Invito alla lettura di:

Pagine di guerriglia
L'esperienza dei garibaldini della Valsesia
di Cesare Bermani

1996, pp. 372, € 20,00



Dal capitolo LXXIII



Il dopoguerra e le armi

Con l'approssimarsi della liberazione gli Alleati erano seriamente preoccupati della forza acquisita dalle formazioni garibaldine di Moscatelli, da loro considerate come un potenziale nemico.
L'atteggiamento dei dirigenti del Soe nei confronti di queste formazioni è descritto in una lettera del dottor Antonio Costanzo, fatta pervenire da Roma in data 29 marzo 1945 a Mario Lanza, fiancheggiatore delle formazioni di Moscatelli: «Caro Mario, [...] se voi siete in funzione siate benedetti nei vostri sogni. Io sono virtualmente prigioniero degli amici di Rossi [John Mac Caffery] i quali mi hanno dichiarato che sono bloccato qui e che non ritornerò più né al Nord, né in Svizzera. [...] Io sono venuto qui con piena lealtà e mi hanno fregato perché pensano che io sia uno degli esponenti del partito di Cino. La colpa che mi fanno è di essere troppo amico dei Garibaldini e di essermi troppo occupato di loro. [...] A Cino devi dire che io non sono stato interrogato sul loro contributo, sulle loro necessità, sulla loro realtà, ma soltanto sui loro connotati, dati somatici, nomi e cognomi quasi che i capi garibaldini debbano essere arrestati appena questi vengono al Nord. A Cino e a Ciro raccomanda di considerarli solo e sempre dei nemici che vogliono disgregare e annullare e non riconoscere il contributo dato dalla Resistenza italiana. [...] Naturalmente di Franck non so niente, lo utilizzeranno in valle per scovare i comunisti di Cino».
Prima di rendere le armi si doveva tenere conto anche di queste possibili intenzioni degli inglesi, o meglio degli Alleati.
Gli americani avevano infatti una grande considerazione di Moscatelli e lo testimonia anche Elio Soliani, che fu nel dopoguerra in Questura a Novara: «Io notai, quando ci si sedeva attorno a un tavolo, il prestigio che godeva Moscatelli presso gli americani. Moscatelli per loro era proprio il condottiero militare che aveva, nella sua zona, ed anche fuori della sua zona, creato il mito di Moscatelli. Ed era molto ascoltato».
Tuttavia questo aveva fatto sì che gli americani fossero stati più che espliciti proprio con lui sul fatto del disarmo e lo ha ricordato lo stesso Moscatelli in un suo intervento teso a mettere in luce come durante la Resistenza l'unità vera tra le varie formazioni partigiane fosse stata «l'unità nella lotta; e [...] era sempre un'unità combattuta. C'erano cioè quelle forze che stavano davanti, che tiravano, c'erano quelle che stavano in mezzo, inerti, a farsi trascinare e poi c'erano quelle che stavano di dietro, ma tiravano dalla parte opposta. Era un'unità fatta così. Chi aveva più forza riusciva a trascinare anche gli altri. Non appena sono arrivate le forze Alleate in Italia e hanno rotto quel rapporto di forze che era esistito fino al 25 aprile, di lì è nata poi tutta l'operazione rottura dell'unità delle forze della Resistenza, come del resto tutta l'operazione rottura della unità delle forze politiche [...], hanno imposto a Parri di andarsene, così come è stata portata la rottura in tutte le istanze organizzative della nostra società italiana, dall'Anpi ai partiti politici raggruppati allora nel Cln, alle organizzazioni sindacali e così via.[...] Quando il generale Mark Clark è arrivato a Milano [...] m'ha mandato a chiamare [...]; c'era Longo, c'era Marazza, c'era Brusasca, c'erano tutti i dirigenti del Cln Alta Italia. Ha detto: "Moscatelli a casa, disarma tutti i tuoi. Bada io sono qui con cinquecentomila uomini, autoblinde, carri armati, aerei da bombardamento. Scegli". Cosa dovevamo fare? Io ho detto che quegli ordini lì non li ricevevo da lui ma li ricevevo soltanto dal mio comandante, in quel momento era Longo. Ma [...] ovviamente bisognava tenere conto... o affrontare, appena finita la guerra contro i tedeschi e i fascisti, un'altra guerra partigiana contro gli americani, per finire magari come è finito Markos in Grecia, oppure cercare di riorganizzarci in un altro modo per condurre avanti la nostra battaglia di allora».
Quando gli Alleati ordinarono alle forze partigiane di smobilitare e riconsegnare le armi, queste discussero se farlo o no, e furono ben pochi quelli che pensarono che bisognasse rifiutare l'ordine e opporsi agli Alleati.
Se opposizioni ci furono, vennero perlopiù da partigiani non comunisti e furono di tipo emotivo e comunque non trovarono eco alla direzione del Pci.
Il Pci, valutato che i rapporti di forza non permettevano di opporsi agli Alleati, poteva solo decidere se consegnare tutte le armi oppure nasconderle in parte.
Se vi furono dissensi nel gruppo dirigente del Pci, essi riguardarono questo solo punto, vedendo schierato da un lato Palmiro Togliatti e dall'altro Pietro Secchia e Luigi Longo, che pensavano fosse meglio nascondere una parte di quelle armi per ogni evenienza.
Ma la direttiva della consegna delle armi si scontrò però con una diffusa tendenza tra i partigiani a non farlo, per cui le disposizioni per la riconsegna impartite anche dal Pci e dagli altri partiti si trovarono disattese e prevalse un ben diverso comportamento di massa, non solo spontaneo laddove prevalevano comandanti garibaldini particolarmente legati a Luigi Longo e Pietro Secchia, come per esempio proprio nel Novarese, dove l'occultamento delle armi fu tutt'altro che scoraggiato da Cino e Ciro.
Così ricorda ancora Soliani: «Intanto nella Questura di Novara era uscita l'ordinanza, voluta dal Governo militare alleato, per la consegna delle armi. Credo che l'avvocato Repetto ci mise quindici giorni a fare quell'ordinanza, perché doveva essere un'opera d'arte e richiedeva del tempo. Conclusione: quando fu emessa l'ordinanza, Angin aveva già provveduto a fare scomparire tutte le armi».
E, a proposito di quell'ordinanza, Arrigo Gruppi "Moro", comandante dell'81a brigata Garibaldi "Volante Loss", mi ha riferito: «Verso la metà di settembre è uscito un manifesto firmato da Moscatelli, Gastone e Tia Grassi [comandante della Piazza di Novara] che diceva di consegnare le armi su richiesta degli Alleati. Chiedo a Moscatelli cosa devo fare e mi risponde : "Ma no, son cose formali! Non devi mica badare!". "Senti, per favore, ho un camion di roba. Vedi di liberarmi. Perché mi pare che ormai lo sanno tutti in giro". D'accordo con il Pesgu, ha mandato su un camion rimorchio, ho consegnato le armi e sono andate verso la Valsesia. Credo fosse la fine del '46».
La posizione di Cino e Ciro era comunque resa possibile dalla macroscopica tendenza spontanea a non riconsegnare le armi e con essa in piena consonanza.
Racconta Alessandro Maiocchi "Massiccio II", a proposito di quello che avvenne alla Cacciana, dove questa tendenza spontanea fu assolutamente in consonanza con gli ordini ricevuti: «Le armi sono state consegnate tante, però siccome i nostri padri sono stati castigati nel '22, noi abbiamo detto: "Teniamo una garanzia. Non si sa mai. Per mal che vada, ci difendiamo. Prima di andare in montagna...". C'era il pericolo della monarchia che lasciasse ancora crescere una dittatura; c'eran tanti che avevan quell'ideale lì: per fare una rivoluzione; però c'era anche gente che ragionava, che non era facile fare una rivoluzione. [...] Autoblinde, ce n'era in giro anche alla Cacciana. E gh'n'éva bûtà in gir, anche di carri armati. Ma un carro armato, se non lo tieni in funzione, dopo tre mesi deperisce per via dei congegni. Quindi era tenere uno spauracchio. Ma a una rivoluzione interessano poco i carri armati. Se tu fai una rivoluzione è la massa della società che si deve muovere».
Questa tendenza a tenere le armi fu comunque in certo modo favorita anche dai comandi americani, come racconta Luciano Brigliano, dattilografo del Comando di raggruppamento: «Siccome il Comando si è stabilito a Novara, io ho dovuto stare a Novara parecchi mesi. E sono tra l'altro stato presentato al comandante americano a Novara che era il generale Lee, italiano di origine, perché per il disarmo - siccome sapevo l'ubicazione delle formazioni e conoscevo i comandanti - hanno mandato me al Comando americano a Novara. Il generale Lee mi ha rifilato a un colonnello scozzese col gonnellino; perché io sapevo l'ubicazione e conoscevo i comandanti. Quindi, per esempio, un mattino è arrivato un sergente americano con un gippone con rimorchio, un altro gippone e alé, siamo andati dal Pesgu. Il Pesgu ha consegnato quello che ha consegnato, questi hanno caricato 'sti vecchi moschetti, rottami, hanno fatto il verbale, che una volta che lo avevi firmato quello che c'era c'era. Sono stati consegnati due o tre bazooka con neanche le munizioni e gli americani hanno detto: "Dove sono le granate?". "Le abbiamo sparate". Comunque gli americani, con il gippone e le armi, tornavano poi a Novara ubriachi fradici, perché a mezzogiorno avevano fatto lauti banchetti: dal Pesgu c'era ogni ben di dio. E vino. Insomma so che nel periodo che io sono stato a Novara gli americani hanno cambiato sei o sette sottufficiali, sono finiti tutti in prigione. Meno l'ultimo, che era di ferro, perché aveva visto l'esperienza degli altri. Quello era incorruttibile. Anche a Suno - dove c'era Andrei mi pare - avevano 'ste armi e dicono: "C'abbiamo un po' di esplosivo". Era plastico. Sì, però era bagnato e quando è bagnato il plastico esplode facilmente. E gli americani quando hanno visto il sacco bagnato sono scappati e hanno detto: "Buttatelo voi". Sicché le brigate hanno fatto quello che volevano e hanno consegnato quello che gli andava. L'unico fregato sono stato io, perché quando alla fine mi sono presentato a Novara e ho detto: "Abbiamo finito", lo scozzese col gonnellino m'ha risposto: "No, c'è ancora la sua pistola". E m'ha fregato la pistola. Ma i partigiani le armi se le sono tenute il più possibile. Io ho un amico di Quarona che è uno che della politica se ne frega ma è stato messo in galera perché l'hanno trovato con due o tre Sten. Anche lui voleva conservare il suo mitra».
In questa tendenza dei partigiani a restare in armi non vi erano quindi solo ragioni politiche generali, ma anche un complesso di forti ragioni psicologiche e già abbiamo parlato dell'attaccamento alla propria arma, dovuta al fatto che - come ricorda anche Arrigo Gruppi - «il mitra era un po' un freddo fratello della lotta di liberazione: dormiva al nostro fianco, questo mitra, questa pistola, questa bomba a mano. Le armi e una coperta sono state il fardello da portare in giro. Si è cominciato a cambiare i "91" con i mitra, poi i mitra a canna lunga con quelli a canna corta, mitra Beretta, parabello, maschinen pistole...».
Osserva Giancarlo Zuccotti "Full", che fece il periodo terminale della guerra di liberazione con l' "Osella" nella squadra di Lupo: «Siccome io avevo una mira buona, non avevo il mitra per il combattimento ravvicinato ma il fucile di precisione per sparare a distanza. Io penso che il mio fucile sia stato consegnato quattro o cinque volte. Io l'ho consegnato, ma poi a Grignasco questo faceva dei giri. E io ho tenuto la Beretta, la calibro 9. Era un atteggiamento diffusissimo tenere l'arma, tollerato dai comandi, anche se mai esplicitamente incoraggiato, perché eravamo tutti convinti fino a pochi giorni prima della smobilitazione di essere deputati a formare i primi reparti dell'esercito del popolo. Quella era la convinzione. Poi ci han dato 7.000 lire e un sacco di riso e ci hanno mandato a casa. Cosa ho pensato allora? Beh, prima di tutto, ti devo confessare: "Torno a casa". Arrivato a casa ancora in divisa e con la mia pistola, ho trovato Carlo Lombardi e gli altri compagni di Mortara, i fermenti politici di allora e ho iniziato la mia militanza politica nel Partito comunista. In quegli anni sono stato segretario di sezione e consigliere comunale. E sono rimasto nel Pci sino al '56. Comunque la mia generazione è passata da una delusione all'altra. Nasco con il fez in testa, il verbo era quello, non si conosceva altro e ci credevi, perché ti avevano condizionato al punto da crederci. Maturi e capisci che è una stortura, che è una dittatura e passi dall'altra parte. Fai la Resistenza, speri che quella sia la rivoluzione che cambi tutto e ti danno 7.000 lire, un sacco di riso e ti mandano a casa. E incominciano subito a demolirti la tua storia e a demolirti psicologicamente. Arriva la contestazione del '68, pensi: "Vuoi vedere che riprende?". Ed è un'altra delusione. E ciononostante sei qui che aspetti ancora...».
Per alcuni partigiani di estrazione borghese giocavano anche considerazioni legate alla dignità militare: «Chi ha riconsegnato le armi? - mi dice per esempio Carlo Riboldazzi, che pure non era comunista, ma garibaldino di origine cattolica, nel quale la rivendicazione della non riconsegna dell'arma si lega anche a umiliazioni posteriori a quei primi giorni dopo la Liberazione - I fessi. Io, il mio mitra non l'ho conquistato, però la maschinen pistole sì. D'accordo eravamo quasi alla fine, ma quella era la mia arma. Ho preferito romperla che consegnarla. Un Rastelli, che le armi se le è conquistate, perché doveva consegnarle? Agli ufficiali non hanno mica tolto la sciabola dopo la guerra! A noi hanno tolto persino la divisa! Nelle sfilate ci sono tutti ma non una divisa partigiana. Quel poveraccio del Marcodini, quando è venuta la sfilata del ventennale della Resistenza, era in divisa partigiana e ha avuto delle grane. Moscatelli, che era in divisa partigiana, l'hanno accettato perché era Moscatelli, ma non erano mica entusiasti, eh. [...] Io, come ufficiale, posso mettere la mia divisa con tanto di sciarpa azzurra e non posso mettere la divisa partigiana? Poi il fatto dei gradi partigiani: ci hanno preso in giro! Io ero sottotenente di complemento e allora mi hanno declassato a maresciallo».
Tenere l'arma era del resto in certi strati della popolazione quasi una necessità, qualora si volesse godere di un pieno consenso sociale e ha scritto efficacemente Gino Vermicelli - commissario politico della 10a brigata garibaldina "Rocco" operante nell'Ossola - che «nessuno tornò dalle montagne senza un'arma, un partigiano che fosse tornato a casa disarmato sarebbe stato lasciato dalla morosa».
Quindi gli stessi che avevano detto di sì alla riconsegna delle armi tuttavia un'arma la tennero, e tanto più se se l'erano conquistata in combattimento, anche perché una parte di loro era convinta che la lotta non fosse finita, che dopo la liberazione nazionale restasse da realizzare la liberazione sociale dai residui del fascismo e dalla divisione in classi.
Ma soprattutto c'era tra la gran massa dei partigiani la convinzione che si era sopravvissuti e si era battuto un nemico potente perché si era stati armati e che quindi conveniva restarlo.
E credo che questo lo abbiano pensato e fatto non solo i partigiani e i civili italiani ma quelli di qualunque paese abbia fatto la Resistenza.
Inoltre nel clima turbolento del dopoguerra tutti quanti i partiti mantennero a lungo forme più o meno robuste di organizzazione armata. E così fecero anche i garibaldini di Moscatelli: «Loro - racconta ancora Arrigo Gruppi - avevano l'idea di raccogliere il maggior numero di armi possibili perché speravano di fare domani una rivoluzione per instaurare un regime di tipo comunista. E quindi c'erano quantità notevoli di armi messe in sepolcri di vari cimiteri, tipo Vaprio d'Agogna. Comunque ognuno dei reparti partigiani che aveva un orientamento politico in senso rivoluzionario ha eseguito le disposizioni di occultare le armi, tant'è che ce ne sono in giro ancora adesso. Le ragioni: non ci si fidava di queste forze che subentravano dopo vent'anni di fascismo ed erano ancora fasciste. Quindi c'era anzitutto da salvaguardare i nostri ideali antifascisti. Poi speravano di fare domani una rivoluzione per instaurare un regime di tipo comunista. E quindi c'è stata appunto questa disposizione di occultamento delle armi, in cui anch'io ho avuto una parte e ho pagato anche di mia tasca».
Era una decisione tutta partigiana, quella di Cino e Ciro, non del Pci, o quantomeno non di tutto il Pci.
Giorgio Amendola del resto ha ricordato che negli anni successivi alla Liberazione il Pci era «una forza ribollente e non politicamente disciplinata, anche attratta dal miraggio della rivoluzione armata, fiduciosa nell'aiuto sovietico ("Ha da venì Baffone!") [...]. La linea del centro del partito veniva accettata, ma con grandi riserve, con quella "doppiezza" di cui tanto si è parlato, che non era atteggiamento di Togliatti o di pochi dirigenti, ma posizione largamente diffusa nella base e nei quadri del partito. Sì, bisognava utilizzare le possibilità legali, conquistare comuni e seggi in parlamento, ma per occupare posizioni che sarebbero servite quando l'ora X sarebbe finalmente scoccata. [...] La conservazione di depositi d'armi, gli atti di violenza effettuati come strascichi della guerra partigiana, i diffusi atteggiamenti di intimidazione ("Verrà il momento!". "Vi faremo pagare") non furono tutte invenzioni della propaganda democristiana».
Questo nascondere le armi era d'altronde anche la conseguenza del fatto che le stesse forze della Resistenza non erano tra loro omogenee nelle finalità che perseguivano e - chiusasi la fase della lotta armata al fascismo - diffidavano per il futuro le une delle altre; tra l'altro, e non casualmente, i partigiani si sarebbero divisi ben presto in più associazione rivali, l'Anpi (Associazione nazionale partigiani d'Italia) a egemonia social-comunista, la Fiap (Federazione italiana associazioni partigiane) a egemonia azionista-socialdemocratica, la Fvl (Federazione volontari della libertà) a egemonia democristiana.
Racconta per esempio la socialista Flavia Tosi - ufficiale di collegamento del Comando generale Cvl e del Clnai - e la sua testimonianza vale mille altre: «Sinistra o destra, tutti hanno nascosto delle armi, perché non si sapeva se la cosa era finita o bisognava ribellarsi a qualcun altro o a qualcos'altro. Praticamente eravamo tutti sul chi va là, tutti, perché va beh, era finita, però c'erano qui gli inglesi, gli americani. "Stiamo a vedere cosa succede. Nascondiamo". Tutti l'abbiamo fatto. C'erano anche autoblinde in qualche cascina, sotto il fieno. Mio fratello Erasmo aveva preso dei carri armati ai tedeschi in Brianza e da qualche parte sono stati nascosti. Non tutti, perché era una colonna, però qualcuno l'avranno tenuto nascosto. Le armi personali pressoché tutte. Abbiamo consegnato quelle tre armi che c'erano rimaste, ma le altre erano tutte nascoste. Vedi bene che ogni tanto scavano e le trovano ancora adesso».
Non che i partigiani alla Liberazione abbiano consegnato le armi solo proforma, perché nella sola Lombardia vennero consegnate tra maggio e giugno 102.652 fucili e moschetti, 1.847 fucili automatici, 2.310 mitragliatori, 1.388 mitragliatrici, 184 mitragliere, 1.635 pistole, 354 cannoni e mortai, 31.261 bombe a mano. Inoltre gli Alleati si premurarono poi di verificare se la consegna delle armi fosse stata effettiva.
Ma i partigiani poterono perlopiù dimostrare con ricevute che le armi le avevano consegnate. La brigata di Gino Vermicelli dimostrò per esempio di avere consegnato trecento armi in più di quelle in dotazione e si impegnò ad andare a recuperare gli esplosivi che aveva abbandonato in una grotta in montagna. Poi non l'ha fatto, perché nessuno è tornato sull'argomento, ma anche se l'avesse fatto il quadro non sarebbe cambiato perché soprattutto in Lombardia e Piemonte - dove cioè avvenne la resa - le armi abbandonate dai tedeschi e dai fascisti erano state così tante, che la consegna da parte dei partigiani delle proprie armi individuali finiva per essere un granello di sabbia.
In quei giorni, andando verso Milano, si vedevano in molti paesi tonnellate d'armi. Intere caserme si arrendevano e non erano necessariamente i partigiani a raccogliere le armi abbandonate. Fu spesso la popolazione civile ad impossessarsene. E in seguito la gente consegnò quelle armi oppure no, a seconda di come preferisse fare. Per cui moltissimi civili raccoglievano armi e ogni partigiano andava a casa con l'arma migliore e possibilmente più esotica che potesse trovare. Tra un "91" e un Mauser sceglieva quest'ultimo non solo e non tanto perché fosse un arma migliore ma perché era un'arma tedesca. Tra una pistola cromata di nero oppure di bianco, sceglieva quest'ultima perché era più inconsueta. Più l'arma era strana e più era ricercata in quei giorni.
Io allora ero un ragazzo ma a Novara ricordo di avere visto barattare con frenesia preziosissime scatolette di carne o altri oggetti di preda bellica, trovati a casa di qualche fascista, per potere avere un'arma inconsueta. E noi ragazzi ci comportavamo come gli adulti. Il mio amico Enrico Arrigoni, che aveva tredici anni, fregò una rivoltella a un nero americano cui aveva presentato delle ragazze del rione di San Martino a Novara e io stesso - che avevo solo otto anni - mi trovai a possedere alcune bombe a mano tipo Balilla, trovate casualmente assieme a una maschera antigas dentro al suo contenitore. Assieme al mio cuginetto di sei anni le andai a tirare trionfante ai pesci del Ticino.
Sì, armi ce n'erano dappertutto in Piemonte e in Lombardia.
E naturalmente anche in altre regioni del Centro-Nord; anche in Emilia i tedeschi e i fascisti in fuga avevano abbandonato magazzini di armi e qualche carro armato.
E quindi questa corsa a procurarsi e a occultare armi avveniva largamente al di fuori delle indicazioni dei partiti.
Del resto anche molti partigiani consegnavano agli Alleati dei ferrivecchi, i fuciloni modello "91", mentre mitra e Panzerfaust finivano ben oliati in depositi clandestini.
Si è trattato di un'operazione caotica, largamente spontanea, che ha coinvolto migliaia e migliaia di compagni e non compagni, che divengono poi di fatto i gestori di queste armi.
Ricordo il caso di Maria Pastore, morta alla Baraggia di Boca all'inizio degli anni settanta. Gli eredi trovarono nel solaio della casa dove abitava l'armamento di un'intera brigata. E ricordo quello di Fernanda Segù che, vendendo la proprio villa di Olengo al Comune, riconsegnò all'inizio degli anni ottanta alla Questura di Novara un ingente quantitativo di armi.
La gente quindi nasconde delle armi, che spesso si è procurata proprio nei giorni della Liberazione. E tra i partigiani c'è chi torna a casa e comincia a pensare di trovarsi un lavoro, sposarsi, fare le cose che si fanno nei periodi normali della vita, mantenendosi un'arma nascosta in solaio o nella baita. Altri - una nutrita minoranza - pensano che la guerra non sia finita. Di solito non sono i più politicizzati ma sono piuttosto le "pellacce", ossia della gente di fegato che ha acquisito un prestigio facendo la guerra e a questo prestigio non ha voglia di rinunciare e lo vuole fare fruttare. Altri non riescono a reinserirsi nella vita quotidiana.
Racconta Carlo Riboldazzi: «Questi seimila partigiani della Valsesia si sono trovati dalla mattina alla sera a far che cosa? Qualcuno è tornato a casa propria, ma certa gente a casa propria non aveva da mangiare. Non aveva neanche un mestiere. Gente che quando era cominciata la lotta di liberazione aveva sedici anni, io ne avevo diciotto-diciannove, che mestiere poteva avere imparato? Le fabbriche erano chiuse. Senza lavoro, con necessità di sopravvivere e per di più abituati a una certa mentalità. Il partigiano a mangiare non pensava, perché c'erano altri che pensavano a fargli avere il cibo, ed era abituato ad avere le armi: io ho il mitra e quindi comando. Si era creata una certa mentalità, per cui anche adattarsi alla vita civile, anche per me che venivo da una formazione di tipo cattolico e da una famiglia borghese, è stato difficile. Qualcuno ha preso la strada giusta, qualcuno è rimasto lì, qualcuno ha preso la strada sbagliata. Ma la colpa non è loro».
Tra l'altro va anche considerato che già dopo l'estate 1945 la discriminazione sui posti di lavoro contro i partigiani fu fortissima.
Quindi a volte quelle armi servirono anche per fare delle rapine.
Sono inconfondibilmente di stile partigiano alcune rapine effettuate con blocchi volanti sull'autostrada Torino-Milano all'altezza di Galliate, con successivo dileguarsi in bicicletta per vie campestri, che si verificano ancora nel giugno 1946.
Del resto Massiccio II ricorda che questo non è che uno dei casi verificatisi: «Di Fontaneto c'erano tre che sono andati in galera. Questi ragazzi qui nel dopoguerra erano per le cascine, si sono fatti prendere un po' dall'ingenuità e dall'arroganza. Erano fieri, spavaldi, sai, avevano fatto delle azioni. Fioramonti "Talini" - grande partigiano, ha fatto delle lotte della madonna, i migliori, eh - Preti Luigi "Stinìn", Felicini Angelo "Pan e vin", Teruffi Mario. Poi l'Erbetta "Lanzinaccio", il Secondo di Momo "Ridolini". Finita la guerra, di lavoro non ce n'era e abituati, sai, come faceva il partigiano, un pezzo di pane, loro battevano tanto la pianura e il vino non gli mancava mai, perché facevano le colline di Fara, Briona e dormivano sempre con le scodelle del riso... Loro erano stati sempre in giro a far guerriglia eh. E han preso quindici-diciotto anni, e mi pare che ne hanno fatti dodici».
Sono fenomeni che le guerre portano sempre con sé, anche se qui si caricano di un carattere eversivo che si manterrà a lungo - si pensi per esempio a Pietro Cavallero e a Sante Notarnicola - e che non mancherà di influenzare persino certi comportamenti riemersi negli anni settanta.
In Italia la Resistenza ha avuto anche dei connotati rivoluzionari, perché è stata guerra contro il potere costituito a Salò e non solo contro un nemico esterno, cioè guerra contro il neofascista alleato al tedesco. Non poteva quindi poi mancare chi pensasse a come continuare la sua guerra, scambiandola magari per la guerra di tutti. Qualcuno lo fa diventando bandito, qualcuno diventando vendicatore dei propri torti, qualcuno facendo il giustiziere, qualcuno per finanziare imprese politiche, altri limitandosi ad aspettare "l'ora X". "Quand asrà oura asrò prount" è un espressione che in Emilia circolò per anni e che ben interpreta uno stato d'animo che Giorgio Amendola ricordava come diffusissimo anche in Toscana e che fu comunque presente in maggiore o minor misura dovunque ci fosse stata lotta partigiana, quindi anche nel Novarese.
Comunque i partigiani si sono tenuti le armi dappertutto, in Italia come in Francia come in Unione Sovietica come qualunque paese abbia conosciuto una resistenza armata.
E questo - c'è da scommetterci - si sarebbe verificato con qualunque governo.
Non prevedere quindi che la Resistenza - che fu anche una guerra civile - avrebbe inevitabilmente avuto una coda fu errore marchiano degli Alleati, se errore fu. L'odio contro l'agrario che ha cacciato la tua famiglia dalla terra, contro il fascista vicino di casa che andava a infastidire tua moglie, in qualche caso - soprattutto in Emilia - contro il prete considerato da sempre servo degli agrari e che si sospetta abbia fatto il delatore, non potevano che esplodere. Ma gli Alleati preferirono smobilitare l'esercito partigiano per considerazioni di schietta natura politica e questa smobilitazione tolse ai partigiani qualunque possibilità di controllo sui comportamenti della gente. Fu una decisione che venne pagata salata.
Come si colloca il Pci - almeno nel suo complesso - rispetto ai processi spontanei che si verificano? Va anzitutto tenuto conto che la Resistenza fu un grande movimento di massa non organizzato o voluto e tanto meno controllato dal Pci o da qualsiasi altro partito. Il Pci si limitò ad essere - e non fu poco - il partito che si pose alla testa di un complesso movimento "spontaneo", cioè di qualcosa che non aveva organizzato lui e che non era neppure organizzabile - se non entro certi limiti - e si poteva solo guidare. Ma i margini della spontaneità furono amplissimi e non solo durante la Resistenza ma anche nel dopoguerra. E questa spontaneità si espresse in parte nello stesso partito.
Stupido negare che l'effervescenza spontanea di quel periodo portò alcuni partigiani a organizzarsi in bande irregolari, a compiere vendette politiche, atti di giustizia sommaria e anche azioni di delinquenza comune.
Ma anche stupido dimenticare che Togliatti già al II Consiglio nazionale del Pci del 7 aprile 1945 aveva insistito su come premunirsi perché questi nuclei insoddisfatti di partigiani, di fronte alla ripresa del potere padronale dentro e fuori le fabbriche, non divenissero «una specie di banditi in licenza i quali compiano atti di violenza per conto proprio».
Va del resto ricordato quale fu l'atteggiamento del Pci in quegli anni del dopoguerra.
C'era allora nell'aria il pericolo di un colpo di stato monarchico, operavano squadre armate fasciste e qualunquiste, la stessa Dc aveva delle organizzazioni militari sparpagliate in varie regioni. Nulla garantiva che l'incertezza della situazione potesse determinare nuovi scontri armati.
L'allora socialista Gianni Alasia ha ricordato che «almeno sino alle elezioni del 2 giugno 1946, essendo aperto il problema monarchia-repubblica, pieno di incognite lo sbocco istituzionale e presenti rischi di marca neofascista anche sotto altre forme, col ripristino di una burocrazia e alti apparati dello Stato di formazione fascista, esisteva nel Psi una organizzazione militare. C'era l'ufficio "D", che stava per "difesa". So per diretta esperienza che di armi ne passarono fra quella sede e le sezioni ed organizzazioni del Psi. [...] Più d'uno dei dirigenti torinesi che coordinavano l'ufficio "D" e lo smistamento di armi di lì a pochi mesi sarebbero confluiti nel Partito socialdemocratico. [...] Debbo dire [...] che nessun comportamento non degno ebbe luogo entro quei rapporti, e nemmeno furono compiuti atti [...]. Ma sta di fatto che quei rapporti "comprendevano", per così dire, elementi di doppiezza. Ma doppiezza (o possibile duplicità di sbocchi) c'era anche nella situazione, aperta a sviluppi democratici ma anche a ritorni reazionari. C'era chi pensava a fronteggiare un eventuale colpo di Stato monarchico. E c'era anche chi pensava alla "rivoluzione permanente" e addirittura accusava il Pci di essere rinunciatario, come notoriamente sosteneva almeno una delle correnti ufficiali del Psi che poi sarebbe confluita con Saragat, "Iniziativa socialista", appunto, che farneticava non si sa bene di quale seconda tappa...».
Una seconda tappa che per uomini come Corrado Bonfantini non era del resto altro che l'orizzonte di una rivoluzione sociale incompiuta.
Ma sull'armamento dell'organizzazione "D" del Psiup Gianni Alasia ha precisato che non alludeva a "qualche souvenir in casa", che tutti in quel momento avevano, ma a «un'organizzazione, degli uomini, dei ruolini; a Torino [c'era] una villa dove si poteva addirittura allestire un museo...»; e ha parlato di «armi smistate il 30-31 maggio-1 giugno 1946 nelle sezioni, nelle organizzazioni, ecc.», evidentemente in previsione di un possibile tentativo di colpo di stato monarchico.
Responsabile dell'Ufficio "D" fu dapprima Corrado Bonfantini e poi Rodolfo Morandi. Ma nel gennaio 1946 le «forze parallele» - come le chiama Morandi in una lettera a Bonfantini - erano rappresentate anche dalle brigate "Matteotti", riorganizzate da Bonfantini dopo la sua estromissione dall'Ufficio Difesa come forza "fiancheggiatrice" del Psiup. Questa forza - a detta di Bonfantini - poteva contare su «circa 30.000 uomini armati nell'Italia centro-settentrionale, e tutto questo nonostante le difficoltà frappostemi da elementi dirigenti del Partito e la campagna di calunnie fatta contro di me». L'organizzazione delle "Matteotti", che aveva come propaggine anche cooperative e società sportive, era quindi in quel momento largamente autonoma dall'Ufficio Difesa - organizzato in più uffici regionali - e dallo Psiup. Già allora tuttavia la segreteria nazionale del Psiup aveva deciso lo scioglimento degli Uffici "D" e Bonfantini proponeva di «creare al loro posto degli Uffici Assistenza ai Partigiani e ai Reduci e degli Uffici Sportivi». Ma ovviamente - secondo Bonfantini - non si tratta ancora di smantellare l'organizzazione armata perché «il responsabile della sezione sportiva dell'Ufficio assistenza e sport dovrebbe avere alle sue dirette dipendenze le attuali forze matteottine, in modo segreto e con precauzioni tali da non coinvolgere assolutamente la responsabilità del partito».
Ricordo per inciso, a dimostrazione del permanere di una mentalità da periodo illegale in strati di partigiani matteottini, che ancora nel giugno 1947 un vero eroe della guerra di liberazione quale fu Erasmo Tosi - uomo di fiducia di Corrado Bonfantini - si appropria a Novara, assieme a una decina di altri partigiani matteottini appartenenti alla Cooperativa "Mario Campagnoli", di circa cinquemila carte annonarie sottratte a un magazzino del Comune, facendone poi commercio in tutto il Novarese e Vercellese. Lo scopo è il finanziamento del giornale "Mondo Nuovo", che è allora diretto da Corrado Bonfantini e in cattive acque, per il quale viene anche rapinato un camion di stoffe del trasportatore Avandero. Tra giugno e luglio vengono arrestate una ventina di persone e la cooperativa, sorta il 15 maggio 1945, viene sciolta a seguito di quei fatti il 17 novembre 1947.
Nel Torinese, dichiara il partigiano cattolico Silvio Geuna, «io e altri partigiani delle formazioni autonome eravamo rimasti in collegamento anche dopo il 25 aprile perché sapevamo che i partigiani comunisti erano armati. C'erano ancora le armi della Resistenza. Io avevo il mio mitra. In caso di necessità ci saremmo appoggiati a loro [ai carabinieri] per avere un sistema logistico e non andare in ordine sparso». A lui fa eco Ennio Pistoi, allora segretario della Dc torinese: «C'erano giovani ex partigiani cattolici pronti a difendersi in caso di colpo di stato mettendosi a disposizione delle autorità costituite; loro ci avrebbero dato le armi se necessario. Noi avevamo in piedi una rete informativa sui movimenti degli altri e mantenevamo dei contatti con generali dell'esercito di sicuro passato partigiano».
Del resto anche i rapporti di polizia del 1946 relativi alla val d'Ossola parlano di depositi d'armi in mano a gruppi democristiani.
In Friuli, a proposito dell' "Osoppo", don Aldo Moretti, che fu uno dei dirigenti della formazione, ha detto: «È vero, quando la guerra finì e arrivò la disposizione di consegnare le armi, ci guardammo bene dal farlo fino in fondo. Non io, naturalmente, perché di armi non ne avevo mai avute, parlo di quelli della "Osoppo". Eravamo sicuri che le brigate "Garibaldi" non si erano sciolte. Certo, erano tornati a casa quelli che non erano comunisti, ma quelli più accesi avevano messo da parte i mitra e le pistole per tirarle fuori al momento giusto». Ma in quella zona la situazione rimaneva estremamente tesa e gli atti della Commissione Gualtieri rivelano un particolare che va ben oltre a una mera contrapposizione tra partigiani comunisti e partigiani democristiani: «Nel gennaio 1946, perdurando violenze e minacce jugoslave, i capi dell' "Osoppo" (tenente colonnello Luigi Olivieri, Prospero Del Din e Antonio Specogna) chiesero di riarmare i reparti in difesa della popolazione. Nell'aprile 1946 il generale Raffaele Cadorna autorizzò la costituzione della formazione e, nel settembre 1947, con il trattato di pace, la autorizzò ad assumere la denominazione di 3o Corpo Volontari della Libertà, con un organico di 4.484 uomini. Tra il 16 aprile e il 2 maggio 1948, in occasione delle elezioni, la formazione fu schierata segretamente sul confine orientale. Il 6 aprile 1950 la formazione venne trasformata in una organizzazione militare segreta, denominata "O". Essa ebbe in carico materiale di armamento per attivare 15 battaglioni. Il 4 ottobre 1956, avendo l'esercito raggiunto sufficiente efficienza operativa, l'organizzazione "O" fu sciolta e il materiale [...] raggruppato in caserme dell'esercito. [...] Quando nel 1956 il Sifar cominciò a pensare agli arruolamenti della rete clandestina Gladio, l' "incorporazione" di elementi dell' "Osoppo" nella rete "ufficiale" fu vista come uno dei modi per attingere gli elementi di cui aveva bisogno».
Come Raffaele Cadorna potesse autorizzare una simile organizzazione militare - da considerarsi di fatto priva di valore legale esattamente come qualunque altra organizzazione armata di partito - è un mistero, uno dei tanti di cui l'Italia è irta. Ma, credo, spiegarlo significa fare la storia dei rapporti tra vari gruppi partigiani anticomunisti e programmi come "Stay Behind" (1950), piani come il "Demagnetize" (1952) e organizzazioni come "Gladio" (1956), atto costitutivo - siglato dall'ex resistente, allora capo del Sifar, generale Giovanni De Lorenzo - a cui si giunse dopo trattative segrete condotte da parte italiana dall'ex partigiano democristiano Paolo Emilio Taviani, allora ministro della Difesa.
La posizione che assunse subito il Pci riguardo alle armi fu nel complesso assai diversa da quella degli altri partiti che si diedero tutti un più o meno vigoroso braccio armato.
Il Pci - scartata l'ipotesi di "fare come in Grecia" e bisognoso più degli altri di farsi accettare all'interno dello Stato liberal-democratico - si mosse subito deciso a non farsi compromettere in storie d'armi (anche se, come vedremo, non proprio tutti i suoi quadri intermedi ne furono capaci e se certo ci furono anche comandanti partigiani comunisti che favorirono e incoraggiarono la tendenza a non consegnare le armi), ma lo fece cercando di capire le ragioni di quello spontaneo rifiuto di disarmarsi dei partigiani. Di quel fenomeno di massa il partito prese atto, senza drammi né cacce all'armato, che spesso era tra l'altro un militante o un simpatizzante comunista. Tenne però in piedi un apparato organizzativo, affidato a Pietro Secchia, con aspetti di clandestinità e dotato di larga autonomia dalla stessa segreteria. Esso, per quanto ho potuto appurare da protagonisti di allora, fu strutturato in due direzioni. Da un lato l'apprestamento di un servizio di difesa personale per i dirigenti del partito, compresi documenti falsi e tutto ciò che poteva servire in caso di necessità per rientrare nella clandestinità. Dall'altro, dopo la svolta del '47, con l'appaiamento di forme di lotta legali e illegali, vennero rafforzate le cellule di fabbrica, creati "gruppi di dieci", guidati da un collettore con funzioni amministrative e politiche, e gruppi di reparto, formati da tre compagni, una sorta di partito nel partito, pronti a muoversi e attrezzati per ogni evenienza, sottoponendo le case del popolo e le sedi di partito a una più intensa vigilanza. Il Pci era stato estromesso dal governo e il clima sembrava evolvere sempre più verso uno spostamento a destra della vita del Paese. Ma esso poteva contare in caso di necessità anche sulla mobilitazione dei partigiani, e non solo di quelli garibaldini.
E quando nell'autunno del 1947, poco dopo il forzato passaggio del Pci all'opposizione, il Cominform richiede ai comunisti italiani una svolta a sinistra, il Pci è in grado di raccogliere l'effervescenza che restava viva nella base partigiana e che aveva già dato luogo a numerosi episodi di ribellismo spontaneo, ricostituendo, per esempio, le brigate garibaldine, pronte per ogni evenienza, anche per la riconversione del movimento alla clandestinità. Tutto ciò avviene però al di fuori di una vera struttura militare - che non credo sia mai esistita se non sulla carta o nelle elucubrazioni dei servizi segreti americani - ma con larghissimi margini lasciati alla spontaneità, come se anzitutto si cercasse di impedire la diaspora della base partigiana che ha occultato le armi e di darle un minimo di disciplina.
Il clima ribellistico e spontaneistico dura a lungo - anche rinfocolato dalla sterzata a sinistra che il Pci si dà dopo la riunione del Cominform del 22-27 settembre 1947 - e, per esempio, ancora al I Congresso della Resistenza di Roma del 6 dicembre 1947 giungono da tutta Italia partigiani armati e in divisa, quelle brigate garibaldine cui si è accennato.
Il carattere largamente spontaneo di questo movimento sarà la principale ragione della grande reazione popolare seguita all'attentato a Togliatti del 14 luglio 1948, ampiamente sviluppatasi al di fuori delle direttive del partito e che non mancò di preoccupare l'apparato del Pci, che riuscì a stento a controllarla e a farla rientrare.
Il Pci finisce quindi per essere nel dopoguerra un grande partito di massa che adopera metodi di lotta compatibili con le norme formali di una democrazia liberale, ma non scarta la possibilità di una rottura rivoluzionaria se mai se ne vengano a creare le condizioni. E questa "doppiezza" non fu solo cultura politica diffusa ma venne in quegli anni utilizzata in qualche misura pure dal suo segretario, anche se con intendimenti prevalentemente difensivi e di pressione sul governo. Poiché ben presto si era profilato il deterioramento della situazione internazionale e il partito era stato cacciato dal governo, lo stesso Togliatti non sottovaluta il peso politico dell'esercito comunista diffuso. E di un esercito di trentamila comunisti armati egli parla addirittura pubblicamente in un comizio a Parma il 7 aprile 1947, minacciando di utilizzarlo contro il governo.
Togliatti - almeno a detta di Moscatelli, che me l'ha raccontato nel 1971 - non era nel 1947-48 contrario al fatto che si tenessero oliate le armi, tutt'altro.
Avrebbe potuto essere altrimenti, data la situazione internazionale di quegli anni?
Ma questo atteggiamento va tuttavia capito bene per non dare adito a equivoci ed è da questo punto di vista assai significativo un episodio verificatosi in Sicilia nel 1947.
Racconta Gino Vermicelli che «quando organizzammo le "Avanguardie garibaldine" ci fu una manifestazione a Palermo intitolata "Faremo il '48". Ci furono due manifestazioni, una di contadini per la terra e l'altra di queste "Avanguardie garibaldine". Questi figli di braccianti, i figli di mezzadri erano pochi, e questi studenti siciliani vennero a Palermo con dei camion pieni di armi. La cosa venne raccontata e riraccontata e qualche giorno dopo - a Palermo si usava ritrovarsi alla sera in una piazza centrale - apparvero dei tizi che si professavano nostri amici e che erano della polizia e dei servizi segreti, che insistevano su un'unica cosa: "Queste armi bisogna raggrupparle in un unico posto, perché poi ci potranno servire". E questo era esattamente l'opposto di quello che si poteva e si voleva fare».
La posizione del Pci può essere infatti così sintetizzata: se la gente per conto proprio e spontaneamente vuole accantonare le armi sono faccende sue, inclusi i rischi che corre e non sono problemi di nessuna organizzazione di massa. E i depositi di armi, che gruppi di partigiani non solo comunisti avevano costituito, non debbono avere niente a che vedere direttamente con l'azione politica e il comportamento politico ufficiale né del Partito comunista né delle varie organizzazioni di massa sorte attorno a lui. E addirittura la mappa di dove fossero le armi nessuno voleva averla nel Pci, perché non c'era bisogno di averla, dal momento che, secondo la concezione della lotta di popolo, è il popolo che deve avere le armi e quando serviranno salteranno fuori.
Quanto a Togliatti, si è sempre comportato come uno che non aveva nessuna voglia di sbagliare una rivoluzione e di scavarsi la propria fossa, cioè sapeva che le rivoluzioni si fanno quando si danno condizioni storiche particolari e ci sono rapporti di forza che fanno pensare a una vittoria. Poi può anche avere pensato nel '47 che era bene che esistessero quei depositi d'armi, perché poteva anche diventare necessario riprendere le armi, ma non certo per fare una rivoluzione a breve termine, che gli sembrava ed era impossibile, ma semmai perché si poteva anche prevedere il peggio. E se poi c'era una parte del popolo comunista e socialista che sognava la rivoluzione, questi sogni finivano forzatamente per confluire dentro a una prospettiva politica che era di altro genere, perché non c'era spazio che permettesse alla corrente di andare in altra direzione.
Non era, sia ben chiaro, una rinuncia alla possibilità di una rivoluzione. Ma Togliatti usciva allora da un'esperienza che qualcosa gli aveva insegnato: il fascismo era stato in piedi vent'anni e non c'era stato niente che l'avesse scosso, fin quando non aveva perso la guerra. Poi c'era stata la Resistenza proprio perché il fascismo aveva perso la guerra, ciò che aveva creato condizioni ottimali: gli Alleati con te e sono i più forti, i fascisti odiati da larghi strati della popolazione perché hanno trascinato l'Italia in una guerra disastrosa, l'esercito che si era sfasciato... Condizioni che permettevano di organizzare l'azione armata di un "esercito di popolo".
E i democristiani? Questo «spettro che si aggirava per l'Italia», intendo i depositi d'armi, diveniva l'alibi con cui gli americani mettevano a punto una loro «Operazione X», che prevedeva di «mettere soldi nelle mani degli anticomunisti senza dover passare per i soliti metodi di rendiconto al governo» e soprattutto la fornitura di ingenti quantitativi di armi alla Democrazia cristiana. Una prima partita, «senza costo al governo italiano», è fornita alla fine di marzo 1948 ed è comprensiva di: 50.000 proiettili Us cal. 30 M 1903; 5.000 pistole auto cal. 45 M 1911; 20.000 fucili, mitragliatrici, cal. 45 Thompson; 30 milioni di cartucce Ball cal. 30; 20 milioni e 175.000 cartucce Ball cal. 45.

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