di
Enzo Barbano
2008, pp. 96, 8,00
Dal capitolo "Imboscata fallita, cambiamento di piani"
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Fallito il tentativo di imboscata, venne predisposto un tentativo di colpo di mano cioè di un' "azione
locale organizzata nei minimi particolari e condotta di sorpresa da minori
unità". A sua volta, come vedremo, il
fallimento anche di questo tentativo di colpo di mano porterà per le vie di Varallo ad una violenta sparatoria
caratterizzata, come in tutti i combattimenti negli abitati, dalle "maggiore difficoltà nel comando, la minore possibilità
di manovra, la lotta cruenta".
Dopo aver legato il mulo ad un albero, gli uomini di
Moscatelli mossero da Loreto giù per la strada
provinciale verso Varallo. Ma dopo 200 metri, piegarono verso destra sul viottolo che, costeggiando le pendici del
Falconera, attraverso la regione Proja, portava alla frazione Mantegna. Compirono un lungo giro, tenendosi
all'estrema destra di Varallo (per chi sale da Borgosesia) lungo la base delle montagne che racchiudono la conca,
per giungere di sorpresa in piazza. Giunti davanti alla chiesetta della Mantegna, infilarono il sentiero che,
costeggiando la montagna e la villa Mazzola, attraversa la regione Verzura (allora costituita da una grande distesa di
prati). L'ampio giro li portò così alla regione Levante e ad immettersi, verso le 16.30, in via XXIV maggio.
Proprio all'incrocio di tale via col viale Cesare Battisti (ove ora si apre il tunnel)
Moscatelli diede il via definitivo.
Era un giovedì di dicembre. Le giornate più corte dell'anno. Tutto si faceva grigio e stava per cominciare
il crepuscolo. Nei tre caffè attigui alla piazza, il Caffè del Commercio, il Caffè Roma ed il Caffè Centrale, già
erano state accese le luci. Un po' di gente per le strade che se ne andava per i propri traffici. Qualche studente.
Come detto, in quel momento dentro il municipio si trovava il capomanipolo
Genovese con dodici militi. Gli altri otto militi erano in libera uscita per le vie di Varallo: quattro erano seduti ai tavolini del Caffè Centrale
dopo avere posto in un angolo i moschetti; altri tre si trovavano poco oltre dentro la salumeria di Fernando
Zanone; l'ottavo, il caposquadra Leandro Guida, era pure nei
pressi.
Quel giorno la forza della Stazione dei carabinieri di Varallo era di undici uomini. In quel momento due di
essi erano in perlustrazione, due erano di pattuglia in piazza, uno era d'ordinanza espressa a Biella. Pertanto
nella caserma si trovavano, alle 16.30 di quella sera, cinque militari dell'arma e un ufficiale. Al piano superiore,
nel suo ufficio, sedeva il comandante della Tenenza, capitano Luigi
Drappero. Nell'ufficio attiguo erano il sottufficiale scrivano, vicebrigadiere Giuseppe
Smò ed il carabiniere Gervasio Cherio. Nei sottostanti locali della
Stazione si trovavano tre altri
carabinieri. Nell'imminenza del combattimento vennero quindi a trovarsi nella
posizione più cruciale proprio i due carabinieri comandati di pattuglia sulla piazza: Giuseppe
Lanati e Giuseppe Varetti. Armati di moschetto e con in testa il copricapo a tricorno rivestito di tela grigio-verde, come era prescritto
in tempo di guerra, proprio allora avevano fermato sulla piazza un carro di legna e stavano accingendosi a
verificarne la bolletta di accompagnamento. Una delle tante incombenze delle normative di quei
tempi. I partigiani erano ormai a poche decine di metri.
Dall'incrocio tra via XXIV maggio e viale Cesare Battisti un piccolo gruppo si era diretto verso la
stazione ferroviaria, mentre il grosso - camminando lungo i muri di via Costantino Durio - stava arrivando sulla piazza.
Il gruppo che si dirigeva verso la stazione era composto da tre dei cinque giovani di Leinì: Stefano
Chiaberta, Mario Beda e Pasquale Cordero, che dalla strada entrarono dentro il recinto della ferrovia, proprio ove
terminano i binari Novara-Varallo, attraversarono le rotaie e si diressero verso la stazione. Non si può non sorridere al
pensiero di questi tre ragazzi torinesi di 18 anni che, brandendo un fucile col quale forse non avevano mai
sparato, vanno ad occupare la stazione di Varallo.
Avevano soprattutto l'incarico di disattivare il telegrafo ed i telefoni. A quell'ora nella stazione vi erano
poche persone. Cordero rimase sotto la pensilina, lungo i binari.
Chiaberta si pose sul piazzale antistante. Mario
Beda entrò invece negli uffici per distruggere gli impianti. Ma, di uffici, ce n'erano diversi ed ognuno era provvisto
di telefoni. Mentre si affannava qua e là tra un apparecchio e l'altro, si fece avanti un ferroviere
evidentemente antifascista, il quale, avendo compreso che
Beda intendeva sabotare il telegrafo, gli indicò lui stesso il
centralino e tutti i fusibili che vi si trovavano. Dopo essersi riempite le tasche di fusibili,
Beda ritornò sul piazzale. Ai tre non rimaneva che
attendere.
Quando i partigiani giunsero sotto la Collegiata di San Gaudenzio, ognuno cominciò a prendere la
posizione stabilita. A distanza di circa quarant'anni, sulla scorta dei ricordi dei pochi superstiti, è difficile ricostruire
la composizione delle squadre e i ricordi divergono su qualche particolare.
Ad ogni modo con buona approssimazione possiamo dire che sette uomini, giungendo da via Costantino
Durio, anziché entrare sulla piazza salirono lungo la scalinata, a destra della strada, che portava dietro San
Gaudenzio. Dopo pochi metri essi saltarono sulla terrazza che si stende sotto il loggiato e si appostarono, con una delle
tre grosse armi automatiche, lungo il parapetto che si affaccia verso la piazza. Una posizione indubbiamente
ottima, con doppia via di ritirata alle spalle. Il massiccio parapetto di granito costituiva una perfetta protezione. Su
di esso venne posta l'arma principale con a lato i serventi. Gli altri uomini si allinearono al coperto del lungo
parapetto. Dalla terrazza si dominava la piazza sottostante. Davanti e proprio dirimpetto si ergeva la caserma
dei carabinieri. Distanza: meno di 100 metri.
La caserma di allora (sita nello stesso posto ove si trova l'attuale) aveva il cortile volto verso la piazza e
diviso da essa da un cumulo di rocce dell'altezza di pochi metri. Davanti ad esse era un piccolo spiazzo pubblico ed
una panchina. Pertanto l'arma automatica, puntata da sotto il loggiato contro la caserma dall'altra parte della
piazza e da un'altezza di circa 7 metri sul sottostante piano stradale, non poteva battere il cortile della caserma protetto
dalle sia pur basse rocce, ma viceversa aveva come bersaglio diretto il primo piano della caserma proprio
laddove erano gli uffici della Tenenza. Protendendosi poi verso via Durio il parapetto dava a un partigiano,
appostato in fondo ad esso, la possibilità di controllare, per ogni evenienza, anche la strada verso la stazione.
Gli uomini che si disposero sotto il loggiato dovettero essere verosimilmente: Rocco
Bellio, Luigi Barizonzo, Giovanni Beda, Ivio Peretti,
Oliviero Sella, Giuseppe Castellani e Giuseppe
Velatta. È facile intuire come
su quel terrazzo il comando spettasse naturalmente ai due capisquadra, Luigi
Barizonzo e Rocco Bellio. Erano due venticinquenni i cui quattro o cinque anni di maggiore anzianità sugli altri quattro compagni erano stati vissuti
in guerra. In particolare Barizonzo possedeva il freddo coraggio del sottufficiale esperto. Disciplinato,
scrupoloso esecutore di ordini, dello stile del sergente tradiva, anche in un ambiente di irregolari, la consuetudine alla
formalità militare. Rocco Bellio, se non fosse caduto di lì a qualche mese, sarebbe probabilmente pervenuto a
posizioni di rilievo nelle formazioni partigiane, dotato come era di comunicativa, di ascendente, di attitudine al
comando. Gli altri erano quattro ragazzi al battesimo del fuoco. Taciturno
Sella e un po' spavaldo Castellani. Entrambi ignari della triste fine che li attendeva. Giovanni
Beda, nonostante la giovanissima età, era il più tarchiato e
robusto di tutti. Velatta pareva il più giovane. Un ragazzino timido dai tratti delicati. Dall'aspetto talmente
giovanile che su al Briasco gli avevano affidato le funzioni di alfiere della bandiera del distaccamento. Quel giorno
aveva condotto sino a Loreto il mulo con la mitragliatrice.
Moscatelli gli aveva dato da tenere persino i due binocoli.
Un po' a parte era Ivio Peretti. Il più vecchio di tutti. Coraggioso ma temerario e di una irresponsabilità che lo
rendeva pericoloso e che sarà la causa della sua fine; quella sera sulla terrazzata impugnava l'arma principale.
Contemporaneamente si erano tolti dal gruppo anche Aldo
Ferrotti, un ex capo elettricista della Marina
militare, il più giovane dei due fratelli Peretti,
Elgo, che manifestamente seguiva le decisioni e gli atteggiamenti
del fratello maggiore Ivio, e probabilmente l'irlandese John William
Finlay. Avevano l'incarico di bloccare il centralino telefonico della Stipel, sito allora dirimpetto al Caffè Roma. La scelta di
Ferrotti e di Finlay per tale incarico era ovvia. Come detto infatti,
Ferrotti era un elettricista e Finlay era un ex appartenente al Royal Corps of
Signals, entrambi quindi dotati di conoscenze tecniche.
Nello stesso tempo riapparve Bellotti, con la notizia che dentro il Caffè Centrale erano seduti quattro militi
e inoltre ci si avvide che due carabinieri stavano in mezzo alla piazza.
A quel punto forse (e con una certa dose di fortuna) il colpo di mano avrebbe potuto ancora riuscire.
Dieci uomini si erano affacciati sulla piazza rasentando i muri. Due erano armati di armi automatiche pesanti,
uno, Giuliani, del mitra americano "Thompson" (che l'australiano
Jocumsen gli aveva quel giorno passato dal momento che imbracciava una delle due armi più pesanti), uno di un mitra "Beretta", tutti gli altri di fucile.
Quasi tutti poi tenevano in tasca una rivoltella e qualche bomba a mano.
La sorpresa era ancora possibile. Ma
Moscatelli non poteva dare ordini precisi, alla distanza di poche
decine di metri dai carabinieri e dai militi, a uomini che ormai procedevano secondo gli ordini stabiliti. Certo che se
con l'aiuto della sorpresa i partigiani avessero potuto disarmare sia i carabinieri che i militi senza che venissero
esplosi colpi sarebbe stato possibile irrompere, sempre di sorpresa, dentro il municipio e forse ottenere la resa
del presidio.
Cominciava ad imbrunire e in distanza le figure, nel grigiore di quella serata invernale, perdevano i loro
contorni. Ben poche auto giravano per Varallo in quei tempi e certamente nessuna quella sera. I principali mezzi
di trasporto erano per lo più carretti e sulla piazza ne stavano transitando diversi. Uno era stato fermato,
come detto, dai carabinieri Lanati e Varetti, che lo avevano fatto spostare di qualche metro accanto al monumento
a Vittorio Emanuele II in mezzo alla piazza e che si accingevano a controllare. Un altro carretto che portava
un mobile era spinto dal falegname Guido Previde Massara dalla piazza verso via Costantino Durio. Un altro
ancora, tirato da un cavallo, lo aveva appena incrociato e dietro di esso si teneva acquattato un partigiano che,
così coperto, entrava nella piazza da via Durio.
In quel momento Noci, veterano di diverse campagne di guerra, calmo e fedelissimo a
Moscatelli, si trovava già appostato all'angolo dell'Albergo del Grappolo d'uva ed appoggiato al muro teneva d'infilata, col fucile
mitragliatore stretto tra le braccia, sia i due ignari carabinieri che il Caffè Centrale, le cui luci splendevano
alla distanza di una sessantina di passi. Dietro di lui era il servente con il tascapane delle munizioni pronto a
passargli gli astucci dei caricatori. Forse Marco. Dietro ancora era
Bellotti in borghese, che nell'imminenza del
combattimento si era tolto la giacca e che in maniche di camicia stringeva nelle mani due bombe a mano.
Moscatelli, con giacca di pelle da motociclista, calzoni alla zuava e stivali, armato di fucile, stava
spostandosi dai portici della Banca popolare di Novara verso l'edicola del giornalaio sotto la Collegiata di San Gaudenzio.
Lo seguivano l'australiano Jocumsen, che con la sua forza erculea imbracciava l'altra arma automatica come
fosse un giocattolo, e Giuliani col "Thompson", sempre taciturno e solitario anche in quel frangente.
Indietro di qualche metro, e tra le piccole aiuole sovrastate dalla chiesa, erano i più anziani
Bortolon, Araldi e Falotico, dopo Moscatelli i più politicizzati del gruppo. E infine
Bertone e Collovati, entrambi decisi e combattivi.
Nella bruma serale qualche varallese che si trovava in prossimità della piazza aveva incominciato a
notare strane figure che apparivano improvvisamente qua e là. Quella uniforme partigiana non era certo elegante;
come detto era confezionata con stoffa da coperte. Ruvida e pelosa. Rimboccata con gonfi risvolti alle caviglie.
A prima vista quegli uomini potevano sembrare qualcuno dei tanti boscaioli che si vedevano per Varallo. Oppure
dei pastori. Poi la gente cominciò ad accorgersi che quei boscaioli o pastori avevano tra le mani un fucile.
Lo studente Gianni Machetti, che si trovava sotto il portico della banca, vide da via Durio passare un carretto
con dietro un uomo chinato col fucile, un cappellaccio grigio da pastore in testa e grossi calzoni marroni, che
entrava in piazza.
Intanto, seduti al Caffè Centrale, i quattro militi se ne stavano a chiacchierare tranquillamente. Poco
oltre, nella salumeria, tessere annonarie alla mano, gli altri tre militi stavano comprando qualche cosa. E lì vicino,
da qualche parte, l'anziano caposquadra della milizia Leandro
Guida viveva gli ultimi istanti della sua vita.
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