Invito alla lettura di:

L'industria laniera tra espansionismo e grande crisi
Imprenditori, sindacato fascista e operai nel Biellese
(1926-1933)
di Teresio Gamaccio

1990, pp. IV-232, € 12,90



Dalla prefazione di Guido Quazza


Nel perdurante dibattito storiografico e politico su1 ventennio fascista alcuni temi sono venuti emergendo con particolare intensità. Fra questi, due sono strettamente legati, anzi interdipendenti. Uno è la vicenda economica dell'Italia, sia come sviluppo o come stagnazione, sia come novità apparente o reale dell'intervento statale. L'altro è il formarsi, il procedere e lo sciogliersi delle alleanze sociali del fascismo, del blocco, cioè, delle "forze" che ebbero in esso espressione e difesa politica.
Vorrei subito dire che a questi temi la monografia di Teresio Gamaccio, la quale ha origini ormai non più vicine in una tesi di laurea preparata e discussa nella facoltà di Magistero di Torino, porta un rilevante contributo di ricerca e di interpretazione. Di ricerca, perché l'autore ha scavato con diligenza e attenzione nei fondi dell'Associazione laniera di Biella e di Milano, negli archivi della Prefettura di Vercelli, nelle carte della polizia e dei carabinieri, e si è fatto intelligente lettore di giornali e in primo luogo del fascista "Il Popolo Biellese": tutto quanto, cioè, è, in sedi pubbliche, disponibile (l'archivio dell'Unione industriali di Biella fino al 1943 purtroppo è stato recentemente distrutto). Di interpretazione, perché la narrazione di Gamaccio si intesse di considerazioni che, forti anche d'una ampia conoscenza della bibliografia generale, danno a una delle tesi in campo appoggio tanto più solido quanto più immerso nella concretezza di vicende specifiche ma al tempo stesso strettamente connesse con quelle nazionali.
L'industria tessile biellese era infatti, nel ventennio, parte essenziale dell'industria tessile italiana, di un settore, cioè, che era uscito dalla prima guerra mondiale come settore ancora primario dell'attività manifatturiera del Paese.
Il lettore, e non solo quello specializzato, dovrà dunque tener attento conto di questo lavoro, per capire il significato complessivo del dominio fascista in Italia, anche se il titolo si riferisce, con giusta e onesta cautela, ad una zona geograficamente ristretta. Attento conto, inoltre, perché l'analisi di Gamaccio, pur essendo in primo luogo di storia economica, si impegna tuttavia costantemente anche nella storia politica. Le tuttora ricorrenti tesi su un fascismo espressione dei ceti medi - emergenti o meno - trovano qui una smentita tanto più puntuale quanto più motivata da un'analisi particolareggiata dell'intero tessuto delle scelte industriali e di quelle governative, così da offrire, talora con fin troppa minuzia, una dimostrazione inesorabilmente probante di come andavano le cose.
Sotto il profilo della rilevanza del contributo ai fini della storia generale, una presentazione, per quanto necessariamente breve, può non essere inutile a dar rilievo ai punti più importanti. Rispetto al tema dello sviluppo o della stagnazione, le molte pagine del libro che affrontano l'andamento produttivo dell'industria tessile biellese non lasciano dubbi per il quadro nazionale. Indiscutibile è la grande fatica degli imprenditori per uscire senza danni irreparabili dall'arresto della forte avanzata segnata dalla prima guerra mondiale attraverso i ben noti motivi dell'enorme crescita del fabbisogno pubblico, per superare le difficoltà della riconversione quantitativa anche col cimentarsi sui mercati esteri. Non meno evidente è però la precarietà della ripresa. Già nel 1928-29, con la politica deflazionistica di Mussolini, con la "quota novanta", si rompe l'equilibrio, essenziale per i lanieri, della bilancia dei pagamenti, è colpita duramente l'esportazione ed entra in serie difficoltà lo stesso mercato interno.
Le pagine dedicate al conflitto tra industriali e grossisti sono significative d'una situazione che va ben al di là del settore. Modi e tempi dei pagamenti incidono presto e molto su un andamento che era stato in sia pure non grande ascesa - questo è un acquisto importante del libro - non soltanto per la politica del governo ma anche per i tratti di lungo periodo che i comportamenti degli imprenditori conserveranno. Il fronte degli industriali più grossi del Biellese non esita a sostenere posizioni dettate da interessi limitati al proprio ambito. Mentre ciò li porta oggettivamente a scontrarsi con i medi e i minori della loro stessa zona, l'urto con i veneti prende i caratteri d'una questione che investe tutto l'insieme del futuro dell'industria tessile. E li prende nel modo più arretrato o, almeno, più miope, sul problema dei salari. Non meno sintomatico è che esso trovi appoggio in Bottai contro l'esponente della confederazione Gino Olivetti, sebbene non manchi il ricorso a posizioni che l'Autore definisce giustamente ricattatorie. Dalla vertenza interna agli imprenditori del settore emerge esemplarmente la volontà di far pagare le difficoltà alle sole maestranze, e rappresentativa delle procedure del sistema è la disinvoltura con la quale ci si destreggia fra il potere politico centrale e il sindacato fascista locale e la spregiudicatezza con la quale si gioca fra i due anche col richiamo, insistente ed evidentemente esagerato, alla pericolosità della presenza di una per altro ancora non trascurabile forza in loco dei comunisti, colpiti dalla soppressione del partito e dalle mazzate del Tribunale speciale ma ancora vivi nelle fabbriche e nelle comunità, con la carica clandestina ma perdurante della tenace memoria delle lunghe ed eccezionali lotte combattute in passato, fin dalla metà dell'Ottocento. Qui l'esperienza di lavori che scrissi trent'anni fa e la lettura del più recente straordinario studio di Franco Ramella mi aiutano ad apprezzare lo sforzo di Gamaccio per andar oltre la storia dei fatti economici e addentrarsi nella sociologia del lavoro e nella scienza dell'organizzazione, senza trascurare il calcolo dei costi di produzione e, in generale, gli elementi culturali e psicologici del clima tra paternalistico e dispotico esistente nel rapporto tra industriali e operai.
Dalla fase iniziale del fascismo, quando l'interesse imprenditoriale viene attratto dalla restaurazione dell' "ordine" sociale e politico come strada fondamentale per la conferma del "comando" all'interno delle aziende, l'analisi diventa più probante nel momento in cui si addentra nel periodo del 1928-29. L'alleanza tra industriali e fascisti si era dapprima retta su un equilibrio che aveva visto il massimo di attenzione, da parte dei primi, al salvataggio della propria autonomia di decisione. Gli anni della deflazione e della ruralizzazione forzano gli industriali ad un consenso che subisce le costrizioni di un modo di gestire il potere politico ormai libero da forze politiche diverse da quelle fasciste. L'analisi svolta nel libro conferma le tesi di coloro che collocano il problema del consenso nel quadro d'un regime a partito unico fornito dei mezzi dello Stato. Senza affrontare altri pur fondamentali aspetti del tema, rilevabili con le tecniche delle scienze sociali qualitative, Gamaccio offre tuttavia elementi tanto più stimolanti quanto più sono immersi nella concretezza degli interessi industriali. E qui diventano determinanti le dramatis persone. Alcune figure-chiave, sulle quali si sarebbe voluto un approfondimento anche maggiore (in vista di quel circolo tra biografie di singoli e storia dell'insieme nel quale sta il nocciolo più difficile ma anche più fecondo d'ogni ricostruzione del passato), emergono come emblematiche di tutto quell'intrico tra opportunismi e fanatismi che segna il carattere centrale del ventennio, fase autoritaria del classico trasformismo nazionale. Uomini come Oreste Rivetti, il potente, perché presiede e dirige una azienda di tremila dipendenti, e il duro, perché nel porre le carte in tavola ha la certezza dell'astuto conoscitore dei rapporti di forza, oppure Leane Garbaccio, l'abile mediatore che sa farsi ostinato contrattante e insinuante sfruttatore delle amicizie di partito, sono centrali per interpretare le pieghe riposte del regime. Il loro binomio, che campeggia in mezzo a imprenditori di almeno altre otto grandi famiglie biellesi, è visto in azione da Gamaccio con una capacità di cogliere le sfumature la quale produce le considerazioni forse più penetranti dell'intero volume.
Questo quadro, di per sé eloquente nell'avvertire come già sul finire degli anni venti non manchino segni sotterranei di precarietà nel blocco sociale fascista, e non manchino proprio per la polivalenza dell'intreccio di interessi e di mentalità (il do ut des sulla base d'un alternarsi delle parti nel dominio sugli operai), si conferma nel periodo dopo la crisi americana del '29. Complessa e persuasiva è l'analisi dell'autore. Da un lato, pur nella situazione difficilissima del mercato internazionale scaturita dal "venerdi nero" di Wall Street, non scompare la riluttanza degli industriali biellesi a cedere anche una piccola quota della propria autonomia di decisione, riluttanza del resto tipica della conduzione familiare di fronte ad ogni regolamentazione produttiva ispirata a visioni generali. Dall'altro, e in pari tempo, si accentua, invece di attenuarsi, la sordità alle nuove tecniche di organizzazione del lavoro. Con essa, anche la diffidenza (salvo il caso della ditta G. Rivetti e Figli) verso l'adozione del sistema paghe Bedeaux, che penalizza bensì il salario operaio ma appare troppo nuovo allo scarso coraggio dei "padroni". In più la disattenzione quasi totale allo studio dei costi di produzione e al rinnovamento dei macchinari, tanto più eloquenti e, sotto il profilo dei parametri di giudizio, quanto più contrastante con la grande apertura pionieristica degli avi ottocenteschi. In mezzo, l'attesa della sperimentazione altrui sul metodo più sbrigativo per incrementare i profitti, e però suscettibile di reazioni pericolose sulla capacità immediata di produrre: è il caso, veramente classico anche per i richiami alla grande vertenza degli anni ottanta del secolo precedente sul telaio meccanico, di coloro che introducono il doppio telaio per ogni singolo tessitore. Qui la documentazione è impressionante per la completezza con la quale emergono i legami fra regime e Stato e i nodi che si istituiscono tra partito, sindacato, prefetto, "forze dell'ordine".
L'ultima resistenza operaia al fascismo prima di quella - dieci anni dopo! - del marzo 1943 si impone nel 1933, quando i lanieri già sono riusciti a far pagare le conseguenze della crisi mondiale ai lavoratori dipendenti con una decurtazione del salario che essi vorrebbero del 10-15 per cento, con la soppressione del carovita, con il calcolo del cottimo mediante l'inesorabile macchinetta contacolpi. I carabinieri giungono a fermare e a denunciare due operai della ditta Albino Botto per aver propalato la notizia, evidentemente da essi considerata "sovversiva", dell'opposizione delle maestranze della Figli di Pietro Bertotto a lavorare contemporaneamente su due telai. Il prefetto non esita ad accusare alcuni sindacalisti fascisti di ambiguità per non aver essi rinunciato, pena la credibilità stessa della propria organizzazione, a prendere in qualche misura le parti dell'operaio. Il Ministero delle Corporazioni facilita il desiderio degli industriali di spostare il luogo delle decisioni a Roma. Il partito colpisce gli esponenti - Stagno e Bonino - del sindacato locale promuovendo il loro trasferimento ad altra provincia.
Siamo alla prova da manuale dei nessi economia-società-politica-comportamenti collettivi d'un regime fascista. Ce n'è, come si vede, a sufficienza anche per smentire il consenso al regime come adesione convinta e attiva. La legge corporativa (o corporativista?) della collaborazione sociale è incrinata vistosamente dall'interno attraverso il risultato dei conflitti tra datori di lavoro e lavoratori. Un segno premonitore di ben più gravi inadeguatezze dello "Stato nuovo" non appena ai conflitti economici e sociali si uniranno quelli di mentalità, di cultura, di religione, di razza e, ancor più dirompente, il conflitto dei conflitti: la guerra come sbocco logico della ambizione espansionistica del regime, del suo "imperialismo straccione".


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Dal IV capitolo

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L'estremo tentativo del sindacalismo fascista per il controllo delle masse operaie

La crisi determinata dallo sganciamento della sterlina dall'oro e dalla chiusura del mercato inglese e delle colonie britanniche, che così tanta importanza aveva assunto per l'industria laniera italiana, favorì implicitamente il lavoro di proselitismo, o quanto meno la corrente di simpatia ed adesione parziale, a favore del ruolo che il partito aveva assunto nella regione. L'aggressiva ripresa della linea industriale, con indiscriminati licenziamenti ed illegali riduzioni di paghe, tolse infatti nel Biellese qualsiasi credito alle istituzioni fasciste che, con la crescente tensione sociale, vennero vieppiù isolate. Si trattò di un fenomeno generale che non colpì solo il sindacalismo fascista ma gli stessi fasci di combattimento i quali, dilaniati oltre tutto da lotte intestine di potere, videro ridursi ancor più il proprio potere politico di fronte allo strapotere industriale. La situazione si fece così preoccupante che il federale della provincia di Vercelli, Mario De Fabianis, dovette rassegnare le dimissioni e venne sostituito da un commissario straordinario col quale il prefetto ebbe immediatamente un colloquio di cui così relazionò al potere centrale: "Un punto sul quale ho ritenuto opportuno richiamare subito l'attenzione del nuovo Commissario è la situazione del fascismo nel Biellese. Situazione invero poco brillante. Scarsi per numero e deficenti per qualità i fascisti biellesi nascondono sotto una ostentata intransigenza un'effettiva inerzia ed hanno finito per fare il vuoto attorno a loro isolandosi sia dal gruppo industriale che domina, e non solo nei riguardi economici, la zona sia delle masse operaie, che se sindacalmente aderiscono alle organizzazioni del regime, politicamente non hanno dimenticato gli antichi ideali". Quest'ultimo riferimento è assai importante poiché oltre ad essere il riconoscimento dell'attività clandestina del Partito comunista, costituisce pure l'ammissione del fallimento dei locali sindacati fascisti dell'industria. Se lo sviluppo di questi ultimi, a partire dal 1926-27, aveva cozzato prima contro la volontà degli imprenditori e poi contro l'ostinata freddezza degli operai, al punto da registrarne l'adesione, perlopiù in forma coatta, di poco più di 30.000 sugli 80.000 di tutta la provincia negli anni 1929-30, bisogna ribadire che la crisi raffreddò ulteriormente i rapporti con la classe lavoratrice. Le iscrizioni, che nel corso del 1931 erano scese ad un punto tale da far parlare il prefetto di "collasso sindacale" nella sua relazione di fine anno, subirono un ulteriore tracollo l'anno seguente di fronte all'offensiva imprenditoriale, tanto che passarono da 33.697 al 30 settembre 1931, a 23.399 il 30 giugno 1932, a 28.714 al 30 settembre dello stesso anno. La notevole riduzione era da addebitarsi in parte alla contrazione dei posti di lavoro, ma anche e soprattutto, ebbe il significato di protesta della classe operaia, appoggiata dalla propaganda del Pci. L'esplicito e rabbioso riconoscimento da parte fascista di quest'ultima, che faceva dei sovversivi utili capri espiatori, venne espresso in un articolo pubblicato a metà 1932 dal locale giornale fascista, in cui il giornalista, prendendo spunto e parafrasando una circolare di Arpinati ai prefetti per la lotta contro le mosche al fine di una miglior tutela della salute, scriveva: "Di quegli uomini che, a somiglianza delle mosche, sono sempre in affannosa ricerca di quei luoghi dove esistono piaghe, immondizie e tutto ciò che può inoculare germi d'infezione". Il riferimento diveniva chiaro allorché così continuava: "Oggi la vita è dura e la pastura è facile. Così non è difficile soffiare all'orecchio dell'operaio disoccupato e ridotto coi turni di lavoro ad una retribuzione che gli permette di far vivere a stento la famiglia, la frase che ne scuote la fede".Il giornale, in conclusione, invitava i lettori, a combattere "l'insetto schifoso" restando sempre e dovunque ossequienti alle leggi, senza avvicinarsi a persone sospette e a fare ad esse una lotta senza quartiere.
Proprio nel momento più difficile, di fronte al riacutizzarsi della crisi per la chiusura del mercato inglese, il fascismo, o per meglio dire una parte di esso, decise di accettare battaglia nel Biellese sia contro il prepotere industriale sia contro il diffondersi della ideologia comunista. Ci si riferisce alla nomina di commissario prima e segretario poi dei sindacati fascisti dell'industria in provincia di Vercelli, di Italo Stagno.
Sulla base del comportamento che egli tenne da un lato nei confronti della concezione ortodossa del sindacalismo di regime, dall'altro nella questione del doppio telaio ed ancora nelle lunghe discussioni per la conclusione di un nuovo accordo salariale, è possibile inquadrare la sua azione in una delle correnti più "progressiste" in cui il fascismo si era diviso verso il 1930, allorché, a stabilità ottenuta, si era posto la prospettiva di un lungo periodo di Governo e del tipo di azione da concretizzare. De Felice, esaminando la varie posizioni, delinea tre correnti; la prima era composta da coloro per i quali la costruzione dello Stato fascista si era ormai conclusa ed il regime avrebbe dovuto solo amministrare e perpetuare il potere, la seconda raggruppava i moderati che auspicavano una nuova fase in cui si sarebbero dovute introdurre alcune importanti novità, mentre l'ultima, che si contrapponeva alle prime due ed era la più intransigente, chiedeva innovazioni in campo politico e sociale, con l'attuazione del sistema corporativo. All'interno di quest'ultima poi vi erano ulteriori divisioni determinate dalla concezione della modalità per la realizzazione pratica; una di queste era quella dei sindacalisti riuniti attorno a Rossoni, per il quale il punto più importante era che l'attuazione pratica del corporativismo non dovesse svuotare ulteriormente l'azione del sindacato. Pur se non è stato possibile reperire documenti che comprovino l'interessamento di Rossoni per la nomina di Stagno nel Biellese, occorre sottolineare come tale eventualità sia più che ipotizzabile poiché già il primo dirigente sindacale della provincia di Vercelli Pagnone, che aveva provocato la dura prova di forza con la classe imprenditoriale biellese sulla questione dei fiduciari di fabbrica, era legato al noto uomo politico. La sconfitta di Pagnone e le successive nomine di Codegoni e Malusardi, che si dimostrarono più duttili e cercarono di ristabilire un dialogo con gli industriali della provincia, non fecero probabilmente desistere Rossoni, il quale, appena possibile, sistemò nuovamente un uomo di sua fiducia per riprendere la lotta in uno dei centri industriali più importanti d'Italia.
Una prova di questo legame è data da due precisi fatti: innanzitutto dalla nuova modalità con cui Stagno raccolse le adesioni del sindacato e poi dal discorso che tenne, nel marzo 1933, all'assemblea generale dei sindacati fascisti dell'industria in provincia di Vercelli, di fronte alle maggiori autorità provinciali. Una delle prime mosse di Stagno lasciò subito capire la diversità del suo programma, poiché tentò di attuare praticamente l'idea rossoniana di un sindacato autonomo dal regime, pur se obbediente alle direttive generali; l'esempio più importante e "rivoluzionario" è costituito dalla volontarietà dell'adesione da parte dell'operaio, abolendo l'intervento coattivo, e molte volte ricattatorio, delle aziende. Una delle circolari diffuse per il tesseramento del 1932 metteva infatti al primo punto la richiesta che tale azione doveva essere fatta dagli organizzatori e non dalle ditte e proseguiva con altre norme dal tono idealistico che tendevano a fare dell'iscrizione al sindacato un momento discriminante tra buoni e cattivi operai e cittadini. Tale azione lasciò perplesse le maggiori autorità provinciali ed il prefetto il quale, scrivendone a Roma, lasciava intravvedere un certo disorientamento senza però criticare direttamente Stagno, poiché la contrazione degli aderenti al sindacato fascista nel 1932 poteva essere presentata come un successo, in quanto il totale non era più viziato dall'imposizione coattiva.
Di ben maggiore importanza è il discorso pronunciato da Stagno nel marzo 1933 al convegno dei sindacati provinciali dell'industria di fronte al segretario nazionale dei sindacati tessili, Antonino Giuliani, al prefetto, al segretario federale, Piero Gazzotti, ed alle più alte rappresentanze politiche ed economiche della provincia. Ciò che interessa è soprattutto il tono della relazione che venne svolta al momento culminante dei cattivi rapporti tra sindacati e classe imprenditoriale biellese, allorquando le parti facevano di ogni vertenza, dalla più piccola alla più grande, una prova di forza poiché lo scontro era diventato politico ed il vincitore sarebbe stato in grado di dettare le proprie condizioni per più anni. Stagno, dopo aver dato le cifre degli organizzati, sottolineando come l'inquadramento fosse dovuto all'iniziativa dei lavoratori e "non a quella più sbrigativa, assolutamente inopportuna, delle aziende", diede notizia delle maggiori vertenze esistenti in provincia e cioè la questione del doppio telaio presso la ditta Albino Botto di Strona e delle trattative per il contratto salariale locale per l'industria laniera. Riguardo alla prima, dopo aver spiegato l'innovazione tecnica introdotta dalla ditta, mise in evidenza il rifiuto della direzione ad osservare le speciali norme contrattuali previste per questa lavorazione con il pretesto della libertà d'iniziativa. Parlando di tale manovra, tesa ad escludere il sindacato dalla sistemazione di un rapporto di lavoro, così si esprimeva il segretario sindacale: "Tale criterio non è nuovo per l'organizzazione industriale: essa ha sempre ostinatamente sostenuto che i sindacati sono sì chiamati dal fascismo a collaborare ma soltanto in determinati e, si direbbe, limitati casi". Altre dure parole venivano pronunciate a proposito del contratto: "Sul contratto laniero biellese si è detto tutto quanto c'era da dire e da scrivere. E anche di più. E io qui voglio autorizzare gli sbadigli di tante egregie persone che conoscono ormai sino alla noia questa questione per la quale siamo diventati famosi un po' tutti a Biella, a Vercelli e a Roma negli ambienti sindacali e persino presso il Ministero; anche noi che non abbiamo titoli per la fama ufficiale dei nostri egregi competitori". L'asprezza dei toni e la pesante polemica nei confronti dell'Unione industriale biellese su questioni così importanti, che venivano delineate pubblicamente e di fronte alle maggiori autorità, non erano dovute ad una ufficiale presa di posizione del regime contro la linea degli imprenditori biellesi, bensì alla presenza, durante la lettura del discorso, di Rossoni. La casualità dell'intervento dell'importante uomo politico è assolutamente da escludere ed è chiaro che, di fronte alle difficoltà incontrate da Stagno, Rossoni volle appoggiare di fronte a tutti il segretario sindacale, avallando con il prestigio della propria persona il suo discorso.

L'acutizzarsi della tensione tra sindacato fascista e classe imprenditoriale biellese

Ritornando ora all'avvio della gestione dei sindacati industriali da parte di Stagno, si osserva che egli, dopo l'inizio della crisi locale, dovette affrontare la seconda pesante offensiva della classe imprenditoriale biellese che, oltre a numerosi licenziamenti, pose i lavoratori di fronte al consueto quanto illegale ricatto: o riduzione salariale o perdita del lavoro. Già citate sono le sue proteste al prefetto di fronte ad un siffatto modo di agire e la causa delle prime violente discussioni con il ceto imprenditoriale è confermata dal prefetto che, nella relazione al Ministero dell'Interno del secondo trimestre 1932, scriveva della sua opera pacificatrice tra Stagno e l'Unione industriale di Biella per l'insorgere di numerosi screzi. Il commissario dei sindacati fascisti dell'industria dovette combattere però la sua battaglia su un duplice fronte, poiché la dilagante sfiducia verso il regime diffusasi tra gli operai minacciò di compromettere seriamente la sua politica di volontaria adesione alla organizzazione. Intraprese così una nutrita serie di conferenze e sopralluoghi che raggiunsero parzialmente l'effetto voluto. L'impegno che Stagno profuse in quest'azione è documentato dal fatto che nel secondo trimestre del 1932 tenne ben ventotto riunioni, nelle quali poté portare come esempio dell'impegno sindacale fascista a difesa dei lavoratori l'accordo da lui raggiunto col Cotonificio Poma, grazie a cui era stata risolta la maggior parte delle vertenze e stabilite nuove paghe. Anche riguardo al locale contratto di lavoro per i lanieri, ben diverse furono le posizioni di Stagno da quelle dei suoi predecessori che si erano limitati a dare ai giornali della zona scarse notizie; frequenti articoli a firma dello stesso sindacalista comparvero su "Il Popolo Biellese", senza contare che, dietro interessamento del commissario, vennero riportati dallo stesso giornale gli articoli apparsi sul rossoniano "Il Lavoro Fascista" riguardo allo sviluppo delle trattative. Le aspre discussioni travalicarono a volte le aule ufficiali in cui si svolgevano le trattative e comparvero su "Il Popolo Biellese", come nel caso della disputa per la richiesta sindacale di accettare come base le paghe del Vicentino sommandole ad una percentuale da stabilirsi. Su quest'ultimo punto si innescarono una serie di affermazioni e pubbliche smentite delle due parti, ognuna delle quali rovesciava sull'altra la colpa del fallimento dell'accordo. In un'intervista appositamente concessa Garbaccio, dopo alcune puntualizzazioni iniziali, così si esprimeva: "Ristabilita l'esattezza dei fatti su un elemento che ha tanta importanza per l'onestà della discussione passiamo ad esaminare le altre affermazioni che con foga e baldanza giovanile il segretario del sindacato ha profuso nei suoi articoli e nelle sue interviste". L'ironia delle parole e il ribaltamento di qualsiasi responsabilità sul sindacato provocarono l'immediata e puntigliosa replica di Stagno che, rendendo pan per focaccia, così iniziava il suo articolo: "Peccato che sei giorni di profonda riflessione non abbiano suggerito alla misurata e ancor oggi riconosciuta saggezza del cavaliere di gran croce Leone Garbaccio, l'opportunità di mantenere per la elaborata stesura delle sue dichiarazioni ai giornali la linea impersonale schietta e coraggiosa, che la 'nostra foga e baldanza giovanile' hanno saputo imporre, comprimendo sino allo spasimo una bruciante volontà di più amare e clamorose espressioni".
La tensione tra le due parti era dovuta, oltre che alla snervante tattica industriale, alla constatazione da parte di Stagno che buona parte del rinnovato prestigio acquisito dal sindacato dopo i numerosi interventi si stemperava col passare dei mesi di fronte al timore degli operai di vedere virtualmente e legalmente ridotti i propri salari col nuovo contratto, come era avvenuto in passato. È questo il senso in cui deve essere inteso un apposito comunicato, pubblicato dai giornali, con il quale, poiché circolavano "fantastiche quanto irresponsabili e stupide voci di rilevanti riduzioni salariali concordate in sede di stipulazione del contratto", il commissario dei sindacati dell'industria tentava di smentire ufficialmente le paure di nuovi ribassi delle paghe.
La tensione esistente fra Stagno e l'Unione industriale di Biella è confermata anche da una lunga relazione di protesta degli industriali biellesi al prefetto nel giugno 1933; l'opera di screditamento e denigrazione del funzionario sindacale è evidentissima particolarmente là dove si dice: "Da parecchi mesi il dott. Stagno non interviene che rarissimamente alle discussioni; manda invece dei funzionari che hanno degli ordini tassativi, si afferma o si nega senza saperne sempre dare una giustificazione. Questo non sarebbe un gran male. Ma ne consegue che, raggiunto faticosamente l'accordo in articoli di contratto o su tariffe, l'ulteriore esame che lo Stagno ne fa, quando debba firmare gli accordi stessi, porta a nuove richieste di varianti, ad osservazioni, ad obiezioni, il che equivale a discutere due volte. Non solo, ma questo sistema ci pone nella condizione di essere quanto mai guardinghi nel discutere [...]. Con tutti i predecessori dell'attuale dirigente ed i sindacati della provincia le cose camminavano in ben altro modo".

L'efficace azione del Partito comunista nel Biellese e l'importanza della regione nel quadro generale

Da questa tensione trasse vantaggio il Partito comunista locale, che poté ampliare la diffusione della propria propaganda tra le masse operaie del Biellese, particolarmente tra i giovani delle ultime generazioni, tanto da incrementare notevolmente il numero delle adesioni dirette e dei simpatizzanti grazie ad un lavoro sempre più approfondito. Non si trattò di un'opera semplice, poiché si svolse in mezzo a mille cautele per il timore di compromettere il buon lavoro già svolto nel biennio 1930-31. A questo proposito è sintomatico il fatto che l'azione degli emissari fu accolta dapprima con diffidenza dai militanti locali, per il timore che l'ampliamento ed il rinnovamento dei legami venisse poi bruscamente interrotto lasciando gli affiliati in balia di se stessi come era avvenuto negli anni precedenti, ma la rinnovata assistenza del centro e la favorevole adesione della base migliorarono la situazione. Così, nel rapporto di un inviato del febbraio 1931, si legge che le maggiori difficoltà erano quelle di rimettere in moto i meccanismi di partito, di rinnovare e ampliare le conferenze d'officina ed il lavoro di propaganda, mentre le idee dei dirigenti erano di avviso opposto: "Pensano che la massa si è disabituata al lavoro del Partito, essi pensano che dopo tre anni di totale (affermano) assenza delle parole del Partito in mezzo al proletariato, oggi si incontreranno moltissime difficoltà per penetrare di nuovo tra questa massa. Anche qui l'accusa più grave che si fa al partito è quella di avere per tre anni completamente abbandonato Biella, non solo, ma dopo la ripresa dei collegamenti, di lasciarli per dei lunghi mesi senza notizie, senza direttive, senza materiale".
Vinte le opposizioni, persuadendo o escludendo dai centri direttivi coloro che tentennavano, l'emissario riunì il Comitato federale, massimo organo direttivo locale, e propose il seguente ordine del giorno: questione di composizione del Federale attuale e di riserva; lavoro di organizzazione e lavoro di massa; preparazione dell'8 marzo e il lavoro tra le donne; preparazione della giornata dei disoccupati; lavoro sindacale; il lavoro nei sindacati fascisti; il lavoro giovanile; preparazione del congresso; soccorso rosso e varie. L'articolazione degli elementi in discussione, su ognuno dei quali il Comitato federale si espresse in modo favorevole, dà una precisa idea del passaggio alla nuova fase di costruzione attiva del partito. Particolarmente importante, in una zona ove dalla fine del XIX secolo l'occupazione femminile era divenuta preponderante rispetto a quella maschile, fu il tentativo di coinvolgere la massa delle donne lavoranti in fabbrica.
Grazie anche ad un maggior appoggio del Centro il lavoro di riorganizzazione procedette ovunque su basi migliori e nel volgere di pochi mesi se ne colsero immediatamente i frutti; una lettera spedita al Centro estero nel settembre affermava che la distribuzione delle tessere della Confederazione del lavoro era avvenuta su larga scala e l'appello all'iscrizione era stato accolto entusiasticamente L'invito aveva avuto particolare successo ad Andorno, tra i cappellai, ove era stato accolto con questa frase "È ora che si sveglino!" e diversi giovani del luogo si erano offerti per il lavoro organizzativo. Lo stesso fenomeno si era ripetuto tra i piccoli proprietari terrieri di Cavaglià, nelle vallate di Crevacuore, Guardabosone e dintorni. L'unico neo era costituito dalla zona di Biella città, ma anche qui lo scrivente notava volontà di agire da parte della massa e, sicuro di capovolgere la situazione, richiedeva con insistenza l'invio di materiale stampato e da stampare. Consistenti informazioni sull'evoluzione del rapporto tra il Pci e le masse biellesi si hanno per il 1932, in cui il rinnovarsi della crisi causò numerosissimi licenziamenti. Lungi dallo scoraggiare i militanti, l'imperante disoccupazione acuì la tensione e favorì l'azione di propaganda del Pci che ormai, ben inquadrata e diretta, acquistò nella zona vieppiù mordente e significativi consensi nella massa operaia. Occorre sottolineare nei documenti ufficiali del regime la dissonanza esistente tra quelli redatti dal prefetto o dalle autorità provinciali (Questura, carabinieri) ed altri più riservati, conservati all'Archivio centrale di Stato, che confermano la preoccupazione per il diffondersi dell'ideologia antifascista e l'organizzarsi in ranghi sempre più compatti del Partito comunista nel Biellese. Mentre le relazioni prefettizie ed i rapporti dei carabinieri parlano di episodi minori, come il rinvenimento di giornali o manifestini, scritte sui muri, ecc., le carte dell'Archivio centrale ed una preziosa relazione conservata all'Istituto Gramsci di Roma tracciano la storia di una grossa operazione compiuta dalla polizia politica nella primavera del '33, con la collaborazione dell'Ovra, che si concluse con l'arresto di numerose persone. In sintesi si trattò dell'inserimento nell'organizzazione locale del Partito comunista di alcune spie fasciste, tra le quali un certo Pochettini, che, al momento concordato con l'Ovra, denunciarono i componenti del gruppo. Dall'esame delle relazioni della polizia politica traspare l'organizzazione in forme sempre più perfezionate del partito nella zona; così all' "abituale" consegna dei giornali "l'Unità", "Stato operaio" e manifesti vari, si accompagnava la stampa in loco di un bollettino locale "Tessile rosso" ed ancora arrivava dall'estero, appositamente per il Biellese, "Scintilla rossa". Contemporaneamente si tentò di impiantare un centro di stampa clandestino, con il relativo rifornimento di inchiostro e carta, che potesse sopperire non solo alle esigenze locali ma anche dei centri viciniori. Importante, ad operazione ormai conclusa, è il giudizio espresso in una relazione della polizia politica fascista in cui si sottolineava l'interesse dei comunisti verso la provincia di Vercelli, come era verificabile dall'attenzione che ad essa rivolgeva il centro comunista clandestino di Milano. Significativo è anche il fatto che, durante il corso dell'azione, ad uno degli infiltrati si raccomandò di non promuovere un numero eccessivo di riunioni per fomentare scioperi, perché se da un lato ciò avrebbe permesso di ampliare in seguito il numero degli arresti, dall'altro avrebbe contribuito immediatamente a rendere più critica ed esplosiva la situazione politica.

La dura repressione del regime e il progressivo sfaldamento dell'organizzazione comunista nel 1933

Il pedinamento degli emissari che tenevano i contatti con Milano permise inoltre il blocco dell'importante centro clandestino stabilitosi in questa città; la rilevanza dell'avvenimento non deve essere sopravvalutata ma si trattò pur sempre di un duro colpo ai danni dell'organizzazione clandestina del partito. ll massimo livello di attività raggiunto dal Partito comunista fu perciò la causa della sua rapida sconfitta; se la polizia fascista dal 1927 al 1932 riuscì a distruggere per sei volte il Centro interno comunista, ma non ad evitare l'ampliarsi del numero degli iscritti in tutt'Italia, che ebbe un balza notevole (i militanti passarono infatti da circa 3.000, verso la metà del 1930, a 4.500 nell'aprile successivo e 9.800 nel luglio 1932), dopo tale data non fu più possibile costituire un Centro interno a causa dei numerosi arresti e dell'attenta vigilanza della polizia politica. La rigidità dei controlli in tutto il Biellese è confermata da episodi di repressione operata dalle autorità provinciali che applicarono duramente la legge; così ad Andorno, la sera del 1 maggio, vennero arrestati sette giovani, definiti alticci, che rincasavano al canto di "Bandiera rossa". Dopo l'identificazione ed il celere arresto, tre di loro, poiché minorenni, vennero diffidati, mentre tra i rimanenti, giudicati dalla Commissione provinciale del Tribunale speciale, uno venne spedito al confino per un anno e gli altri vennero ammoniti; nella stessa seduta, per diversi motivi, il "pregiudicato sovversivo" Giuseppe Vermeulen fu assegnato al confino di polizia per tre anni mentre in quella precedente la stessa Commissione aveva comminato un'altra ammonizione.
Alla dura repressione i comunisti replicarono con un gesto clamoroso, non riportato da alcun giornale, ma la cui notizia corse di bocca in bocca per tutta la zona suscitando ilarità a danno dei fascisti locali. ll 7 agosto alcuni "sconosciuti" tagliarono la bandiera issata sul monte Cucco in occasione del convegno della società sportiva "Pietro Micca", lasciando sul pennone il solo drappo rosso. Pochi giorni più tardi il giornale fascista della zona, cercando di mimetizzare lo smacco, pubblicava senza commenti la notizia dell'inaugurazione e benedizione della nuova bandiera della "Pietro Micca" sul monte Cucco alla presenza del prefetto, del commissario federale del Pnf, Caccese, del questore e di numerose altre autorità appositamente intervenute.
Il 1933 costituì dunque per i militanti biellesi del Partito comunista un anno cruciale che in nulla si discostò dall'andamento generale, poiché venne a segnare sia una nuova crisi organizzativa sia il mancato aggancio con le lotte dei lavoratori, che rimasero fatti spontanei al di fuori di ogni influenza o partecipazione decisiva a livello direzionale tale da far assumere il carattere di insurrezione popolare. ll partito si trovò inoltre di fronte al pesante pedaggio riscosso dalla polizia del regime, che vedeva facilitato il proprio compito dall'aumento dei "cospiratori", cui faceva inevitabilmente riscontro l'allargarsi delle maglie della sicurezza. Conseguenza diretta fu il ridursi delle agitazioni e scioperi o delle dimostrazioni a carattere collettivo, che scesero in tutt'Italia rispettivamente, in confronto al 1932, da 129 a 73 e da 526 a 251. L'esame dei rapporti e delle lettere conservate all'Istituto Gramsci di Roma suggerisce per il Biellese un costante parallelo con la situazione generale, poiché le difficoltà di collegamento e organizzazione, di fronte al desiderio di lotta della massa operaia che affiorava da molti segni, toccarono il culmine. ll riflusso apparve del resto accentuato dal timore di incappare in nuove disavventure causate dall'infiltrazione di spie del regime, come nel recente caso Pochettini, che avrebbero potuto distruggere in tutto o in parte le maglie dell'organizzazione clandestina locale.
Di fronte al permanere della gravità della situazione socio-economica, l'apparato locale non offrì le necessarie direttive né il minimo appoggio; così nella relazione di un'ispezione compiuta in tale anno, citando alcuni fatti indicativi, si parlava del convitto della fabbrica Rivetti a Vigliano Biellese ove 350 ragazze erano sottoposte a disciplina militaresca. In una successiva lettera si parlava ancora della stessa fabbrica, ove ragazzi di dodici, tredici anni venivano assunti come apprendisti per più di un anno e utilizzati come facchini ad una paga di 11 lire, mentre nel 1927 la paga era di 18-19 lire giornaliere. Alle 11 lire dovevano però essere sottratte frequenti multe per un importo da 1 a 5 lire quotidiane; inoltre, nel reparto doubleuses, alle operaie, con l'applicazione del sistema Bedeaux, erano richieste sessanta bobine al giorno mentre la migliore operaia era in grado di produrne solo trentasette al massimo. La tensione per l'assoluto arbitrio della classe imprenditoriale biellese diede origine a moti di protesta spontanei; in maggio alla Felice Poma di Biella, 120 operaie rifiutarono la tessera dei sindacati fascisti e la stessa cosa avvenne alla Maurizio Sella-Sapit di Biella Chiavazza, ove il reparto finissaggio al completo, 53 operai, oppose lo stesso rifiuto, adducendo la motivazione che la paga era così bassa da non permettere la decurtazione della tassa di affiliazione al sindacato. In questa situazione il rimprovero che compariva nella relazione dell'aprile-maggio dell'emissario comunista, ove si parlava di debolezza nella struttura del partito e mancanza di iniziativa nel movimento, con il fermo richiamo del Centro al Comitato federale ed ai capi zona del Biellese, è quanto mai significativo, poiché resta indice dello sfaldarsi dell'organizzazione, soprattutto a livello dei più basilari contatti. Particolarmente interessante è l'ultima parte in cui lo scrivente, dopo aver sottolineato la giustezza delle direttive centrali, così asseriva: "E nello stesso tempo ci indicano quanto deficiente sia la nostra attivita anche là dove la massa si muove, ma anche quanto grave sia l'errore di tutti i compagni (e ve ne sono molti tra noi) i quali dicono e lo pensano senza dirlo (il che è ugualmente grave e pericoloso) che non c'è nulla da fare, che la massa non si muove, che non capisce e che perciò non si può parlare di lavoro di massa, di reclutamento, di possibilità di organizzare nuovi elementi presi appunto fra la massa operaia delle fabbriche e nelle officine''.

Errori e limiti dell'organizzazione comunista

La prova decisiva del mancato ruolo di guida nei moti spontanei e dell'inadeguatezza dell'iniziativa nella regione biellese del Partito comunista viene dai fatti accaduti in quattro fabbriche: la Trabaldo Togna di Guardabosone, la Albino Botto di Strona, la Bertotto di Strona e la Reda di Biella. Riguardo al primo stabilimento occorre osservare che già all'inizio del 1933 il malcontento degli operai, per le trattenute operate dalla fabbrica sugli stipendi, era sfociato in dure proteste nei confronti dei sindacati fascisti. Anche i comunisti erano intervenuti ed avevano fatto stampare e distribuire tra gli operai della zona un manifesto quando però era troppo tardi, poiché al capo zona, che lavorava nella stessa fabbrica, era stata data la direttiva di non collaborare con i sindacati fascisti e poi, al momento culminante dell'agitazione, era rimasto isolato non potendo far pervenire né ricevere notizie dalla Federazione. La vertenza si era conclusa con l'intervento del sindacato fascista presso l'azienda, che era stata costretta a rimborsare gli arretrati, ma sull'intera vicenda il Centro, oltre a stigmatizzare il mancato funzionamento dei collegamenti che aveva impedito un intervento maggiore con l'appoggio degli operai degli stabilimenti viciniori, rilevava nei militanti l'opposizione alla direttiva generale di infiltrazione nel sindacato di regime. Nella relazione infatti era scritto: "I compagni della zona ed anche alcuni del federativo hanno concluso col dire che in quella occasione si è valorizzato il sindacato fascista [...] e non è giusta la direttiva della Cgl e del P[artito] per il lavoro nei S.[indacati] F.[ascisti] e di massa. Ho già avuto modo di dire quanto abbia combattuto questa errata conclusione con tutti i compagni [...]. Qual è il Sindacato, il gerarca che si sono valorizzati? Quelli che hanno dato ragione agli operai facendo dare loro lavoro e recuperare ben 7.000 lire sui premi di 1.300 operai ed operaie, con assemblee imposte da questi e nelle quali i gerarchi hanno parlato come si parlava nel 1921 dicono i compagni. Appelli alla resistenza, all'unità, alla solidarietà contro l'ingordigia dei padroni, ecc.''. In modo ancora peggiore andarono le cose presso le fabbriche ove, da più di un anno, era in corso il tentativo di imposizione del doppio telaio, con il deciso rifiuto della massa operaia e l'ambiguo intervento del sindacato fascista. Il malumore del ceto operaio della Bertotto e della Reda di Biella venne però registrato dal Centro per la prima volta solo nel 1933 e l'intera questione fu nettamente sottovalutata, mentre si diede spazio soprattutto al desiderio di resistenza delle tessitrici che si lamentavano della mancanza di ogni intervento del partito. Solo nei mesi seguenti i comunisti si accorsero della ghiotta occasione che avevano mancato di sfruttare e che, dato l'interesse per la vicenda dell'intera massa operaia, avrebbe potuto trasformarsi nell'opportunità ricercata per porsi nuovamente in contatto e fungere da guida per l'intero proletariato biellese. Un rapporto del luglio, allorché le ditte aspettavano ormai da Roma la soluzione della lunga vertenza, evidenzia gli errori commessi, così della Albino Botto lo scrivente diceva: "I compagni del luogo non hanno compreso l'importanza della vertenza, non ne hanno mai parlato col federativo. E quando noi, dai giornali, apprendiamo che si è discusso a Roma e chiediamo che cosa succede a loro, se ne ricordano. Ma è troppo tardi per intervenire efficacemente e guidare la resistenza''. Analoga fu la situazione alla Bertotto, aggravata dal fatto che nello stabilimento non vi era nessun affiliato, per cui il relatore si trovò a dover ricostruire la cronistoria degli ultimi mesi in base alle confidenze dei simpatizzanti. Pur sottolineando lo spirito combattivo e l'alleanza stretta dalle operaie della Bertotto con quelle della Reda, lo scrivente fu costretto ad ammettere anche lo spirito di indipendenza di queste ultime, che erano andate a ricercare i vecchi compagni per avere consigli, ma avevano rifiutato il materiale che il partito, quando era intervenuto, aveva preparato appositamente per loro. Ben diverso fu invece l'atteggiamento alla Albino Botto ove i manifestini vennero accolti con entusiasmo; anche su questo punto lo scrivente era costretto a riconoscere l'impreparazione poiché, data la fretta, si commisero parecchi errori ed inesattezze che inficiarono parzialmente la validità del testo. Il rimprovero all'organizzazione locale e l'incitamento del Centro ad una maggiore sensibilità alle proteste spontanee dei lavoratori cadde però a vuoto e nei mesi seguenti l'organizzazione del partito, così come accadeva in tutt'Italia, perse vieppiù mordente ed iniziativa.

Pesante eredità della crisi mondiale per la classe operaia biellese

Il periodo 1927-1933 si chiuse quindi con una sconfortante situazione per il movimento operaio che, nonostante vari tentativi di opposizione clandestina e moti non organizzati, passò di sconfitta in sconfitta, fino ad arrivare alla sfavorevole conclusione nelle trattative per il lavoro a due telai e per il contratto locale della manodopera laniera. A proposito di quest'ultimo bisogna sottolineare come l'accordo venne a costituire, per vari motivi, un punto di riferimento nel rapporto tra gli industriali, sindacalismo fascista e classe operaia. La stessa corrente rossoniana del sindacalismo di regime che non era stata parca di appoggi, sia a Stagno a livello locale, sia a livello politico centrale, si dimostrò abbastanza soddisfatta e "Il Lavoro Fascista" pubblicò infatti un articolo dal titolo Un buon contratto, che venne riportato anche da "ll Popolo Biellese". In esso il giornalista, cercando di minimizzare i sacrifici imposti agli operai così esaltava l'accordo: "Il contratto nuovo è il frutto di tre anni di discussioni durante i quali la tecnica contrattuale delle organizzazioni ha fatto notevoli progressi. Noi ci troviamo, infatti, con questo contratto davanti a posizioni del tutto nuove, che in un certo senso giustificano i lievi sacrifici salariali accordati". L'esame di taluni punti dell'accordo porta in effetti a concludere che vi furono dei miglioramenti in confronto al precedente contratto; in particolar modo i lanieri biellesi funsero nuovamente da banco di prova della politica salariale del regime poiché, per la prima volta in tutt'Italia, vennero introdotti gli assegni familiari e Mussolini, vistane poi la favorevole accoglienza, ne decise l'estensione dall'ottobre del 1934 a tutta l'industria. La classe imprenditoriale biellese si accollò inoltre la responsabilità a breve scadenza della costituzione della Cassa mutua malattia e della determinazione del trattamento da applicarsi ai lavoratori a domicilio. Accanto a questi importanti provvedimenti il sindacato fascista riuscì a strappare altre due importanti disposizioni che cancellavano palesi ingiustizie di trattamento pratico. Venne tolta dalle tariffe la qualifica di "operaio provetto" che, conferita unilateralmente e sulla base di criteri soggettivi dalla direzione dell'azienda, aveva creato infinite vertenze ed una spaccatura all'interno dello stesso movimento operaio. Venne anche ridotto della metà il periodo di apprendistato a più bassa tariffa per i giovani che avevano frequentato una scuola industriale professionale e venne assicurato a tutti il calcolo continuativo delle prestazioni, anche in caso di trapasso di azienda. Particolarmente pesante era stato, a partire dal 1930, il trattamento riservato agli apprendisti poiché la classe padronale, sfruttando la mancanza di giusta regolamentazione, alla vigilia del passaggio ad operaio faceva scattare il licenziamento, cosicché una buona parte della forza lavoro, non giungendo alla qualifica più bassa, veniva sfruttata con salari bassissimi. La linea industriale, dopo duri anni di battaglie, non era però improvvisamente mutata e lo stesso "Lavoro Fascista" così concludeva l'articolo: "Il contratto è un ottimo punto di partenza per la sistemazione definitiva della situazione. Agli industriali spetta ora di dimostrare che le condizioni tutte, quelle regolamentari e quelle salariali, sono state concordate con la volontà di applicarle integralmente, senza riserve e cavilli".
Paradossalmente l'unica ricompensa dei sacrifici patiti dalla classe lavoratrice biellese fu la visita del segretario nazionale del Pnf, Starace, il quale, visitando la regione nell'ottobre dello stesso anno, a proposito delle acclamazioni con cui era stato accolto, così asserì in un discorso: "Una stupida favola [...] è corsa, cioè che l'entusiasmo di questo popolo era da definire con una formula musicale andante ma non troppo". Analogamente, 5.000 operai biellesi ebbero il "privilegio" di assistere nel novembre al transito di Mussolini sull'autostrada Torino-Milano, mentre, nello stesso mese, altri 4.000, sotto la guida del federale ebbero l' "onore" di visitare la mostra e le opere del regime a Roma. ll fascismo locale, di contro, grazie alla riapertura al tesseramento indiscriminato ordinata da Starace, ottenne alla fine dello stesso anno quell'adesione minima che valse a cementarne la traballante posizione, pur figurando sempre su basi meramente di prestigio. Mentre in tutt'Italia gli iscritti, dall'ottobre del 1932 a quello dell'anno successivo, erano aumentati all'incirca del 40 per cento (da 1.007.251 a 1.415.407) le nuove iscrizioni nella zona biellese portarono solo 2.965 iscritti, che confermarono il movimento classista dell'adesione al fascismo. Nel solo fascio di Biella, alla fine dell'anno, vennero divulgati infatti i seguenti dati: dei 3.124 iscritti (dei quali 2.628 in forza delle nuove iscrizioni) la ripartizione sociale era la seguente: 124 industriali, 166 professionisti, 454 fra rappresentanti, commercianti ed esercenti, 783 funzionari ed impiegati, 1.379 fra operai e contadini, 9 agricoltori, 208 ferrovieri. In base a tali numeri l'appoggio diretto della borghesia, rispetto alle altre classi sociali, nei confronti del regime costituiva dunque il 50 per cento, cifra assolutamente sproporzionata alla realtà sociale.

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