Invito alla lettura di:

La formazione del partigiano
Politica, cultura, educazione nelle brigate Garibaldi
di Francesco Omodeo Zorini

1990, pp. IV-238, € 12,90



Dalla prefazione di Guido Quazza


La singolarità di questo libro sta soprattutto in due ragioni: l'essere pubblicato dopo un quindicennio dalla sua preparazione; il dimostrare la coerenza dell'autore in tempi assai cambiati da quelli delle sue motivazioni iniziali e della sua "tesi". Entrambi i punti chiedono almeno un cenno sia all'uomo che l'ha scritto, sia alla ricerca delle fonti e all'interpretazione.
Francesco Omodeo Zorini ha la solidità di temperamento e la tenacia dell'azione che sono "classicamente" le doti del figlio di proletari fattosi da sé intellettuale impegnato pagando sempre di persona. Lo conobbi quando lavorava all'lstituto storico della Resistenza di Novara e molto mi colpì l'entusiasmo col quale si lanciava in un'attività che era insieme culturale e politica, riuscendo subito, come d'istinto, a cogliere il legame strettissimo, direi indissolubile, tra il fare e il pensare. Non mi poteva sfuggire che nel suo caso l'istinto era, più propriamente, un esempio di quel pessimismo dell'intelligenza che convive ed opera con l'ottimismo della volontà. L'esempio cioè, di chi Gramsci preconizzava come il vero rivoluzionario. Il suo sorriso, insieme liberatorio e accattivante, mi appariva come accattivante perché liberatorio per sé e, anche per questo secondo motivo, liberatorio per gli altri. Non sempre - lo sappiamo - persone così fatte trovano il consenso, specialmente se si tratta del consenso dei "superiori", oppure, ed è il peggio, il consenso dei frigidi e quello dei pavidi, gli uni e gli altri perlopiù congiunti dentro un medesimo nome e, in Italia, sopra una medesima poltrona. Il consenso, però, di coloro che sono disposti a darsi a un lavoro comune per uno scopo comune.
Fu in quegli anni che le delusioni maturarono in lui un distacco che era in realtà un ritorno alla libera ispirazione delle origini. Le origini di un educatore pronto a seguire la propria vocazione senza tutela e freni, pronto a pagare il prezzo di un distacco che volesse dire coerenza e coraggio, quel coraggio che richiede la coerenza in un paese per lunga tradizione incapace, nonché di rivoluzione, anche di vero rinnovamento perché abituato, com'era ed è, alla servitù e a quei suoi connotati che sono l'opportunismo, il trasformismo, l'adulazione furba e squallida.
Il ritorno alla scuola attraverso un concorso vinto nel modo più brillante e realizzatosi nel lavoro più difficile: seguire i ragazzi da una posizione complessa e delicata quale quella di direttore didattico. Un ritorno che, se alleggeriva la sua presenza nella cultura militante e nella politica attiva, gli lasciava però più tempo per promuovere il suo naturale gusto non solo all'agire ma anche allo scrivere. Fu di quel tempo che la sua indipendenza personale poté esplicare il meglio di sé ed io ebbi la fortuna di vedere giorno per giorno maturare in lui un'idea compiuta della funzione della scuola nella società e della società nella scuola e nelle istituzioni. Un'idea della cultura e dell'educazione - ecco la ragione del titolo di questo libro - che era e continua ad essere un modo diverso di stare con vigore e con rigore nella dimensione politica, come a me piace chiamarla: il sigillo di una identità e di un fare.
Come starci? La risposta è già data, ed è appunto nelle pagine di questo lavoro, la cui nascita se certamente è dovuta anche al consiglio del suo "maestro", il pedagogista Remo Fornaca, è, in profondità, nello stimolo prodotto dalla personale esperienza pubblica, a prova - la prova migliore - della solidità del suo iter come uomo e come studioso. Non la sola, tuttavia.
Dai primi scritti ai più recenti si misura bene la crescita dell'uomo e quella dello studioso verso un'unità sempre più stretta, una crescita che da ultimo lo ha portato a stendere per la maggiore rivista laica di pedagogia in Italia, "Scuola e Città", una messa a punto dell'orizzonte educativo ricchissima di dati e lucidissima di prospettive. Che anche questa sia frutto di una matura consapevolezza nel cammino della dimensione politica verso una dimensione latamente umana, a me pare non discutibile. Come non mi pare discutibile che per dimensione umana si debba intendere dimensione globale, nella quale il sociale, il politico e il culturale si fondono in una sintesi schietta e autentica che non è troppo definire etico-civile.
Di un uomo con queste convinzioni abbiamo oggi più che mai bisogno. Oggi che il privato furoreggia, e furoreggia distinto dal pubblico, mentre il cittadino avrebbe necessità assoluta di nutrirsi di un insieme di qualità al tempo stesso private e politiche.
Ecco perché il primo punto del quale parlavo all'inizio si congiunge con tutta naturalezza, in questo libro, al secondo. Perché il libro ha voluto nascere come tentativo di cogliere i nessi fra cultura, politica ed educazione in un momento cruciale della storia d'ltalia che vide come protagonista il partigiano, cioè una figura emblematica di quell'insieme di privato e pubblico che ora dicevo più che mai necessario in un'Italia di deboli e di consumisti, incapaci di raccogliere la sfida delle situazioni difficili e dei meccanismi implacabili. La letteratura sul tema svolto da Francesco Omodeo Zorini è, come memorialistica, ricca fin dall'indomani della Liberazione, e si è infittita dopo che l'autore stava lavorando, con la propria grande capacità di ricerca, alla raccolta della documentazione e, poi, alla stesura della tesi di laurea per la Facoltà di Magistero dell'ateneo torinese. Ma è, fuor d'ogni dubbio, singolare che l'autore sia riuscito fin d'allora non solo a impadronirsene e a dominarla, ma anche a sintetizzarla con un disegno di interpretazione e di sintesi che ha la compattezza e la chiarezza di una vera e propria visione storiografica per molta parte originale. Già nel testo della ricca dissertazione per la laurea, ma in modo eccezionale nella acuta introduzione a questo libro, la scrittura non è solo densa di letture e ricerche vastissime, ma anche espressione vivace e profonda - mi si consenta di asserirlo - di un'anima, di un'intelligenza e di un cuore fatti esperti dalla militanza politica e dalla sperimentazione educativa: di più, da una fusione dell'essere col fare che rende lecito ricordare "lo stile è l'uomo" di cui nel secolo dei lumi parlava Voltaire.
Avere tratto da una gran mole di carte delle formazioni partigiane, soprattutto da quelle garibaldine ma con sguardo anche alle altre, le istruzioni e le relazioni dei commissari politici, poteva destare diffidenze e addirittura sospetti allora, quando l'esplosione dei movimenti aveva colore di "estrema sinistra" e la crescita in voti del Partito comunista portava nuova acqua al mare della conventio ad excludendum. Ora, mentre si svolge il crollo dei regimi e dei partiti comunisti, può suscitare valanghe di facili critiche faziosamente partitiche ex post fino alle condanne di un moralismo falso e spesso stupido, per non parlare di commiserazione e derisione. Ma in sede morale e ancor più storiografica l'aver scelto i documenti del pensiero e dell'azione dei commissari politici e averli vagliati sia su testimonianze di partigiani "liberi" e su un suggestivo esame della psicologia di gruppo, sia su ricostruzioni di grandi scrittori come Calvino e Fenoglio, si rivela, dalle pagine di Omodeo Zorini, una decisione anticipatrice dei tempi e metodologicamente straordinaria: tale da fare di questo lavoro un momento non certo trascurabile nella storia della storiografia dell'Italia partigiana e dell'Italia attuale, oltre che nella storia della crescita etico-civile del Paese.
Ed è bene non dimenticare che ciò non è soltanto frutto di intelligenza di storico, ma anche e più di forza morale. Infatti Francesco Omodeo Zorini insiste ancor oggi nella sua coerenza, e insiste da libero pensatore, come si sarebbe detto nell'Ottocento. Certo, da intellettuale impegnato, organico non ad un partito bensì al movimento di quanti anelano a una società più libera e più giusta, personalmente tuttora fedele alla sua ormai lunga battaglia per un futuro migliore e, come i veri entusiasti irriducibili, sempre pronto a pagare di persona. Qui, io penso, si trova il perché questo libro è cosi antico ma anche giovane: perché l'impianto era in sé e perciò rimane fresco di suggestioni che dal passato vanno verso il futuro attraverso il presente.
Un perché - bisogna aggiungere - che fonda la convinzione, del docente e del militante, che l'educazione si congiunge alla cultura e alla politica sulla verifica, dello storico, attentamente compiuta su una straordinaria documentazione raccolta intorno al filone che conta, cioè quello della costruzione della persona, colto in quel "microcosmo di democrazia diretta" che fu la banda partigiana, e misurato nel continuo confronto con la morte e con la quotidiana sfida al sacrificio che caratterizzarono la vita del partigiano.
L'autore ha ben chiaro che le grandi "rotture" della storia (e la Resistenza armata fu, nella storia italiana priva di rivoluzioni, la più grande) o sono produttive di nuova e maggiore umanità o non sono rivoluzioni né rinnovamenti profondi. Pedagogia e storiografia sono dunque congiunte dall'autore nell'oggetto di studio, pur restando - come dev'essere - distinti gli strumenti di metodo: e qui, a me pare, sta la spiegazione riassuntiva e conclusiva della mia asserzione che, senza addentrarmi nel vagliare le singole pagine, poco sopra esprimevo: essere il libro antico e attuale ad un tempo. Antico, perché il problema affrontato era già presente nella mente dei combattenti ribelli del 1943-45 (e chi voglia andare oltre i materiali ricavati dagli archivi delle Garibaldi non ha che da leggersi il libro curato da Giovanni De Luna sulle Gl). Già allora il tema dello sconfiggere l'uomo nuovo e l'ordine nuovo sbandierati dai nazifascisti era al centro dell'esercito volontario nato dopo l'8 settembre e si traduceva in uno sforzo giornaliero di legare insieme l'esigenza primaria della vittoria contro il dispotismo - quel dispotismo! - con l'altra, che poteva sembrare meno urgente ma era più profonda, di costruire un uomo veramente nuovo - uomo e donna, s'intende - capace di reggere il compito di un ordine veramente nuovo.
È significativo che Omodeo Zorini abbia sentito - il suo fu certamente un "sentire" - in anni di storiografia puramente politica, diplomatica, militare che quella congiunzione di pedagogia e storiografia era il punto di partenza fecondo per toccare ciò che conta nella ricerca scientifica e per legarla a quel "mestiere", ch'egli faceva e voleva continuare a fare, che è la didattica. Aggiungo che in quegli anni settanta, segnati dallo scontro più duro fra sinistra e destra, proprio la storiografia sulla Resistenza sopra tutte era storiografia di partito - se ideologica, ideologica in quanto di partito, non mi stancherò di ripeterlo - e tanto più si deve dar merito ad Omodeo Zorini d'aver intuito quale fosse la via giusta per superare quel grave limite.
Una via, è importante dirlo oggi che, senza smarrire la dimensione politica (non quella, riduttiva, che è la politica di partito), la volesse cogliere nella sua globalità umana. Una globalità da accertare non solo con gli strumenti del "Principe" ma con quelli dell'autenticamente e integralmente umano, e neppure soltanto con la visuale, allora dominante, del collettivo ma con quella dell'individuo nel collettivo e viceversa: gli strumenti che la storiografia italiana ha saputo acquisire da allora ad oggi furono dall'autore intravisti quindici anni fa sia perché egli fece propria l'esperienza delle lotte di "movimento" senza smarrire quella delle lotte di partito, sia perché mise al centro quell'uomo nuovo, pubblico e privato, che aveva avuto un suo esempio vivente nella banda partigiana. L'autonomia dei singoli nella banda, l'autonomia della banda nel quadro di un esercito di civili volontari, che è da decenni il fuoco delle ricerche scientifiche e della didattica degli istituti storici della Resistenza, è la prefigurazione dell'autonomia dei singoli e dei gruppi oggi. Sulla base di essa si realizza quell'unicum di rapporti fra generazioni ormai lontane che è lo spirito comune che anima i vecchi antifascisti e partigiani e i giovani aderenti agli istituti associati nel nostro "sistema", e fra essi dell'Istituto che saggiamente ha deciso di stampare l'opera di Omodeo Zorini. Come sperava Ferruccio Parri quando, nel 1949, fondò la federazione. Così come speriamo noi che quarant'anni dopo ci troviamo a farne la casa di coloro che per vie magari diverse non solo non vogliono un ritorno al nazifascismo ma credono che la nostra repubblica si possa salvare se, come credevamo nel 1943-45, diventa la repubblica delle autonomie e non resta lo Stato accentratore dei regimi liberticidi del passato e del presente.
La lettura del libro di Francesco Omodeo Zorini suggerisce a me questo augurio. Spero lo suggerisca ai compagni ed amici di tante battaglie e a quei giovani che scelgono e sceglieranno di lottare con noi.


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Dal I capitolo

Un educatore: il commissario politico


L'anello di volta della struttura organizzativa partigiana garibaldina è la figura del commissario politico. A livello sovrastrutturale, poi, per quanto concerne non solamente l'attività politica e culturale, ma la stessa tattica della guerriglia, la "didattica" militare, il complesso delle relazioni umane dentro le formazioni e tra esse e la fitta intelaiatura del cosmo socio-politico sia delle organizzazioni resistenziali che della società italiana belligerante come di quella civile, il centro focale fu il commissario politico.
La polivalente ed articolata gamma delle sue funzioni ed attribuzioni si ricava dettagliatamente dalla campionatura documentaria che qui si riporta, e lungi dal tentare una sintesi od una enumerazione ci preme enunciare alcune considerazioni lanciando uno sguardo alla letteratura resistenziale sul tema.
Al di là dell'abbondante codificazione che dall'alto delle disposizioni dei comandi superiori fa emergere in positivo l'ufficio del commissario e ne tratteggia il ruolo, è opportuno forse rilevare come una autonoma elaborazione dal basso nello specifico di diverse contingenze economiche, sociali, culturali, antropologiche, militari-resistenziali caratterizza variamente nelle brigate la collocazione del commissario politico.
Esso assume di volta in volta, nel corso della lotta e nella peculiarità delle realtà partigiane, valenze diverse. Accentua o crea dialetticamente certe sue connotazioni e compiti prevalenti, che se da una valutazione d'insieme rivelano contorni omogenei, nella singolarità dei casi possono apparire addirittura discrepanti e contraddittori.
Si va dal commissario cambusiere-amministratore-intendente - il classico ufficiale della sussistenza negli eserciti regolari - al commissario padre spirituale-cappellano laico-psicologo, al talent scout-public relation man, quando non semplicemente al reclutatore di partito. Proprio per questa varietà di qualificarsi del commissario, quantunque tra i garibaldini i canoni siano piuttosto rigidi e determinati, "al di là dell'importanza che può rivestire il materiale proveniente dagli organi centrali del movimento ed i non molti accenni rinvenibili nella memorialistica partigiana, la ricerca dovrà volgersi all'indagine puntuale, in ambiti ben definiti, dei modi di reclutamento dei commissari e dell'attività da essi effettivamente svolta nei momenti salienti della lotta.
Il ricorso alle fonti archivistiche, ancor più che per altri aspetti della Resistenza, appare qui veramente essenziale, proprio per evitare quelle strettoie polemiche di cui abbonda la letteratura rievocativa".
In tal senso raccomandava Massimo Legnani e in questo spirito ci proponiamo almeno in parte di conseguire le mete indicate.
Il commissario garibaldino è il quadro per eccellenza in senso comunista, il quadro di quei quadri che secondo il motto staliniano "decidono tutto". Ma un quadro accentuatamente poliedrico, la cui massima prerogativa è una considerevole apertura, una costante disponibilità a plasmarsi in termini pragmatici, a configurarsi anche come il jolly della situazione, pressato dall'incalzare degli eventi e delle necessità.
Accanto a questa "elasticità" di fondo del commissario garibaldino che ne fa un personaggio antidogmatico per vocazione, poniamo un'altra caratteristica, soltanto apparentemente antitetica alla prima, che consiste nella capacità di attuare non una "educazione politica" intesa come indiscriminata spinta alla politicizzazione - è ancora Legnani che lo sottolinea - ma come scrive Secchia, su "La Nostra Lotta", la rivista politica-ideologica del Partito comunista, laddove in sede di bilancio dell'opera dei commissari prendendo lo spunto da una lettera di Moscatelli ad un commissario di brigata (documento n. 9), compito preminente del commissario è quello di "trasformare il malcontento, la volontà di lotta delle masse [...] in un movimento di lotte ben definite, con obiettivi non più occasionali, ma collegati allo scopo massimo dell'insurrezione popolare".
Come è facile rilevare si tocca qui il tasto più elevato del diapason delle prestazioni del commissario, che richiede una sua complessiva intelligenza della realtà e una globale maturità politica.
Sul commissario politico si è scritto abbastanza, ma raramente, salvo poche eccezioni, in estensione e in profondità, specie per il commissario garibaldino.
Luigi Longo ha sottolineato l'elemento di politicizzazione consapevole introdotto dai partiti (ovviamente soprattutto da quello comunista) nella Resistenza attraverso il commissario politico, portatore di ordine, disciplina e serietà nel caos dello spontaneismo resistenziale del primo periodo della "banda". Egli rivendica al Partito comunista la proposta e l'introduzione del commissario nelle formazioni fin dal loro sorgere nell'autunno 1943. Ricorda l'avversione che vi opposero i "militari" per via della limitazione al loro esclusivo prestigio che ne derivava; i "politici" perché preoccupati dell'invenzione comunista del commissario, attribuita a puro scopo di egemonia di partito; i "conservatori" allarmati dalla creazione di un istituto democratico e popolare di "controllo" che minava le fondamentali prerogative di casta della sfera militare. Egli ancora fa presente che la prevenzione più manifesta verso l'istituzione del commissario politico era dovuta al timore che si creassero all'interno del comando - tra comandante e commissario - conflitti di attribuzioni e di competenze a danno del buon funzionamento dello stesso e a detrimento della pretesa collegialità di quell'organismo dirigente, auspicata dai comunisti come ottimale.
Il Battaglia individua nel "modello ideale" del commissario politico, il quale "precedette di gran lunga la realtà", importato direttamente dalla guerra di Spagna, l'elemento originale che contraddistinse le brigate Garibaldi. E, lungi dall'ammettere l'artificiosità denunciata dagli avversari di quell'istituzione, ravvisa in essa lo strumento educativo, in quanto stimolo dialettico alla formazione nei partigiani di una coscienza morale, onde scongiurare il pericolo che i combattenti si adeguassero al cliché di "soldati di mestiere", isolandosi nel "particulare", nella routine della cruenta lotta quotidiana. "Il commissario agisce all'interno ma anche contemporaneamente all'esterno, allarga la sua opera di convinzione alle popolazioni civili, si pone costantemente il problema del rapporto fra i partigiani e l'ambiente in cui agiscono, risponde anche in questo settore alla necessità di non isolare la lotta dei gruppi armati dalla resistenza della popolazione civile".
Nel citato articolo di Massimo Legnani si ha un primo discorso di ampio respiro sul commissario politico partendo dall'esame delle cosiddette "Guide del Commissario", redatte dal Comando generale del Corpo volontari della libertà nel periodo giugno-novembre 1944. Prima della creazione del Cvl, egli osserva, il commissario politico era stato prerogativa delle unità garibaldine e, in modo meno sistematico, delle formazioni di Gl. L'esigenza della sua generalizzazione in tutte le formazioni si impone col sopraggiungere dell'offensiva partigiana dell'estate che alimenta congiuntamente un forte sviluppo del processo di politicizzazione del movimento partigiano. Secondo Legnani le acute contraddizioni e lacerazioni che vengono alla luce sia in seno al Cvl e al Comitato di liberazione nazionale alta Italia, tra forze conservatrici moderate e progressiste, passano anche e particolarmente sul filo dell'interpretazione del ruolo del commissario in seno alle formazioni; quelle "autonome" infatti continueranno a subordinare il commissario - che chiamano "delegato civile" o "rappresentante del Cln" - al comandante militare della formazione.
Il Del Carria individua nel commissario politico il deputato all' "elevamento ideologico del gruppo partigiano" dentro le unità garibaldine, lamentando per contro che tale obiettivo si risolvesse, per i limiti politici della strategia interclassista e di lotta di liberazione nazionale del Partito comunista, in semplice educazione patriottica ed antifascista.
Diversamente lo Spriano, dopo aver posto l'accento sulla derivazione dalla positiva esperienza collaudata in Spagna, che è propria dell'istituto del commissario, ci dà un sufficiente quadro generale sulla configurazione dentro le brigate Garibaldi e al loro esterno del commissario politico.
Se all'interno della formazione egli è educatore e promotore dell'orientamento politico ciellenistico, ma garante particolarmente della disciplina della banda, all'esterno esplica la sua funzione essenziale nel raccordo con la popolazione. "A lui spetta promuovere un rapporto di solidarietà, eliminare incomprensioni, scongiurare o punire vessazioni, imutili durezze e ostentazioni: irrobustire, insomma, quel tessuto di 'resistenza passiva', di simpatia e aiuto pratico che sono indispensabili alla guerriglia per poter operare, per sapersi difendere non solo da un rastrellamento ma dalle spie (donde l'importanza del servizio d'informazioni partigiano). Il legame col mondo contadino, l'appoggio del basso clero, del curato, del prevosto del paese sono fondamentali. Molte bande garibaldine avranno un cappellano".
Osserva altresì lo Spriano come il commissario politico, pur essendo nella maggioranza dei casi un quadro di partito, non fungesse da capo dell'organizzazione di partito all'interno della formazione.
A tale scopo il Partito comunista creò la figura del "responsabile del nucleo di partito". Altra cosa infatti era l'attività di "politicizzazione" che doveva esercitare il commissario nei confronti degli uomini, dall'azione di proselitismo di partito; la prima consisteva essenzialmente nel far prendere coscienza da parte di ciascuno del valore del proprio impegno di volontariato.
Centrale è infine la questione dei suoi rapporti col comandante, del "controllo" che egli deve esercitare nei suoi confronti, specie se questi è "apolitico" o militare.
Pietro Secchia, che delle brigate Garibaldi era stato il commissario generale, ha tracciato una sintetica e preziosa summa del commissario politico della Resistenza italiana. Egli - rifacendosi ai suoi articoli coevi su "Il Combattente", organo dei distaccamenti e delle divisioni d'assalto Garibaldi - ci offre alcuni riferimenti sui precedenti storici del commissario agli eserciti nelle guerre popolari moderne. Dai commissari della Convenzione nelle armate repubblicane della Rivoluzione francese "soldati fra i soldati, animatori entusiasti, agitatori e propagandisti", a quelli che furono il perno della vittoria dell'Armata rossa nella Rivoluzione d'ottobre contro le truppe bianche e i corpi di spedizione dell'Intesa, a quelli dell'esercito popolare spagnolo contro il franchismo.
Con rapidità e sicurezza di profonda cognizione egli delinea del commissario funzioni e compiti, riferisce delle resistenze incontrate alla sua sistematica applicazione e della definitiva adozione e dell'inserimento ufficiale nell'organico delle "regolari unità militari" del Cvl con la denominazione di "commissario di guerra" al momento dell'unificazione dell'esercito partigiano italiano.
L'agile corredo del dettato dei documenti salienti dei comandi della Resistenza fa del suo articolo il contributo tuttora più completo sull'argomento.
È pure dibattuto il tema del commissario politico nel fondamentale saggio di Guido Quazza sulla problematica resistenziale connessa alla storia d'Italia, ed inserito nel contesto dell'illuminante discorso sull'autogoverno partigiano, sicché l'accenno al commissario come elemento centrale di coesione morale e di maturazione politica della banda, si vivifica di tutte le stimolanti argomentazioni attorno alla banda riproposta come "microcosmo di democrazia diretta", unico organismo realizzatore di una effettiva partecipazione integrale dell'uomo nel corso della lotta di liberazione. Laddove si sottolinea che "il quadro entro il quale questa pianta-uomo matura non è il caos, l' 'anarchia', l'arbitrio del singolo. Al contrario, è l' 'autorità' effettiva della banda in quanto organismo che è retto da una sua legge. La legge è l' 'autorità' del comandante. Ma questa autorità è effettiva soltanto perché è frutto dell'investitura diretta della 'base' ed è immediatamente e continuamente soggetta al controllo di essa e alla possibilità di revoca in qualsiasi momento".
Anche nella storiografia locale della Resistenza, così come nella letteratura e nella memorialistica su aspetti particolari, specie in quella che tratta delle brigate Garibaldi, troviamo riferimenti e notazioni sull'istituto del commissario. Senza pretendere di esaurire l'esame dei molti scritti, accenniamo ai più noti da noi analizzati.
Sulle brigate Garibaldi del Piemonte merita una attenta considerazione la minuziosa ricostruzione della figura del commissario politico in Valsesia, elaborata, attraverso numerose testimonianze e lo scrupoloso spoglio dei documenti dell'archivio di Moscatelli, da Cesare Bermani. Egli ricava da un'estesa indagine antropologico-culturale del modello valsesiano un quadro irrepetibile, forse completo in tutti i suoi tasselli, in cui è esplorato in tutte le sue pieghe il personaggio del commissario politico.
Analogo studio, ma che resta alquanto alla superficie, pur addentrandosi in tematiche specifiche quali l'educazione culturale e politica, i rapporti con il Cln e quelli con la popolazione, è stato affrontato, sempre per la Valsesia, da Manuela Castano. Anche Mario Giarda, nell'analizzare l'atteggiamento dei garibaldini del Novarese nei confronti della guerra di liberazione, si sofferma sulla figura del commissario politico evidenziandolo come l'elemento "catalizzatore dell'esperienza politica che i partigiani andavano facendo di giorno in giorno".
Più puntuale e rigorosa è la ricerca compiuta da Anello Poma e Gianni Perona a proposito dei garibaldini del Biellese: essi ci restituiscono in tutte le sue sfaccettature la travagliata dinamica interna al movimento partigiano intorno alle spinose questioni politiche: i problemi del reclutamento, dell'organizzazione e della formazione dei quadri, tutto il reticolo dei delicati rapporti tra le formazioni e le organizzazioni politiche e resistenziali e i vari gruppi sociali.
Giampaolo Pansa aveva già delineato la figura del commissario politico nelle formazioni dell'Alessandrino, analizzando le funzioni che aveva progressivamente assunto specie nella brigata "Oreste" e, citando Lazagna, aveva notato il frequente invertirsi delle parti tra commissario e comandante, a seconda delle loro disposizioni personali e delle esigenze del momento.
Ma ancor prima, Anna Bravo nel suo esemplare saggio sulla zona libera del basso Astigiano che principiò una felice stagione di studi "locali" metodologicamente rigorosi, aveva individuato la ragione del contrastato instaurarsi della figura del commissario anche fra i garibaldini per cause autoctone peculiari al movimento stesso: il suo carattere d'importazione che gli derivava dall'esser stato inizialmente caldeggiato da elementi esterni quali gli ispettori e i delegati garibaldini, e dalla specifica composizione sociale contadina, l' "antica diffidenza paesana", che stentava ad assimilare l'elemento politico sentito come corpo estraneo. Vi erano state aperte diffide da parte dei comandanti non solo dal "far politica in formazione" intesa come propaganda, ma anche dall'intraprendere ogni iniziativa che volgesse ad un discorso in termini politici. La Bravo spinge a fondo la sua indagine introspettiva e rileva le cause che concorrono a ostacolare l'inserimento del commissario nella società di banda, ed esse sono: l'iniziale scarsa organizzazione del movimento di Resistenza, la generale impreparazione politica del personale fatto di contadini e di giovanissimi in prevalenza, la limitata partecipazione del ceto medio. Soltanto nell'estate del '44 quando un minimo di collaudo organizzativo troverà una presenza attiva dei commissari, matureranno anche le azioni efficaci sul piano della guerriglia.
Accenni all'attività del commissario politico nella Resistenza in Emilia-Romagna sono contenuti negli studi di Guerrino Franzini per il Reggiano, di Luciano Bergonzini per il Bolognese e di Sergio Flamigni e Luciano Marzocchi per il Forlivese.
Pagine sul commissario politico ricavate dalla diretta esperienza, si trovano frequentemente nella memorialistica garibaldina.
Anzitutto Davide Lajolo "Ulisse", ampiamente citato dalla Bravo, che fu commissario delle divisioni Garibaldi del Monferrato, è ricco di riferimenti politici a quella maturazione che lo portò da vicefederale fascista a entusiasta propagandista della Resistenza piemontese. Piero Carmagnola, commissario della brigata Garibaldi della val di Lanzo non manca di spunti umanissimi sulla sua attività di "costruttore" di uomini nella storia delle vicende di quella brigata.
Copiosi richiami alla propria attività di commissario - corredati da abbondante documentazione - si rinvengono nella autobiografia di Amerigo Clocchiatti "Ugo", commissario politico della divisione Garibaldi "Nino Nannetti" del Bellunese. Il suo serrato memoriale è una vera miniera di annotazioni sulle complesse vicende di carattere politico ed educativo che furono affrontate dai commissari politici nel vivo della lotta. Giova in proposito ricordare che il commissario della 82a brigata "Osella" della Valsesia fu addirittura un sacerdote: don Sisto Bighiani.
Rievocando i momenti della sua vita garibaldina sui monti della Liguria, nella VI zona operativa, Giambattista Lazagna "Carlo", commissario della brigata "Oreste" e poi vicecomandante della divisione "Pinan-Cichero", ci offre ampi ragguagli sulle funzioni del commissario, dai rapporti con le popolazioni ai problemi di strategia e tattica partigiana, fornendoci, tra l'altro, una preziosa ricostruzione dell'"ora politica" nel capitolo "Riunione serale" del suo autobiografico "Ponte rotto". Similmente Luciano Bergonzini, partigiano della 36a brigata Garibaldi del Bolognese, ci descrive lo svolgimento dell' "ora politica" promossa dal commissario politico della sua formazione.

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