Invito alla lettura di:

"Un ideale in cui sperar"
Cinque storie di antifascisti biellesi e vercellesi
a cura di Piero Ambrosio

2002, pp. 134, € 8,00



Dalla memoria di Angelo Irico
Fuoruscito in Francia, Spagna, Unione Sovietica


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Il 22 giugno 1941 l'Unione Sovietica venne aggredita, gli eserciti hitleriani riversarono tutta la loro potenza militare per distruggere il primo stato socialista. L'urto fu tremendo e l'esercito rosso fu costretto a ritirarsi, di fronte alle forze preponderanti naziste. Il popolo dell'Urss visse dei giorni terribili, l'esercito invasore arrivò alle porte di Mosca. Tutti risposero all'appello del governo di dare tutto per la difesa della loro patria e contribuire alla disfatta del fascismo invasore.
Anche noi emigrati politici italiani volevamo dare il nostro contributo in quella lotta, tutti volevano essere autorizzati ad andare a combattere. Anch'io feci domanda per essere arruolato, ma purtroppo il mio desiderio restò senza risposta. Ero mortificato di non potere contribuire direttamente a battere l'esercito hitleriano che continuava ad avanzare verso Mosca.
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Era il 1943 e gli avvenimenti militari erano sempre più confortanti, l'esercito rosso era ovunque all'offensiva, il nemico indietreggiava sempre più di fronte ai colpi che riceveva, quando mi fu comunicato che era arrivato l'ordine da Mosca che dovevo partire immediatamente per il campo di concentramento numero 26, dove erano rinchiusi italiani fatti prigionieri dall'Armata rossa nell'offensiva di Stalingrado. Quel campo si trovava in un villaggio denominato Ciuama, nell'Uzbekistan. In quel campo vi erano circa duemilacinquecento prigionieri italiani, e un migliaio fra tedeschi e romeni e di altre nazionalità.
Io e altri tre compagni avevamo il compito di fare gli istruttori politici e gli interpreti. Si aiutavano a farli diventare dei veri italiani antifascisti, si tenevano delle conferenze, sia noi che il responsabile del lavoro politico del campo, che era un compagno russo, quasi tutti i giorni. Ci sforzavamo di spiegare che Mussolini e i fascisti avevano gettato nel lutto molte famiglie, gli spiegavamo le atrocità commesse dai tedeschi e le violenze fasciste per più di venti anni. Nei primi tempi erano un po' diffidenti ma poi, gradualmente, conquistammo la fiducia di gruppi sempre più numerosi.
Il campo era bene attrezzato, le baracche per dormire erano abbastanza buone, entro il campo vi era un ambulatorio, e a fianco di una dottoressa sovietica vi era un dottore italiano. Vi era pure una piscina che nell'estate potevano fare il bagno, il campo del calcio dove si facevano sovente delle partite, infine vi era una filodrammatica aiutata ed incoraggiata dalle autorità del campo. Il comportamento del personale sovietico era molto buono verso i loro nemici.
Ogni sera si sentiva la radio, e le notizie che trasmetteva dal fronte erano molto buone: l'esercito rosso era all'offensiva in modo continuo. Eravamo nel 1944, e la prospettiva della sua vittoria nessuno più la metteva in dubbio. Anche i prigionieri italiani erano convinti che la guerra per i fascisti era perduta, e molti orientati da noi inneggiavano alle vittorie dell'esercito rosso.
Nelle autorità sovietiche, dopo la caduta di Mussolini e l'inizio della lotta partigiana, la simpatia per il popolo italiano era aumentata di molto, e ne usufruirono i nostri prigionieri, perché il comando autorizzò tutti i prigionieri italiani ad uscire a passeggio fuori del campo, accompagnati solo da un istruttore politico italiano, mentre queste agevolazioni per le altre nazionalità non erano consentite. [...]
Nei primi giorni del mese di maggio del 1945 l'esercito rosso occupò Berlino. Noi emigrati politici eravamo gioiosi della sconfitta degli eserciti invasori: la possibilità di ritornare in Italia era a portata di mano.
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Dalla memoria di Domenico Facelli
In fabbrica, in carcere, al confino


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Poi ho preso il contatto con il gruppo "Erba" di Borgosesia: erano socialisti, diffondevano il "Nuovo Avanti".
Ad un certo momento non riuscivo a spiegarmi alcune cose: quelli di Borgosesia sono stati poi arrestati. Io, prima di prendere contatti con loro, avevo già preso contatti con Gattinara, con Roasio, con Curino. A Villa del Bosco c'era un certo Lei, che era l'ufficiale postale, che mi aveva presentato a Galletti, un bravissimo compagno di Roasio Sant'Eusebio, che mi aveva detto: "Sai, qui, abbiamo una fortuna: abbiamo il medico dei poveri. Il medico condotto ci dà medicine, ci fa le visite, aiuta i poveri, insomma". "E come si chiama questo medico?". "Dottor Carlo Andreoni".
Di colpo mi è venuto in mente un Carlo Andreoni che avevo conosciuto in carcere a Roma, durante una tappa verso Lipari: eravamo stati nella medesima cella. Lui era stato coinvolto in un assassinio legato ad un affare di spionaggio. Un giorno mi aveva detto: "Sai, il papà - il padre era un funzionario del Ministero degli Interni - è riuscito a farmi fermare a Roma, vado a scuola qui". Ho detto: "Voglio andare a vederlo".
E infatti sono andato: non mi ha riconosciuto. Mi ha chiesto: "Ti ha mandato Galletti? È un bravo compagno... sono comunista anch'io". E io mi sono insospettito: perché mi dice che è un comunista? "Come ti chiami, da dove vieni?". Basta: aveva già fatto troppe domande! Allora gli ho detto che ero di Novara, che ero un dipendente della ferrovia di Novara... "Sai, io sono a contatto con i compagni di Gattinara: Nervi..." e mi ha detto tutti i nomi dei compagni di Gattinara.
Allora sono andato a Gattinara e ho detto ai compagni: "Rompete subito i contatti con quell'uomo là, non mi piace". "Tu sei pazzo...". Sono andato a Borgosesia, ho parlato con Pino Bussa e ho detto: "Se date retta a me rompete i contatti con quello lì, perché...". "Ma no, è l'uomo più buono del mondo...". Ed è andata così: che hanno arrestato tutti quelli del gruppo "Erba" e tutti i compagni di Gattinara. Allora ho pensato: "O sono io che ho commesso qualche errore grosso o è quello là che parla".
Si è poi saputo che quell'Andreoni durante la lotta di liberazione era a Roma, dove aveva formato il gruppo estremista "Spartaco" (che era in polemica contro i partiti del Cln e nello stesso tempo era per l'attendismo) e aveva detto che non era giusto fare la lotta contro i tedeschi, che bisognava aspettare gli americani.
Finita la lotta di liberazione, nel 1946 è ritornato al Nord, ha fondato il Movimento di Resistenza partigiana e si è presentato ancora nel Biellese: voleva fare ancora il "partigiano"... nel '46... Per fortuna l'abbiamo smascherato subito: sono stati i compagni di Croce Mosso che ci hanno avvisati... Poi, nel '48, è diventato direttore dell'"Umanità", il giornale del Partito socialdemocratico, e alla vigilia dell'attentato a Togliatti ha scritto: "I comunisti devono essere inchiodati non metaforicamente..." e Pallante ha sparato.
L'arresto dei compagni di Gattinara e di Borgosesia è stata una delle cose più traumatiche per me, perché non riuscivo a spiegarmi. Poi mi è venuta in mente una cosa: non avevo commesso nessun errore perché Scabbia non l'avevano arrestato: se avessi commesso un errore, se mi avessero pedinato, avrebbero arrestato anche lui.
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Dalla memoria di Mario Spirito Coda
Funzionario comunista nella clandestinità


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Sono stato arrestato nel gennaio del 1928 dalla milizia, dal gruppo ferroviario che aveva sede alla stazione di Milano. M'hanno portato subito nella sede, e lì: minacce. Non è che m'abbiamo massacrato di botte, no, direi una bugia. Han cercato di sapere dov'era la nostra sede. L'unica cosa che gli ho detto è dove abitavo. Sono andati lì, han buttato tutto per aria, ma non c'era nessun documento, niente. Han dato mille fastidi alla povera proprietaria, che naturalmente non sapeva niente e m'ha descritto come il ragazzo più esemplare.
Poi m'hanno portato a Genova, perché il compagno che aveva dato l'indirizzo era il compagno Guidi, che poi si è preso dieci anni anche lui. Ed è stato il questore in persona che ha voluto interrogarmi e ha usato i soliti sistemi, minacce, schiaffoni, pugni... Voleva assolutamente che io dichiarassi che ero stato in Svizzera con Secchia e che Secchia aveva l'incarico di preparare un attentato contro Mussolini. Io rispondevo: "Non è il nostro metodo di lotta, questo".
Comunque dopo otto o dieci giorni - m'han lasciato a pane e acqua - han visto che non riuscivano a ricavarne qualcosa, m'han portato a Roma a disposizione del Ministero. Sono stato interrogato ripetutamente dal ministro Rocco, che era quello che allora aveva fatto il codice. Naturalmente il ministro aveva un altro sistema, voleva darsi delle arie, era più propenso alle blandizie: "Tu sei giovane, sei qui, sei là..." e io ho seguitato a dire: "Non ho mai sentito parlare di attentato a Mussolini, non ne so niente. Ho conosciuto il compagno Secchia, però i nostri metodi sono diversi". Visto che non ne ricavavano niente, allora ci hanno tenuti un anno in carcere, poi ci hanno fatto il processo.
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Io sono stato condannato a dieci anni: per appartenenza al partito, propaganda, ricostituzione del partito, espatrio clandestino, arma non denunciata.
Dopo la condanna ho scritto a casa: "Guardate che molto probabilmente manderanno qualcuno per chiedervi di fare pressione su di me per chiedere la grazia e voi a queste cose sapete come dovete rispondere". Io prima di andare via, di fare la vita illegale, gli ho detto chiaro e tondo che nessuna blandizia mi avrebbe fatto cambiare parere. Infatti sono andati: il commissario e un agente che bazzicava un po', che conosceva la famiglia: "Ma come si fa, un bravo ragazzo, che peccato..." tutte le solite storie, poi arriva al dunque: "Ma se fa domanda di grazia, basterebbe che lui firmasse questo foglio o che lo firmaste voi e viene fuori...". E mia madre, che era una molto decisa, gli ha detto: "Guardi, mi dispiace tanto, certo noi... uno l'ho perso in guerra, me l'hanno ammazzato in guerra, l'altro adesso è in carcere, evidentemente mi dispiace, io ho solo più una figlia, però su queste cose non sono io che devo decidere e non farò pressione su mio figlio, deve decidere lui solo". E sono andati ripetute volte, sono venuti poi nel carcere, da me come con tutti.
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Dalla memoria di Idelmo Mercandino
Rivoluzionario di professione


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Nel '37 mi volevano mandare a Tunisi, per lavorare al giornale degli italiani diretto da Valenzi. Quando ero già pronto mi sono preso una pleurite e allora mi hanno mandato nella Charente per curarmi.
Ritornato a Parigi, mi mandano a costituire una parte della Direzione Italia a Nizza, insieme alla mia compagna, alla Gualdi e a Novella. Noi venivamo anche in Italia, facevamo delle "scappate". Quando eravamo a Nizza è scoppiata la guerra e allora sono state emanate leggi dure, le leggi di Pétain: per esempio se trovavano qualcuno senza documenti lo consideravano una spia e lo condannavano; se trovavano dei francesi che ospitavano elementi senza documenti erano guai grossi. Noi eravamo ospiti di una brava famiglia e la situazione stava diventando problematica: allora abbiamo stabilito che Novella partisse, andasse a Parigi a vedere un po' la situazione: perché lì noi non avevamo più nessun collegamento, più niente.
Noi avevamo l'archivio della segreteria, parte da bruciare e parte invece da conservare. Novella è partito e io sono rimasto lì con la mia compagna: la situazione era niente affatto bella. Avevamo già deciso, siccome io ero già stato in Charente, di andare là: in qualche punto avrei trovato una base. Proprio il mattino che avevamo già eliminato una parte del materiale arriva il telegramma di Novella che mi dice: "Parti, ti aspettiamo a Parigi". Partiamo, dopo ventiquattro ore arriviamo a Parigi (c'erano già i bombardamenti). Io conoscevo la città come le mie mani, avendo lavorato sempre lì, ma a Parigi bisognava avere la maschera antigas, che avevano già distribuito a tutti, se non l'avevi...
Quando arrivo, mi dicono qualche cosa per i biglietti, io rispondo in francese e passo, con la mia compagna. Dovevo poi andare da un certo Brivio, che aveva una trattoria, e poi dovevo trovare Mario Montagnana. Vado, trovo Montagnana, tremava tutto, mi dice: "Stanotte hanno arrestato Longo, Leone e altri compagni" e aggiunge: "E Berti ha tagliato la corda". Berti era il responsabile del nostro partito in quel momento.
Ho passato un periodo... Quando eravamo a Parigi, noi, la parte operativa in direzione Italia (io, Alberganti, Novella), a un certo momento, come funzionari interni responsabili di tutto il lavoro, ci hanno lasciati da parte, non avevi più nemmeno la sovvenzione, solo il Soccorso rosso, 6 franchi al giorno.
Chi mi ha aiutato molto è stato Di Vittorio, che mi chiamava nella sua casa per farmi fare qualche lavoro, per aiutarmi. Siamo stati tre o quattro mesi con una miseria enorme. Perché? Perché Ruggero Grieco, per nascondere le sue lacune molto gravi, aveva scaricato su di noi: che non avevamo lavorato ecc. Io però ho fatto una relazione di quattordici pagine e l'ho mandata a Mosca: dopo tre settimane è arrivato l'emissario da Mosca, che era un compagno romagnolo, che è venuto a cercarmi e ha detto: "Abbiamo visto la situazione, abbiamo fatto un'indagine..." e ci ha rimesso a posto tutto quanto e hanno tolto Grieco dalla responsabilità...
Quella volta Montagnana mi dice: "Non sappiamo più dove andare, devi arrangiarti". Sono ritornato nella Charente, dove ad un certo momento sono poi stato arrestato dalla polizia e portato nel campo di Vernet d'Ariège.
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Dalla memoria di Ugo Giono
Due denunce al Tribunale speciale


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Nell'inverno del 1941-42 abbiamo corso il rischio di morire di fame. Vietti, non sapeva più dov'era, barcollava. Io ero in carcere già da diverso tempo e sapevo che ogni tanto, se si chiedeva di cambiar vitto, ci portavano all'infermeria e lì ci davano un vitto diverso. Allora ho detto: "Provo... vado all'infermeria a vedere se riesco...". Non ne potevo proprio più. Vado in infermeria, il medico mi visita, e trova che avevo il varicocele: "Vuoi farti operare?". Sapendo che, se si faceva un'operazione, c'era un mese all'infermeria con vitto speciale, ho detto di sì. Ho avuto un coraggio da matti, eh, perché dopo l'operazione, ho avuto un'infezione intestinale che mi è durata un bel po' di tempo. Dopo la guarigione mi è rimasta la febbre e nel carcere, in quei tempi, questo era molto controllato perché era l'anticamera della tubercolosi. Sono stato un anno all'infermeria, praticamente. Durante quest'anno m'hanno fatto visitare da un professore che veniva da fuori: "È una vergogna come trattate la gente voialtri". Ma a me aveva detto: "Non ti preoccupare che quando andrai fuori questo sparirà tutto". Però ha piantato la grana con la direzione del carcere.
C'era uno che era stato arrestato con il gruppo del Vittorio Giovannacci, di Vercelli, un certo Guglielmo Bertolino, che aveva preso dieci anni per appartenenza a "Giustizia e libertà": questo qui non era con noi, era anche questo con le domanda di grazia, però nell'infermeria non avevano la possibilità di isolarci e allora l'avevano messo con me. Aveva il tifo e io l'ho curato, non sapendo che il tifo era contagioso; l'ho curato ed è guarito. L'ho rivisto dieci anni fa a Ponza: lui subito non mi ha riconosciuto. Nell'infermeria c'era anche un vecchio di Roma, un certo Alfredo Campoli, condannato per disfattismo, che è morto in carcere.
Un giorno arriva nell'infermeria Rodolfo Ursini, di Trieste, era un ufficiale di macchina, era stato arrestato e condannato ancora minorenne (ed era uno di quelli che facevano lezione ai minorenni) e nel frattempo era diventato maggiorenne e allora l'avevano messo nella nostra sezione. E arrivano anche il famoso Bruno Fanciullacci (che è poi stato decorato di medaglia d'oro della Resistenza a Firenze) e Guido Regazzo: tutti avevano la stessa febbre.
Un bel giorno ci prendono tutti, ci mettono le manette, ci incatenano e ci portano all'ospedale di Reggio Emilia. Lì ci fanno i raggi. A me e a Ursini non hanno trovato niente, mentre al Fanciullacci e al Regazzo hanno trovato gli sfregamenti pleurici. Allora li hanno mandati quasi immediatamente a Saluzzo e a noi hanno detto: "Dovete sfollare dall'infermeria...". Allora combiniamo, io e Ursini: "Come dobbiamo fare?". "Mah, andiamo un po' nelle celle seconde a vedere se possiamo avere qualche collegamento con Korner". Korner era stato arrestato nel '36 al bar Biffi di Milano, l'avevano condannato a quindici anni per spionaggio a favore dell'Unione Sovietica, aveva praticamente finito la pena, con tutte le amnistie che c'erano state, ma l'avevano isolato perché non sapevano chi era: lui aveva detto che si chiamava Alberto Korner e Alberto Korner al paese dove aveva detto che era nato, in Austria, risultava, sì, ma nato un secolo prima. Lui non ha mai detto chi era. È poi morto all'ospedale di Linz, dopo la liberazione dal campo di Mauthausen.
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