Invito alla lettura di:

Una scrittura morale
Antologia di giornali della Resistenza
di Francesco Omodeo Zorini

1996, pp. 304, € 18,00



Parole e pallottole

Nella dialettica passato-presente la storia d'Italia di questo secolo, giunto alla virata conclusiva, mette a nudo, come non mai, nodi irrisolti, antichi problemi ancora attuali, ferite non rimarginate, clamori e clangori non sopiti.
Un passato che urge ma fatica a passare perché ancora scoperto è il nervo, pulsante l'ematoma, ancora smossa la terra e fertile il grembo che ha generato mostri
... ancora tanta forza da bucare la raffica
spezzare muraglie sorvolare anni,
quei loro passi giunti fino a te

come dice il poeta.
Non appena ci si illude di avere deposto alle spalle contraddizioni, incompatibilità, antinomie in ossequio a una concordia di facciata, riesplodono le mine vaganti dell'immaturità storica, dell'incompiutezza civile e allora si spiega, per esempio, perché non c'è stata dissolvenza sul 25 aprile 1994 in cui la guerra partigiana - lacera ed esaltante nudità di gioventù depredata, confusa e tesa alla ricerca di una patria, di una propria nobiltà e di un avvenire - sia ridiventata con prepotenza spiegazione per il presente nazionale.
La proposta che qui si fa di un'antologia di giornali della Resistenza del Piemonte nord-orientale non si riduce dunque a rituale celebrativo, né a passione antiquaria, a filologismo o a onanismo intellettuale, ma si traduce in occasione per capire da dove ci vuol strappare via lo smottamento civile che sta travolgendo la nostra società. Getta marosi di luce, folgori guizzanti sull'oggi, per le nostre antenne brancolanti debolmente sul passato. Un mandato di comparizione che la storia ci recapita cui è vietato sottrarsi.
Si è affievolita la potenza dell'evento storico resistenziale, si è eclissato, dissolto il valore euristico di memoria non eroicizzante che quell'esperienza assoluta contiene ed è potuto ritornare a galla - deiezione ingombrante - dai gorghi della storia il fascismo, per la verità mai dismesso dalla classe di potere nel dopoguerra. È potuto l'impossibile: volgere il corso del tempo all'indietro e parere il "nuovo". Educare quella memoria significa assumerne la configurazione tumultuosa e incandescente di vicenda a tutto campo fatta soprattutto di sfide, pause e catastrofi, ritrovamenti improvvisi e dimenticanze inspiegabili, scelte repentine e irredimibili, adesioni e abbandoni, casualità, come a certe svolte della mente folate di ricordi, sensazioni, appelli, dubbi e contraddizioni personali, fratture biografiche. Cogliere insomma di ciò che è stato somiglianze e differenze. Sapere che dal secolo dei lumi hanno carattere fondante sia contratto che conflitto "fra uomini senza più autorità ereditata", che la democrazia alza l'insegna dei diritti in opposizione al fascismo che evoca "destini, indicati da segni e interpretati da eletti in grado di uscire dalla medietà della massificazione e/o delle tecniche".
Forse un pacchetto di riproduzioni anastatiche dei fogli volanti, dei giornali murali e dei periodici del solo periodo clandestino (magari con i testi delle trasmissioni radiofoniche), accompagnati da note critiche introduttive ed esplicative a mo' di piste di lettura, avrebbe costituito un prodotto filologicamente ineccepibile e più esclusivo ma, c'è da credere, anche meno adatto alla divulgazione.
Contro la mitizzazione della Resistenza, contro la sua monumentalizzazione, per toglierle di dosso quell' "alone protettivo di evento storico fondante, di modello istituzionale, di destino teleologico" funzionale più all'imbalsamazione che alla riappropriazione critica, un modo serio di operare ci sembra ancora una volta quello di far parlare il più possibile i documenti, una raccolta di reperti, miriade di frammenti, di archetipi un po' speciali quali gli articoli di giornale, fin da principio rivolti in particolar modo al mondo esterno alla Resistenza e destinati alla costruzione del consenso e del convincimento attorno al progetto dell'antifascismo e in cui si riversa l' "universo delle tensioni, delle convinzioni, degli atteggiamenti, delle scelte individuali", specchio dei propri vissuti e dei propri sogni in cui con fede o pragmatismo, con titubanza o paura, quasi mai con superficialità, sempre con inquietudine, si traguarda, si scruta il futuro, nell'impari confronto con gli strumenti efficaci, raffinati e tecnicamente evoluti della propaganda avversaria.
Scelta antologica dunque e quattro i giacimenti da cui si è estratto: "Baita", "La Stella Alpina", "Vercelli Libera" e "Valsesia Libera", con la precisazione che le prime due testate vedono la luce e trovano impulso nelle brigate "Garibaldi" fin dalla seconda metà dell'anno 1944, mentre le altre - fatta eccezione per la breve apparizione di "Vercelli Libera" - sono emanazione degli organi politico-partitici della Resistenza, vale a dire i comitati di liberazione delle rispettive zone dopo la Liberazione.
Per i criteri di selezione adottati valgano le seguenti sintetiche considerazioni. Premesso che si è fatto maggior posto sia a "Baita" sia a "La Stella Alpina" per la loro più lunga e complessa vita, si è pensato di rispettare il principio di rappresentatività geografica: sia per territorio (Biellese, Vercellese, Novarese, ecc.) sia per dislocazione delle formazioni partigiane, sia per rilevanza e notorietà degli episodi di guerriglia e degli eccidi nazifascisti rievocati, così come dei caduti ricordati. Si è dovuto tener conto anche del principio di rappresentatività temporale, vale a dire criterio di proporzionalità tra periodo clandestino e dopoliberazione per "Baita" e "La Stella Alpina", ma con attenzione anche ai vari segmenti della sequenza storica sia della Resistenza sia del dopoguerra: zone libere, comitati di liberazione nazionale, giunte popolari e organismi di massa, rastrellamenti, rappresaglie, violenza-giustizia-clemenza, ecc. fino all'offensiva insurrezionale, alla Liberazione, alla smobilitazione, alla ricostruzione, all'epurazione, al governo militare alleato, ai problemi dell'alimentazione come a quello altrettanto drammatico dei reduci, ai problemi dei giovani, della scuola e della disoccupazione, alle questioni internazionali, alle prime elezioni amministrative, alla Costituente e alla questione istituzionale.
Si è dovuto inoltre tener conto della rappresentatività degli autori degli articoli e della natura degli articoli stessi, grosso modo classificati e repertoriati in: editoriali, episodi e personaggi della Resistenza, deportazione, reduci, temi di dibattito (economia, società, cultura, arti) e racconti. La lunghezza infine dei pezzi, la loro decifrabilità dagli originali conservati, la loro leggibilità complessiva, la loro ripetitività o la loro rarità (e da ultimo costrizioni di specie editoriale), non sono che alcune variabili ulteriori, la cui applicazione (per quanto ponderata non può non essere, come è giusto, soggettiva) dà ragione, in senso positivo come in senso negativo, del prodotto finito.
Ci si scusa in anticipo con i lettori, le cui eventuali osservazioni e obiezioni sono fin d'ora accolte per la loro indubbiamente ampia fondatezza, ma con l'attenuante che quando si deve operare una selezione, una cernita, uno spicilegio, è più facile offrire il destro alle critiche che uscirne indenni.
Un'ultima nota procedurale: "La Stella Alpina", "Vercelli Libera" e "Valsesia Libera" cessano le pubblicazioni tra il 1945 e il 1946, soltanto "Baita" continua ad uscire, con alterne vicende e mutando la propria originaria specificazione, fino al 1988, ciononostante si è adottato come termine ultimo per tutti i giornali l'estate, che ci sembra concludere non soltanto la storia anche del terzo (dopo la cessazione di "Vercelli Libera" e di "Valsesia Libera") dei quattro giornali della Resistenza del Piemonte orientale presi in esame, bensì, con il dibattito successivo all'istituzione della Repubblica, anche l'epoca degli editoriali d'impegno ancora intinti nell'inchiostro della lotta partigiana. Nasceva di fatto allora quella che oggi va di moda chiamare, con terminologia da cronisti sportivi, la prima Repubblica.

Dalla Resistenza alla repubblica

Si è detto che "Baita" e "La Stella Alpina" vedono la luce e trovano impulso nella temperie politica, culturale e militare delle "zone libere" della Resistenza italiana.
Non si può infatti prescindere dalla considerazione di tale fenomeno storico, che costituisce probabilmente il picco qualitativo più alto, il periodo aureo dell'intera lotta di liberazione, nel parlare di "Baita" e de "La Stella Alpina", che furono possibili grazie alla generale riorganizzazione dell'esercito partigiano nell'autunno 1944, dopo lo sbandamento e lo sfaldamento causato dai massicci rastrellamenti nazifascisti dell'estate.
"Nel giugno del 1944 - testimonia Argante Bocchio "Massimo", vicecomandante della XII divisione "Garibaldi" del Biellese - liberazione di Roma, apertura del secondo fronte, sgombero del presidio fascista di Pray Biellese, i fascisti tirano i remi in barca. Si crea una zona nel Biellese, che a posteriori chiameremo 'zona libera': da Trivero a Valle Mosso a Borgosesia a Buronzo la zona è libera. Giugno-luglio-agosto. Una zona libera non codificata come quella di Domodossola. Per un periodo di quattro mesi abbiamo potuto organizzare le nostre forze e come reparti partigiani esercitiamo nella zona libera una funzione che è di presidio militare. A novembre costituiamo la divisione, ma prima della divisione abbiamo, per ciascuno dei tre fronti che teniamo, una brigata: la 50a brigata per il fronte sud, la 109a brigata sul versante est, verso Borgosesia, e la 110a brigata sul fronte ovest, verso Valle Mosso. Quindi la zona è militarmente presidiata e, in qualche modo, scoraggiamo infiltrazioni che vengono dall'una o dall'altra direzione.
All'interno abbiamo fenomeni nuovi, nel senso che, per la prima volta, abbiamo un'azione sindacale che si sviluppa pienamente e riprende il confronto lavoratori-padroni in tutta la zona. Bisogna andare al lontano 1922 per trovare una situazione nella quale il conflitto sociale possa dispiegarsi liberamente e il confronto avvenire liberamente tra agitazioni operaie e risposte padronali, fino ad arrivare nel dicembre 1944 al 'contratto della montagna', che per la prima volta sancisce norme precise per ciò che riguarda il salario, ma non soltanto, e con esso anche gli altri aspetti del rapporto di lavoro. Con la zona libera, fatto straordinario, ciò che prima era allo stato di clandestinità può emergere in forme, direi, semilegali: in ogni comune si ha il paradosso che, accanto al segretario comunale, che continua ad essere collegato agli organi fascisti della provincia, si insedia una piccola giunta comunale che ha poteri, nel senso che deve decidere su cose di enorme, vitale importanza, a cominciare da quella del vettovagliamento.
In questi quattro mesi hai l'organizzazione delle donne, delle squadre d'azione partigiana. L'autunno porta... una primavera di libertà. Ci sono i comitati di liberazione nazionale nelle varie località coi problemi e i conflitti noti.
L'idea del giornale nasce in questo contesto, nel bisogno di maggior cemento e di unificazione delle spinte. Giornale quindi che deve assolvere ad un compito: deve raggiungere non soltanto i giovani inquadrati nelle formazioni partigiane ma anche vari strati sociali, specie i lavoratori che sono lo strato sociale principale della zona. In coincidenza con la riorganizzazione delle nostre forze il Comando di brigata diventa qualcosa di diverso rispetto al passato, nel senso che creiamo varie sezioni di lavoro: tra queste la sezione culturale".
I due giornali garibaldini "Baita" e "La Stella Alpina", che, per la stessa adozione dei nomi, esibiscono inequivocabilmente la loro netta appartenenza a quella tersa "stampa di montagna", secondo Domenico Tarizzo, "serena", a differenza del "cupo" foglio clandestino di città, sono giornali redatti nelle bande e non da centri esterni, avulsi dal contesto partigiano, e poi tra le bande diffusi. Essi sono partoriti nei comandi di divisione o di brigata e quindi prodotti da dirigenti di livello intermedio. Come ha rilevato Giovanni Falaschi, questi "periodici chiedevano la collaborazione di tutti i partigiani in grado di scrivere, ma dagli appelli che si rinnovano molto spesso non pare che l'ottenessero con troppa facilità, sicché si può dire che in definitiva essi esprimevano il livello della maturazione politica della piccola borghesia e della borghesia antifascista di media e buona cultura (studenti, professori, avvocati) o dei dirigenti magari d'estrazione proletaria ma molto politicizzati (in questo caso soprattutto comunisti)".
A proposito di collaborazioni c'è un'originale documentazione relativa a un caso de "La Stella Alpina".
Per il 45° anniversario della Liberazione il bollettino parrocchiale di Luzzogno, in Valstrona, ha pubblicato una lettera del 20 gennaio 1945 di Cino Moscatelli a don Daniele Bianchi ("DonDan", come l'aveva affettuosamente soprannominato Eraldo Gastone "Ciro", suo ospite nella canonica di Rimasco dove allora don Bianchi era parroco, e poi in quella di Carcoforo, per essere infine trasferito in quella di Carpignano Sesia da don Guido Beretta, in seguito al ferimento al col dell'Egua nell'aprile 1944) e la risposta di questo. Il commissario garibaldino, dopo aver raccontato al sacerdote della propria formazione politico-culturale all' "università" del carcere fascista e della propria scelta di vita militante suggellata l'8 settembre 1943, gli manda "della roba da leggere" (copie di "Rinascita", rivista teorica del Partito comunista, patrocinata da Togliatti) "non per fare della propaganda", ma "solamente per conoscerci meglio e sulla base di questa conoscenza vedere la possibilità di collaborazione". "Se - continua Cino - vedi che su quanto noi diciamo c'è qualcosa da dire anche per un cattolico o comunque vedi la possibilità che qualche cosa in comune ci sia pur da fare, ebbene il nostro foglio è a tua disposizione come la nostra opera è sempre accessibile all'opera di chi, come noi, vede la possibilità di un mondo migliore". E infine: "Come garibaldino però ci tengo alla tua collaborazione su 'Stella Alpina', nella quale vorrei vedere in ogni suo numero un articoletto (breve, dato il formato) tuo che tratti di questioni morali e religiose inerenti la nostra guerra di liberazione nazionale".
Nella risposta "spedita al Comando a mezzo staffetta - gennaio 1945" don Daniele, che si definisce "pretucolo sperduto sui monti" erroneamente chiaccherato "prete comunista" dalle idee politiche, anzi "semiidee", "misere e retrograde che farebbero arricciare di disgusto i bei baffoni dell'ex seminarista (quindi quasi collega....) della Georgia", non si sbilancia ad aderire esplicitamente alla precisa richiesta di Cino. Dichiara invece: "Se tu comunista rivendichi questo tuo essere politico quale essenza migliore ed impegno di fronte agli uomini, io Cattolico, quindi antiliberale, antidemocratico, antisocialista e anticomunista e soprattutto antifascista, rivendico questo mio essere 'religioso' quale essenza ancor più rivoluzionaria per il culto spassionato della verità e per la salvezza vera del nostro popolo".
Tra "Baita" e "La Stella Alpina" tuttavia il destinatario è diverso: classe operaia tessile di prim'ordine, che era stata tra gli incunaboli del movimento operaio italiano ottocentesco e quindi antica tradizione di cultura politica diffusa di tipo urbano, di civismo industriale e liberale laico nel Biellese; tessuto sociale e culturale artigiano e montanaro-cattolico e quindi in prevalenza moderato-conservatore in Valsesia. Atipica la Resistenza biellese risponde straordinariamente al modello urbano ed è costituita da "quadri" di partito urbani. Basti considerare che il Partito comunista vi manda a dirigere la lotta Battista Santhià e numerosi "quadri militari" formatisi nella guerra civile spagnola, rientrati dall'esilio francese, come Piero Pajetta "Nedo" o Anello Poma "Italo".
"Baita" e "La Stella Alpina" sono anche l'effetto dell'incitamento del Comando generale delle brigate e dei distaccamenti che da Milano invia nuovi numeri de "Il Combattente", de "l'Unità", de "La Nostra Lotta" e degli altri organi centrali di formazione, di istruzione e di indirizzo. Essi fanno parte degli strumenti di democrazia diretta e di direzione politica di cui la Resistenza si attrezza nello scambio con l'esterno, con le popolazioni e le rinate rappresentanze di governo e istituzionali, espressione della nuova democrazia, ma soprattutto con le istanze sociali e di base della realtà nazionale.
Hanno "la funzione di spiegare e approfondire i motivi di una scelta che poteva anche essere emozionale, fondata su un calcolo di sopravvivenza (sfuggire alla deportazione in Germania; sottrarsi alla leva fascista), o su un moto di subitanea indignazione (ribellione alle violenze di tedeschi e fascisti)".
L'arco temporale e di conseguenza il tracciato storico che essi descrivono va dalla Resistenza alla repubblica, anzi dalle "zone libere" o "repubbliche partigiane" alla Repubblica italiana. Cronologicamente dall'estate-autunno 1944 all'estate 1946, epoca della confluenza de "La Stella Alpina" in "Baita", sormontando lo spartiacque, il crinale storico della Liberazione e della vittoria antifascista del 25 aprile 1945, e fornendo quindi una chiave di lettura del passaggio oltre la linea d'ombra della guerra e di quella partigiana in particolare, vale a dire quella linea di demarcazione tra guerra e dopoguerra che talvolta è sottilissima, labile, invisibile, o in taluni casi inesistente. Trasmigrazione che, nonostante la tesa utopia giacobina, è lucidamente conscia di procedere verso un futuro deludente, un domani troppo in continuità storica, politica, etica e psicologica col fascismo. Al proposito Giampaolo Pansa, nell'ultimo suo romanzo sulla transizione tra guerra e dopoguerra, intitolato "Siamo stati così felici", fa dire sottilmente a un suo personaggio femminile: "Quando è finita la guerra abbiamo creduto che cominciasse il paradiso in terra. Invece siamo cascate in un dopoguerra che è la continuazione della guerra e non finisce mai".
L'area geografica, infine, che i giornali investono è invece quella dell'antica provincia di Novara, la mitica "provincia rossa", che aggregava amministrativamente Vercellese, Biellese e Valsesia al Novarese e al Cusio, al Verbano e all'Ossola, fino alla creazione da parte del regime, nel dicembre 1926, della provincia di Vercelli.

Dalle "zone libere" alla ricostruzione

Ma i due anni scarsi di vita di quei giornali meritano qualche annotazione.
Sono anni di frontiera della storia d'Italia e scavano un solco, un confine, un fossato invalicabili. Essi hanno nel mezzo l'apice assoluto dell'insurrezione popolare, che ha significato la liberazione dell'Italia centro-settentrionale e la riconquista dell'indipendenza, della sovranità e dell'unità dello Stato.
La "festa grande d'aprile" fu costellata da atti di vendetta e da esplosioni di odio, talora feroci, esiti di una discutibile "giustizia proletaria" molto sommaria, covata nell'orrore e nel terrore. Registrò pure lo sconcertante passaggio "dai partiti dei fucili a quelli delle tessere" e fu celebrata senza autentica allegria, incombendo un luttuoso senso di prostrazione per l'empietà della guerra e del fascismo suo fautore, che attanagliava gli animi, un voltastomaco, un disagio fisico revulsivo per la violenza che aveva abbrutito e spoliato entrambe le parti in lotta.
Tutto ciò sta conficcato tra le righe dei giornali partigiani dell'epoca, anche quando reticenza, pudore e autocensura non lasciano trasparire più di tanto.
Due anni tra il mitico 1944, che mette a nudo in quell' "estate di gloria" dischiusa dallo sbarco in Normandia il carattere secondario e sussidiario della campagna d'Italia, e quel 1946 deludente eppure alimentato da immani speranze.
Due anni che procedono in una sinusoide oscillante tra le fervide spinte dal basso della rivoluzione democratica, dell'autonomia, dell'autogoverno, dell'autodeterminazione partigiana, svettanti nella pienezza dell'etica e della passione civile delle "zone libere" - esperienze episodiche, limitate e talvolta velleitarie, ma dal significato simbolico di straripante risonanza e portata - e il successo di misura dell'opzione repubblicana nel referendum e le elezioni per l'Assemblea costituente, protoparlamento dell'Italia democratica postfascista, per la rifondazione del suo sistema politico e per la sua stessa rilegittimazione.
Quegli anni passano per la sconfortante esperienza dell'epurazione, bersaglio mancato di radicale ricambio della classe dirigente e anche questa colpevole omissione sedimenta profonda delusione nel piombo dei giornali partigiani.
Persino la primissima fase dell'intero periodo cosiddetto della "ricostruzione postbellica", contraddistinta dalla partecipazione delle sinistre al governo (tutte fino al novembre 1945 col governo Parri, senza il Partito d'azione, poi, nel governo De Gasperi), è segnata da una restaurazione liberista apertamente moderata, che rintuzza fino a mettere all'angolo il disegno delle sinistre di interventismo statale contro la preponderanza dei meccanismi di mercato - tacciato dai competitori di affinità con la politica economica del fascismo - e che più tardi con l'iniziativa pesantemente recessiva per le masse salariate, estrometterà, nella primavera 1947, definitivamente dall'area di governo del Paese lo spirito innovatore alitato nell'universo resistenziale.
Già la caduta di Parri ratifica la vittoria della tesi regressiva e Carlo Levi, per citare una testimonianza di qualità, fissa la sensazione di quei giorni nel romanzo "L'orologio" con lo sgomento per la fine della Resistenza dando il segnale della conclusione di un periodo e offrendo il destro per accuse di "qualunquismo di sinistra". È la percezione che "il vento gagliardo del nord si è affievolito e quasi spento", scrive Pietro Nenni in quelle ore. Italo Calvino parlerà di "speranza quarantacinquesca" incenerita, "affiochita dalle lente delusioni".
Il governo militare alleato è lì a sancire l'ammainabandiera della Resistenza. Ha scritto di recente Noam Chomsky, statunitense, uno dei massimi linguisti del secolo, che "c'è forse una specie di giustizia poetica nel fatto che l'Italia stia capendo adesso in una forma esagerata gli obiettivi e i valori che hanno animato la politica statunitense nei confronti dell'Italia da molti anni: dai giorni del caloroso sostegno degli Usa per quell' 'ammirevole gentiluomo italiano', come Mussolini fu definito dal presidente Roosevelt nel 1933, allo smantellamento della resistenza antifascista e alla restaurazione dell'ordine conservatore tradizionale a partire dal 1943, fino alla straordinaria campagna per indebolire la democrazia italiana a partire dal 1947".
"La forza d'impeto della resistenza popolare si logorò nella lunga agitazione per la Repubblica, nella elezione di una Costituente sfornita di potere legiferante. Quando questo processo fu concluso, la guerra fredda era già in atto", così ebbe a scrivere Pio Baldelli nel 1968.
Farà i primi passi allora la tesi della "Resistenza tradita" come sconfitta della guerra di classe, del conflitto sociale - sotteso alla lotta di liberazione della patria e al bellum intestinum contro i fascisti di Salò intrapreso dalle file progressiste per modificare i rapporti di forza delle classi nel Paese, nella cui geografia sociale compaiono, fedelmente attestati dai giornali, nuovi soggetti sui quali si appunta la sollecitudine dell'intelligenza e la pietà dei sentimenti: il caduto, l'invalido, il prigioniero, l'internato, il reduce, il disperso, la vedova, l'orfano, il sinistrato, lo sfollato, il deportato.
Una continuità ideale tuttavia, fedele e irremovibile, è interrata nelle pagine dei giornali in esame e li rende forse inconcepibili agli occhi di noi, curiosi ma distratti e indifferenti di mezzo secolo dopo, avvezzi a mille cedimenti, incoerenze, compromessi, obsolescenze, deviazioni, rinunce, moralmente depredati dall'infausto "decennio dei lupi". Essa sta nel senso vivo e palpitante delle scelte, attive, libere, individuali e "morali", che prepararono quelle generali e collettive tra i due modi, diversi, lontani, nemici irriducibili di sentirsi italiani in quel periodo climaterico. Due identità discordi e inconciliabili, prima ancora che due universi in lotta.
La violenza dell'età industriale, urbana e tecnologica ha sopraffatto e relegato nell'oblio la cultura affabulatoria e sacrale della civiltà contadina. Il montanaro-guerrigliero attore della lotta partigiana entro la cornice del secondo conflitto planetario è uno degli epigoni eroici di quel mondo rimosso e nello stesso tempo incarna - con la sua soggettività proletaria - la volontà di essere protagonisti della propria esistenza, di stare dentro la storia. È un prototipo di modernità intesa come sintesi di complementarità e opposizioni tra ragione, liberazione e radicamento nel proprio universo e nella propria cultura.

"Una parola di meno e una fucilata di più"

Nell'Ossola, teatro della famosa zona liberata, numerosi fogli avevano visto la luce nei quaranta giorni (10 settembre-23 ottobre 1944) di vita democratica della vallata e delle convalli ripulite dall'occupante nazifascista.
Per l'esattezza furono date alle stampe dieci testate, per complessivi trentanove numeri assommanti a decine di migliaia di esemplari diffusi tra i due-tremila partigiani e una popolazione di sole sessantamila persone, dando la misura della davvero straordinaria e incomparabile... inflazione di libera stampa, a riprova della volontà di dibattito e di confronto che la "repubblica" ossolana provocò. Orgia cartacea, in condizioni di abissale precarietà di risorse, di merci, di beni e di consumi, che sta certamente a significare fame di informazione, di battaglia ideale, di conoscenza e di libertà. Voglia di esprimere la propria opinione, di confrontarsi fino allo spasimo, al contrasto e in qualche caso finanche allo scontro.
Erano infatti usciti dalle tipografie di Domodossola i quattro numeri di "Liberazione. Giornale della Giunta provvisoria di Governo e delle Formazioni militari dei patrioti dell'Ossola"; gli otto numeri di "Valtoce", volantino quotidiano della divisione e degli aderenti alla formazione omonima; i due numeri de "Il Patriota", redatto dalla brigata "Matteotti"; i sedici numeri del "Bollettino Quotidiano di Informazioni" della Giunta provvisoria di governo della zona liberata; un numero di "F.d.g. Per una vita migliore", organo del Fronte della gioventù; un numero de "Il Combattente", giornale dei Volontari della libertà; un numero di "Avanti!", giornale del Partito socialista italiano di unità proletaria; i due numeri de "l'Unità", organo centrale del Partito comunista italiano; i tre numeri di "Unità e Libertà", giornale della II divisione garibaldina poi giornale delle divisioni d'assalto "Garibaldi" Valsesia-Cusio-Verbano-Ossola; un numero de"La Nostra Lotta", organo del Partito comunista italiano (rivista teorica del partito).
Durante la repubblica dell'Ossola furono editi, in Domodossola, anche due numeri del periodico cattolico "Il Popolo dell'Ossola" (per l'esattezza i numeri 22 e 23, rispettivamente del 28 settembre e del 6 ottobre 1944, i quali andrebbero annoverati fra i giornali dell'Ossola libera), mentre contemporaneamente l'altro settimanale cattolico novarese "L'Azione" sospendeva la pubblicazione dal 30 settembre 1944 al 10 agosto 1945.
Così, sia "Baita" sia "La Stella Alpina" furono concepiti ed ebbero gestazione nel clima delle zone liberate della Valsesia e del Biellese in quell'estate 1944, seppur realizzati nei giorni immediatamente a ridosso di quegli eventi radicalmente innovatori.
Risentono effettivamente dello sforzo di rimodellamento dell'esercito partigiano e dell'universo resistenziale nel suo insieme dopo i rovinosi rastrellamenti patiti e i conseguenti tracolli, e ne segnalano il salto di qualità progettuale.
Tra i punti forti delle direttive dei comandi superiori vi era insistentemente quello di dotarsi di strumenti di propaganda e di agitazione ed insieme di informazione e formazione, quali i giornali.
In un intervento, pubblicato a cura del gruppo dirigente comunista di Milano, sotto il titolo "Giornali dei combattenti", ne "Il Combattente", organo centrale dei distaccamenti e delle brigate d'assalto "Garibaldi", si delineano le caratteristiche che devono contraddistinguere i fogli garibaldini alla macchia.
Viene raccomandato di trattare dei problemi locali al fine di dare impulso alla propaganda fra le popolazioni, alla discussione sulla costituzione delle "giunte popolari" e sull'organizzazione civile delle vallate controllate dai partigiani: il commento della vita all'interno delle formazioni partigiane deve trovare ampio spazio nelle pagine dei fogli garibaldini. Si insiste perché venga dedicato meno spazio "alle questioni generali e lontane, [al]le offensive degli altri, [a]gli articoli di fondo da grande giornale". Si critica la scarsa concretezza, la rara capacità di riferire alla situazione specifica dell'hic et nunc le grandi questioni della guerra europea.
È più importante, vi si dice, dare, ad esempio, indicazioni contro il rastrellamento che sarà intrapreso per il bisogno dei nazifascisti di riaprire strade bloccate dai partigiani, che esaltare puramente l'offensiva su vasta scala di forze alleate, senza collegarla con azioni che possono assumere ragionevolmente rilevanza nel territorio in questione.
"Una parola di meno e una fucilata di più - vi si legge - deve essere il motto della propaganda partigiana. Si devono usare con parsimonia le parole come le munizioni, ma le parole come le cartucce si sparano dopo aver mirato nel segno. Niente fuoco disordinato in combattimento, niente retorica inutile nei giornali". In altre parole questi "devono interessarsi di problemi politici e organizzativi della zona. Si parli delle squadre locali, si diano i resoconti delle riunioni di massa, ci si ricordi dei 'Gruppi di difesa della donna' e del 'Fronte della gioventù'. Non deve avvenire che un giornale pubblicato in Romagna, possa andar bene per il Veneto. Ogni giornale sarà tanto migliore quanto più sarà della formazione, della vallata".
Non manca tuttavia l'appello ai sentimenti e ai valori estetici e letterari ben calato al livello di sensibilità e di cultura dei partigiani e delle popolazioni: "Non dimenticate qualche bella poesia, qualche bozzetto. Facciamo la guerra, ma il nostro cuore batte, anzi batte più forte per le cose belle, per le cose buone.
Ricordiamo le belle poesie piemontesi di 'Scarpe rotte'. Raccogliete le canzoni che sgorgano spontanee, popolarizzatele fra i giovani, fra le popolazioni tutte".
In effetti nei fogli ribelli oggetto di questa trattazione si rinviene tutta la gamma, il registro dei moduli, dei temi, dei moventi, dei luoghi figurati, delle parole-chiave e delle parole d'ordine, dei motti, delle motivazioni ideali e delle aspirazioni civili individuati dalla filologia e dall'analisi tematico-stilistica e semantico-linguistica del giornalismo antifascista nato in clandestinità nei venti mesi della lotta partigiana.
Manca tuttavia ancora un'analisi intertestuale rigorosa e sistematica, in cui i testi non vengano raffrontati puramente con le loro situazioni contestuali storiche, sociali, politiche, militari, psicologiche, bensì continuamente messi in rapporto fra di loro, possibilmente in serie parallele e contrastive.
Manca un lavoro di intercodificazione che ponga in relazione testi letterari o giornalistici come questi e testi figurativi, grafici e iconografici, fotografici e filmici. Questo modesto lavoro si avvicina soltanto, ci si rende conto, a mere dichiarazioni d'intento nel senso testé indicato, limitate peraltro alla sola suggestione del discorso intertestuale.
Anche nei giornali partigiani qui presi in considerazione è presente la prosa morale intimamente commista all'ardua tensione, "limpida malinconia del ritmo, serena disperazione, malinconica fiducia, profonda fede giacobina e illuminista" che solleva i "più patetici sentimenti, gli umori, le aspirazioni talvolta disarticolate e incoerenti della base". Ricorrono "pacato misticismo laico", solidarietà, egualitarismo, sforzo di individuare i caratteri di un'identità nazionale, una sorta di religione civile, spirito pubblico, senso civico, culto del bene comune e dell'interesse collettivo, prevalente propensione per il versante della gesellschaft, tendendo talvolta l'arco dell'utopia come immaginazione e aspettazione dell'impossibile, quasi a irraggiare una spinta propulsiva sovrumana, prodigiosa a dominare, a trasformare la totalità del mondo.
Purtroppo questi slanci, riscossa civile e fierezza e baldanza partigiana, esatto contrario di pusillanimità e volgarità applaudite oggigiorno, questo bisogno di catarsi, questa diffusa voglia di essere buoni, non sono molto spesso che aneliti intercalati a clamorose "cadute di gusto, ingenuità e goffaggini", sbavature d'ogni genere, ridondanze, scorsi di penna, digressioni monotone, bricolage eterogeneo, "modesti limiti culturali e politici".
Ha di recente osservato Adriano Ballone che per attingere alla dimensione esistenziale, quotidiana e per così dire "privata" della vita di formazione si rivelano di particolare interesse "gli scritti di quei partigiani che a volte manifestano una problematica padronanza dei codici linguistici e retorici e della stessa struttura della lingua scritta e che, alla ricerca di una scrittura 'alta', ricorrono a modelli 'letterari' appresi nel processo di alfabetizzazione dei primi gradi scolastici" e ha proposto di "discutere a fondo di questa scrittura partigiana, non colta e non popolare, dialettofona e impura, ricchissima di suggestioni utili alla storia della lingua e dei valori popolari".
Da un punto di vista formale si osserva la commistione di registri linguistici dall'aulico al colto, al formale, fino al colloquiale, all'informale, al popolare e al familiare. Grande è perlopiù la coerenza del testo, ma scarsa la coesione nei fili linguistici, nei legami lessicali. Accanto all'impiego abbondante dello stile nominale si nota l'alternarsi di paratassi e ipotassi con preponderanza della coordinazione rispetto alla subordinazione. Vi è abuso di allegorie scritte con la lettera maiuscola, epitteti e altre forme retoriche di intonazione classicheggiante, reminiscenza scolastica, o di derivazione "casermistico-nazionalistica 1915-18", invettive spesso truculente contro lo straniero di lingua germanica.
"La mano adunca dei rinnegati e dei nazisti si stenderà minacciosa e macabra fino all'ultimo istante sopra la nostra terra"; "teutone che in fatto di umanità era rimasto nientemeno che al tempo degli Unni e di Attila"; "diamo delle legnate a tutto spiano sui loro grugni sporchi e spettrali"; i tedeschi "facevano fare i bassi servizi agli italiani stessi, se così si possono chiamare i rifiuti delle galere, assoldati nelle bande nere e pagati con il nostro denaro"; sono questi alcuni esempi tratti da "La Stella Alpina", ove i fascisti, neri, sono detti in gergo anche "negri" forse non senza una implicita valenza spregiativa di marca razzista.
Parallelamente in "Baita" possiamo leggere del "mostro" o della "belva nazifascista", dei "criminali tedeschi e dei loro servi fascisti", del "piombo omicida della residua bordaglia fascista", dei fascisti "esseri patologici che la Società umana di qualunque nazione non può soffocarne la apparizione, perché figli di individui tarati che di generazione in generazione trasmisero tali originarie deficienze fisiche e mentali", di Mussolini "bandito di Predappio", "megalomane criminale di P.", "il più grande carnefice che l'Italia abbia mai avuto da Nerone in poi", alla cui "politica del gancio", o politica dell'impiccagione, si impreca (Francesco Moranino "Gemisto"): "Affilate 'ganci' boia di una repubblica di terrore d'infamia e di disonore noi vi rispondiamo con la lotta e l'insurrezione". Bisogna "opporsi all'invasore, ricacciandolo disfatto, smembrato ed ormai inoffensivo nella sua tana da cui aveva tratto le mosse con modi e baldanza leonina". La guerra partigiana è una guerra fratricida, "la più terribile delle lotte, quella che ha per campo di battaglia le stesse mura domestiche, la terra bagnata dal sudore del proprio padre, il focolare acceso della propria madre: che affronta la mitraglia e la rappresaglia; che sa l'insidia anche all'ombra del proprio campanile, che deve offendere per difendere ogni cosa sua profanata e calpestata da piede straniero usurpatore".
I partigiani sono invece "i patrioti in abito talare che trovan conforto e rifugio nel loro credo", "garibaldini avanguardia e motore dell'insurrezione", "vestali della fiaccola ideale", "popolo che ha vestito la corazza della fede antifascista", "gioventù che forma le schiere dei Patrioti, annidati come falchi su tutte le balze alpine per affermare una verità, sventolare una bandiera, confermare una fede ed ergersi a simbolo ed a promessa", "gioventù sfuggita alle file fasciste per un meraviglioso atto di forza, di indipendenza e di protesta", "questa gioventù, or son quasi due anni, si è staccata nettamente da quello che allora appariva lo Stato", "coloro che nella lotta clandestina, che nella immediata alba di libertà tuffarono la mano nella semente e sparsero il loro seme...". La classe operaia "tutta s'è protesa verso l'insurrezione nazionale". Per finire una classica rappresentazione di stucchevole oleografia unanimistica: "Uomini giunti spontaneamente e volontariamente nelle file della libertà e quindi da tutte le strade, da tutte le correnti di pensiero, da tutte le categorie sociali, da tutte le sedi, ubbidendo solo ad un impulso generoso, affratellati da un'unica lotta, avvinti in un'unica schiera. Artigiani, operai, laureati, soldati, popolani, nobili, borghesi, provenienti dagli ambienti più disparati, dalle case più lontane, dalle regioni più diverse hanno vissuto nella vera fraternità della vita dello spirito, del pensiero e del rischio nelle baite e nei fienili, nei boschi e nei campi, sotto la neve e sotto il solleone, perseguitati come banditi, appartati e cacciati come animali, martirizzati come assassini, uccisi come criminali, dalla furia di crudeltà glaciale di un nemico spietato".

Bisogno di autobiografia collettiva

A proposito dell'eredità culturale fascista che irriducibilmente fa capolino nella prosa degli "scrittori" partigiani c'è una ammissione di Ciro, ragioniere, comandante - a latere di Moscatelli - dei garibaldini della Valsesia e del Novarese, nelle incompiute memorie postume". Ammissione sincera e come sempre coraggiosa e nel più completo disincanto al pari delle esternazioni del periodo partigiano. Egli riconosce di possedere un modo di essere retorico "che si ispirava a D'Annunzio, che aveva eccitato la mia fantasia dalla prima giovinezza sino almeno ai venticinque anni", mentre a Moscatelli attribuisce un diverso e forse parallelo modo di essere retorico "di marca stalinista, acquisito nella scuola di partito frequentata a Mosca dall'ottobre 1927 al gennaio del 1930".
Anche Gemisto, tecnico tessile, commissario politico della XII divisione e deus ex machina di "Baita", ha un'ascendenza culturale dannunziana, come rileva Elvo Tempia "Gim" nel pubblicare le sue lettere dal carcere del periodo 1941-42, in cui c'è il precipitato delle sue letture di Oriani e D'Annunzio. D'altronde Gemisto era stato non secondario funzionario di regime nel dopolavorismo. Inoltre Massimo nota che "Moranino nella redazione dei primi tre-quattro articoli che fa, si contiene, perché, se guardi bene i suoi articoli su 'Baita' del dopo '45, lì si sbriglia e, sbrigliandosi, si abbandona e recupera la vecchia retorica. Mi piace di più il Gemisto del dopo. Poi in questi nostri tre numeri di 'Baita' troverai delle poesie, delle cose molto modeste, ma di Gemisto già più ambizioso è lo stile, la sua tendenza a presentarsi come uomo". Anche Gim rileva come il giornale delle formazioni garibaldine biellesi sia stato fortemente voluto da Gemisto fin dall'epoca dell'embrionale XII divisione. Egli, che di "Baita" fu dapprima condirettore e poi, dal 1948, responsabile in seguito agli impegni connessi al mandato parlamentare di Gemisto, ricorda: 'Io ero tutt'altro che giornalista, però mi interessavo della stampa [...] avevo costituito il Centro Stampa nella chiesetta di Mezzana Montaldo, dove avevarno un piccolo ciclostile e abbiamo fatto dei volantini e abbiamo fatto anche un piccolo giornaletto che mi pare si chiamasse 'Il Giornale della Libertà'. Gemisto voleva che mi fermassi lì a fare il giornale invece poi il partito ha deciso di mandarmi nella zona della Serra".
Sia "Baita" sia "La Stella Alpina" furono anche centri di "stampa che fa vivaio". La prima "ebbe come redattori e collaboratori giornalisti che negli anni successivi vennero ad acquistare una certa notorietà, come Gianni Rocca (attualmente dirigente di primo piano del quotidiano 'La Repubblica'); Saverio Tutino, giornalista de 'l'Unità', corrispondente dall'estero e autore di importanti libri di storia (notevole per importanza il libro sulla rivoluzione cubana); personalità politiche di grande prestigio come Sandro Pertini, Pietro Secchia, Gian Carlo Pajetta, Cino Moscatelli, Ugo Pecchioli ed altri ancora". Collaborarono a "La Stella Alpina" nella primavera del 1945, come ad altri fogli del Fronte della gioventù novarese, Enrico Berlinguer e Gillo Pontecorvo.
Ciò che colpisce, poi, in molti giornalisti in erba dei nostri periodici antifascisti è la naturale, forte e spesso tutt'altro che estemporanea, disposizione alla poesia: Gemisto, Atomo, Aiace, Orsi, Dumas, Pin, Grillo sono alcuni degli autori delle poesie pubblicate in "Baita". Difficile spiegarsela. Probabilmente la via maestra verso la scrittura, una scrittura trainante, d'impegno, - esente dai balbettii dell'era della pubblicità dall'attenzione abbreviata, dal fiato corto e dal gesto sincopato - specie in gioventù, passa per la poesia come primario esercizio di stile, manifestazione e implicazione intera della persona, di ragione e passione. D'altronde è stato detto che poeta, come partigiano, è parola assoluta e se è, è per sempre. E in una recente intervista, alle soglie di questa "seconda" repubblica dai foschi presagi, da un mio bravo amico e compagno, oggi assurto ai vertici della dirigenza politica dell'opposizione antifascista e di classe, ho sentito giustamente consigliare, se si fossero dovuti portare via con sé soltanto due libri, accanto al "Manifesto" di Marx, i "Canti" di Leopardi.
Franco Lattes Fortini, il traduttore più felice di Brecht in Italia, rientra dall'esilio svizzero per prendere parte all'epopea partigiana dell'Ossola liberata fino alla caduta della repubblica ("Valdossola 16 ottobre 1944 / E il tuo fucile sopra l'erba del pascolo. / Qui siamo giunti / Siamo gli ultimi noi / Questo silenzio che cosa. // Verranno ora / Verranno. // E il tuo fucile nell'acqua della fontana. // Ottobre vento amaro / La nuvola è sul monte / Chi parlerà per noi. // Verranno ora / Verranno. // Inverno ultimo anno / Le mani cieche la fronte / E nessun grido più // E il tuo fucile sotto la pietra di neve. / / Verranno ora / Verranno. //") dirà molti anni dopo: "In questi versi ho forse portato in salvo il giovane che sono stato e che continua entro di me".
Fortini - in un canto del cigno di ispiratissima intonazione etico-civile - ha osservato che la letteratura di Resistenza, ossia quella che ha svolto una funzione direttamente "resistenziale" e che è stata prodotta "con i giornali clandestini o semiclandestini nelle pubblicazioni delle varie brigate dei reparti partigiani", è più limitata rispetto alla letteratura sulla Resistenza, ossia quella che ha per oggetto gli avvenimenti e i tempi della Resistenza. È una letteratura in funzione immediata ed è stata in genere "poverissima".
Per Fortini, specie le poesie sono brutte, ma "non per un giudizio di gusto, per un giudizio estetico. No, sono realmente brutte perché, magari con formule che vengono prese dal linguaggio della poesia italiana di allora, sono atti retorici". Esclusa quella poesia che "ha la funzione immediata del bicchiere di grappa prima di uscire dalla trincea" si assiste ad una "sterminata produzione letteraria che dura dagli ultimi mesi della guerra, a partire dalle zone liberate, man mano che sono liberate, e che poi prosegue per alcuni anni". "Non c'è zona - dice ancora Fortini - che non provveda a pubblicare dei testi letterari sui suoi foglietti clandestini o improvvisati". "C'era un grandissimo bisogno di autobiografia collettiva" e "chi cominciò a scrivere allora si trovò così a trattare la medesima materia dell'anonimo narratore orale". Si oscilla tra elementarità e retorica ma si trovano anche "pagine toccate da una sorta di grazia, ma che non è una grazia letteraria, che è soprattutto morale, di moralità della locuzione", "testi dove c'è una certa sostenutezza di tipo letterario, che deriva semplicemente dall'aver scelto un certo modello piuttosto che un altro".
Anche autori come Salvatore Quasimodo o Alfonso Gatto o Eugenio Montale, che avevano scritto versi durante la Resistenza, non sono risparmiati da Fortini. Per esempio il famoso carme "Alle fronde dei salici" di Quasimodo, che comincia così: "E come potevamo noi cantare con il piede straniero sopra il cuore..." che è raccolto in quasi tutte le antologie scolastiche e che è una delle poesie tipiche della letteratura resistenziale, viene definita "orripilante e, al medesimo tempo, rilevantissima".
Per Fortini invece "c'è stranamente un rapporto tra la migliore poesia dell'età resistenziale, o che in qualche modo si riferisca alla Resistenza, e la memorialistica".
Mentre nel nostro Paese l'atmosfera letteraria era ancora intrisa di echi patriottici di suggestione fascista o, nel migliore dei casi, ungarettiana, la letteratura della Resistenza francese, per esempio, aveva una produzione "ricchissima, amplissima", secondo Fortini, e le sue tracce - si pensi alle poesie di Paul Eluard - cominciavano a dilatarsi fino a noi, attraverso l'emigrazione e per quei canali di un certo europeismo ed internazionalismo antifascista che si stavano dischiudendo.
Fortini menziona tra le testimonianze poetiche resistenziali di bella fattura quelle di Nelo Risi, fratello del regista Dino, quelle dei poeti di lingua veneta Giacomo Noventa e Mario Meneghello. Di quest'ultimo la "Ballata della partigiana nuda" "è una poesia magnifica" in cui si ricostruisce la scena crudele e toccante di una delle tante ragazze contadine torturate dalla banda di degenerati del maggiore Carità, attiva a Padova, che, costrette a spogliarsi di fronte a quella canaglia, uscivano da quelle vicende mentalmente colpite. Fortini cita inoltre i bellissimi versi di prigionia partigiana di Neri Pozza e quelli di Sergio Solmi.
Però, con una bella immagine, scrive Fortini, "mentre di solito si dice che sia l'uccello di Minerva ad alzarsi dopo il crepuscolo, mentre la poesia sarebbe il momento aurorale, da noi abbiamo avuto l'inverso, ovvero la poesia sulla Resistenza viene dopo e in fase di declino, come pianto di sconfitta".
Due autori sono rappresentativi di questo stilema di rimpianto del passato, e sono Giovanni Arpino e, soprattutto, Pier Paolo Pasolini, il quale racconta in una poesia rivolta ad un altro poeta in nuce, Bernardo Bertolucci, l'impossibilità di trasmettere l'esperienza della Resistenza, attraverso il sacrificio consumato il 25 aprile del fratello Guido, che era salito in montagna tra i partigiani con il libro delle poesie di Montale e la pistola nascosta nella biancheria.
Ma quella che - secondo Fortini - è senza possibilità di dubbio la più straordinaria interpretazione storica della Resistenza "è una poesia che viene scritta da un poeta che non ha partecipato alla Resistenza, che non ha potuto parteciparvi perché era prigioniero di guerra, che ha sempre sofferto di quella sua non partecipazione e che arriva a capirla, tornato, dopo la sconfitta del 18 aprile del 1948". Si tratta di Vittorio Sereni, che canta la fierezza e lo scherno dei partigiani ("cresimandi della storia") perché "geme da loro in noi nascosta una ferita".
La poesia e la letteratura resistenziali sono quasi appunto venate di nostalgia, di desiderio pungente di una patria lontana, impossibile, di strazio e di memoria, più che cantate sul tamburo battente della storia. Resta il fatto, dice Fortini, che "mentre la Resistenza si allontana e diventa qualcosa in certo senso inafferrabile, rimane un tipo di dimensione, per dirla volgarmente, esistenziale che è assolutamente eccezionale nella storia italiana, nella cultura italiana del nostro secolo. Se confronto i secoli precedenti della nostra storia letteraria, il modo con il quale sono stati vissuti certi grandi episodi come, per esempio, l'arrivo dei francesi alla fine del Settecento, oppure i grandi episodi del nostro Risorgimento, oppure anche la stessa prima guerra mondiale, che pure ha avuto quantitativamente un'incidenza ben maggiore di quella della Resistenza, tuttavia devo dire che non c'è nulla che abbia così inciso in una zona al cui dolore è possibile rispondere solo nei termini più alti dell'espressione letteraria. Non c'è scampo, solo al livello massimo del pensiero letterario e dell'espressione letteraria è stato possibile rispondere a quel tipo di esperienza, quindi ne consegue che quell'esperienza si chiude con le nostre biografie''.
E aggiunge ancora Fortini, in una visione dialettica del concreto tutta gramsciana che "ogni scrittura d'allora riceve il proprio valore da quel che è venuto poi. Atti e parole del presente impegnano i futuri; e chi sopravvive non scampa al peso e alla interpretazione del passato".
La stessa frase di Fenoglio, da me sopra richiamata, che "partigiano, come poeta, è parola assoluta" desta allarme in Fortini e lo induce alla considerazione amara e poco ovvia che "l'opera maggiore uscita dalla Resistenza [quella di Fenoglio, nda] è un'opera fondata su di una visione elitaria e carismatica del mondo, una visione tragico-nietzscheana dove il brivido del Fato è, appunto, brivido" e in essa lo scrittore epico albese palesa "il suo debito indiretto con la letteratura del tragicismo eroico europeo che è di destra, di destra fino al nazismo".
Ethos tragico, dunque, e, da esso, Fortini severo e caparbio, prende le distanze evocando di Dante Alighieri quell' "io fui" che dà nerbo e certezza agli scrittori partigiani, indipendentemente dalla loro esegesi critica, poiché, per usare le parole di Giaime Pintor, è necessario "distinguere secondo valori".

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