Invito alla lettura di:
Il nostro Sessantotto
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Alessandro Orsi
2008, pp. 240, 12,00
Il Collettivo Valsessera Nella primavera del 1969, con una riunione nella saletta di un bar di Pray, nasce il Collettivo operai-studenti della Valsessera. Contemporaneamente altri sorgono nelle valli del Biellese e i rapporti tra collettivi saranno sempre molto stretti: identiche la matrice e le indicazioni politiche di lotta, che sono prese, come l'idea stessa del Collettivo operai-studenti, da esperienze e modelli sviluppati a Torino. Il Collettivo è il primo gruppo fortemente operaista nella realtà dell'area valsesiana. Infatti la Valsessera, se è vero che ha ancora legami di tipo storico ed economico con il Biellese, dal dopoguerra ha iniziato un processo verso un'omogeneità culturale e sociale (ospedali, banche, scuole, ecc.) con la Valsesia. Il Collettivo è fondato da alcuni studenti universitari valsesserini impegnati nel Movimento studentesco valsesiano, da un nucleo di giovani operai, soprattutto da giovani attivisti del Partito comunista critici nei confronti delle posizioni "moderate" del partito a livello nazionale e a livello locale. La Valsessera subisce da alcuni anni un periodo di decadenza, spia di una fase di metamorfosi: è una valle che ha una struttura economica centrata sul tessile, le intense ristrutturazioni delle aziende tessili negli anni sessanta stanno smantellando il completo e organico sistema di lavorazione nel tradizionale lanificio e dettano nuovi metodi di lavoro e secche riduzioni di manodopera. Non bastano le scarse diversificazioni nei settori industriali, come le cartiere a Crevacuore e dintorni, per salvare l'economia della vallata. Sul tessile vivono, e di conseguenza ragionano, centinaia di famiglie: la decadenza costituisce un trauma di natura sociale ed economica, ma pure con profondi risvolti psicologici. Prosegue infatti con celerità lo sfaldamento di una mentalità comune e di un tessuto sociale connettivo basati su abitudini e su ritmi di esistenza praticamente intatti da quasi un secolo. Nel mese di novembre del 1968 si aggiunge un'alluvione tragica: miliardi di danni, case e fabbriche devastate, morti, il dissesto idrogeologico del Biellese orientale, Valsessera compresa. L'alluvione viene recepita come un disastro terrificante sul piano geofisico, ma con un'anima dentro di pressione psicologica: anche la natura, con spedita brutalità, dà una mazzata per seppellire un'epoca e annientare il territorio, l'urbanistica, la disposizione geografica di una valle e quella mentale dei suoi abitanti. Non è la prima volta d'altronde che un evento naturale "catastrofico" assume la veste di un agente di trasformazione: forze della natura, magari prevedibili, magari provocate, ma comunque non arginabili, contribuiscono a sgretolare antichi e consolidati equilibri. Della calamità nelle valli approfittano, per esempio, subito gli imprenditori: diventa una combinazione favorevole per mandare avanti il processo di pianurizzazione delle aziende e per ricostruire quelle ancora in loco secondo i nuovi procedimenti di organizzazione del lavoro. Ma il cataclisma alluvionale ha anche effetti inaspettati: è lo stimolo per l'aggregazione di giovani di varia provenienza, un momento vivacissimo di circolazione di idee. In questa fine d'anno 1968 invadono le valli, per sgobbare volontariamente a spalare fango, tanti gruppi di ragazzi, come già a Firenze nel 1966: molti di loro sono politicamente ferrati e attivi nei movimenti studenteschi di Milano e Torino. C'è simpatia, cooperazione, discussioni, anche piuttosto vivaci soprattutto con amministratori e politici della sinistra ufficiale. Persino si sviluppa una esplicita propaganda: spunta fuori addirittura il "Soccorso rosso". Se nell'alluvione si trova una delle radici del Collettivo Valsessera, un'altra robusta sta a Torino. Nel capoluogo piemontese nella primavera del 1969 comincia la lotta alla Fiat, una delle più veementi del dopoguerra: parte da una serie di vertenze di reparto e di officina e si allarga a un complessivo ripudio di tutta l'organizzazione del lavoro, specialmente nello stabilimento di Mirafiori, dove il processo produttivo è basato sulle catene di montaggio. Nulla è intoccabile: la linea, il lavoro in sé, ma anche i contratti, i sindacati e i delegati, le forme di lotta abituali: prendono piede gli "scioperi selvaggi" e i cortei interni, sul tipo delle lotte operaie in Francia del 1968. La tensione raggiunge il culmine e tracima il 3 luglio: una vasta area della città, attorno a corso Traiano, è sconvolta da ore e ore di vera battaglia tra polizia da una parte e operai e studenti, che sono in marcia in un corteo organizzato dalle "avanguardie autonome" delle fabbriche e delle scuole, dall'altra. Le sorgenti dei collettivi operai-studenti sono anche lì: negli studenti che volantinano agli ingressi di Mirafiori, nella dimostrazione di forza di quello che si ritiene un formidabile potere operaio, nei contenuti di queste lotte (che sono acquisiti dai collettivi biellesi e adattati alle situazioni locali). Nel Collettivo Valsessera ci sono quindi studenti, soprattutto universitari: il loro percorso di avvicinamento alla politica e alla classe operaia ha tappe fondamentali nelle esperienze e nelle elaborazioni teoriche nelle città. Loro incalzano in valle per la creazione di un'organizzazione di spiccata autonomia dal movimento operaio ufficiale. Nel Collettivo ci stanno giovani operai. La loro educazione ideologica è avvenuta un po' in ambito familiare, un po' per il contatto con gli studenti, un po' per l'attività con i sindacati in fabbrica. Ma questi giovani lavoratori, in genere tessili, sono i figli del rivolgimento probabilmente più profondo nell'organizzazione del lavoro nelle aziende tessili dai tempi dell'introduzione del telaio meccanico. Le lotte gagliarde dei lavoratori tessili nel 1961, all'interno di una forte stagione contrattuale (tre milioni di ore di sciopero, cortei, dimostrazioni, ecc.) con epicentro nella famosa "estate calda", hanno fatto uscire la gente valsesserina dal sottosviluppo salariale e normativo e il movimento operaio dalle difficoltà degli anni cinquanta; e hanno altresì innescato una reazione da parte imprenditoriale basata non solo sull'intensificazione dell'apporto della forza lavoro come spesso nel passato (ancora sul finire degli anni cinquanta è stata imposta l'assegnazione del secondo telaio ai tessitori) ma sul salto tecnologico, sulla diffusione di moderni impianti e sistemi di lavorazione. Un pungolo al rinnovamento tecnologico è fornito dalla progressiva e massiccia presenza delle fibre artificiali, da sole o mescolate alla lana: queste richiedono nuovi apparecchi di lavoro e l'utilizzo di accorgimenti per elevare la produttività nelle macchine tradizionali, la cui velocità di esecuzione aumenta, grazie anche alla maggiore resistenza del filato. Lo stato di ristrutturazione degli impianti, in questo periodo, interessa comunque tutti i reparti: a partire dalle miste, alle tintorie, alle pettinature, alle filature, alle tessiture, dove fanno la loro comparsa i telai automatici, e al finissaggio. Le conseguenze sui lavoratori tessili sono aspre: espulsione consistente di manodopera; nuove mansioni per l'operaio in fabbrica, che deve applicarsi con un sincronismo tale da non essere più lui a dirigere l'azione e a fissare la quantità di lavoro da eseguire, infatti, i controlli sull'esecuzione delle operazioni passano nelle mani dei "camici bianchi", cronometristi e analisti dei tempi di lavorazione. Dalla fine dell'Ottocento, quando scema l'importanza dell' "operaio di mestiere", non si assiste a tanto sovvertimento nel lavoro e nelle abitudini, nella mentalità, nella cultura dell'operaio tessile. I giovani operai del Collettivo Valsessera si confrontano in fabbrica con questa realtà. Qualcuno è delegato sindacale, tutti però imputano al sindacato posizioni invecchiate e non adeguate alle novità strutturali. La polemica può riassumersi nella critica al "cottimo", il sistema degli incentivi accettato dal sindacato ancora nei primi anni sessanta, puntellato dagli operai specializzati, in genere anziani e nerbo del sindacato, e rifiutato dai lavoratori più dequalificati, in genere giovani, perché considerato una forma di doppio sfruttamento e di divisione all'interno della classe operaia. Nel Collettivo, infine, c'è una terza componente, che costituisce un po' il cemento teorico del gruppo. Sono alcuni giovani iscritti al Partito comunista, artigiani e operai, che hanno dimestichezza con la pratica politica e sono scontenti del comportamento del Pci, accusato di essere moderato e non rivoluzionario ai vertici e autoritario e chiuso a nuove idee in valle. Queste diverse impostazioni generano due anime nel Collettivo: quella propensa a mantenere l'associazione estranea a partiti e sindacati e usarla anche contro, soprattutto sono gli studenti; e quella mirante alla frattura tra base e vertici e al recupero in direzione rivoluzionaria degli aderenti e pure delle strutture organizzative dei partiti della sinistra e del sindacato, soprattutto sono gli operai e i tesserati comunisti, che non disperano di conquistare la base di massa del partito, convincendo lo stesso al ritorno alla lotta di classe e all'abbandono della linea riformista. L'atteggiamento del movimento operaio ufficiale, dopo gli iniziali attimi di smarrimento per l'evento insolito e persino di qualche simpatia, passa dalla diffidenza alla asciutta contrapposizione. La Valsessera non è la Valsesia: Partito comunista e sindacato hanno nei villaggi e in fabbrica una base quadrata, ancorata alle esigenze della gente, amministrano paesi, godono di diffuso credito; il nucleo dirigente si è duramente formato nella Resistenza, è rimasto "gruppo", non compresso su un'unica personalità, è granitico nella fedeltà e disciplina di partito, attivissimo e puntiglioso negli aspetti organizzativi, tenace e fermo nel dirigere partito e amministrazioni, insofferente alle critiche e, ovviamente, rapido e senza remore nello stroncare con energia qualsiasi opposizione. I rapporti, pur senza essere velenosi, non saranno, nel 1969 e 1970, mai teneri. ..................
Dal capitolo "Testimonianze, quarant'anni dopo" Sono rimaste tracce delle idee e dei movimenti del Sessantotto nella società, nelle istituzioni, nei nostri comportamenti e mentalità?
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Gianfranco Fasanino. Son passati quarant'anni e non ce ne siamo accorti! Questo potrebbe essere in
sintesi la risposta a cosa resta oggi di quella esperienza collettiva che fu la stagione del Sessantotto. Allora a
questa ciascuno di noi arrivò da esperienze diverse, con bagagli culturali e sociali diversi, ma respirando tutti però
la stessa aria e vivendo tra le stesse idee.
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