di
Teresio Gamaccio
1990, pp. IV-232, 12,90
Dalla prefazione di Guido Quazza
Nel perdurante dibattito storiografico e politico su1 ventennio fascista alcuni temi sono venuti
emergendo con particolare intensità. Fra questi, due sono strettamente legati, anzi interdipendenti. Uno è
la vicenda economica dell'Italia, sia come sviluppo o come stagnazione, sia come novità apparente o
reale dell'intervento statale. L'altro è il formarsi, il procedere e lo sciogliersi delle alleanze sociali del
fascismo, del blocco, cioè, delle "forze" che ebbero in esso espressione e difesa politica.
Vorrei subito dire che a questi temi la monografia di Teresio Gamaccio, la quale ha origini ormai
non più vicine in una tesi di laurea preparata e discussa nella facoltà di Magistero di Torino, porta un
rilevante contributo di ricerca e di interpretazione. Di ricerca, perché l'autore ha scavato con diligenza e
attenzione nei fondi dell'Associazione laniera di Biella e di Milano, negli archivi della Prefettura di Vercelli, nelle
carte della polizia e dei carabinieri, e si è fatto intelligente lettore di giornali e in primo luogo del fascista
"Il Popolo Biellese": tutto quanto, cioè, è, in sedi pubbliche, disponibile (l'archivio dell'Unione industriali
di Biella fino al 1943 purtroppo è stato recentemente distrutto). Di interpretazione, perché la narrazione
di Gamaccio si intesse di considerazioni che, forti anche d'una ampia conoscenza della bibliografia
generale, danno a una delle tesi in campo appoggio tanto più solido quanto più immerso nella concretezza di
vicende specifiche ma al tempo stesso strettamente connesse con quelle nazionali.
L'industria tessile biellese era infatti, nel ventennio, parte essenziale dell'industria tessile italiana,
di un settore, cioè, che era uscito dalla prima guerra mondiale come settore ancora primario
dell'attività manifatturiera del Paese.
Il lettore, e non solo quello specializzato, dovrà dunque tener attento conto di questo lavoro, per
capire il significato complessivo del dominio fascista in Italia, anche se il titolo si riferisce, con giusta e
onesta cautela, ad una zona geograficamente ristretta. Attento conto, inoltre, perché l'analisi di Gamaccio,
pur essendo in primo luogo di storia economica, si impegna tuttavia costantemente anche nella storia
politica. Le tuttora ricorrenti tesi su un fascismo espressione dei ceti medi - emergenti o meno - trovano qui
una smentita tanto più puntuale quanto più motivata da un'analisi particolareggiata dell'intero tessuto
delle scelte industriali e di quelle governative, così da offrire, talora con fin troppa minuzia, una
dimostrazione inesorabilmente probante di come andavano le cose.
Sotto il profilo della rilevanza del contributo ai fini della storia generale, una presentazione, per
quanto necessariamente breve, può non essere inutile a dar rilievo ai punti più importanti. Rispetto al tema
dello sviluppo o della stagnazione, le molte pagine del libro che affrontano l'andamento produttivo
dell'industria tessile biellese non lasciano dubbi per il quadro nazionale. Indiscutibile è la grande fatica degli
imprenditori per uscire senza danni irreparabili dall'arresto della forte avanzata segnata dalla prima guerra
mondiale attraverso i ben noti motivi dell'enorme crescita del fabbisogno pubblico, per superare le difficoltà
della riconversione quantitativa anche col cimentarsi sui mercati esteri. Non meno evidente è però la
precarietà della ripresa. Già nel 1928-29, con la politica deflazionistica di Mussolini, con la "quota novanta",
si rompe l'equilibrio, essenziale per i lanieri, della bilancia dei pagamenti, è colpita duramente
l'esportazione ed entra in serie difficoltà lo stesso mercato interno.
Le pagine dedicate al conflitto tra industriali e grossisti sono significative d'una situazione che va
ben al di là del settore. Modi e tempi dei pagamenti incidono presto e molto su un andamento che era stato in
sia pure non grande ascesa - questo è un acquisto importante del libro - non soltanto per la politica del
governo ma anche per i tratti di lungo periodo che i comportamenti degli imprenditori conserveranno.
Il fronte degli industriali più grossi del Biellese non esita a sostenere posizioni dettate da interessi limitati al
proprio ambito. Mentre ciò li porta oggettivamente a scontrarsi con i medi e i minori della loro stessa zona,
l'urto con i veneti prende i caratteri d'una questione che investe tutto l'insieme del futuro dell'industria tessile.
E li prende nel modo più arretrato o, almeno, più miope, sul problema dei salari. Non meno sintomatico è
che esso trovi appoggio in Bottai contro l'esponente della confederazione Gino Olivetti, sebbene non manchi
il ricorso a posizioni che l'Autore definisce giustamente ricattatorie. Dalla vertenza interna agli
imprenditori del settore emerge esemplarmente la volontà di far pagare le difficoltà alle sole maestranze, e
rappresentativa delle procedure del sistema è la disinvoltura con la quale ci si destreggia fra il potere politico
centrale e il sindacato fascista locale e la spregiudicatezza con la quale si gioca fra i due anche col
richiamo, insistente ed evidentemente esagerato, alla pericolosità della presenza di una per altro ancora non
trascurabile forza in loco dei comunisti, colpiti dalla soppressione del partito e dalle mazzate del
Tribunale speciale ma ancora vivi nelle fabbriche e nelle comunità, con la carica clandestina ma perdurante
della tenace memoria delle lunghe ed eccezionali lotte combattute in passato, fin dalla metà dell'Ottocento.
Qui l'esperienza di lavori che scrissi trent'anni fa e la lettura del più
recente straordinario studio di Franco Ramella mi aiutano ad apprezzare lo sforzo di Gamaccio per andar oltre la storia dei fatti economici
e addentrarsi nella sociologia del lavoro e nella scienza dell'organizzazione, senza trascurare il calcolo
dei costi di produzione e, in generale, gli elementi culturali e psicologici del clima tra paternalistico e
dispotico esistente nel rapporto tra industriali e operai.
Dalla fase iniziale del fascismo, quando l'interesse imprenditoriale viene attratto dalla
restaurazione dell' "ordine" sociale e politico come strada fondamentale per la conferma del "comando" all'interno
delle aziende, l'analisi diventa più probante nel momento in cui si addentra nel periodo del 1928-29.
L'alleanza tra industriali e fascisti si era dapprima retta su un equilibrio che aveva visto il massimo di attenzione,
da parte dei primi, al salvataggio della propria autonomia di decisione. Gli anni della deflazione e
della ruralizzazione forzano gli industriali ad un consenso che subisce le costrizioni di un modo di gestire
il potere politico ormai libero da forze politiche diverse da quelle fasciste. L'analisi svolta nel libro
conferma le tesi di coloro che collocano il problema del consenso nel quadro d'un regime a partito unico fornito
dei mezzi dello Stato. Senza affrontare altri pur fondamentali aspetti del tema, rilevabili con le tecniche
delle scienze sociali qualitative, Gamaccio offre tuttavia elementi tanto più stimolanti quanto più sono
immersi nella concretezza degli interessi industriali. E qui diventano determinanti le
dramatis persone. Alcune figure-chiave, sulle quali si sarebbe voluto un approfondimento anche maggiore (in vista di quel circolo
tra biografie di singoli e storia dell'insieme nel quale sta il nocciolo più difficile ma anche più fecondo
d'ogni ricostruzione del passato), emergono come emblematiche di tutto quell'intrico tra opportunismi e
fanatismi che segna il carattere centrale del ventennio, fase autoritaria del classico trasformismo nazionale.
Uomini come Oreste Rivetti, il potente, perché presiede e dirige una azienda di tremila dipendenti, e il duro,
perché nel porre le carte in tavola ha la certezza dell'astuto conoscitore dei rapporti di forza, oppure
Leane Garbaccio, l'abile mediatore che sa farsi ostinato contrattante e insinuante sfruttatore delle amicizie
di partito, sono centrali per interpretare le pieghe riposte del regime.
Il loro binomio, che campeggia in mezzo a imprenditori di almeno altre otto grandi famiglie biellesi, è visto in azione da Gamaccio con una
capacità di cogliere le sfumature la quale produce le considerazioni forse più penetranti dell'intero volume.
Questo quadro, di per sé eloquente nell'avvertire come già sul finire degli anni venti non
manchino segni sotterranei di precarietà nel blocco sociale fascista, e non manchino proprio per la polivalenza
dell'intreccio di interessi e di mentalità (il do ut des sulla base d'un alternarsi delle parti nel dominio
sugli operai), si conferma nel periodo dopo la crisi americana del '29. Complessa e persuasiva è l'analisi
dell'autore. Da un lato, pur nella situazione difficilissima del mercato internazionale scaturita dal
"venerdi nero" di Wall Street, non scompare la riluttanza degli industriali biellesi a cedere anche una piccola
quota della propria autonomia di decisione, riluttanza del resto tipica della conduzione familiare di fronte ad
ogni regolamentazione produttiva ispirata a visioni generali. Dall'altro, e in pari tempo, si accentua, invece
di attenuarsi, la sordità alle nuove tecniche di organizzazione del lavoro. Con essa, anche la diffidenza
(salvo il caso della ditta G. Rivetti e Figli) verso l'adozione del sistema paghe Bedeaux, che penalizza bensì
il salario operaio ma appare troppo nuovo allo scarso coraggio dei "padroni". In più la disattenzione
quasi totale allo studio dei costi di produzione e al rinnovamento dei macchinari, tanto più eloquenti e, sotto
il profilo dei parametri di giudizio, quanto più contrastante con la grande apertura pionieristica degli
avi ottocenteschi. In mezzo, l'attesa della sperimentazione altrui sul metodo più sbrigativo per incrementare
i profitti, e però suscettibile di reazioni pericolose sulla capacità immediata di produrre: è il caso,
veramente classico anche per i richiami alla grande vertenza degli anni ottanta del secolo precedente sul telaio
meccanico, di coloro che introducono il doppio telaio per ogni singolo tessitore. Qui la documentazione
è impressionante per la completezza con la quale emergono i legami fra regime e Stato e i nodi che si
istituiscono tra partito, sindacato, prefetto, "forze dell'ordine".
L'ultima resistenza operaia al fascismo prima di quella - dieci anni dopo! - del marzo 1943 si
impone nel 1933, quando i lanieri già sono riusciti a far pagare le conseguenze della crisi mondiale ai
lavoratori dipendenti con una decurtazione del salario che essi vorrebbero del 10-15 per cento, con la
soppressione del carovita, con il calcolo del cottimo mediante l'inesorabile macchinetta contacolpi. I carabinieri
giungono a fermare e a denunciare due operai della ditta Albino Botto per aver propalato la notizia,
evidentemente da essi considerata "sovversiva", dell'opposizione delle maestranze della Figli di Pietro Bertotto a
lavorare contemporaneamente su due telai. Il prefetto non esita ad accusare alcuni sindacalisti fascisti di
ambiguità per non aver essi rinunciato, pena la credibilità stessa della propria organizzazione, a prendere
in qualche misura le parti dell'operaio. Il Ministero delle Corporazioni facilita il desiderio degli industriali
di spostare il luogo delle decisioni a Roma. Il partito colpisce gli esponenti - Stagno e Bonino - del
sindacato locale promuovendo il loro trasferimento ad altra provincia.
Siamo alla prova da manuale dei nessi economia-società-politica-comportamenti collettivi d'un
regime fascista. Ce n'è, come si vede, a sufficienza anche per smentire il consenso al regime come adesione
convinta e attiva. La legge corporativa (o corporativista?) della collaborazione sociale è incrinata
vistosamente dall'interno attraverso il risultato dei conflitti tra datori di lavoro e lavoratori. Un segno premonitore
di ben più gravi inadeguatezze dello "Stato nuovo" non appena ai conflitti economici e sociali si
uniranno quelli di mentalità, di cultura, di religione, di razza e, ancor più dirompente, il conflitto dei conflitti:
la guerra come sbocco logico della ambizione
espansionistica del regime, del suo "imperialismo straccione".
* * * * *
Dal IV capitolo
..................
L'estremo tentativo del sindacalismo
fascista per il controllo delle masse operaie
La crisi determinata dallo sganciamento della sterlina dall'oro e dalla chiusura del mercato inglese
e delle colonie britanniche, che così tanta importanza aveva assunto per l'industria laniera italiana,
favorì implicitamente il lavoro di proselitismo, o quanto meno la corrente di simpatia ed adesione parziale,
a favore del ruolo che il partito aveva assunto nella regione. L'aggressiva ripresa della linea industriale,
con indiscriminati licenziamenti ed illegali riduzioni di paghe, tolse infatti nel Biellese qualsiasi credito
alle istituzioni fasciste che, con la crescente tensione sociale, vennero vieppiù isolate. Si trattò di un
fenomeno generale che non colpì solo il sindacalismo fascista ma gli stessi fasci di combattimento i quali,
dilaniati oltre tutto da lotte intestine di potere, videro ridursi ancor più il proprio potere politico di fronte allo
strapotere industriale. La situazione si fece così preoccupante che il federale della provincia di Vercelli, Mario
De Fabianis, dovette rassegnare le dimissioni e venne sostituito da un commissario straordinario col quale
il prefetto ebbe immediatamente un colloquio di cui così relazionò al potere centrale: "Un punto sul quale
ho ritenuto opportuno richiamare subito l'attenzione del nuovo Commissario è la situazione del fascismo
nel Biellese. Situazione invero poco brillante. Scarsi per numero e deficenti per qualità i fascisti biellesi
nascondono sotto una ostentata intransigenza un'effettiva inerzia ed hanno finito per fare il vuoto attorno a
loro isolandosi sia dal gruppo industriale che domina, e non solo nei riguardi economici, la zona sia delle
masse operaie, che se sindacalmente aderiscono alle organizzazioni del regime, politicamente non hanno
dimenticato gli antichi ideali". Quest'ultimo riferimento è assai importante poiché oltre ad essere il
riconoscimento dell'attività clandestina del Partito comunista, costituisce pure l'ammissione del fallimento dei locali
sindacati fascisti dell'industria. Se lo sviluppo di questi ultimi, a partire dal 1926-27, aveva cozzato prima
contro la volontà degli imprenditori e poi contro l'ostinata freddezza degli operai, al punto da registrarne
l'adesione, perlopiù in forma coatta, di poco più di 30.000 sugli 80.000 di tutta la provincia negli anni
1929-30, bisogna ribadire che la crisi raffreddò ulteriormente i rapporti con la classe lavoratrice. Le iscrizioni, che
nel corso del 1931 erano scese ad un punto tale da far parlare il prefetto di "collasso sindacale" nella
sua relazione di fine anno, subirono un ulteriore tracollo l'anno seguente di fronte all'offensiva
imprenditoriale, tanto che passarono da 33.697 al 30 settembre 1931, a 23.399 il 30 giugno 1932, a 28.714 al 30
settembre dello stesso anno. La notevole riduzione era da addebitarsi in parte alla contrazione dei posti di lavoro,
ma anche e soprattutto, ebbe il significato di protesta della classe operaia, appoggiata dalla propaganda del
Pci. L'esplicito e rabbioso riconoscimento da parte fascista di quest'ultima, che faceva dei sovversivi utili
capri espiatori, venne espresso in un articolo pubblicato a metà 1932 dal locale giornale fascista, in cui il
giornalista, prendendo spunto e parafrasando una circolare di Arpinati ai prefetti per la lotta contro le mosche
al fine di una miglior tutela della salute, scriveva: "Di quegli uomini che, a somiglianza delle mosche,
sono sempre in affannosa ricerca di quei luoghi dove esistono piaghe, immondizie e tutto ciò che può
inoculare germi d'infezione". Il riferimento diveniva chiaro allorché così continuava: "Oggi la vita è dura e la
pastura è facile. Così non è difficile soffiare all'orecchio dell'operaio disoccupato e ridotto coi turni di lavoro ad
una retribuzione che gli permette di far vivere a stento la famiglia, la frase che ne scuote la fede".Il giornale,
in conclusione, invitava i lettori, a combattere "l'insetto schifoso" restando sempre e dovunque ossequienti
alle leggi, senza avvicinarsi a persone sospette e a fare ad esse una lotta senza quartiere.
Proprio nel momento più difficile, di fronte al riacutizzarsi della crisi per la chiusura del mercato
inglese, il fascismo, o per meglio dire una parte di esso, decise di accettare battaglia nel Biellese sia contro
il prepotere industriale sia contro il diffondersi della ideologia comunista. Ci si riferisce alla nomina di
commissario prima e segretario poi dei sindacati fascisti dell'industria in provincia di Vercelli, di Italo Stagno.
Sulla base del comportamento che egli tenne da un lato nei confronti della concezione ortodossa
del sindacalismo di regime, dall'altro nella questione del doppio telaio ed ancora nelle lunghe discussioni per
la conclusione di un nuovo accordo salariale, è possibile inquadrare la sua azione in una delle correnti
più "progressiste" in cui il fascismo si era diviso verso il 1930, allorché, a stabilità ottenuta, si era posto
la prospettiva di un lungo periodo di Governo e del tipo di azione da concretizzare. De Felice, esaminando
la varie posizioni, delinea tre correnti; la prima era composta da coloro per i quali la costruzione dello
Stato fascista si era ormai conclusa ed il regime avrebbe dovuto solo amministrare e perpetuare il potere,
la seconda raggruppava i moderati che auspicavano una nuova fase in cui si sarebbero dovute introdurre
alcune importanti novità, mentre l'ultima, che si contrapponeva alle prime due ed era la più intransigente,
chiedeva innovazioni in campo politico e sociale, con l'attuazione del sistema corporativo. All'interno di
quest'ultima poi vi erano ulteriori divisioni determinate dalla concezione della modalità per la realizzazione
pratica; una di queste era quella dei sindacalisti riuniti attorno a Rossoni, per il quale il punto più importante era
che l'attuazione pratica del corporativismo non dovesse svuotare ulteriormente l'azione del sindacato. Pur
se non è stato possibile reperire documenti che comprovino l'interessamento di Rossoni per la nomina
di Stagno nel Biellese, occorre sottolineare come tale eventualità sia più che ipotizzabile poiché già il
primo dirigente sindacale della provincia di Vercelli Pagnone, che aveva provocato la dura prova di forza con
la classe imprenditoriale biellese sulla questione dei fiduciari di fabbrica, era legato al noto uomo politico.
La sconfitta di Pagnone e le successive nomine di Codegoni e Malusardi, che si dimostrarono più duttili
e cercarono di ristabilire un dialogo con gli industriali della provincia, non fecero probabilmente
desistere Rossoni, il quale, appena possibile, sistemò nuovamente
un uomo di sua fiducia per riprendere la lotta
in uno dei centri industriali più importanti d'Italia.
Una prova di questo legame è data da due precisi fatti: innanzitutto dalla nuova modalità con cui
Stagno raccolse le adesioni del sindacato e poi dal discorso che tenne, nel marzo 1933, all'assemblea generale
dei sindacati fascisti dell'industria in provincia di Vercelli, di fronte alle maggiori autorità provinciali. Una
delle prime mosse di Stagno lasciò subito capire la diversità del suo programma, poiché tentò di attuare
praticamente l'idea rossoniana di un sindacato autonomo dal regime, pur se obbediente alle direttive
generali; l'esempio più importante e "rivoluzionario" è costituito dalla volontarietà dell'adesione da parte
dell'operaio, abolendo l'intervento coattivo, e molte volte ricattatorio, delle aziende. Una delle circolari diffuse per
il tesseramento del 1932 metteva infatti al primo punto la richiesta che tale azione doveva essere fatta
dagli organizzatori e non dalle ditte e proseguiva con altre norme dal tono idealistico che tendevano a fare
dell'iscrizione al sindacato un momento discriminante tra buoni e cattivi operai e cittadini. Tale azione
lasciò perplesse le maggiori autorità provinciali ed il prefetto il quale, scrivendone a Roma, lasciava
intravvedere un certo disorientamento senza però criticare direttamente Stagno, poiché la contrazione degli aderenti
al sindacato fascista nel 1932 poteva essere presentata come un successo, in quanto il totale non era più
viziato dall'imposizione coattiva.
Di ben maggiore importanza è il discorso pronunciato da Stagno nel marzo 1933 al convegno
dei sindacati provinciali dell'industria di fronte al segretario nazionale dei sindacati tessili, Antonino
Giuliani, al prefetto, al segretario federale, Piero Gazzotti, ed alle più alte rappresentanze politiche ed
economiche della provincia. Ciò che interessa è soprattutto il tono della relazione che venne svolta al momento
culminante dei cattivi rapporti tra sindacati e classe imprenditoriale biellese, allorquando le parti facevano di
ogni vertenza, dalla più piccola alla più grande, una prova di forza poiché lo scontro era diventato politico ed
il vincitore sarebbe stato in grado di dettare le proprie condizioni per più anni. Stagno, dopo aver dato le
cifre degli organizzati, sottolineando come l'inquadramento fosse dovuto all'iniziativa dei lavoratori e "non
a quella più sbrigativa, assolutamente inopportuna, delle aziende", diede notizia delle maggiori vertenze
esistenti in provincia e cioè la questione del doppio telaio presso la ditta Albino Botto di Strona e delle
trattative per il contratto salariale locale per l'industria laniera. Riguardo alla prima, dopo aver spiegato
l'innovazione tecnica introdotta dalla ditta, mise in evidenza il rifiuto della direzione ad osservare le speciali
norme contrattuali previste per questa lavorazione con il pretesto della libertà d'iniziativa. Parlando di tale
manovra, tesa ad escludere il sindacato dalla sistemazione di un rapporto di lavoro, così si esprimeva il
segretario sindacale: "Tale criterio non è nuovo per l'organizzazione industriale: essa ha sempre ostinatamente
sostenuto che i sindacati sono sì chiamati dal fascismo a collaborare ma soltanto in determinati e, si
direbbe, limitati casi". Altre dure parole venivano pronunciate a proposito del contratto: "Sul contratto laniero
biellese si è detto tutto quanto c'era da dire e da scrivere. E anche di più. E io qui voglio autorizzare gli sbadigli
di tante egregie persone che conoscono ormai sino alla noia questa questione per la quale siamo
diventati famosi un po' tutti a Biella, a Vercelli e a Roma negli ambienti sindacali e persino presso il Ministero; anche
noi che non abbiamo titoli per la fama ufficiale dei nostri egregi competitori". L'asprezza dei toni e
la pesante polemica nei confronti dell'Unione industriale biellese su questioni così importanti, che
venivano delineate pubblicamente e di fronte alle maggiori autorità, non erano dovute ad una ufficiale presa di
posizione del regime contro la linea degli imprenditori biellesi, bensì alla presenza, durante la lettura del
discorso, di Rossoni. La casualità dell'intervento dell'importante uomo politico è assolutamente da escludere ed
è chiaro che, di fronte alle difficoltà incontrate da Stagno, Rossoni volle
appoggiare di fronte a tutti il segretario sindacale, avallando con il prestigio della propria persona il suo discorso.
L'acutizzarsi della tensione tra sindacato fascista e classe imprenditoriale biellese
Ritornando ora all'avvio della gestione dei sindacati industriali da parte di Stagno, si osserva che
egli, dopo l'inizio della crisi locale, dovette affrontare la seconda pesante offensiva della classe
imprenditoriale biellese che, oltre a numerosi licenziamenti, pose i lavoratori di fronte al consueto quanto illegale ricatto:
o riduzione salariale o perdita del lavoro. Già citate sono le sue proteste al prefetto di fronte ad un
siffatto modo di agire e la causa delle prime violente discussioni con il ceto imprenditoriale è confermata
dal prefetto che, nella relazione al Ministero dell'Interno del secondo trimestre 1932, scriveva della sua
opera pacificatrice tra Stagno e l'Unione industriale di Biella per l'insorgere di numerosi screzi. Il
commissario dei sindacati fascisti dell'industria dovette combattere però la sua battaglia su un duplice fronte, poiché
la dilagante sfiducia verso il regime diffusasi tra gli operai minacciò di compromettere seriamente la
sua politica di volontaria adesione alla organizzazione. Intraprese così una nutrita serie di conferenze e
sopralluoghi che raggiunsero parzialmente l'effetto voluto. L'impegno che Stagno profuse in quest'azione è
documentato dal fatto che nel secondo trimestre del 1932 tenne ben ventotto riunioni, nelle quali poté portare
come esempio dell'impegno sindacale fascista a difesa dei lavoratori l'accordo da lui raggiunto col
Cotonificio Poma, grazie a cui era stata risolta la maggior parte delle vertenze e stabilite nuove paghe. Anche riguardo
al locale contratto di lavoro per i lanieri, ben diverse furono le posizioni di Stagno da quelle dei suoi
predecessori che si erano limitati a dare ai giornali della zona scarse notizie; frequenti articoli a firma dello
stesso sindacalista comparvero su "Il Popolo Biellese", senza contare che, dietro interessamento del
commissario, vennero riportati dallo stesso giornale gli articoli apparsi sul rossoniano "Il Lavoro Fascista" riguardo
allo sviluppo delle trattative. Le aspre discussioni travalicarono a volte le aule ufficiali in cui si svolgevano
le trattative e comparvero su "Il Popolo Biellese", come nel caso della disputa per la richiesta sindacale
di accettare come base le paghe del Vicentino sommandole ad una percentuale da stabilirsi. Su
quest'ultimo punto si innescarono una serie di affermazioni e pubbliche smentite delle due parti, ognuna delle
quali rovesciava sull'altra la colpa del fallimento dell'accordo. In un'intervista appositamente concessa
Garbaccio, dopo alcune puntualizzazioni iniziali, così si esprimeva: "Ristabilita l'esattezza dei fatti su un elemento
che ha tanta importanza per l'onestà della discussione passiamo ad esaminare le altre affermazioni che con
foga e baldanza giovanile il segretario del sindacato ha profuso nei suoi articoli e nelle sue interviste".
L'ironia delle parole e il ribaltamento di qualsiasi responsabilità sul sindacato provocarono l'immediata e
puntigliosa replica di Stagno che, rendendo pan per focaccia, così iniziava il suo articolo: "Peccato che sei giorni
di profonda riflessione non abbiano suggerito alla misurata e ancor oggi riconosciuta saggezza del cavaliere
di gran croce Leone Garbaccio, l'opportunità di mantenere per la elaborata stesura delle sue dichiarazioni
ai giornali la linea impersonale schietta e coraggiosa, che la 'nostra foga e baldanza giovanile' hanno
saputo imporre, comprimendo sino allo spasimo una bruciante volontà di più amare e clamorose espressioni".
La tensione tra le due parti era dovuta, oltre che alla snervante tattica industriale, alla constatazione
da parte di Stagno che buona parte del rinnovato prestigio acquisito dal sindacato dopo i numerosi interventi
si stemperava col passare dei mesi di fronte al timore degli operai di vedere virtualmente e legalmente
ridotti i propri salari col nuovo contratto, come era avvenuto in passato. È questo il senso in cui deve essere
inteso un apposito comunicato, pubblicato dai giornali, con il quale, poiché circolavano "fantastiche quanto
irresponsabili e stupide voci di rilevanti riduzioni salariali concordate in sede di stipulazione del contratto",
il commissario dei sindacati dell'industria tentava di smentire ufficialmente le paure di nuovi ribassi
delle paghe.
La tensione esistente fra Stagno e l'Unione industriale di Biella è confermata anche da una lunga
relazione di protesta degli industriali biellesi al prefetto nel giugno 1933; l'opera di screditamento e
denigrazione del funzionario sindacale è evidentissima particolarmente là dove si dice: "Da parecchi mesi il dott.
Stagno non interviene che rarissimamente alle discussioni; manda invece dei funzionari che hanno degli
ordini tassativi, si afferma o si nega senza saperne sempre dare una giustificazione. Questo non sarebbe un gran
male. Ma ne consegue che, raggiunto faticosamente l'accordo in articoli di contratto o su tariffe,
l'ulteriore esame che lo Stagno ne fa, quando debba firmare gli accordi stessi, porta a nuove richieste di varianti,
ad osservazioni, ad obiezioni, il che equivale a discutere due volte. Non solo, ma questo sistema ci pone
nella condizione di essere quanto mai guardinghi nel discutere [...]. Con tutti i predecessori dell'attuale
dirigente ed i sindacati della provincia le cose camminavano in ben altro modo".
L'efficace azione del Partito comunista nel Biellese e l'importanza della regione nel quadro generale
Da questa tensione trasse vantaggio il Partito comunista locale, che poté ampliare la diffusione
della propria propaganda tra le masse operaie del Biellese, particolarmente tra i giovani delle ultime
generazioni, tanto da incrementare notevolmente il numero delle adesioni dirette e dei simpatizzanti grazie ad un
lavoro sempre più approfondito. Non si trattò di un'opera semplice, poiché si svolse in mezzo a mille cautele per
il timore di compromettere il buon lavoro già svolto nel biennio 1930-31. A questo proposito è sintomatico
il fatto che l'azione degli emissari fu accolta dapprima con diffidenza dai militanti locali, per il timore
che l'ampliamento ed il rinnovamento dei legami venisse poi bruscamente interrotto lasciando gli affiliati
in balia di se stessi come era avvenuto negli anni precedenti, ma la rinnovata assistenza del centro e la
favorevole adesione della base migliorarono la situazione. Così, nel rapporto di un inviato del febbraio 1931,
si legge che le maggiori difficoltà erano quelle di rimettere in moto i meccanismi di partito, di rinnovare
e ampliare le conferenze d'officina ed il lavoro di propaganda, mentre le idee dei dirigenti erano di
avviso opposto: "Pensano che la massa si è disabituata al lavoro del Partito, essi pensano che dopo tre anni di
totale (affermano) assenza delle parole del Partito in mezzo al proletariato, oggi si incontreranno
moltissime difficoltà per penetrare di nuovo tra questa massa. Anche qui l'accusa più grave che si fa al partito è
quella di avere per tre anni completamente abbandonato Biella, non solo, ma dopo la ripresa dei collegamenti,
di lasciarli per dei lunghi mesi senza notizie, senza direttive, senza materiale".
Vinte le opposizioni, persuadendo o escludendo dai centri direttivi coloro che tentennavano,
l'emissario riunì il Comitato federale, massimo organo direttivo locale, e propose il seguente ordine del giorno:
questione di composizione del Federale attuale e di riserva; lavoro di organizzazione e lavoro di massa;
preparazione dell'8 marzo e il lavoro tra le donne; preparazione della giornata dei disoccupati; lavoro sindacale;
il lavoro nei sindacati fascisti; il lavoro giovanile; preparazione del congresso; soccorso rosso e varie.
L'articolazione degli elementi in discussione, su ognuno dei quali il Comitato federale si espresse in modo
favorevole, dà una precisa idea del passaggio alla nuova fase di costruzione attiva del partito.
Particolarmente importante, in una zona ove dalla fine del XIX secolo l'occupazione femminile era divenuta
preponderante rispetto a quella maschile, fu il tentativo di coinvolgere la massa delle donne lavoranti in fabbrica.
Grazie anche ad un maggior appoggio del Centro il lavoro di riorganizzazione procedette ovunque
su basi migliori e nel volgere di pochi mesi se ne colsero immediatamente i frutti; una lettera spedita al
Centro estero nel settembre affermava che la distribuzione delle tessere della Confederazione del lavoro era
avvenuta su larga scala e l'appello all'iscrizione era stato accolto entusiasticamente L'invito aveva avuto
particolare successo ad Andorno, tra i cappellai, ove era stato accolto con questa frase "È ora che si sveglino!" e
diversi giovani del luogo si erano offerti per il lavoro organizzativo. Lo stesso fenomeno si era ripetuto tra i
piccoli proprietari terrieri di Cavaglià, nelle vallate di Crevacuore, Guardabosone e dintorni. L'unico neo era
costituito dalla zona di Biella città, ma anche qui lo scrivente notava volontà di agire da parte della massa
e, sicuro di capovolgere la situazione, richiedeva con insistenza l'invio di materiale stampato e da
stampare. Consistenti informazioni sull'evoluzione del rapporto tra il Pci e le masse biellesi si hanno per il 1932, in
cui il rinnovarsi della crisi causò numerosissimi licenziamenti. Lungi dallo scoraggiare i militanti,
l'imperante disoccupazione acuì la tensione e favorì l'azione di propaganda del Pci che ormai, ben inquadrata e
diretta, acquistò nella zona vieppiù mordente e significativi consensi nella massa operaia. Occorre sottolineare
nei documenti ufficiali del regime la dissonanza esistente tra quelli redatti dal prefetto o dalle autorità
provinciali (Questura, carabinieri) ed altri più riservati, conservati all'Archivio centrale di Stato, che
confermano la preoccupazione per il diffondersi dell'ideologia antifascista e l'organizzarsi in ranghi sempre più
compatti del Partito comunista nel Biellese. Mentre le relazioni prefettizie ed i rapporti dei carabinieri parlano
di episodi minori, come il rinvenimento di giornali o manifestini, scritte sui muri, ecc., le carte
dell'Archivio centrale ed una preziosa relazione conservata all'Istituto Gramsci di Roma tracciano la storia di una
grossa operazione compiuta dalla polizia politica nella primavera del '33, con la collaborazione dell'Ovra, che
si concluse con l'arresto di numerose persone. In sintesi si trattò dell'inserimento nell'organizzazione
locale del Partito comunista di alcune spie fasciste, tra le quali un certo Pochettini, che, al momento concordato
con l'Ovra, denunciarono i componenti del gruppo. Dall'esame delle relazioni della polizia politica
traspare l'organizzazione in forme sempre più perfezionate del partito nella zona; così all' "abituale" consegna
dei giornali "l'Unità", "Stato operaio" e manifesti vari, si accompagnava la stampa in loco di un
bollettino locale "Tessile rosso" ed ancora arrivava dall'estero, appositamente per il Biellese, "Scintilla rossa".
Contemporaneamente si tentò di impiantare un centro di stampa clandestino, con il relativo rifornimento
di inchiostro e carta, che potesse sopperire non solo alle esigenze locali ma anche dei centri viciniori.
Importante, ad operazione ormai conclusa, è il giudizio espresso in una relazione della polizia politica fascista
in cui si sottolineava l'interesse dei comunisti verso la provincia di Vercelli, come era verificabile
dall'attenzione che ad essa rivolgeva il centro comunista clandestino di Milano. Significativo è anche il fatto
che, durante il corso dell'azione, ad uno degli infiltrati si raccomandò di non promuovere un numero eccessivo
di riunioni per fomentare scioperi, perché se da un lato ciò avrebbe permesso di ampliare in seguito il
numero degli arresti, dall'altro avrebbe contribuito immediatamente a rendere più critica ed esplosiva la
situazione politica.
La dura repressione del regime e il progressivo sfaldamento dell'organizzazione comunista nel 1933
Il pedinamento degli emissari che tenevano i contatti con Milano permise inoltre il blocco
dell'importante centro clandestino stabilitosi in questa città; la rilevanza dell'avvenimento non deve essere
sopravvalutata ma si trattò pur sempre di un duro
colpo ai danni dell'organizzazione clandestina del partito. ll
massimo livello di attività raggiunto dal Partito comunista fu perciò la causa della sua rapida sconfitta; se la
polizia fascista dal 1927 al 1932 riuscì a distruggere per sei volte il Centro interno comunista, ma non ad
evitare l'ampliarsi del numero degli iscritti in tutt'Italia, che ebbe un balza notevole (i militanti passarono infatti
da circa 3.000, verso la metà del 1930, a 4.500 nell'aprile successivo e 9.800 nel luglio 1932), dopo tale
data non fu più possibile costituire un Centro interno a causa dei numerosi arresti e dell'attenta vigilanza
della polizia politica. La rigidità dei controlli in tutto il Biellese è confermata da episodi di repressione
operata dalle autorità provinciali che applicarono duramente la legge; così ad Andorno, la sera del 1 maggio,
vennero arrestati sette giovani, definiti alticci, che rincasavano al canto di "Bandiera rossa". Dopo
l'identificazione ed il celere arresto, tre di loro, poiché minorenni, vennero diffidati, mentre tra i rimanenti, giudicati
dalla Commissione provinciale del Tribunale speciale, uno venne spedito al confino per un anno e gli altri
vennero ammoniti; nella stessa seduta, per diversi motivi, il "pregiudicato sovversivo" Giuseppe Vermeulen
fu assegnato al confino di polizia per tre anni mentre in quella precedente la stessa Commissione aveva
comminato un'altra ammonizione.
Alla dura repressione i comunisti replicarono con un gesto clamoroso, non riportato da alcun
giornale, ma la cui notizia corse di bocca in bocca per tutta la zona suscitando ilarità a danno dei fascisti locali. ll
7 agosto alcuni "sconosciuti" tagliarono la bandiera issata sul monte Cucco in occasione del convegno
della società sportiva "Pietro Micca", lasciando sul pennone il solo drappo rosso. Pochi giorni più tardi il
giornale fascista della zona, cercando di mimetizzare lo smacco, pubblicava senza commenti la notizia
dell'inaugurazione e benedizione della nuova bandiera della "Pietro Micca" sul monte Cucco alla presenza del
prefetto, del commissario federale del Pnf, Caccese, del questore e di numerose altre autorità appositamente
intervenute.
Il 1933 costituì dunque per i militanti biellesi del Partito comunista un anno cruciale che in nulla
si discostò dall'andamento generale, poiché venne a segnare sia una nuova crisi organizzativa sia il
mancato aggancio con le lotte dei lavoratori, che rimasero fatti spontanei al di fuori di ogni influenza o
partecipazione decisiva a livello direzionale tale da far assumere il carattere di insurrezione popolare. ll partito si
trovò inoltre di fronte al pesante pedaggio riscosso dalla polizia del regime, che vedeva facilitato il proprio
compito dall'aumento dei "cospiratori", cui faceva inevitabilmente riscontro l'allargarsi delle maglie della
sicurezza. Conseguenza diretta fu il ridursi delle agitazioni e scioperi o delle dimostrazioni a carattere
collettivo, che scesero in tutt'Italia rispettivamente, in confronto al 1932, da 129 a 73 e da 526 a 251. L'esame
dei rapporti e delle lettere conservate all'Istituto Gramsci di Roma suggerisce per il Biellese un costante
parallelo con la situazione generale, poiché le difficoltà di collegamento e organizzazione, di fronte al
desiderio di lotta della massa operaia che affiorava da molti segni, toccarono il culmine. ll riflusso apparve del
resto accentuato dal timore di incappare in nuove disavventure causate dall'infiltrazione di spie del regime,
come nel recente caso Pochettini, che avrebbero potuto distruggere in tutto o in parte le maglie
dell'organizzazione clandestina locale.
Di fronte al permanere della gravità della situazione socio-economica, l'apparato locale non offrì le
necessarie direttive né il minimo appoggio; così nella relazione di un'ispezione compiuta in tale
anno, citando alcuni fatti indicativi, si parlava del convitto della fabbrica Rivetti a Vigliano Biellese ove
350 ragazze erano sottoposte a disciplina militaresca. In una successiva lettera si parlava ancora della
stessa fabbrica, ove ragazzi di dodici, tredici anni venivano assunti come apprendisti per più di un anno e
utilizzati come facchini ad una paga di 11 lire, mentre nel 1927 la paga era di 18-19 lire giornaliere. Alle 11
lire dovevano però essere sottratte frequenti multe per un
importo da 1 a 5 lire quotidiane; inoltre, nel
reparto doubleuses, alle operaie, con l'applicazione del sistema Bedeaux, erano richieste sessanta bobine al
giorno mentre la migliore operaia era in grado di produrne solo trentasette al massimo. La tensione per
l'assoluto arbitrio della classe imprenditoriale biellese diede origine a moti di protesta spontanei; in maggio alla
Felice Poma di Biella, 120 operaie rifiutarono la tessera dei sindacati fascisti e la stessa cosa avvenne alla
Maurizio Sella-Sapit di Biella Chiavazza, ove il reparto finissaggio al completo, 53 operai, oppose lo stesso
rifiuto, adducendo la motivazione che la paga era così bassa da non permettere la decurtazione della tassa di
affiliazione al sindacato. In questa situazione il rimprovero che compariva nella relazione dell'aprile-maggio
dell'emissario comunista, ove si parlava di debolezza nella struttura del partito e mancanza di iniziativa nel
movimento, con il fermo richiamo del Centro al Comitato federale ed ai capi zona del Biellese, è quanto mai
significativo, poiché resta indice dello sfaldarsi dell'organizzazione, soprattutto a livello dei più basilari
contatti. Particolarmente interessante è l'ultima parte in cui lo scrivente, dopo aver sottolineato la giustezza
delle direttive centrali, così asseriva: "E nello stesso tempo ci indicano quanto deficiente sia la nostra
attivita anche là dove la massa si muove, ma anche quanto grave sia l'errore di tutti i compagni (e ve ne sono
molti tra noi) i quali dicono e lo pensano senza dirlo (il che è ugualmente grave e pericoloso) che non c'è nulla
da fare, che la massa non si muove, che non capisce e che perciò non si può parlare di lavoro di massa,
di reclutamento, di possibilità di organizzare nuovi elementi presi appunto fra la massa operaia delle
fabbriche e nelle officine''.
Errori e limiti dell'organizzazione comunista
La prova decisiva del mancato ruolo di guida nei moti spontanei e dell'inadeguatezza
dell'iniziativa nella regione biellese del Partito comunista viene dai fatti accaduti in quattro fabbriche: la Trabaldo Togna
di Guardabosone, la Albino Botto di Strona, la Bertotto di Strona e la Reda di Biella. Riguardo al
primo stabilimento occorre osservare che già all'inizio del 1933 il malcontento degli operai, per le
trattenute operate dalla fabbrica sugli stipendi, era sfociato in dure proteste nei confronti dei sindacati fascisti.
Anche i comunisti erano intervenuti ed avevano fatto stampare e distribuire tra gli operai della zona un
manifesto quando però era troppo tardi, poiché al capo zona, che lavorava nella stessa fabbrica, era stata data
la direttiva di non collaborare con i sindacati fascisti e poi, al momento culminante dell'agitazione, era
rimasto isolato non potendo far pervenire né ricevere notizie dalla Federazione. La vertenza si era conclusa
con l'intervento del sindacato fascista presso l'azienda, che era stata costretta a rimborsare gli arretrati,
ma sull'intera vicenda il Centro, oltre a stigmatizzare il mancato funzionamento dei collegamenti che
aveva impedito un intervento maggiore con l'appoggio degli operai degli stabilimenti viciniori, rilevava nei
militanti l'opposizione alla direttiva generale di infiltrazione nel sindacato di regime. Nella relazione infatti
era scritto: "I compagni della zona ed anche alcuni del federativo hanno concluso col dire che in quella
occasione si è valorizzato il sindacato fascista [...] e non è giusta la direttiva della Cgl e del P[artito] per il lavoro
nei S.[indacati] F.[ascisti] e di massa. Ho già avuto modo di dire quanto abbia combattuto questa errata
conclusione con tutti i compagni [...]. Qual è il Sindacato, il gerarca che si sono valorizzati? Quelli che hanno
dato ragione agli operai facendo dare loro lavoro e recuperare ben 7.000 lire sui premi di 1.300 operai ed
operaie, con assemblee imposte da questi e nelle quali i gerarchi hanno parlato come si parlava nel 1921 dicono
i compagni. Appelli alla resistenza, all'unità, alla solidarietà contro l'ingordigia dei padroni, ecc.''. In
modo ancora peggiore andarono le cose presso le fabbriche ove, da più di un anno, era in corso il tentativo
di imposizione del doppio telaio, con il deciso rifiuto della massa operaia e
l'ambiguo intervento del sindacato fascista. Il malumore del ceto operaio della Bertotto e della Reda di Biella venne però registrato dal
Centro per la prima volta solo nel 1933 e l'intera questione fu nettamente sottovalutata, mentre si diede
spazio soprattutto al desiderio di resistenza delle tessitrici che si lamentavano della mancanza di ogni intervento
del partito. Solo nei mesi seguenti i comunisti si accorsero della ghiotta occasione che avevano mancato
di sfruttare e che, dato l'interesse per la vicenda dell'intera massa operaia, avrebbe potuto trasformarsi
nell'opportunità ricercata per porsi nuovamente in contatto e fungere da guida per l'intero proletariato biellese.
Un rapporto del luglio, allorché le ditte aspettavano ormai da Roma la soluzione della lunga vertenza, evidenzia
gli errori commessi, così della Albino Botto lo scrivente diceva: "I compagni del luogo non hanno
compreso l'importanza della vertenza, non ne hanno mai parlato col federativo. E quando noi, dai giornali,
apprendiamo che si è discusso a Roma e chiediamo che cosa succede a loro, se ne ricordano. Ma è troppo tardi
per intervenire efficacemente e guidare la resistenza''. Analoga fu la situazione alla Bertotto, aggravata dal
fatto che nello stabilimento non vi era nessun affiliato, per cui il relatore si trovò a dover ricostruire la
cronistoria degli ultimi mesi in base alle confidenze dei simpatizzanti. Pur sottolineando lo spirito combattivo e
l'alleanza stretta dalle operaie della Bertotto con quelle della Reda, lo scrivente fu costretto ad ammettere
anche lo spirito di indipendenza di queste ultime, che erano andate a ricercare i vecchi compagni per avere
consigli, ma avevano rifiutato il materiale che il partito, quando era intervenuto, aveva preparato
appositamente per loro. Ben diverso fu invece l'atteggiamento alla Albino Botto ove i manifestini vennero accolti
con entusiasmo; anche su questo punto lo scrivente era costretto a riconoscere l'impreparazione poiché, data
la fretta, si commisero parecchi errori ed inesattezze che inficiarono parzialmente la validità del testo. Il
rimprovero all'organizzazione locale e l'incitamento del Centro ad una maggiore sensibilità alle proteste
spontanee dei lavoratori cadde però a vuoto e nei mesi seguenti l'organizzazione del partito, così come
accadeva in tutt'Italia, perse vieppiù mordente ed iniziativa.
Pesante eredità della crisi mondiale per la classe operaia biellese
Il periodo 1927-1933 si chiuse quindi con una sconfortante situazione per il movimento operaio
che, nonostante vari tentativi di opposizione clandestina e moti non organizzati, passò di sconfitta in
sconfitta, fino ad arrivare alla sfavorevole conclusione nelle trattative per il lavoro a due telai e per il contratto
locale della manodopera laniera. A proposito di quest'ultimo bisogna sottolineare come l'accordo venne a
costituire, per vari motivi, un punto di riferimento nel rapporto tra gli industriali, sindacalismo fascista e
classe operaia. La stessa corrente rossoniana del sindacalismo di regime che non era stata parca di appoggi, sia
a Stagno a livello locale, sia a livello politico centrale, si dimostrò abbastanza soddisfatta e "Il Lavoro
Fascista" pubblicò infatti un articolo dal titolo
Un buon contratto, che venne riportato anche da "ll Popolo
Biellese". In esso il giornalista, cercando di minimizzare i sacrifici imposti agli operai così esaltava
l'accordo: "Il contratto nuovo è il frutto di tre anni di discussioni durante i quali la tecnica contrattuale delle
organizzazioni ha fatto notevoli progressi. Noi ci troviamo, infatti, con questo contratto davanti a posizioni del
tutto nuove, che in un certo senso giustificano i lievi sacrifici salariali accordati". L'esame di taluni punti
dell'accordo porta in effetti a concludere che vi furono dei miglioramenti in confronto al precedente contratto;
in particolar modo i lanieri biellesi funsero nuovamente da banco di prova della politica salariale del
regime poiché, per la prima volta in tutt'Italia, vennero introdotti gli assegni familiari e Mussolini, vistane poi
la favorevole accoglienza, ne decise l'estensione dall'ottobre del 1934 a tutta l'industria. La classe
imprenditoriale biellese si accollò inoltre la responsabilità a breve scadenza della costituzione della Cassa mutua
malattia e della determinazione del trattamento da applicarsi ai lavoratori a domicilio. Accanto a questi
importanti provvedimenti il sindacato fascista riuscì a strappare altre due importanti disposizioni che
cancellavano palesi ingiustizie di trattamento pratico. Venne tolta dalle tariffe la qualifica di "operaio provetto"
che, conferita unilateralmente e sulla base di criteri soggettivi dalla direzione dell'azienda, aveva creato
infinite vertenze ed una spaccatura all'interno dello stesso movimento operaio. Venne anche ridotto della metà
il periodo di apprendistato a più bassa tariffa per i giovani che avevano frequentato una scuola
industriale professionale e venne assicurato a tutti il calcolo continuativo delle prestazioni, anche in caso di trapasso
di azienda. Particolarmente pesante era stato, a partire dal 1930, il trattamento riservato agli apprendisti
poiché la classe padronale, sfruttando la mancanza di giusta regolamentazione, alla vigilia del passaggio ad
operaio faceva scattare il licenziamento, cosicché una buona parte della forza lavoro, non giungendo alla
qualifica più bassa, veniva sfruttata con salari bassissimi. La linea industriale, dopo duri anni di battaglie, non
era però improvvisamente mutata e lo stesso "Lavoro Fascista" così concludeva l'articolo: "Il contratto è
un ottimo punto di partenza per la sistemazione definitiva della situazione. Agli industriali spetta ora di
dimostrare che le condizioni tutte, quelle regolamentari e quelle salariali, sono state concordate con la volontà
di applicarle integralmente, senza riserve e cavilli".
Paradossalmente l'unica ricompensa dei sacrifici patiti dalla classe lavoratrice biellese fu la visita
del segretario nazionale del Pnf, Starace, il quale, visitando la regione nell'ottobre dello stesso anno, a
proposito delle acclamazioni con cui era stato accolto, così asserì in un discorso: "Una stupida favola [...] è
corsa, cioè che l'entusiasmo di questo popolo era da definire con una formula musicale andante ma non
troppo". Analogamente, 5.000 operai biellesi ebbero il "privilegio" di assistere nel novembre al transito di Mussolini
sull'autostrada Torino-Milano, mentre, nello stesso mese, altri 4.000, sotto la guida del federale
ebbero l' "onore" di visitare la mostra e le opere del regime a Roma. ll fascismo locale, di contro, grazie
alla riapertura al tesseramento indiscriminato ordinata da Starace, ottenne alla fine dello stesso anno
quell'adesione minima che valse a cementarne la traballante posizione, pur figurando sempre su basi meramente
di prestigio. Mentre in tutt'Italia gli iscritti, dall'ottobre del 1932 a quello dell'anno successivo, erano
aumentati all'incirca del 40 per cento (da 1.007.251 a 1.415.407) le nuove iscrizioni nella zona biellese
portarono solo 2.965 iscritti, che confermarono il movimento classista dell'adesione al fascismo. Nel solo fascio
di Biella, alla fine dell'anno, vennero divulgati infatti i seguenti dati: dei 3.124 iscritti (dei quali 2.628 in
forza delle nuove iscrizioni) la ripartizione sociale era la seguente: 124 industriali, 166 professionisti, 454
fra rappresentanti, commercianti ed esercenti, 783 funzionari ed impiegati, 1.379 fra operai e contadini,
9 agricoltori, 208 ferrovieri. In base a tali numeri l'appoggio diretto della borghesia, rispetto alle altre
classi sociali, nei confronti del regime costituiva dunque il 50 per cento, cifra assolutamente sproporzionata
alla realtà sociale.
Avvertenza: il testo qui presentato è privo dell'apparato delle note.
© Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nelle province di Biella e Vercelli.
È consentito l'utilizzo solo citando la fonte.
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