a cura di
Alberto Lovatto
2001, pp. IV-319 + compact disc allegato, 20,00
Dal saggio di Cesare Bermani
Gli studi sul canto partigiano
A proposito del canto partigiano c'è un primo mito da sfatare: che sia stato sufficientemente studiato. Su
di esso, infatti, si è fatta poca ricerca sul campo, e i numerosi canzonieri della Resistenza prodotti dalle
associazioni partigiane o da gruppi politici, soprattutto della sinistra, ci dicono poco su quanto effettivamente si cantasse
in montagna. Nella maggioranza dei casi, infatti, quei canzonieri prima sono stati fatti quadrare con la
rivendicazione del valore nazionale e unitario della Resistenza - arma utilizzata dalle sinistre contro gli arresti di partigiani e
le discriminazioni anticomuniste del periodo scelbiano - e poi con l'ideologia della Resistenza sviluppatasi con
il centro-sinistra, che aveva come corollario un'immagine oleografica e aconflittuale della guerra di liberazione.
Sicché soltanto pochi canzonieri, tutti pubblicati nella prima fase post resistenziale in cui operava ancora
la gioia della liberazione e uno spirito unitario nella differenza degli orientamenti politici, hanno qualche utilità
per conoscere che cosa effettivamente si cantasse in alcune formazioni
partigiane.
Quando, nel 1962 - sulla scia delle prime ricerche condotte a Torino da Cantacronache, cioè soprattutto
da Emilio Jona, Sergio Liberovici, Lionello Gennero e Michele L. Straniero, - il Nuovo Canzoniere Italiano
iniziò massicce ricerche sul canto sociale italiano, aveva sperato di riuscire, attraverso un'esperienza esemplare,
a moltiplicare con il proprio esempio il lavoro di ricerca. Erano in quegli anni interessati al lavoro del
Nuovo Canzoniere Italiano storici come Gianni Bosio, Nicola Badaloni, Pier Carlo Masini, Luigi Arbizzani,
Giovanni Pirelli; etnomusicologi come Roberto Leydi e Diego Carpitella; ricercatori come Michele L. Straniero,
Franco Coggiola, Riccardo Schwamenthal, Mathias Deichmann, Bruno Pianta e il sottoscritto, cui si aggiunsero via
via Franco Castelli, Sandro Portelli, Marco Muller, Mimmo Boninelli, Lidia Piccioni, Alfredo Martini e molti
altri; musicisti come Luciano Berio, in seguito Luigi Nono e Giacomo Manzoni.
Tuttavia, al di fuori di questa vicenda, approdata organizzativamente nel 1966 alla fondazione
dell'Istituto Ernesto de Martino e al proliferare coevo o successivo di gruppi di ricerca a esso collegati (Lega di Cultura
di Piadena, Circolo Gianni Bosio di Roma), o al formarsi di iniziative diverse e autonome da esso, sempre ad
opera di chi comunque aveva partecipato a quella esperienza (Centro per la cultura popolare in Lombardia della
Regione Lombardia, Milano; Archivio Giuseppe Ferraro, Alessandria), s'è mosso ben poco.
Infatti le ricerche sul canto sociale si sono scontrate con una cultura accademica poco ricettiva verso
le innovazioni metodologiche e prevenuta in particolare nei confronti delle fonti orali. Inoltre le ricerche sul
canto della Resistenza promosse dal Nuovo Canzoniere Italiano (delle quali peraltro solo una parte venne
pubblicata nei Dischi del Sole o nei canzonieri a stampa del gruppo) non divennero un'esperienza moltiplicante, perché
si scontrarono con dinamiche politiche che andavano in direzione diametralmente opposta all'allargamento
conoscitivo della nostra Resistenza e all'analisi delle contraddizioni in essa presenti. Un lavoro culturale siffatto andava
a intaccare i miti e l'invenzione di tradizioni resistenziali faticosamente costruiti a fini di politica contingente
e aveva perciò un immediato e indesiderato risvolto politico: di qui la sordità di una cultura ufficiale
accademica e anche di partito, che non solo considerava quei canti, crocianamente, come "cocci vecchi", cose di poco
conto, degne al più di un'affrettata menzione, ma ancor più come materiali che sollevavano inopportuni problemi storici.
I Dischi del Sole uscirono nel ventennale della Resistenza, cioè nel momento in cui la Resistenza si
"tricolorava" come non mai nel passato e con l'avvento al governo del Partito socialista diventava il fondamento
dell'ideologia della "Repubblica nata dalla Resistenza", mentre la "guerra di liberazione nazionale" si trasformava in un
vero e proprio canone ufficiale di autointerpretazione e autolegittimazione della Repubblica. Allora le
associazioni partigiane aderirono - sia pure tra visibili resistenze della base partigiana - a questa mistificante ideologia,
che trovava il proprio inno in "Bella ciao", una canzone poco cantata durante la Resistenza e prevalentemente al
Centro Italia (Emilia, Toscana, Abruzzo, Lazio), ma che da allora si sarebbe sostituita sempre più a "Fischia il
vento", la canzone della Resistenza al Nord e quella maggiormente diffusa durante la Resistenza. Infatti "Bella ciao",
con il suo riferimento all' "invasor" e solo a quello, andava benissimo non solo alla Democrazia cristiana e al
Partito socialista, non solo allo stato maggiore dell'Esercito (tanto più che era stata cantata nel 1944 anche da
reparti regolari italiani aggregati alle forze armate alleate) ma anche alle associazioni partigiane, protese in quel
momento nel massimo sforzo di ricerca di strumenti di unificazione (anche se proprio allora, con l'adesione di
significativi pezzi del mondo partigiano stesso, decollava occultamente Gladio).
Si può quindi capire perché il nostro lavoro di riproposta del canto sociale, inteso come controstoria
d'Italia, il canzoniere della Resistenza "non ufficiale", che si contrapponeva di fatto a quelli precedenti, e la
teorizzazione fatta allora da Giovanni Pirelli della Resistenza come di un momento storico che racchiudeva in sé una
guerra di liberazione, ma anche una guerra civile e una guerra di classe, venissero guardati anche da sinistra con
qualche apprensione e molto sospetto.
In quegli anni l'immagine della Resistenza oleografica, retorica, priva di contraddizioni interne
propugnata dalla cultura ufficiale creò nelle nuove generazioni un rigetto, il rifiuto politico di quella Resistenza da larga
parte dei militanti del Sessantotto e del post Sessantotto. Quell'immagine favorì non poco l'idea che l'unità
della Resistenza fosse un inganno di segno conservatore (e quella "unità" del 1965 in realtà lo era effettivamente).
E per reazione a quel processo, dove sotto il manto tricolore tutti i partigiani diventavano
indistintamente biancorossoverdi, si fece strada lo slogan "la Resistenza è rossa e non democristiana" e Ivan Della Mea
scrisse la sua nota e popolare canzone "Nove maggio" ("E nell'ora della lotta rosso era il mio colore").
Quando poi quella che è stata chiamata la "storiografia del Sessantotto" riaprì il discorso sulla guerra di classe
e sulla continuità dello Stato, riscoprendo dinamiche sociali e comportamenti conflittuali, che la visione
nazional-patriottica esasperata, agiografica e unanimistica della Resistenza aveva tentato di cancellare, esplorando la
sfera della soggettività dei protagonisti come parte essenziale alla comprensione degli eventi, imparando anche a
fare i conti con le ambiguità della memoria e riaffermando che aspettative, illusioni, speranze e disillusioni
non potevano essere espulse dalla storia - solo in seguito avrebbe scoperto che storia e memoria dei protagonisti
non sono la stessa cosa e anzi spesso fanno a pugni tra loro - la reazione della "cultura ufficiale" fu durissima,
perché si voleva impedire una lettura di quegli anni che non fosse tutta assorbita e appiattita nella logica delle
strategie dei partiti e nelle dimensioni istituzionali.
Negli anni settanta gli istituti storici della Resistenza furono così teatro di uno scontro senza mezzi termini
che aveva per oggetto del contendere proprio l'uso delle testimonianze orali: fonti orali di base, formalizzate o
non formalizzate che fossero, furono così considerate pericolose, in quanto spesso riaffermavano dei valori
classisti e delle "verità" che si volevano esorcizzare.
Sicché, se le fonti orali hanno potuto imporsi, a prezzo di duri scontri, all'interno della storiografia
sulla Resistenza (come dimostrano non solo le pubblicazioni, ma anzitutto gli archivi sonori sorti anche in
numerosi istituti storici della Resistenza), questo è avvenuto solo parzialmente e con grave ritardo sulle necessità: del
resto anche questa tardiva ripresa d'interesse ha riguardato in minima misura il canto, e non solo per le ragioni
già accennate.
Infatti negli anni settanta ci fu anche la convinzione che il canto sociale fosse diventato un alibi alla
cattiva coscienza dell'opportunismo
politico, un ingrediente dell' "ubriacatura ideologizzante" del
folk-revival per una operazione di più profonda espropriazione dei
"diversi", e ciò ha fatto pagare un ulteriore scotto all'intero
arco di ricerche sul canto sociale.
Inoltre i canti, in quanto fonti orali formalizzate, hanno interessato ben poco la seconda generazione
degli oralisti, quella sviluppatasi in parallelo al crescere del movimento del '77: quest'ultima era, infatti, orientata
a lanciare un ponte prevalentemente tra storia e sociologia (quindi ha prestato grande attenzione alle storie di
vita, ma ben minore alle fonti orali formalizzate), mentre la precedente - cui si debbono la maggior parte delle
poche ricerche condotte sul canto della Resistenza - era orientata a lanciare un ponte prevalentemente tra storia
e antropologia (sia pure con la vistosa eccezione di Montaldi, che si è occupato molto di storie di vita e
pochissimo di canti sociali: tra i "padri" della storia orale italiana è forse, non a caso, quello che ha esercitato più influsso
sulla seconda generazione degli oralisti).
I nostri storici - con poche eccezioni anche tra gli oralisti - sono quindi nel complesso "analfamusici".
Sicché la saggistica sui canti della Resistenza, dagli anni ottanta in poi, assomma soltanto a una dozzina di
titoli: si tratta in quasi tutti i casi di articoli basati su ricerche degli anni sessanta, legati a persone che hanno preso
parte alla storia di Cantacronache del Nuovo Canzoniere Italiano o dell'Istituto Ernesto de Martino, cioè a coloro
che dagli anni sessanta in poi hanno continuato a occuparsi del canto sociale: Cesare Bermani, Mimmo
Boninelli, Franco Castelli, Emilio Jona, Roberto Leydi, Alberto Lovatto, Michele L. Straniero; oppure a partigiani,
come Ovidio Gardini, Romano Pieri, Pietro Vaenti.
Ma, come ho detto, il lavoro di ricerca degli anni sessanta, pur favorendo innovazioni nell'ambito della
cultura italiana, non è riuscito a sensibilizzare gli storici e a fare sì che considerassero i canti sociali come una
delle possibili fonti della storia, e direi che questo è vero in particolare per quanto riguarda gli storici della Resistenza.
Eppure, sino a metà degli anni cinquanta, le cose parevano indirizzarsi in tutt'altra direzione per le fonti
orali in genere e per i canti in particolare: vi erano innanzitutto state alcune stimolanti indicazioni di Roberto
Battaglia, che aveva sostenuto per primo, e tuttora più lucidamente, l'assoluta necessità dell'uso della memorialistica e
delle fonti orali (formalizzate e non formalizzate) per lo sviluppo del lavoro storico sulla Resistenza.
Scriveva sin dal 1945, in una pagina che denunziava
ante litteram i vizi in cui poi incorrerà molta
storiografia resistenziale: "Per chiarire [...] che cosa è stato il movimento partigiano in Italia non posso commentarlo
che attraverso ciò che io stesso ho visto o fatto, ossia commettere l'immodestia di parlare in prima persona.
Non nascondo che debbo così far forza e impormi a quella tenace educazione letteraria che in Italia
non permette se non con molta cautela l'autobiografia. [...]
L'italiano, animato da indubbio spirito di concretezza e quasi di scetticismo nella vita d'ogni giorno,
vuole entrare, quando scrive, in un mondo totalmente diverso, superiore e distaccato dalla realtà, al quale non
giunga che smorzato da un grave sipario di letteratura l'eco della vita vissuta: frattura ormai vecchia nella sua
coscienza e ancor più accentuata piuttosto che risolta dalle ultime esperienze. [...] Certo è che la nostra vita esce
sdoppiata da questa continua insidia: una lingua scritta e una lingua parlata, un uomo pubblico, paludato e dall'ampio
gesto, un uomo privato, modesto e preciso nei suoi affetti.
Anche a causa di questa dualità un fenomeno vasto, forse l'unico confortante della nostra storia più
recente, quale è stato il sorgere spontaneo di decine di migliaia di uomini contro l'oppressione nazista, corre il rischio
di non essere sufficientemente documentato.
La pronta e vivace divulgazione che ha avuto ad esempio il
maquis francese non può essere ripetuta se
non con grande difficoltà in Italia, tanto il nostro carattere tende, per istinto, a esaltare come eroi i partigiani,
confinandoli nel mondo dei sentimenti 'pubblici' piuttosto che descriverli come uomini simili agli altri nei loro meriti e nei loro
difetti; oppure, ancor peggio, scambia la loro umanità con una cronaca violenta ed esasperata di quel
momento che è, in guerra, se non uno dei tanti altri e non sempre il più importante, quello in cui s'affronta il
nemico".
Negli scritti di Battaglia si trovano del resto anche altri accenni allo sviluppo di una storiografia della
Resistenza che non possa che basarsi prioritariamente sulle fonti orali: "esistono i documenti [scritti] della Resistenza
da studiare, ma non dobbiamo farci prendere dal feticismo dei documenti. Chi di noi ha scritto quei documenti
sa che in essi non vi era tanto la preoccupazione di accertare la verità, quanto uno scopo immediato,
propagandistico, di lotta, per cui si dicevano talune cose, magari sottolineandole e se ne tacevano altre, non bisogna credere
cioè che la storia della Resistenza sia inesplorata perché ancora chiusa negli archivi. Questo non è vero, questo è
un errore gravissimo tanto più che poi hanno pensato i tedeschi a sfoltire notevolmente i nostri archivi. Su
alcuni periodi della Resistenza, su documenti di intere formazioni, sappiamo
poco".
E, sottolineando come la storia della Resistenza fosse un tipo di storia nuova, dove i protagonisti avevano
in larga parte delle difficoltà nel fare una testimonianza scritta, ne concludeva che "l'unica possibilità reale
di scrivere questa storia è appunto di avvicinarsi ai suoi protagonisti autentici, [...] su un piano che non sia
quello del sociologo distaccato [...] ma quello di stabilire una collaborazione direi affettuosa tra chi interpreta e
chi risponde. Questo è l'unico
metodo...".
Nel 1961, quando Battaglia scriveva questo, aveva alle spalle libri come "Giorni di
fuoco"di Silvio Micheli, ricco di intelligenti consigli di metodo per procedere in questo genere di ricerche e che non ho mai visto
citato da nessuno di coloro che hanno poi utilizzato anche ampiamente le fonti orali; altrettanto ingiustamente viene
poco citata un'opera come "Il movimento operaio torinese durante la
Resistenza"di Raimondo Luraghi, che
andrebbe considerata come uno dei punti di partenza delle ricerche storiche con uso della testimonianza orale.
Importanti indicazioni su un modo nuovo di fare storia nel caso della Resistenza erano venute non solo
da Battaglia, Micheli o Luraghi ma anche da un romanziere come Italo Calvino, che nel 1949 identificava
nella canzone partigiana e nella storia partigiana raccontata, i due prodotti poetici di tradizione popolare e orale
che stavano alla base della migliore letteratura partigiana: "Il racconto partigiano forse un giorno avrà un posto in
un capitolo della nostra storia letteraria, come le cronache garibaldine del secolo scorso: ma più ancora che in
quelle si può ravvisare in esso un interessante fenomeno di 'letteratura di massa' quale l'Italia non ne conosceva
forse (esclusa la tradizione poetica dialettale) dall'epoca dei poemi cavallereschi e della novellistica dei classici.
Spesso patetico e insieme truculento, il racconto partigiano nasce da una tradizione orale (l'episodio vissuto e
raccontato che fa a poco a poco il giro d'ogni vallata e d'ogni
formazione)...".
Calvino notava anche che moltissimi erano i partigiani divenuti narratori, dandone anni dopo una più
meditata spiegazione: "L'esplosione letteraria di quegli anni in Italia fu, prima che un fatto d'arte, un fatto
fisiologico, esistenziale, collettivo. Avevamo vissuto la guerra, e noi più giovani - che avevamo fatto in tempo a fare
il partigiano - non ce ne sentivamo schiacciati, vinti, 'bruciati', ma vincitori, spinti dalla carica propulsiva
della battaglia appena conclusa, depositari esclusivi d'una sua eredità. [...] L'essere usciti da un'esperienza -
guerra, guerra civile - che non aveva risparmiato nessuno, stabiliva un'immediatezza di comunicazione tra lo scrittore
e il suo pubblico: si era faccia a faccia, alla pari, carichi di storie da raccontare, ognuno aveva avuto la sua,
ognuno aveva vissuto vite irregolari drammatiche avventurose, ci si strappava la parola di bocca. La rinata libertà di
parlare fu per la gente al principio smania di raccontare: nei treni che riprendevano a funzionare, gremiti di persone
e pacchi di farina e bidoni d'olio, ogni passeggero raccontava agli sconosciuti le vicissitudini che gli erano
occorse, e così ogni avventore ai tavoli delle 'mense del popolo', ogni donna nelle code ai negozi: il grigiore delle
vite quotidiane sembrava cosa d'altre epoche; ci muovevamo in un multicolore universo di storie.
Chi cominciò a scrivere allora si trovò così a trattare la medesima materia dell'anonimo narratore orale:
alle storie che avevamo vissuto di persona o di cui eravamo stati spettatori s'aggiungevano quelle che ci erano
arrivate già come racconti, con una voce, una cadenza, un'espressione mimica. Durante la guerra partigiana le
storie appena vissute si trasformavano e trasfiguravano in storie raccontate la notte attorno al fuoco, acquistavano
già uno stile, un linguaggio, un umore come di bravata, una ricerca d'effetti angosciosi o truculenti. Alcuni
miei racconti, alcune pagine di questo romanzo ["Il sentiero dei nidi di ragno",
nda], hanno all'origine questa tradizione orale appena nata, nei fatti, nel linguaggio.
[...] Mai fu tanto chiaro che le storie che si raccontavano erano materiale grezzo: la carica esplosiva di
libertà che animava il giovane scrittore non era tanto nella sua volontà di documentare o informare, quanto in quella
di esprimere. Esprimere che cosa? Noi stessi, il sapore aspro della vita che avevamo appreso allora, tante cose
che si credeva di sapere o di essere, e forse veramente in quel momento sapevamo ed eravamo. Personaggi,
paesaggi, spari, didascalie politiche, voci gergali, parolacce, lirismi, armi ed amplessi non erano che colori della
tavolozza, note del pentagramma, sapevamo fin troppo bene che quel che contava era la musica e non il libretto, mai si
videro formalisti così accaniti come quei contenutisti che eravamo, mai lirici così effusivi come quegli oggettivi
che passavamo per essere. [...] tutto il problema ci sembrava fosse di poetica, come trasformare in opera letteraria
quel mondo che era per noi il
mondo".
Per decenni l'Italia avrebbe continuato a essere percorsa da quelle storie di vita, dando luogo a
un'amplissima memorialistica e alla continua, reiterata esigenza di raccontare le esperienze di allora. Ma di tutto ciò la gran
parte della storiografia ha tenuto in genere poco conto, almeno sino a tempi recenti, continuando a essere largamente confinata in quel "mondo dei sentimenti 'pubblici' " di cui parlava Battaglia e guardando a lungo con
sospetto i tentativi di utilizzare a fini di elaborazione storica i canti e i racconti dei protagonisti. Anche perché - ripeto
- questi canti e racconti finivano per fare a pezzi qualsiasi visione ideologizzata, piegata a esigenze politiche
contingenti, della Resistenza.
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