di
Paolo Ceola
pp. 80, 5,00
Dal saggio Prospettive della guerra futura
Riflessioni sulla guerra futura
Guerra umanitaria
La locuzione "guerra umanitaria" è certamente la più abusata del confuso lessico contemporaneo; è
assai riduttivo considerarla solo per quel che i suoi esaltatori e denigratori credono che sia: cioè, per i primi, il
nuovo modo pulito di condurre crociate morali e, per i secondi, l'ennesima mascheratura ipocrita per crociate
tout court. In realtà le accezioni del termine sono due e ben distinte. La prima riguarda le ragioni per cui una
guerra può essere intrapresa: ragioni che devono farsi risalire al tentativo di sanare una situazione in cui si verificano,
o potrebbero verificarsi, massicce violazioni dei diritti umani. L'abbattimento di un regime sterminista
attraverso l'uso delle armi è guerra umanitaria. Secondo questa accezione, non è affatto detto che l'intervento non
comporti ampi spargimenti di sangue. Ad esempio, se considerassimo la guerra contro la Germania nazista
esclusivamente dal lato delle vittime dei campi di sterminio, dovremmo considerare la seconda guerra mondiale
come la più sanguinosa delle guerre umanitarie della storia, ma non per questo dovremmo considerarla una
guerra inutile o sbagliata. Abbiamo qui dunque a che fare con le ragioni
ad bellum, tanto più valide quanto maggiore
è la ferocia del regime che si vuole combattere. È però evidente che, nello stesso tempo, questa concezione
della guerra umanitaria porta con sé gravissimi rischi di eccessi, tali da vanificare qualsiasi buona ragione.
Sempre restando al nostro esempio, potremmo porci la scomodissima domanda se lo sterminio degli ebrei avrebbe
giustificato la distruzione totale, letteralmente, della Germania e di tutti i suoi abitanti.
Il che ci porta alla seconda accezione della locuzione. Ossia alle ragioni
in bello, cioè ai metodi di uso
della forza militare che rendono umanitaria una guerra. Al momento attuale, questa è l'accezione che, almeno
in Occidente, gode di maggior fortuna, ossia quella di un conflitto combattuto con armi di precisione allo scopo
di ridurre sensibilmente i danni diretti sia umani che materiali.
In questo senso, essa è figlia del progresso tecnologico. Per essere più precisi, del progresso tecnologico
e delle grandi stragi di fanti della prima guerra mondiale. Nacque allora l'idea che l'arma che si stava
affermando, il potere aereo, potesse condurre rapidamente alla vittoria attraverso la distruzione dei centri nevralgici posti
in territorio nemico. Per tutta la seconda guerra mondiale e fino alla fine degli anni settanta, si può dire, la
tecnologia cercò invano di rispondere alle attese di una "guerra precisa e pulita"; ne discesero invece grandi
stragi provocate dall'arma aerea. Le cose cominciarono a cambiare quando l'elettronica entrò di prepotenza nella
tecnologia della costruzione dei sistemi per la ricerca, individuazione e distruzione dei bersagli, accompagnata
ad una continua e irreversibile tendenza al rimpicciolimento, con contestuale aumento spettacolare delle
prestazioni di tutti i componenti. Quasi senza rendersene conto, la guerra di precisione da utopia e slogan divenne una
possibilità reale. Il punto di svolta si ebbe con la guerra del Golfo del 1991. Malgrado le armi di precisione
fossero percentualmente solo una frazione dell'arsenale impiegato, esse furono determinanti per battere l'esercito
iracheno. La tendenza si rafforzò con la guerra contro la Serbia del 1999; migliaia di colpi andati a segno misero
in ginocchio il paese balcanico che dovette arrendersi ad un costo umano ridicolmente basso, considerata la
portata della posta in gioco e la quantità di mezzi impiegati dalla
Nato. Questa considerazione non è inficiata
dal fatto che la pubblica opinione, sviata dallo scandalismo dei media (interessati esclusivamente ai pochissimi
errori di tiro), dall'ignoranza sui progressi delle armi e dall'ideologia più o meno pacifista, semplicemente si rifiutò
di prendere atto che la tecnologia militare era cambiata profondamente e aveva modificato a sua volta in
modo esteso diversi altri fattori in
gioco.
La considerazione che è possibile vincere una guerra non più distruggendo uno stato nemico e
versando fiumi di sangue, ma paralizzandolo nella sua possibilità di funzionare come sistema complesso, apre una serie
di prospettive che in futuro tenderanno a rafforzarsi. Il punto principale che occorrerà dirimere è se
l'umanitarismo della guerra supertecnologica resterà un fatto meramente tecnico o se influenzerà direttamente lo
spirito della politica da cui nasceranno le future guerre.
Esaminiamo il primo caso. Se il potere politico-militare dovesse accontentarsi della
performance tecnologica come fattore a sé stante ne potrebbero paradossalmente risultare effetti ulteriormente disumanizzanti di un
tipo di guerra, appunto quella condotta con armi di precisione, che potenzialmente avrebbe dovuto sortire altri
effetti. Pensare di poter condurre sempre e comunque una guerra chirurgica, senza pagare il dazio di perdite
umane tra le proprie file, potrebbe facilitare il ricorso all'opzione armata e aumentare un pericoloso senso di
onnipotenza. Inoltre, dal punto di vista della considerazione, da parte del potere, dell'opinione pubblica e delle sue
istanze in merito al conflitto, ne potrebbe risultare una accentuata indifferenza e sottovalutazione. La gente, gli
elettori e i loro rappresentanti istituzionali finirebbero per essere considerati un coro muto di incompetenti; si
accentuerebbe così, assumendo nuove forme, quel processo di alienazione delle persone dalla guerra e dalla sua
comprensione iniziato con l'era atomica, quando l'immenso potere della Bomba si dispiegò sulla testa del
mondo come un nuovo dio, enigmatico e terribile. Quello fu il punto in cui la parabola della partecipazione delle
masse alla guerra, iniziata con la Rivoluzione francese e culminata con la vittoria sul nazifascismo, invertì il suo corso.
Veniamo alla seconda opzione. Occorre ribadire, ancora una volta, la novità rappresentata dalle armi di
precisione nella conduzione di una guerra. Esse sono il perfetto contraltare delle armi di distruzione di massa,
nucleari, chimiche e biologiche. Laddove quelle costringono a considerare il nemico come una totalità
indifferenziata da distruggere, queste permettono di isolare e colpire i centri nervosi dell'avversario, cercandone la paralisi e non la distruzione. Ciò significa che questa tecnologia militare è, in se stessa, poco adattabile ad una politica
di sterminio al servizio di un odio indifferenziato. Cosa che rappresenta un enorme potenziale di cambiamento
rispetto ad una tradizione centenaria di evoluzione delle armi, sempre improntata ad una maggiore distruttività
in senso estensivo e indiscriminato. Se la guerra diventerà umanitaria (volendo continuare ad usare per
comodità tale locuzione), lo sarà perché al servizio di una politica umanitaria, o meglio di una politica che considererà
la guerra veramente e unicamente come extrema
ratio. Il punto essenziale dunque, della massima importanza
etica e politica, è che occorrerà un preciso atto di volontà, un autentico progetto insomma, per sfruttare in
modo innovativo la tecnologia bellica di
precisione. Bisogna dunque chiedersi chi potrà farsi carico di questo modo
di concepire e fare la guerra e perché, cioè quali dovranno essere i suoi
ius ad bellum e ius in bello.
Sembrerebbe che vi sia già un attore dotato dei requisiti giusti: la comunità internazionale. Allo scopo di
ripristinare la pace e la sicurezza internazionali è ammesso, da parte del diritto internazionale, l'uso della forza
militare e con metodi strettamente funzionali al ristabilimento del diritto violato, cioè non sterministici e punitivi
in modo indiscriminato. Qui nasce il potenziale di utilizzo delle armi di precisione. Infatti, allo stato attuale
delle cose, le Nazioni Unite sono incapaci, per carenza di strutture e strumenti, di condurre una guerra in proprio
e sono costrette a delegare ad altri attori internazionali la conduzione bellica, con i ben noti e sperimentati difetti
di subordinazione politica e ambiguità morale. Se la tecnologia lo dovesse però permettere, e lo farà, non è
inconcepibile pensare ad un tipo di guerra proprio ed esclusivo delle Nazioni Unite, sostanzialmente diverso, per
selettività e antistragismo, da quello praticato da altri attori internazionali. Questa considerazione è rafforzata dal
fatto, come diremo tra poco, che bisogna aspettarsi nel futuro numerosi episodi di massicce violazioni dei più
elementari diritti umani in varie zone del mondo. Se si vuole evitare il doppio pericolo di non fare nulla,
lasciando che i genocidi si compiano, o all'opposto di fare troppo, attuando a propria volta una guerra di sterminio, è
vitale mantenere alla guerra umanitaria entrambe le sue caratteristiche reciprocamente interagenti, una di natura
morale (l'obbligo a intervenire), l'altra permessa dalla tecnologia di precisione (sconfitta del violatore attraverso
la paralisi e non la distruzione totale).
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Dal saggio Armi e democrazia. Sull'antitotalitarismo contemporaneo
Per una teoria riformista su armi e democrazia
La crisi del diritto internazionale
I problemi della riforma del diritto internazionale, delle istituzioni sovranazionali e del trattamento da
riservare alle dittature sono strettamente correlati, anche se non coincidenti: abbiamo già visto come due guerre
siano state decise violando le regole internazionali, sia pure con enormi differenze tra i due conflitti. Converrà
comunque prima spendere qualche parola sullo stato delle istituzioni internazionali, specialmente le Nazioni Unite.
Esse risentono ormai in modo macroscopico delle loro origini; essendo nate dopo una guerra nettamente
imperialista e ideologica, hanno voluto rimarcare, attraverso la ricerca del consenso tra i popoli e i governi, l'uguaglianza
tra gli uni e l'indipendenza degli altri. Ma ormai il modello dello stato non si accorda, non si sovrappone più con
la precisione di un tempo alla brulicante realtà degli uomini concreti. Le linee di frattura e di odio corrono
attraverso gli stati, enormi masse di persone perdono il loro diritto di cittadinanza e vengono percepite come nemici
da coloro, altre masse immense, che vivono sotto lo stesso cielo e la stessa logora bandiera. A tutto ciò va
aggiunta l'inaccettabilità di considerare ancora valida la gerarchia di
status uscita dal secondo conflitto mondiale: paesi
e continenti sono esclusi dalla struttura permanente del Consiglio di Sicurezza; parti intere della Carta delle
Nazioni Unite sono disattese, prima fra tutte quella che statuisce la creazione di vere strutture militari, espressioni
della comunità internazionale.
Da una lettura anche distratta delle norme costitutive delle Nazioni Unite, emerge un modello che ha poco
a che fare con la guerra tradizionalmente intesa. Il fatto che sia prevista, da parte dei paesi membri, la messa
a disposizione dell'Onu di contingenti armati (artt. 43-45), sotto il comando operativo di uno stato maggiore,
dipendente a sua volta dal Consiglio di Sicurezza (art. 47, mai attuato) e formato dai massimi ufficiali dei
paesi facenti parte del Consiglio stesso, è molto lontano dalla pratica, più volte sperimentata (dalla guerra di Corea
alla prima guerra del Golfo) di delega a fare una guerra in nome e per conto delle Nazioni Unite. È chiaro
insomma che la comunità internazionale avrebbe dovuto, se la Carta dell'Onu fosse stata compiutamente attuata,
assumersi in proprio e direttamente la responsabilità della gestione della forza militare.
Sarebbe sciocco, in questa sede, cercare di formulare una ricetta per la riforma del Consiglio,
dell'Assemblea, del Segretariato generale e dei loro rapporti reciproci; quello che è certo è che occorre porre rimedio
alla carenza di rappresentatività all'interno delle Nazioni Unite, sia nel senso che stati o agglomerati di stati non
sono adeguatamente rappresentati in sede decisionale, sia per quanto riguarda il riconoscimento del ruolo di tutti
gli altri attori non statuali che animano il panorama internazionale. La piena attuazione di quanto previsto nella
Carta dell'Onu, per quanto riguarda le strutture e la funzionalità dell'organizzazione stessa, è dunque la prima e
fondamentale tappa per attuare una seria politica riformista della guerra.
L'altra fonte di inefficacia delle Nazioni Unite e del diritto internazionale sta proprio nelle ragioni per cui
una guerra sarebbe ammessa; consentirla solo in caso di aggressione o per ristabilire la pace e la sicurezza tra
le nazioni lascia fuori una fattispecie che ha già dimostrato di essere prevalente, o comunque non mai assente,
nei conflitti contemporanei e cioè l'uso programmato del terrore all'interno di confini statuali da parte del
potere locale ai danni di una parte più o meno rilevante della propria popolazione; il genocidio dunque come arma
di politica interna. Dalla Cambogia di Pol Pot all'Argentina dei
desaparecidos, dal Ruanda al Kosovo la
tendenza appare in crescita ed è espressione diretta del processo per cui il nemico non sta più necessariamente
all'esterno dei confini ma al loro interno. Ciò conduce ad un doloroso paradosso: poiché il genocidio interno non
interferisce necessariamente né con la pace né con la sicurezza internazionale, il diritto internazionale non è in
condizione di autorizzare alcuno a intervenire per porre fine allo scempio. In questo senso, la guerra contro la Serbia
del 1999 ha assunto valore paradigmatico: la Nato ha bloccato il possibile genocidio degli albanesi kosovari,
ma violando sostanzialmente il diritto internazionale.
Ecco dunque il dilemma quasi esistenziale: una democrazia, posta di fronte ad un genocidio interno, ha
il diritto e il dovere di intervenire e con quali modalità? Abbiamo appena detto che il diritto di intervenire, il
cosiddetto "intervento d'umanità", è proibito dalla legge internazionale. Una teoria riformista della guerra deve
invece porsi il problema di veder riconosciuto tale diritto, codificato in forma rigorosa e sotto autorizzazione delle
Nazioni Unite. In presenza di un potere politico che in modo teorizzato, pianificato e organizzato decida di
violare in modo sistematico e massiccio i diritti fondamentali (quelli statuiti dalla Carta dei diritti dell'uomo delle
Nazioni Unite, per intenderci) di una consistente parte della propria popolazione, allo scopo di attuare un progetto
politico dichiaratamente discriminatorio, la comunità internazionale dovrebbe poter legittimamente e legalmente
mettere da parte il rispetto del principio di sovranità e poter muovere guerra al regime che si macchi, o stia per
macchiarsi o dichiari di volersi macchiare, di tali delitti, beninteso una volta che siano state esperite tutte le altre
possibilità di intervento a livello internazionale.
Naturalmente, sono moltissime e fondatissime le critiche che si possono rivolgere a tale approccio. Esse
si dividono tra critiche alla decisione di intervenire e obiezioni ai modi dell'intervento. Per quanto attiene al
diritto di intervenire, è evidente che ci si deve focalizzare solo su violazioni dei diritti umani fondamentali, quelli
attinenti all'esistenza e integrità fisica delle comunità. In caso di violazioni di altri diritti, se pure di enorme
importanza (per esempio quello di avere elezioni, libere e regolari) bisognerebbe astenersi dall'intervento di umanità.
Occorre sempre ricordare che stiamo parlando da una parte di intervento militare, che comporta, per sua stessa natura, rischi enormi e dall'altra di una estensione della possibilità, per la comunità internazionale, di violare la
sovranità di un paese, che, piaccia o no, è il pilastro del sistema internazionale. Se dunque si vogliono estendere
i casi in cui le Nazioni Unite possano muovere guerra ad un paese, bisogna veramente limitarsi a quelli che
rivestono la massima gravità. Per le restanti fattispecie, rimando alla trattazione riguardante le dittature, di cui
accenneremo tra poco.
Un altro principio fondamentale deve essere sempre mantenuto ben saldo: qualsiasi intervento, che si
sia verificata un'aggressione, una minaccia alla pace e alla sicurezza internazionale o un genocidio, dovrà essere
di tipo reattivo: la guerra preventiva deve restare fuori legge e proibita! Certo, qualcuno potrebbe sostenere che
in questo caso dovremmo aspettare che il genocidio si verifichi prima di poter reagire, ma l'obiezione non
regge perché una violazione dei diritti umani particolarmente grave non si improvvisa dalla sera alla mattina, e la
comunità internazionale avrebbe il tempo per prepararsi. Molti
autori sostengono poi che non è facile mettersi
d'accordo su cosa significhi esattamente "diritto umano", che quella dei diritti umani è un'ideologia o comunque
una formulazione nata dalla cultura occidentale e valida solo per essa, non per altre culture, e che quindi
l'intervento di umanità non sarebbe altro che un modo mascherato per fare del colonialismo. Per questo sostenevamo
che occorre essere restrittivi e muoversi solo nel caso in cui grandi masse di persone rischino la vita o
l'integrità fisica; d'altra parte, per quanto sia vero che, storicamente parlando, la dottrina dei diritti umani sia farina
del sacco occidentale, non è meno vero che da una parte essa è stata recepita dalla legge internazionale,
dall'altra possiamo supporre che anche i popoli non occidentali non ambiscano in modo particolare ad essere uccisi,
torturati o deportati in massa.
È vero anche che esiste un'altra obiezione di fondo: come si potrebbe muovere guerra, che è pur sempre
un crimine, come se fosse un atto giuridico valido? Si sostiene insomma che attualmente il diritto
internazionale riconosce sì l'uso della forza bellica (per autodifesa di uno stato o della comunità internazionale) ma solo
come eccezione e non come facoltà riconosciuta per altri
motivi. È evidente che qui siamo al nocciolo della
questione: come si può giudicare "giusta" una guerra (perché questa è la conseguenza, l'allargamento dei casi in cui
una guerra è considerata tale) non fatta per autodifesa, ma per punire (con la pena di morte, poi...) chi ha violato
dei diritti umani e magari neppure i veri violatori ma solo il popolo cui essi appartengono? Coloro che si
oppongono a questa obiezione sostengono la cosiddetta
domestic analogy: così come il diritto interno degli stati punisce
con la forza (e, talvolta, molta forza) i crimini che violano il patto sociale tra i cittadini, e tale violenza è giusta
perché è legale, così il diritto internazionale può punire i crimini internazionali attraverso un uso della forza, che si
può anche definire guerra, seppure di un tipo un po' particolare. Ovvio che i sostenitori dell'obiezione riportata
non accettano l'equiparazione tra diritto interno e internazionale. Il fatto è che questo è un nodo che solo la
politica, nella sua accezione più alta, può sciogliere. Se si decide che certi comportamenti debbano essere sanzionati,
è giusto che la scelta politica di sporcarsi le mani venga presa, come, in modo molto drammatico, ha
dimostrato la guerra del Kosovo. Penso che una teoria riformista della guerra debba accettare questo peso, essendo
l'alternativa, lasciare che certi avvenimenti accadano, moralmente troppo ripugnante. È vero che una guerra,
che colpisce sempre degli innocenti, non si può equiparare ad un'azione di polizia, che gli innocenti cerca invece
di tutelare; ma è anche vero che una guerra antisterministica, come quella di cui parliamo, non è l'anticamera
di Auschwitz, semmai è il modo per impedire che Auschwitz si ri-avveri.
I modi dell'intervento costituiscono un altro dilemma non facilmente risolvibile. Una democrazia che si
appresti ad un'azione come la guerra alla Serbia del 1999 non può e non deve accontentarsi di una eventuale
"giustezza" assicurata dalla comunità internazionale. I suoi metodi di guerra sono altrettanto importanti e
qualificanti dei fini: va quindi nettamente respinta l'idea che "visto che li dobbiamo salvare dal genocidio, abbiamo le
mani libere". Con la tecnologia a nostra disposizione possiamo e dobbiamo permetterci di non seguire l'esempio
dei nostri nonni, che furono costretti a distruggere l'Europa per poterla liberare. Anche in questo caso,
possiamo trarre dalla guerra contro la Federazione jugoslava alcuni fondamentali principi d'azione. Primo, chi deve
essere attaccato è il regime, nelle sue strutture fisiche di potere, e non il popolo, neppure se il suo consenso al
governo fosse forte: sì alla distruzione dei palazzi e dei centri vitali della
nomenklatura, no al bombardamento di
quartieri popolari. Secondo, per quanto è possibile utilizzando tutti gli strumenti offerti dalla tecnologia, l'azione
deve essere volta a risparmiare danni alle persone fisiche e all'ambiente. Terzo, l'azione deve essere volta a
bloccare il progetto politico del regime nelle sue effettive manifestazioni operative: se si ammassano sui treni migliaia
di persone, si distruggano i binari; non si deve puntare prioritariamente all'abbattimento del regime: la storia
ha dimostrato che i contraccolpi di una sconfitta militare spesso fanno implodere i regimi autoritari e
repressivi. Quarto, per quanto possibile deve essere evitata l'occupazione fisica del territorio dello stato oggetto
dell'intervento, che creerebbe inevitabilmente più
vittime.
Le critiche che possono essere rivolte a questa impostazione sono numerose e possiamo ispirarci, a mo'
di esempio, a quelle che animarono il dibattito ai tempi della guerra del 1999. Si disse per esempio che i
cittadini serbi vennero colpiti al posto di Milosevic; che occorre guardare alle conseguenze delle proprie azioni, non
alle intenzioni: se le conseguenze sono cattive, lo diventano anche le intenzioni; che una guerra fatta secondo i
principi che sopra abbiamo delineato finirebbe per sembrare più "accattivante" e "vendibile" di una guerra
"cattiva", cosa che la renderebbe più bene accetta alla pubblica opinione e passibile di numerose repliche. Tutto molto vero. È anche vero però che è utopistico pensare di compiere qualsiasi azione senza fare errori o andare
incontro a conseguenze non volute; in questo genere di avvenimenti si deve sempre tenere presente l'alternativa,
non fare nulla, che crea disastri maggiori. D'altra parte, se avviene che la polizia uccida un innocente, non per
questo crolla il diritto interno di uno stato; né è pensabile che, volendo lasciare la situazione allo stato attuale,
qualunque intervento delle Nazioni Unite, anche il più legale e "giusto", non comporti errori, abusi e incidenti.
Per ricapitolare, una teoria riformista della guerra, quale stiamo tentando di delineare, dovrebbe fondarsi
sui seguenti presupposti: per quanto riguarda il diritto di fare la guerra
(ius ad bellum), essa deve rimanere di
carattere reattivo, e assolutamente non preventivo, pur aumentando le fattispecie previste dal diritto
internazionale includendovi la reazione a pianificate, continuate ed estese violazioni dei diritti umani fondamentali. La
seria codificazione e regolamentazione del diritto di intervento d'umanità servirà, tra l'altro, ad evitare che, con
la scusa dell'intervento umanitario, si possano fare guerre per motivi meno nobili. Detto in altri termini,
allarghiamo, ma non troppo, i casi previsti per fare legalmente e legittimamente la guerra, così da evitare che una
legislazione troppo restrittiva, come quella attuale, possa essere, appunto per questo, più facilmente aggirata o
usata come pretesto.
Per quanto riguarda i modi di conduzione della guerra
(ius in bello), essi dovranno essere, per quanto
possibile, volti al risparmio di vite, beni e integrità ambientale, con l'ausilio di armi di precisione e armi non
letali, e cioè dovrà esservi proporzionalità nell'uso dei mezzi e discriminazione nella scelta dei bersagli. Non resta
che augurarsi che la delittuosa impresa irachena non renda impossibile, in futuro, intervenire per fermare un
genocidio in qualche luogo del pianeta, a causa del disgusto dell'opinione pubblica per la stessa parola "intervento".
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