui si è buttato giù dal muro e gli altri gli han sparato. Se lui andava su per la sua strada non gli succedeva niente.
Mi ricordo anche che dopo questi due fascisti, che girolavano così, sono venuti a Boccioleto, sono andati nella cooperativa, hanno comperato roba, poi la regalavano alla gente come festa, per dimostrazione, perché avevano ucciso un bandito" (Giuseppe Cucciola).
E "bandito" fu considerato anche da morto:
"L'hanno sotterrato come un cane, non hanno neanche lasciato portarlo in chiesa, perché c'erano i tedeschi e i fascisti che non lasciavano fare un funerale regolare" (R. Cucciola).
Così si concluse la storia dell'unico disertore di Boccioleto.
Oggi Delfino non è certo ricordato come un eroe, anzi, molti lo descrivono come un fannullone e come un "poco di buono".
Fu certamente un diverso e la diversità nelle piccole comunità non è mai vista con occhio benevolo, perché mette in crisi ciò che da tutti è accettato di buon grado.
Forse Delfino fu davvero un tipo poco raccomandabile e lasciò l'esercito perché era uno scansafatiche: io però non posso né affermarlo, né negarlo. Mi domando solo - e la mia domanda non trova risposta - se il fatto di non riconoscere Delfino Cucciola come un ribelle, ben cosciente di quello che faceva, non sia un modo per evitare di mettere in crisi tutti coloro che subirono passivamente il loro destino sino alla fine.

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