di
Alessandro Orsi
2001, pp. VI-286, 20,00
Dal I capitolo
Il processo
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La sconosciuta si è spinta nell'androne fino a sbirciare in cucina le spalle dell'uomo seduto a tavola.
Un baleno di impazienza, la mano nella borsetta mentre il sindaco si alza, l'ingordigia di sbrigare il compito...
Ancora prevale invece la gelida determinazione di svolgere fino in fondo la missione secondo un piano decennale
dettato da un inestinguibile tormento. O forse quel bimbo in braccio... La donna arretra al centro dell'atrio e
qui affronta gli occhi di colui che trasfigura nel diavolo antagonista, fonte di ogni nequizia: eccolo davanti! Il
porticato oscuro e la rapidità dell'azione impediscono all'uomo di discernere il pericolo e le fattezze del nemico.
Nel peristilio dell'inferno rimbomba una frase: "Sono la figlia di Margherita". E un colpo, figlio di
geometrica perfezione, di una mano che non trema, di volontà feroce: dritto al petto.
Il sindaco ha scorza e carattere temprati in cento avversità: getta una smorfia di dolore e un pugno al
volto dell'avversaria, la quale stringe la pistola sparando tre volte in fulminea sequenza e indietreggia nella
colluttazione fino ad appoggiarsi al muro, in ginocchio, mentre l'uomo le frana addosso. Tale è la reazione del
colpito che tra la prima botta e le tre successive lampeggia nella donna l'impressione di una cilecca dell'arma o di
un tiro fallito. Per due fiate ancora viene schiacciato il grilletto ed elevato a sei il numero di colpi esplosi. Il
caricatore è vuoto. Due proiettili penetrano in pieno petto causando la morte, uno fora il gomito, un altro
trapassa l'indice della mano sinistra sulla terza falange.
Una pallottola trivella a 80 centimetri da terra la porta ad unico battente di legno grigio e va a schiantare
in cucina un vasetto su una mensola in basso, una succhiella lo stomaco del Pinocchio di gomma del
bambino. Attimi di panico straripano in cucina. La Rina e l'Elvira afferrano il piccolo, avvicinatosi alla porta per
seguire il padrino, e tentano di proteggerlo dietro il tavolo, non osano avventurarsi nell'atrio e spalancano la
finestra gridando: "Curì, aiuteni, i 'n
massu!". Non è poi da molto che i fascisti piombavano all'improvviso
sparando all'impazzata e il ricordo è ben forte in tutti.
La donna sposta il corpo dell'uomo crollatole sopra, si rialza, sguscia precipitosamente fuori, sbattendo
con un braccio contro il cancello, fugge. La Lea, accanto alle secchie ormai ricolme alla fontana, scorge
l'ombra dileguarsi ed urla: "Disgrassià, qué ch'a t'èi cumbinà, t'èi massà
quaidun!". La risposta è sbucciata in un
suono sconnesso e incomprensibile, boccheggiante nelle tenebre.
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Dal X capitolo
Le esecuzioni
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I fascisti negli anni venti, sulla scia di tendenze alla violenza cullate dalla guerra, hanno reintrodotto le
zuffe per bande e, con la novità della politica che distingue le fazioni, le villanìe delle faide familiari, comunali,
il cui ricordo si era perso con le ultime brighe per confini di terra. Crevacuore sta in un'urna, in un cratere ove
il fuoco sotto la cenere si mantiene, pronto a riaccendersi se c'è chi lo attizza: è sempre stato così, dal
Medioevo, dai Fieschi che, come i fascisti, opprimevano e dividevano la popolazione.
I capi partigiani, coscienti della posta in gioco, hanno cercato di inculcare negli uomini norme di
comportamento incardinate su motivazioni ideologiche, in grado di differenziare un patriota costretto a usare le
armi da un qualunque killer sanguinario. Ma in un villaggio curvo in una nicchia tra i monti è possibile
aspettarsi sempre l'osservanza da una sola parte di regole "pulite", ammesso che esistano, in una guerra come questa?
Il movimento garibaldino non ha raggiunto, nell'attuale fase, una piena maturità; inasprita dalle atrocità
individuali e collettive commesse dal nemico, la risposta di un combattente irregolare e spesso grezzo può
diventare incontrollabile, scomposta, fagocitata dalla logica dell'occhio per occhio.
È un momento tremendo, vengono a galla e si intrecciano più elementi: l'ossessione per il rischio di
altre delazioni prima di tutto e la necessità di rendere sicura la zona di operazioni; ma pure i rancori per le
prepotenze subite in vent'anni di fascismo; i martellanti inviti dai comunicati dei comandi garibaldini a "intervenire
energicamente contro le spie, i collaborazionisti diretti o indiretti del tedesco e del fascista"; la punizione da
rovesciare su un colpevole per le recenti brutalità dei nazifascisti; l'odio nei confronti del "tradimento"
compiuto sciaguratamente da italiani, da compaesani addirittura; l'esercizio ormai flagrante della violenza da
infirmare i confini tra quella legittima o meno, giusta e ingiusta, di difesa o aggressiva; l'espulsione della "cellula
malata" dalla novella comunità per non inquinarla nel suo formarsi; il bisogno di dimostrare che il nuovo
governo sa imporre il "suo ordine"; l'esempio da dare all'intero paese.
È evidente che meccanismi spietati scattano al di là delle ideologie politiche e delle contrade ove si
combatte. Un patriota né appartenente alle brigate Garibaldi né biellese o valsesiano, il commissario regionale di
"Giustizia e libertà" Giorgio Agosti, scrive da Torino al compagno azionista Livio Bianco, comandante
partigiano nelle valli del Cuneese: "Cosa abbiamo noi? Poche armi e pochi uomini; ma in compenso uomini intelligenti
e decisi. Dunque: l'azione deve tener conto di questi dati. Noi la vediamo così: prima ed essenziale
l'uccisione di quante spie vengono individuate; l'uccisione dei gerarchi Pfr; atti di sabotaggio. Queste azioni, studiate
bene, presentano molte probabilità di riuscire, non attirano rappresaglie (che i tedeschi se ne fregano delle
uccisioni dei fascisti), ci creano maggior sicurezza (le spie sono la nostra rovina) e soprattutto ci fanno una fama di
misteriosa santa Weheme utilissima presso gli apatici o i collaborazionisti per fiacchezza morale o per terrore".
Nell'inferno della guerra civile il ribrezzo verso le spie infoca un accanimento cotanto implacabile da
far diventare a volte il sospetto già condanna e l'errore un organico corredo per
le esigenze della lotta. A metà luglio anche Crevacuore conosce la sua Weheme, il suo tribunale segreto.
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Dal XV capitolo
Il processo
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È domenica e si discute del processo nelle piazze e nei bar di Crevacuore, con accenti già distaccati: la
sentenza non ha stupito, quasi fosse attesa in tal fattura. Nessuno ha convenienza ad infierire sulla donna,
quelli convinti che sia stata "preparata" al gesto lo rimangono, tutti hanno fretta di archiviare la vicenda,
consegnandola all'oblio. I crevacuoresi non hanno gradito l'immagine che è stata presentata del paese. La vera
protagonista nella guerra, la comunità di un villaggio sconvolta nei suoi rapporti e umori, è entrata marginalmente
nel processo; è apparso solo il simulacro di un borgo medievale, trinciato da faide e omertà.
Non sono emerse le eroiche scelte dei ragazzi partigiani con il prezzo pagato, ma nemmeno quelle dei
fascisti locali, che ebbero una loro disperata dignità. Giacché in queste avventure animose e dolorose di un
piccolo popolo stavano i toni della tragedia greca, di un dramma che può partorire la leggenda epica. Con il
suo intento pretestuoso e fazioso di screditare la Resistenza l'avvocato missino Nencioni ha strappato un pezzo
di storia e di forza a ciò che era stato il fascismo a Crevacuore e alle identità di chi aderì alla Rsi. Villaggio
di guerra per bande. È il modo di vedere degli esterni, dei marescialli, dei magistrati, degli avvocati, degli
"estranei".
È rimasto velato anche il rapporto tra la donna e il paese. Ben pochi colgono l'urto del commento a
caldo dell'imputata dopo la sentenza: "Sono contenta che è risultata l'innocenza di mia madre. L'umanità è
stata costretta a riconoscere che mia madre non era una spia". Ecco il nodo: la madre è stata sottoposta ad
accusa grave, fare la "spia", una qualifica evidentemente infamante in quel periodo a Crevacuore per "l'umanità",
cioè la gente; ma le spie erano a favore dei fascisti e dunque è un confessare che costoro erano "fuori" dalla
comunità, erano "contro", erano i nemici. L'atto estremo del 7 marzo non è figlio forse di vendetta o di giustizia
ma assume la veste di un conto che la donna "doveva" regolare per spiegare a tutti come stanno le cose, salvare
la memoria della madre, ristabilire la propria verità, ridare ad ognuno il suo posto, la credibilità, il "rispetto".
La donna che ha ucciso a Crevacuore sa bene che, sbrogliata la questione della madre, il suo legame con il
paese è sbriciolato, che è divenuta lei stessa oggetto dell'inesorabile biasimo della comunità; la sua seconda
dichiarazione è esplicita: "Non tornerei più a Crevacuore. Solo per i fiori sulla tomba di mia madre...".
Alla tragedia greca ha accennato il pubblico ministero: "Vi è già una nota di predestinazione, vi è
qualcosa come di quel filo tragico che lega insieme in un organismo di armonia insuperabile le parti di una tragedia
greca. E come può la ragione umana darci conto della persecuzione ostile, spietata, implacabile, che la vita ha
esercitato su questa disgraziata?". Preleva a piene mani Nencioni: "Ritorna dal silenzio impenetrabile dei secoli
la volontà determinata, ritorna Eschilo con Elettra, invasata dal sentimento di giustizia". Completa l'avvocato
Russo nelle "Note sul processo e sugli oratori" nel primo fascicolo del 1957 de "L'Eloquenza" (su cui vengono
pubblicati anche l'interrogatorio dell'imputata, le perizie mediche, i discorsi del pubblico ministero e della
difesa): "È la sorella dell'antica Antigone, con la sola differenza che questa violò la legge scritta per religione
verso il fratello, l'altra per religione verso la madre. Chiarisco: religione dal latino `religio', cioè legame".
Antigone sfida una legge cattiva in nome della pietà e di una "religione" dal sentimento spesso bifido.
A una concezione tragica del mondo, dominato dalle cieche leggi del Fato e da quelle ingiuste degli uomini,
dentro cui intellettuali fascisti tentano di collocare la storia dell'Italia della guerra civile, si oppongono
intellettuali della sinistra che riportano anche questo delitto nell'ordine razionale delle cose e la protagonista
all'interno di un disegno scientificamente studiato. Socrate e Platone e l'uomo teoretico contro Eschilo e Sofocle e
l'uomo tragico. Lattanzio e Tertulliano, ispiratori dell'avvocato Russo, per i quali
"religio" ha chiave etimologica nell'augusto verbo
"ligare", contro Cicerone, fautore del più terreno
"legere", raccogliere e scegliere.
Ma alla donna di Crevacuore, oggetto di un contendere che affonda le radici nel mondo classico, si
addicono i titoli di eroina, santa, pazza, burattino, vendicatrice? Ella ha cercato di rendere l'onore alla madre di
fronte a un intero paese. Non venderà il diario ai giornali, perché esso appartiene a un mondo sotterraneo, al
passato, ai suoi silenzi e a quelli di un villaggio. Gli altri non capirebbero. La donna di Crevacuore ha obbedito,
ultima forse, alle norme vigenti da centinaia di anni nelle menti e nei comportamenti degli abitanti di un buco
tra i monti.
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© Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nel Biellese, nel Vercellese e in Valsesia.
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