Invito alla lettura di:
Arrivare da lontano
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Enrico Miletto
2010, pp. 288, 15,00
Pola, 11 febbraio 1947. Due donne, la testa fasciata da uno scialle che copre appena i loro volti lasciando spazio a pochi capelli increspati dal vento, si scambiano un bacio d'addio sulle banchine del porto spolverate dalla neve che, in quei giorni, si sparge come polvere per le vie di tutta la città. Due ragazze avvolte in lunghi cappotti, grandi casse di legno e la motonave "Toscana", i cui contorni si stagliano nitidi sullo sfondo, completano il quadro della fotografia. L'immagine, il cui impatto evocativo è tale da farne una delle più utilizzate nell'iconografia dell'esodo giuliano-dalmata, assume una grande valenza simbolica, poiché, calata in tale contesto, va oltre la semplice rappresentazione e si trasforma in un vero e proprio documento corale dove i volti, i gesti e gli attimi catturati dall'obiettivo diventano veri e propri elementi rivelatori dell'esodo. Uno scatto che diventa un'autentica immersione in profondità, nel quale ogni elemento sembra fondersi con l'altro in un equilibrio quasi perfetto e che, se osservato a fondo, permette di scavare nel privato dell'esule, di entrare in contatto diretto con il suo dramma, dal momento che quei visi e quegli occhi di donna, chiusi ma gonfi di dolore, esplicitano meglio di qualunque altra parola il senso di perdita, abbandono e disperazione che accompagna ogni partenza. Partenze nelle quali è coinvolta la gran parte della popolazione italiana della Venezia Giulia e della Dalmazia: nell'arco di circa un decennio, dal 1944 al 1956, non meno di un quarto di milione di persone, ovvero una cifra compresa tra l'85 e il 90 per cento del gruppo nazionale italiano, lascia il proprio territorio di insediamento storico, «spezzando una linea di continuità che durava dall'epoca della romanizzazione». Il carattere frammentario dell'esodo, che si snoda lungo un arco temporale piuttosto vasto, potrebbe dare adito alla considerazione di trovarsi di fronte a episodi isolati e non in relazione tra loro. Occorre dunque precisare come sia corretto parlare di un insieme di tappe, dislocate lungo il lasso di tempo nel quale si definisce la sorte dei territori giuliani, che, saldatesi tra loro, costituiscono un corpus unico, che è parte dello stesso fenomeno. Un fenomeno che assume le fattezze di un abbandono totale e che, diversamente da quanto accaduto in altri contesti europei, non avviene in seguito a misure legislative e normative di carattere espulsivo, ma in forma spontanea e di massa, attraverso lo strumento delle "opzioni", introdotte dal Trattato di pace di Parigi del febbraio 1947. Il Trattato prevede infatti la possibilità, per i cittadini di lingua italiana residenti nei territori destinati a passare sotto l'amministrazione jugoslava, di mantenere la cittadinanza italiana, con il «conseguente diritto dello stato successore di chiederne il trasferimento in Italia». Il diritto di opzione costituisce dunque una precisa clausola del Trattato di pace di Parigi: ciò potrebbe forse portare a sostenere che il conseguente trasferimento della popolazione italiana andrebbe inserito nelle dinamiche di un evento «non solo previsto, ma legittimo e normale». In realtà così non è. Infatti, quanto appena affermato non tiene conto di una variabile fondamentale ed altamente rappresentativa del fenomeno, e cioè il suo carattere di forzosità. Ed è proprio l'intersezione tra queste due valutazioni differenti, che vedono le partenze o come scelta volontaria o come costrizio-ne imposta, a costituire il nodo interpretativo principale dal quale partire per riannodare i fili dell'intera vicenda dell'esodo istriano. Un'operazione che deve uscire dai livelli asettici e statici del piano formale, perché se è vero che le autorità jugoslave non si fanno promotrici di alcun provvedimento di tipo legislativo volto ad espellere gli italiani, lo è altrettanto il fatto che la pratica delle opzioni consente al governo di Belgrado un'accelerazione negli allontanamenti di massa della componente italiana, semplificandone notevolmente il compito. Infatti, per "persuadere" gli italiani a partire, sembrano essere sufficienti le numerose pressioni ambientali, attuate in misura massiccia e con metodi tali da creare nella componente italiana una situazione di vera e propria invivibilità, che non lascia altra soluzione se non quella della partenza. Un'affermazione, quest'ultima, che non permette però di sostenere a tutto tondo la tesi di un progetto elaborato dalle autorità jugoslave con il fine preordinato di allontana-re la componente italiana dai nuovi territori annessi alla Jugoslavia. Si può invece affrontare il discorso avvalendosi di quello che Raoul Pupo ha recentemente definito un "approccio funzionalista", basato essenzialmente su un processo alle intenzioni, in grado di mettere in stretta relazione il pensiero e l'azione, e le cui dinamiche fanno emergere l'esistenza di un progetto capace «di condurre all'esodo, anche se attraverso un'evoluzione che non poteva venir prevista a priori». Si tratta, dunque, di un fenomeno molto complesso, la cui ricostruzione presenta, sul piano storiografico, notevoli difficoltà dovute non solo al carattere eterogeneo e frammentario dell'esodo, ma anche ai tempi, differenti e dilatati, delle partenze. Partenze nelle quali confluiscono fughe individuali e collettive e che non avvengono subito dopo l'instaurazione del potere jugoslavo, ma quando si fa strada negli italiani la convinzione che esso sarebbe diventato definitivo. Un lungo e inarrestabile flusso si verifica quindi proprio in concomitanza della firma del Trattato di Parigi nel febbraio del 1947 e del Memorandum di Londra nell'ottobre del 1954, i due momenti chiave che sanciscono negli italiani della Venezia Giulia la presa di coscienza di un fatto ben preciso, e cioè che «i nuovi venuti non se ne sarebbero mai andati, che la loro amministrazione non sarebbe stata provvisoria». Fino a quel momento la popolazione italiana, salda ed ancorata alla propria terra come le radici di un vecchio albero, resiste aggrappata a un filo di speranza, fragile e sottile, reciso di netto dalla diplomazia con le firme di Parigi e di Londra. Un passaggio inquieto, avvolto nel tempo sospeso dell'attesa, i cui contorni sono restituiti da Nelida Milani, che dipinge la sua Pola come una città nella quale i giorni sembrano scivolare via «privi della benché minima e confortante certezza». Parole struggenti, nelle quali è possibile cogliere il sentimento di esilio e sradicamento che riaffiora nelle narrazioni dei testimoni, per i quali l'esodo, un lutto spesso rievocato, ma «mai elaborato e concluso del tutto», assume le sembianze di un evento traumatico che spezza i cordoni ombelicali ai quali si è legati da generazioni. Testimonianze frastagliate, differenti l'una dall'altra, che però trovano nell'esodo, tema ricorrente in ognuna di esse, un terreno comune sul quale la memoria può procedere a ricostruire e rielaborare ogni singola vicenda i cui tratti, tormentati, frammentari ed intensi, rivivono mediante «un dialogo serrato tra la propria esperienza personale e la storia». I ricordi che galleggiano nella memoria dei testimoni affiancano ai giorni dell'esodo un'immagine ben definita, che sembra raffigurare ovunque la medesima scena: una moltitudine di persone che, con lo smarrimento e il timore scolpiti negli occhi, cammina carica di valigie e fagotti per le strade delle città dirigendosi verso i porti e le stazioni. Una fuga di massa fissata a caldo nelle fotografie che fanno da sfondo all'esodo e che coinvolge ogni strato della popolazione: gli uomini e le donne ritratti a piedi, sui camion o sopra semplici carretti sui quali hanno caricato le loro cose; le strade, le piazze e gli edifici diventano così «elementi rivelatori dell'anima delle città» che, in balia del ritmo forsennato delle partenze, iniziano a svuotarsi fino a perdere ogni contorno reale. Un senso di svuotamento magistralmente rievocato da Fulvio Tomizza che, nelle pagine di un racconto dedicato alle vicende di una famiglia contadina esodata in Italia da un piccolo centro dell'Istria interna, descrive il villaggio nell'attimo esatto della partenza dei due protagonisti, restituendo le forme di un luogo «con le porte e le finestre serrate, come morto in mezzo a cortine di nebbia». Un affresco, a ben vedere, del tutto simile a quello dipinto dai testimoni. ..................
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