Invito alla lettura di:

Il labirinto
Saggi sulla guerra contemporanea
di Paolo Ceola

Napoli, Liguori, 2002, pp. X-384, € 20,00



Dall'ottavo saggio

Scenari



Scenario quarto: "C'est magnifique, mais ce n'est pas la guerre" . Ovvero la guerra del Golfo

Assomiglia a una grossa cimice nera. Non ha una sola linea tondeggiante: solo superfici triangolari saldate le une con le altre. Costruito e verniciato con materiali speciali e costosissimi, viaggia solo di notte: è talmente esclusiva questa appartenenza alle tenebre che l'orecchio interno dei suoi piloti rischia di soffrirne gravemente. Durante i voli di collaudo accaddero degli incidenti proprio perché i piloti ad un certo punto si rifiutarono di dar retta agli strumenti e presero il cielo per la terra. Non ha bombe e missili appesi sotto le ali cosicché a vederlo rullare non ha niente di spettacolare, non ha quell'aspetto affascinante e minaccioso che hanno gli altri aerei. È un'ombra, un'ombra mortale: i suoi carichi bellici li porta dentro di sé e non sono carichi enormi, poche tonnellate di bombe guidate con il laser. Eppure quest'ombra nera, l'F117, ha messo in poche ore in ginocchio uno dei più potenti esercito del Medio Oriente, quello iracheno, nel 1991.

Il potere aereo americano, pur rovesciandogli addosso un quantitativo di bombe, in milioni di tonnellate naturalmente, ben superiore a quello lanciato contro i tedeschi nella seconda guerra mondiale, non riuscì a vincere il Nord Vietnam in dieci anni; lo stesso potere aereo ha ridotto in poco più di quaranta giorni l'esercito di Saddam Hussein a una massa di gelatina tremolante. Perché? Perché il più grosso bastone posseduto da uno stato in tutta la storia militare del mondo a volte fallisce e a volte stravince? Perché quella del Vietnam fu una lunga, estenuante e inconcludente agonia militare e la guerra del Golfo è stata, come è stato detto (Asor Rosa, 1992 [M]), più un'esecuzione che una guerra, cioè una specie di marcia trionfale alla fine della quale il differenziale delle perdite, tra le parti in lotta, è stato grottescamente a favore degli occidentali, in una proporzione che nella Storia si è verificata magari dopo certe battaglie, come quella di Azincourt del 1414, ma forse mai dopo un'intera guerra?
Non è una questione di potenza delle armi: sempre della più formidabile arma aerea mai vista si tratta. La risposta sta nel fattore politico più che in quello tecnologico che pure, come si dirà, è stato importantissimo. La risposta risiede anche in un terzo fattore: la delimitazione, mentale e fisica, da parte degli americani di quello che si potrebbe definire uno "spazio dell'uccisione libera". Ma andiamo per ordine.
Non è casuale che i pianificatori dell'attacco aereo sull'Iraq abbiano battezzato l'operazione Instant Thunder [Tuono Istantaneo]: è un preciso riferimento all'operazione Rolling Thunder [Tuono Rotolante], la campagna di bombardamenti sul Nord Vietnam e sulle zone occupate dai Vietcong nel Sud Vietnam che durò tre anni, dal 1965 al 1968, e che fallì miseramente nel suo intento che era, sic et simpliciter, vincere la guerra. Proprio qui sta il punto. Le incongruenze della politica militare dell'amministrazione Johnson costituiscono un caso quasi da manuale su come si faccia a non vincere, se non a perdere, una guerra, pur essendo di gran lunga i più forti. Johnson voleva troppe cose tutte insieme: stroncare la resistenza nordvietnamita, battere la guerriglia al sud, non porsi ai ferri corti con URSS e Cina e, last but not least, non togliere, a causa della guerra, un solo dollaro al suo vasto programma di riforma all'interno degli Stati Uniti. Per far ciò, parve ovvio affidarsi a ciò che di meglio si aveva a disposizione: l'arma area, che in effetti seppellì di bombe tutto il Vietnam al prezzo di oltre cinquecento aerei abbattuti. Risultato strategico, zero. Oltretutto, rimettendoci economicamente, se è vera la stima CIA (Clodfelter, 1991 [W]) secondo la quale, nell'anno 1967 preso ad esempio, per ogni dollaro di danni causati al Nord Vietnam, gli Stati Uniti ne dovettero spendere quasi dieci. Ma, al di là dei soldi, sono stati gli sbagli militari a contare. Tanto per cominciare, si attribuirono ai guerriglieri del sud valori e modi nel combattimento propri invece della mentalità occidentale. Charlie combatteva a una media di un giorno al mese, in quegli anni: tanto bastava per tenere sulla corda americani e governativi. Perciò i Vietcong non avevano bisogno di grandi rifornimenti, logistica o armi pesanti: da qui l'assoluta inutilità dei bombardamenti. Gli aerei colpivano spesso solo l'acqua delle risaie. Aerei che, ci crediate o no, andavano spesso in missione con carichi bellici dimezzati: la ragione era che così si potevano moltiplicare le missioni, unico criterio statistico di "efficacia" escogitato a Washington per dimostrare che ci si stava dando molto da fare… (Clodfelter, 1991 [W]). Per non parlare poi della rivalità esistente tra Aviazione, Aviazione della Marina e Aviazione dei Marines; ognuna faceva la guerra per conto proprio, cercando di dimostrare di fare più missioni delle altre.
Quando si trattò di bombardare il Nord Vietnam, la musica non cambiò. Si cercò di spianare un paese già spianato, nel senso che aveva poche infrastrutture "dure" che valessero una bomba; inoltre la popolazione era unita sotto la sua leadership, quindi moralmente coesa e abbastanza paziente da sopportare i raid dei B52. Insomma, un disastro: motivato dalla incongruenza tra scopi politici e mezzi impiegati a raggiungerli.

Come è noto, ad un certo punto la patata bollente vietnamita passò nelle mani di Nixon che fu più fortunato, ma soprattutto più abile del suo predecessore e per questo riuscì ad adeguare fini e mezzi. Nixon non voleva vincere la guerra, voleva uscirne e, grazie alle manovre diplomatiche di "SuperHenry" Kissinger, poté contare sulla accigliata neutralità delle grandi potenze comuniste. Inoltre i Nordvietnamiti gli diedero una mano: nel 1972 decisero che era venuto il momento di farla finita e misero in movimento verso il sud il grosso del loro esercito, dodici divisioni pesantemente armate (divisioni classiche, alla russa) e con tutto il relativo circo logistico al seguito. Finirono così in bocca a due mastodontiche campagne di bombardamento aereo, chiamate Linebacker I e II, che li obbligarono invece a sedersi al tavolo negoziale. Un altro elemento che aiutò Nixon fu l'avvento delle armi guidate con precisione, in particolare le LGB (Laser Guided Bombs): grazie a loro, ponti che non erano mai stati colpiti crollarono, oleodotti rimasti intatti furono distrutti, ecc. In conclusione, i fini politici limitati di Nixon avevano trovato lo strumento giusto proprio perché a sua volta limitato; entro questi limiti gli Americani spadroneggiarono e poterono ottenere quello che volevano: andarsene.

Si diceva di Instant Thunder in opposizione a Rolling Thunder. In occasione della guerra del Golfo la gradualità e il condizionamento politico-burocratico di Rolling Thunder sono stati sostituiti dall'asfissiante, micidiale e onnipresente campagna nel deserto. Non precorriamo però i tempi; torniamo alla Politica da cui tutto ha origine.
Gli obiettivi politici americani erano, se pure grandiosi, di fatto limitati: ripristinare lo status quo petrolifero, eliminare le armi di distruzione di massa irachene, "liberare" il Kuwait (cioè ripristinarne il ruolo di cliente-partner), mantenere l'Iraq abbastanza forte da controbilanciare l'Iran; testare nuove armi; rafforzare, servendosene nel contempo come giustificazione, la cogenza del diritto internazionale. Se Saddam ci avesse lasciato la pelle o il potere, sarebbe stato grasso che colava; ma non era essenziale. Niente vittoria totale a livello macrostrategico, niente guerra assoluta, niente sconvolgimenti geopolitici in un'area dove meno cose succedono meglio è. Il presidente Bush si è dunque mosso entro un quadro politico coerente e razionale. La lezione degli errori vietnamiti è stata inoltre ben compresa e applicata: niente particolarismi tra le forze armate e soprattutto le aviazioni della coalizione, poiché tutte operavano sotto la direzione di un pugno di ufficiali, che lavoravano giorno e notte a stilare elenchi di bersagli per tutti.

Se gli americani hanno preparato il ceppo e la scure, l'Iraq e Saddam hanno fatto del loro meglio per metterci la testa. Paese semi-industrializzato, con grandi infrastrutture vulnerabili, senza la giungla a proteggerlo, l'Iraq soffriva inoltre, e soffre tuttora, di una malattia tipica di tutti i paesi a regime totalitario: l'accentramento del potere che, dal punto di vista militare, vuol dire avere un "sistema nervoso" (comunicazioni, controllo, informazioni, ecc.) che si avvicina a quello dei monocordati. Tutto andava a Saddam, tutto ne veniva; e se non era Hussein, era comunque una ristretta élite: in ogni caso la leadership irachena era troppo monolitica e accentrata, facile, se non da colpire, da isolare dal resto del paese.
Mentre Bush evitava un altro errore di johnsoniana memoria e dava piena autonomia ai militari dopo aver fissato i paletti politici, Saddam si dimostrava un comandante militare, oltre che inetto, condizionato dai cliché tipici dell'antiamericanismo, che sono patetici non tanto in quanto antiamericani quanto perché sempre in ritardo di almeno una decina d'anni. In breve, gli Stati Uniti non avrebbero sopportato gravi perdite umane (e fin qui, forse...) e l'arma aerea non avrebbe potuto decidere della sorte della guerra, così come d'altra parte mai era accaduto. Qui Saddam si sbagliava e i fatti ci misero poco tempo a dimostrarlo.
Le cimici nere fecero da avanguardia a duemila aerei alleati, che scaricarono sull'Iraq duecentocinquantamila tra bombe e missili, in quarantadue giorni. Di questo diluvio solo novemila erano LGB: rapportando la loro precisione a quella sperimentata nel secondo conflitto mondiale si può affermare (Deptula, 1998 [W]) che in molti casi una sola LGB, portata da un solo aereo in una sola missione, ha fatto il lavoro per cui cinquant'anni fa ci volevano, sempre in termini statistici, diecimila missioni e novemila bombe. Gli F117 Stealth (le nostre cimici volanti) hanno compiuto il 2 per cento di missioni sul totale colpendo da soli il 44 per cento degli obiettivi vitali nelle prime ventiquattro ore di guerra e con una precisione che lascia sbalorditi. Sempre riferendosi all'ultimo conflitto, allora solo il 20 per cento di bombe cadeva entro un raggio di trecento metri dal bersaglio... contro i tre metri dal bersaglio di una singola bomba guidata con precisione.

Non è stata solo una guerra aerea di precisione, è stata una guerra che ha cambiato (in che misura e per quanto tempo lo diranno i posteri, alla luce dei prossimi conflitti) il concetto stesso di guerra: non più distruzione massiccia e indiscriminata dell'avversario né il suo esaurimento per attrito, ma la ricerca della sua paralisi. Grazie alla tecnologia che rende invisibili ai radar e alle armi di precisione si sono colpiti contemporaneamente gli insiemi di obiettivi che in passato si colpivano in sequenza: centri di comunicazione, basi militari, installazioni produttrici di energia, vie di comunicazione. L'esercito iracheno prima di tutto è sprofondato nel silenzio e nel buio. Cinquanta obiettivi fondamentali di vario genere vennero colpiti in tutto l'Iraq nella prima ora e mezza, centocinquanta nelle prime ventiquattro ore. Questa è stata la guerra del Golfo: una guerra per paralizzare, non per distruggere, tanto è vero che Baghdad fu essenzialmente trascurata: solo dieci LGB e trentatré missili cruise nella prima notte, duecentoquarantaquattro LGB e ottantotto cruise in tutta la guerra, cioè solo il 3 per cento di tutte le armi di precisione lanciate (Deptula, 1998 [W]).
Una guerra vinta, perché gli obiettivi politici erano congrui rispetto ai mezzi; stravinta, perché i mezzi erano quel che erano. Attenzione, però, manca ancora un fattore, quello che ha trasformato la guerra virtuale-informatica in una esecuzione con molto sangue. La paralisi della leadership irachena, l'atterramento delle infrastrutture civili e militari e l'isolamento dai media hanno permesso l'autentico tiro a segno nei confronti dell'esercito di terra iracheno. Gli alleati si sono riservati una zona di uccisione libera, moltiplicandone gli effetti proprio perché entro una cornice politico-diplomatico-strategica ben definita. Il lavoro sporco non l'hanno eseguito gli F117 e gli altri ordigni-gioiello, ma altre armi.

Lo squalo si muove piano, la sua immagine trema nell'aria del deserto... I suoi denti sono dipinti sul muso di un'arma, che avrebbe potuto decidere di una eventuale guerra in Europa. L'A10 è un brutto aereo, concepito espressamente per distruggere i carri armati, i veicoli corazzati per trasportare la fanteria e i bunkers. La sua arma principale è un lungo cannone a canne rotanti da trenta millimetri di calibro. La spaventosità di quest'arma sta nel fatto che spara proiettili pesantissimi, in quanto massicciamente rivestiti di uranio decaduto, che ha un peso specifico altissimo. Bastano pochi colpi, a volte uno solo, per distruggere un carro armato da cinquanta tonnellate.

È stato calcolato (Lefkir-Laffitte, 1995 [W]) che sono stati sparati dagli A10 novecentoquarantamila colpi di questo tipo, ognuno con trecento grammi di uranio; i carri americani e inglesi ci hanno aggiunto altri quattromila colpi da centoventi millimetri, con un chilogrammo di uranio ciascuno; per un totale di circa trecento tonnellate di materiale radioattivo impoverito. Ma quanto impoverito? Esplodendo il proiettile produce una cascata di minutissime scintille e in parte diventa aerosol che viaggia nell'aria e nell'acqua, viene mangiato, bevuto e inalato. Sono in molti a sostenere che l'uso dei proiettili rivestiti di uranio impoverito, durante la guerra del Golfo e successivamente nella campagna per il Kosovo del 1999, abbia creato gravi problemi di inquinamento e tossicità.
Non furono solo gli A10 a fare allenamento di tiro con i soldati iracheni; ci si misero gli elicotteri Apache e tutta la panoplia aerea dell'Occidente compresi, tanto per cambiare, i sempiterni B52. Come forse si ricorderà, il peggio avvenne nei giorni 25 e 26 febbraio 1991, lungo l'autostrada che va da Jahra a Basra, da allora chiamata "l'autostrada per l'inferno". Qualcuno, come Greenpeace (cit. da FAS, 1998 [W]), parla di venticinquemila morti e quattromila carri distrutti in ventiquattro ore.
Occorre ricordare che gli americani usarono anche il meglio del loro arsenale di bombe convenzionali "stupide", cioè non guidate con precisione, come la clusterbomb Sadeye, un contenitore che sparge su un'area amplissima milleottocento bombette con mezzo chilo di tritolo e seicento schegge d'acciaio affilate come rasoi ciascuna; oppure come le Fuel-Air-Explosives, le più potenti bombe al di fuori dell'ambito nucleare, capaci di temperature e sovrapressioni altissime. La strage è stata senza remissione, l'esercito di Saddam ha pagato il fatto di essere stato abbandonato da tutti: capi, media e grande Politica.

Questa probabilmente sarà la guerra del futuro o meglio una delle sue tipologie più frequenti. Non più assolutizzazioni della politica né quindi guerra assoluta, ma politica accorta, scacchistica, volta al riaggiustamento di macroequilibri di potere e, accanto e come conseguenza di ciò, più livelli nell'erogazione della violenza: paralizzante per quanto riguarda le macrostrutture logistiche e decisionali del paese avversario, devastante all'interno di aree geografiche o sistemiche particolari.
In ogni caso la guerra del Golfo ha ribadito che la vittoria in guerra si consegue se le opzioni strategiche si pongono al servizio di obiettivi politici ben definiti, a loro modo razionali, non viziati (o non troppo viziati) da venature ideologiche o pseudofilosofiche e che le armi, anche le più potenti, non devono condizionare l'elaborazione politica. Dal punto di vista della tecnologia militare essa ha, in modo probabilmente definitivo, sanzionato che la sinergia tra dimensione aereospaziale (non bisogna mai dimenticare il ruolo fondamentale dei satelliti per l'osservazione e le comunicazioni), tecnologia stealth, armi di precisione e informatica è il nuovo ambiente e parametro della guerra. È cambiato in particolare il concetto di "massa" militare: non più spiegamento di forze, ma proiezione di forze; non più separazione temporale e concettuale tra i livelli di operazioni ma contemporaneità e sinergia; non più, in un mondo politico-strategico simile a un negozio di cristalleria, la ricerca dell'annichilazione del Nemico, ma il perseguimento del controllo dei suoi atti.
Se vittima vi deve essere, sarà semmai trascinata, per essere uccisa, nel retrobottega.

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