Invito alla lettura di:

Aspetti della storia della provincia di Vercelli tra le due guerre mondiali
a cura di Patrizia Dongilli

1993, pp. 276, € 15,00



Dall'introduzione di Gianni Perona

La provincia di Vercelli tra le due guerre
Problemi e prospettive di ricerca storica



Il quadro generale e il Biellese

Dal punto di vista giuridico il nostro titolo implica un'ovvia forzatura cronologica, poiché è ben noto che all'inizio del periodo fascista la provincia di Vercelli come ente amministrativo non esiste. Solo verso la fine del 1926, in concomitanza con il consolidamento del regime e l'eliminazione delle opposizioni - concomitanza probabilmente non casuale - viene attuata a spese del territorio novarese questa nuova ripartizione amministrativa: del dicembre di quell'anno è il telegramma di Mussolini che annuncia la costituzione della provincia, del 1927 l'esecuzione del decreto istitutivo.
Tuttavia, come subregioni sociogeografiche, le tre circoscrizioni territoriali che costituiscono attualmente la provincia di Vercelli sono già da tempo chiaramente individuate nella coscienza collettiva, sia perché non è spenta la memoria della loro autonomia all'interno dell'ordinamento sabaudo preunitario, sia perché vivono in esse tradizioni storiche - sulle quali in parte ritorneremo - e solidarietà antiche, il cui radicamento è del resto evidente per la presenza in ognuna di forme specifiche e vitali della parlata dialettale.
Ma per comprendere il riaffermarsi della loro identità nel nostro secolo, in qualche modo consacrata dall'istituto provinciale, è importante soprattutto ricordare che esse sono presenti nella cultura dell'epoca con tratti particolari - mi riferisco specialmente al Vercellese e al Biellese - che sono in parte il frutto di una mitografia socioeconomica, e che tuttavia finiscono con l'avere rilevanza anche politica. Basterà qui evocare alcuni casi in cui tali rappresentazioni emergono con particolare evidenza.
Quando, ad esempio, nei primi anni venti, Piero Gobetti si volge a fare un'analisi delle potenzialità di sviluppo di una moderna società italiana che non ceda alle tentazioni del fascismo, egli avvia una riflessione particolarmente attenta proprio a processi sociali che si sono svolti in queste zone, sia nei suoi scritti, poi intitolati "Risorgimento senza eroi", sia in pubblicazioni della sua casa editrice o in articoli di vari autori apparsi sulla rivista "La Rivoluzione liberale".
Nel marzo del 1924 questa pubblica un lungo articolo di Giuseppe Vescovini dedicato all'industria laniera nel Biellese, primo di una "Inchiesta sull'industria italiana", cui Gobetti appone una nota programmatica: "Si tratta di vedere in quali climi l'industria italiana riuscì ad imporsi, come vinse le difficoltà naturali, quali difetti la travagliano. Tutte le nostre simpatie sono per le libere iniziative che risalgono al sacrificio dei singoli, e alla genialità di uomini che non dovettero ricorrere all'aiuto del politicantismo [...] Soltanto questa indagine potrà dirci con quale preparazione intima l'Italia si avvia alla vita moderna e entro quali limiti si sia già formata una classe di capitalisti non avventurieri né parassiti. Di tale compito 'Rivoluzione Liberale' si assunse politicamente l'impegno con la impostazione stessa che diede allo studio intorno alla presente immaturità italiana economica e politica, immaturità che non deve escludere altre speranze per il futuro".
Del tutto coerente con questa impostazione, l'articolo di Vescovini analizza la comunità biellese come un prototipo di società industriale, nella quale soprattutto gli appare importante che si sia formato un robusto ceto di imprenditori, anche se portatore di valori morali che limitano - a suo avviso - la sua capacità di operare secondo le regole del capitalismo moderno.
Ispiratore ultimo di riflessioni così orientate era evidentemente il pensiero di Luigi Einaudi, che fu sempre ammiratore dei piccoli e medi industriali, e proprio a lui Gobetti propone, nello stesso anno, di riprendere i suoi vecchi articoli di fine secolo sul conflitto di classe nel Biellese, per ripubblicarli nella prima parte del volume "Le lotte del lavoro". Alla nuova edizione Einaudi mette una prefazione in cui rievoca anche il suo rapporto intellettuale con la comunità prealpina, e lo colloca nel contesto di una polemica ormai serrata contro quello che a lui appare il collettivismo fascista: "Rileggendo gli scritti sui problemi del lavoro che l'editore Piero Gobetti ha desiderato che io riesumassi [...] mi sono accorto che essi obbedivano ad alcune idee madri, alle quali [...] mi avvedo [...] di essere rimasto fedele". E aggiunge una sua particolare lettura liberale del socialismo di fine secolo, interpretato in chiave etica più che politica: "Riandando coi ricordi a quegli anni giovanili, quando [...] discorrevo alla sera in umili osterie dei villaggi biellesi con operai tessitori, mi esalto e mi commuovo [...], quegli uomini, che dal 1890 al 1900 nascevano alla vita collettiva, comprendevano la propria dignità di uomini ed erano convinti di dover rendersi degni dell'alta meta umana a cui aspiravano"; "il socialismo sentimento - conclude - quello che ha fatto alzare la testa agli operai del Biellese o del porto di Genova, e li ha persuasi a stringere la mano ai fratelli di lavoro, a pensare, a discutere, a leggere, fu una cosa grande, la quale non è passata senza frutto nella storia d'Italia".
Accanto alla riproposizione del mito di una società industriale biellese capace di quell'autoregolazione che è il fondamento stesso della teoria liberista, secondo cui lo Stato deve ingerirsi il meno possibile nel gioco spontaneo delle forze sociali ed economiche, c'è poi in Gobetti - sulle orme dei suoi maestri, ma con un'originale impostazione - anche uno studio attento della modernizzazione delle campagne piemontesi, che aveva avuto nel Vercellese uno dei suoi laboratori più importanti, dal Settecento a Cavour e dopo.
Già nel "Manifesto" in cui proponeva, all'inizio del 1922, il progetto politico della "Rivoluzione liberale", egli osservava infatti che nel Piemonte settecentesco, unico tra gli stati italiani capace di "realizzare la sua missione [...] l'attenzione è tutta alla vita economica che si organizza secondo principi liberistici. Ferve la rivoluzione dei contadini che stanno realizzando la loro coscienza di produttori". E nel maggio 1923, riprendendo quasi con le stesse parole lo schema di quel primo abbozzo, vi inseriva un'analisi ben più pertinente all'evoluzione vercellese: "Alla fine del Settecento complesse esigenze di modernità caratterizzavano la vita sociale piemontese. La fisionomia generale della vita agricola poteva riassumersi nella lotta contro il latifondo [...] Così naturalmente doveva formarsi per una selezione di capacità inevitabile e connessa con le trasformazioni moderne della borghesia una nuova classe economica indipendente, capace di assolvere il suo compito e di creare una piccola proprietà. Questa classe non fu di coloni, ma di affittuari, per la maggiore indipendenza in cui si trovava l'affittuario rispetto al padrone e per le sue attitudini a trovar denaro e spenderlo per migliorare la cultura. Senonché questa trasformazione portava con sé la miseria del coltivatore e generava un problema sociale sinora sconosciuto, il pauperismo".
Il fondo di studi storici che Gobetti qui sintetizza è una serie di ricerche dello stesso Luigi Einaudi, ma soprattutto di Giuseppe Prato e di Salvatore Pugliese, che da un canto avevano messo in luce l'importanza dell'esperienza vercellese di modernizzazione, dall'altro avevano individuato in questo processo la radice di una conflittualità sociale che si era manifestata clamorosamente nella crisi rivoluzionaria alla fine del Settecento, e che dopo la prima guerra mondiale tornava ad essere di drammatica attualità in quelle campagne. Nell'ultima riflessione di Gobetti sull'argomento questa connessione tra modernizzazione rurale e lotte sociali è posta molto incisivamente: "Si forma una nuova classe di fittavoli che introducono i progressi della tecnica agraria e specialmente operano nelle condizioni adatte per avvantaggiarsi dell'aumento della rendita. La sostituzione della grande affittanza schiavista alla mezzadria rompe il sistema paternalistico di protezionismo, filantropia e pace sociale inaugurato da Vittorio Amedeo III, e durato tutto il periodo della Rivoluzione francese. In questi anni, braccianti e servi sono i protagonisti degli episodi di scontentezza e i fittavoli costituiscono la schiera prudente dei fiancheggiatori della Rivoluzione francese. Ma da questa classe di profittatori del giacobinismo non si possono ricavare quadri politici veri". Osservazione acutissima quest'ultima, che denunziava, accanto al vigore delle forze economiche, la carenza di una cultura e di una classe politica moderna, mancanza ancora sensibile, dopo più di un secolo, nella crisi del dopoguerra.
Non c'è infine, apparentemente, nel gruppo di autori il cui pensiero è ripreso nella cerchia gobettiana, una specifica menzione della Valsesia, ma la struttura economica della montagna piemontese, di cui la valle è caratteristico esempio, non è trascurata. Proprio in "Risorgimento senza eroi", nel capitolo sull'emigrazione, è sottolineato il ruolo chiave degli operai qualificati di origine montanara: "L'emigrazione temporanea [...] comprende in certe province metà della popolazione. Gli operai qualificati del Biellese (muratori), di Susa (cardatori), di Altare (vetro) ricavano in questo modo dall'estero un salario provvidenziale per l'economia piemontese''. Non è dunque affatto arbitrario aggiungere a questo sommario elenco di gruppi professionali anche i discendenti dei grandi maestri valsesiani costruttori di chiese, sui quali ancora ritorneremo.

Insomma gl'importanti e originali processi di mobilità, trasformazione sociale e modernizzazione, che caratterizzavano i territori della nuova provincia anche rispetto a zone vicine come il Monferrato o il Canavese, avevano trovato dapprima nella riflessione degli storici e dei teorici dell'economia una rappresentazione analitica, poi si erano configurati come modelli scientifici, e presto, divenuti nell'arco di due decenni quasi luoghi comuni, si erano costituiti in miti che si diffondevano per vie imprevedibili.
Per citare un altro esempio non banale di questa diffusione, certo originato dalla stessa matrice di studi e di cultura condivisa negli ambienti accademici e politici torinesi, ricordiamo che nel 1929 Angelo Tasca, nel momento in cui è minacciato di espulsione dal Partito comunista, anche per il suo dissenso sui presupposti teorici dei programmi di industrializzazione sovietica, cita proprio il modello biellese: "È falso - egli osserva - che il ricorso alle forniture industriali estere comprometta la rapidità dello sviluppo dell'industria leggera. L'industria tessile italiana ha fatto dei passi molto rapidi pur ricorrendo (anzi: perché ha ricorso) al mercato estero per acquistarvi le macchine tessili perfezionate. Tutti i lanifici del Biellese lavorano su macchine inglesi. L'importazione di macchine è da tutti considerata come uno dei segni più sicuri del progresso industriale di un paese".
Ancor più singolare è che questo cenno, assai breve in un complesso testo di circa cento pagine, sia colto e sviluppato da Togliatti nella durissima risposta critica che condurrà all'espulsione dal partito del suo avversario: "Egli [Tasca] si pone [...] il problema dello sviluppo dell'industria in Russia nello stesso modo come il problema si pone per lo sviluppo dell'industria in qualsiasi paese capitalistico. Il punto culminante del suo ragionamento è il confronto fra l'industria russa e quella del Biellese. Come gli industriali biellesi si sono arricchiti e sviluppati anche importando macchine dall'estero, così la Russia può crearsi un'industria importando dall'estero le macchine. L'orientamento verso lo sviluppo di un'industria pesante diventa, in una concezione simile, una cosa vana e pazzesca. [...] Vi è però una coerenza interiore in tutto ciò che il compagno Serra [Tasca] dice. Da un lato, la prospettiva di una trasformazione capitalistica o semi capitalistica delle campagne. Dall'altro lato lo sviluppo di un'industria leggera, allo scopo di poter meglio soddisfare i bisogni dei contadini, i quali diventano quindi la figura centrale [... mentre] il proletariato, che ha nelle mani il potere, è inevitabilmente ridotto, in questo quadro, a una funzione di mediazione e di controllo di un'economia capitalistica in via di ricostruzione''.
Paradossalmente dunque sia pure al fine polemico di contrapporlo al modello del primo piano staliniano, il sistema di agricoltura moderna e industria leggera, che caratterizza così singolarmente la struttura economica dualistica della provincia vercellese, è mitizzato anche da Togliatti come il modello stesso dell'economia capitalistica.
Queste citazioni, non casualmente scelte da fonti ispirate a un radicale antifascismo, ci interessano però non soltanto per evocare la genesi antica e spesso illustre di un'autorappresentazione di cui ancora si compiacciono talvolta la cultura e l'opinione locale, ma soprattutto perché le analisi scientifiche che costituiscono la loro comune radice hanno in qualche misura pregiudicato fino ad oggi un'indagine approfondita sugli anni del fascismo nella provincia.

In realtà, già prima che maturassero le riflessioni di Gobetti o Tasca o Togliatti, la lettura per così dire einaudiana della realtà locale appariva largamente superata: il capitale biellese era entrato a vele spiegate - anche se con vistose riserve mentali dei singoli produttori - nel sistema di produzione bellica controllato dallo Stato, e ne aveva ricavato enormi profitti. Analoghi vantaggi aveva ricavato l'agricoltura vercellese dalla situazione di guerra, convertendosi ancora più che nel passato alla produzione di riso e di foraggi, i cui prezzi non controllati erano assai più remunerativi che quelli del grano. Quanto al movimento socialista, pur attraversato alla base da tensioni violentissime, esso si presentava nondimeno al vertice, specialmente attraverso figure quali Rinaldo Rigola e Felice Quaglino, come uno dei capisaldi nazionali del riformismo gradualista e statalista, che conteneva anche in germe, come poi si vide, il singolare ma non inspiegabile compromesso di Rigola con il fascismo.
Perciò alla fine della grande guerra non ci si trovava più, se mai si era stati, in presenza di una società spiegabile nei termini di una quasi immediata proiezione delle strutture economiche in quelle politiche e sindacali, tendente pertanto a svilupparsi autonomamente secondo le leggi a tali strutture inerenti. Come dovunque altrove nel mondo capitalistico dell'epoca, forme "corporative'' di organizzazione dell'economia si erano rafforzate durante il conflitto in varie guise, prendendo vesti istituzionali più o meno effimere, e coinvolgendo al tempo stesso il sindacalismo imprenditoriale e quello operaio in un rapporto complesso e talora contraddittorio con le istituzioni statali. Da una parte resistevano e si erano rafforzati gruppi potenti, da lungo tempo organizzati e gelosi della propria autonomia, come ad esempio quelli che nei consorzi dei grandi canali di irrigazione controllavano 1'economia vercellese, o come i sindacati industriali delle valli biellesi e della bassa Valsesia; dall'altra questi medesimi gruppi avevano dovuto definire nei confronti della gestione pubblica dell'economia di guerra atteggiamenti e forme di integrazione da cui avevano tratto, come si è detto, grandi vantaggi.
Non diversamente il sindacalismo operaio e bracciantile (promotore e protagonista di importanti azioni rivendicative, ma non di rado travolto da ondate di conflittualità formatesi in una base militante con forti componenti di radicale estremismo) vedeva trionfare, soprattutto nei riconoscimenti legali del 1919 sull'orario di lavoro, la classica impostazione gradualista che vedeva nella sanzione del potere legislativo il più solido approdo della strategia sindacale.
In breve, alla fine della grande guerra la futura provincia di Vercelli appare aver legato più strettamente che mai i suoi destini alle strutture dello Stato, e non ha molto fondamento interpretare le culture politiche ed economiche che ispirano i grandi rivolgimenti sociali e politici del momento come se in esse si esprimesse la continuità di una modernizzazione autonoma dall'intervento statale, una modernizzazione insomma che renderebbe non solo superfluo, ma inconcepibile un qualsiasi ruolo dello statalismo fascista. Eppure proprio il pregiudizio su una società naturaliter liberale, a mio parere, ha fatto sì che il fascismo locale sia poco indagato, oppure trattato come un fenomeno estraneo e marginale.

Il ciclo di interventi che questo libro raccoglie non può certo ancora affrontare un esame complessivo che analizzi quello che è stato il fascismo, e che al tempo stesso definisca meglio il contesto per studiare l'antifascismo. Esso può però contribuire ad affrontare in modo più realistico, corretto e scientifico la storia del ventennio nella provincia.
Sembra certo che la presenza fascista agli inizi non sia stata in questa zona rilevante come si presentò in altre parti d'Italia. Gli stessi apologeti del regime nel rievocare i primordi del movimento a Vercelli sono molto discreti e ambigui: squadrismo e fascismo sono fatti coincidere in un'arbitraria ricostruzione di fatti che non può mascherare la fragilità del primo, sparuto gruppo di estrazione esclusivamente urbana. Dante Maria Tuninetti, nel volume da lui compilato sugli squadristi piemontesi nota che nel "dicembre 1920 [...] si riuniscono [...] poco più d'una trentina di persone, composte per due terzi di giovani studenti, per il restante di reduci di guerra'', e fa risalire all'8 gennaio 1921 la prima azione pubblica dei "pochi fascisti vercellesi": la cosiddetta spedizione punitiva per distruggere la lapide "sovversiva" di Albano in memoria dei caduti della guerra, azione in cui fu ucciso il ragionier Aldo Milano. Ma una più accurata ricostruzione collega piuttosto il Milano alla cultura dell'interventismo di ispirazione massonica, e situa la fondazione del fascio dopo, non prima dell'episodio di Albano, il quale si collocherebbe dunque ancora in quella temperie di rivalutazione dell'interventismo e della guerra patriottica che aveva visto convergere, fin dalla riunione di piazza San Sepolcro, massoneria, ex combattenti e movimento fascista.
Comunque, è evidente dalle stesse cronache fasciste che lo squadrismo nel Vercellese fu contrastato ed ebbe un limitato martirologio, tanto che l'apologeta ufficiale, oltre ad iscrivere post mortem Milano per portare a tre "l'elenco dei caduti vercellesi del periodo eroico" prima della marcia su Roma, allunga poi la lista con i nomi di altri cinque o sei, uccisi o feriti in episodi che dimostrano come fino al 1925 ogni passo del nascente regime, dalla marcia su Roma, all'assassinio di Matteotti e alle ripetute esaltazioni della grande guerra, fosse accompagnato nella zona da atti di resistenza dura e talora sanguinosa.
Anche nel Biellese l'identità politica dei primi gruppi fascisti è in qualche modo velata, e la loro azione fu percepita inizialmente piuttosto come una sequenza di provocazioni al servizio di forze politiche conservatrici o direttamente degli industriali. Le manifestazioni più clamorose della loro presenza si ebbero infatti nel 1921, prima con l'assassinio del consigliere provinciale socialista Eriberto Ramella Germanin, nel corso di un comizio di un candidato del Blocco nazionale per le elezioni politiche di maggio, poi sotto le spoglie di un sindacato giallo, la Confederazione italiana sindacati economici, già attiva a Biella nel rompere il fronte del grande sciopero dell'autunno 1921 ma solo più tardi rivendicata appieno alla storia del movimento fascista locale, nel quadro delle celebrazioni del decennale.
Del resto l'apologetica di regime, nel ricostruire l'avvento del fascismo nella zona, non nascose la prevalenza dei conflitti di lavoro rispetto ai problemi politici che il movimento dovette affrontare, e il conseguente carattere di classe dell'azione fascista. Tuninetti sente il bisogno di premettere alle modeste gesta dei suoi eroi un profilo della "bassa Vercellese" fatta di "risaie che richiedono al colono tenacia, perseveranza, resistenza, in un ambiente malsano e traditore, depauperatore d'ogni energia e capace di fiaccare anche le fibre più gagliarde ed indurite. Ambiente di malcontenti perciò" in cui egli deve ammettere, prima di esaltare i benefici del regime, che esistevano "in sopportabili condizioni di lavoro [...] una grave crisi economica [...] che aveva [...] affacciato all'orizzonte lo spettro della carestia [...] il comprensibile malcontento della gran massa rurale in conseguenza del mancato mantenimento delle demagogiche promesse fatte dai Governi di guerra". Anche Guerrando Bianchi di Vigny, nella sua "Storia del fascismo torinese", dedica a Biella un paio di pagine tutte riguardanti lo sciopero "dei cinque minuti" del maggio 1919 così da farne quasi il simbolo del sovversivismo operaista nella regione: "Gli echi delle giornate biellesi rintronano nelle sale di adunata alla Camera del Lavoro di Torino ed alle Case del Popolo. I capi socialisti eccitano le masse torinesi, additando a esempio, degnissime d'essere imitate, le riottose masse di Biella. Lenin fa scuola". E il cronista biellese del decennale volentieri confondeva origini del fascismo, pratiche squadriste e violenza antisindacale, ricordando che nel 1921 "nel periodo più turbinoso dell'interminabile sciopero laniero [...] i nostri organizzatori parlarono in contraddittorio con i comunisti - tenendo la rivoltella a portata di mano".
La fascistizzazione della provincia di Vercelli porta dunque anche nella memoria dei suoi protagonisti - fonte primaria sia delle compilazioni celebrative citate, sia di quella realizzata a livello nazionale da Giorgio Alberto Chiurco - i caratteri nettissimi del conflitto di classe, e questa interpretazione, convergendo paradossalmente con quella degli avversari, ha in larga misura legittimato una lettura dello squadrismo e del fascismo stesso quale braccio armato e violento del potere di industriali ed agrari. Lettura che trova parziale conferma anche nell'affermazione relativamente tardiva dei fasci, onde la zona è apparsa - nelle cronache stesse del regime - marginale nel contesto delle violenze squadristiche esplose dapprima nel Casalese, e poi allargatesi nel Novarese e nel Canavese, sempre però con un ruolo importante delle squadre di Casale e della Lomellina.
D'altro canto indizi certi di una relativa tenuta politica delle forze antifasciste non mancano, primo fra tutti il fatto che il 1 maggio 1922, quando in gran parte d'Italia le camere del lavoro sono saccheggiate o devastate, a Biella si inaugura ancora solennemente la nuova sede di via Mazzini, che sarà per la prima volta occupata dagli squadristi solo il 1 novembre, nel contesto a loro favorevole creato dal recente avvento al potere.

In realtà gli avvenimenti del novembre 1922, che sembrarono a Pietro Secchia segnare una cesura definitiva nella storia del movimento operaio, proprio perché si collocavano al culmine di una serie di lotte insieme economiche e politiche, appaiono sempre più carichi di significati simbolici retrospettivamente attribuiti piuttosto che realmente decisivi. Quella parte capitale della congiuntura postbellica che si svolse nelle campagne e nelle fabbriche della futura provincia di Vercelli, era già da tempo entrata nella sua fase discendente sotto la pressione congiunta sia della crisi agricola e dello squadrismo terroristico agrario, sia della ristrutturazione produttiva nel settore industriale che aveva avuto i suoi cardini nell'imposizione dei doppi turni e nel rifiuto del "sabato inglese" - già nel 1919 - e si era poi affermata in una fase di recessione produttiva dopo il fallito sciopero dei tre mesi dell'autunno 1921.
Più che di una periodizzazione netta, possiamo parlare di cicli, nel corso dei quali l'azione fascista s'innesta nell'azione delle forze economiche.
Il primo è certamente quello che si chiude con la crisi agraria, manifesta fin dal 1919-1920, e seguita dalla sistematica azione squadrista contro gli organizzatori delle leghe "rosse", il più delle volte costretti a lasciare le loro residenze nel corso del 1921 e del 1922. L'episodio cruciale di questa crisi era stato lo sciopero "dei cinquantaquattro giorni", nel marzo-aprile 1920, uno dei più gravi che si ricordino non solo nelle campagne vercellesi, ma in Italia, sciopero radicalizzato fino alla sospensione della mungitura delle mucche, con l'obiettivo di una piena occupazione dei braccianti. L'azione squadrista sarebbe cominciata, come si è già ricordato, proprio alla fine di quell'annata agraria.
Quello che culminava così - in un clima esasperato dal sentimento dei contadini di avere crediti da esigere per i loro sacrifici nella guerra, e dalla durezza degli ex combattenti di estrazione borghese e urbana - per poi chiudersi subito, era però un assai più lungo ciclo di aumenti salariali che era iniziato all'inizio del secolo. Seguendo l'espansione dell'agricoltura locale, braccianti e mondine avevano potuto strappare significativi miglioramenti delle loro condizioni, in particolare la giornata di otto ore, che non solo alleviava la fatica dei singoli, ma creava la condizione strutturale per un più largo impiego di lavoratori. Le varie forme di "imponibile di manodopera" rivendicate nel "biennio rosso" sostanzialmente miravano a rendere esplicita e vincolante la connessione economica necessaria tra orario e occupazione. Per converso, la crisi dell'agricoltura vercellese, togliendo ai lavoratori la forza contrattuale economica, permise ai fascisti di scalzare rapidamente le loro conquiste, privandoli con la violenza della forza sindacale. Nell'un caso e nell'altro si ebbero ripercussioni molto più vaste dell'ambito provinciale, a causa dell'ampiezza del bacino di reclutamento degli agrari vercellesi nell'intera valle Padana.

Il secondo ciclo economico, parallelo ma con una fase di ritardo rispetto al primo, è quello industriale, in cui la congiuntura di mercato s'intreccia indissolubilmente con un processo intensissimo di modernizzazione degli impianti e con uno, meno indagato ma non meno importante, che potremmo definire di riaffermato controllo del territorio da parte degli industriali. Negli anni venti si conclude infatti, anche perché viene meno a Torino la quiete sindacale che aveva caratterizzato il settore tessile nei decenni prebellici, la politica di investimenti produttivi biellesi nel capoluogo regionale, che aveva fatto sorgere là grossi impianti cotonieri e lanieri. Questi verranno dunque progressivamente abbandonati grazie alla più intensa produzione delle sedi aziendali centrali, ma evidentemente questa concentrazione sul territorio d'origine rendeva le imprese molto più sensibili ai conflitti sindacali locali.
Un terzo ciclo, indipendente da questi due, ma destinato a intrecciarsi strettamente con la storia dell'antifascismo locale, è quello dell'emigrazione. La ripresa del flusso di lavoratori verso l'estero, all'inizio del dopoguerra, non aveva all'inizio avuto niente di drammatico, né aspetti di patologia economica, anzi si inseriva in prospettive eccezionalmente favorevoli per la piccola imprenditoria edile italiana nella ricostruzione postbellica, soprattutto in Francia, e conseguentemente avvantaggiava la manodopera specializzata che quelle imprese chiamavano dalla madrepatria. Avvenne così che le vessazioni squadriste fossero solo uno, né sempre il principale fattore che portò molti militanti dei partiti e dei sindacati antifascisti in terra straniera, dove l'emigrazione economica si trasformò talora in esilio. Di fatto cominciò allora a manifestarsi un legame tra questo e quella, che si può ritrovare in non pochi episodi nel corso del ventennio e che durò fino alla fine del regime, quando fra i molti emigrati "economici" ritornanti a causa della guerra si sarebbero contati numerosi vecchi socialisti e comunisti e anarchici, insieme a giovani nati o cresciuti all'estero in un clima di cultura antifascista.
Comunque si vogliano considerare l'importanza relativa e la cronologia dei fattori di disgregazione del sistema politico e sindacale prefascista, nel 1924 il processo appariva quasi terminato. Il quadro che appare dalla relazione retrospettiva del biennio 1921-1924, pubblicata da Ludovico d'Aragona nella breve pausa di libertà concessa dai fascisti dopo l'assassinio di Giacomo Matteotti, è quello di una inerte sopravvivenza di pochi relitti là dove erano fiorite alcune delle più grandi centrali sindacali dell'Italia prefascista. In particolare, nella lettera inviata dalla Confederazione generale del lavoro - di cui D'Aragona era segretario generale - a Mussolini alla fine del 1923, per denunziare le violenze antisindacali praticate sotto il neonato governo fascista, di Vercelli non si fa neppure più menzione, e di Novara solo per registrare "l'occupazione violenta di tutte le nostre organizzazioni", concludendo che è "inutile tentare qualsiasi azione di ripresa perché al minimo accenno la violenza risorgerebbe all'istante". Delle ultime resistenze in valle Sessera, e nelle valli dello Strona e del Ponzone è data notizia solo per registrarne lo schiacciamento nel decisivo agosto 1923, con conseguenti vessazioni di militanti, sequestri delle case del popolo, ed esilio dei principali organizzatori.

Dopo l'affermazione del fascismo e le leggi eccezionali, si è tentati di registrare come svolta importante la cesura fra il 1926 e il 1927, quando la Confederazione del lavoro delibera il proprio scioglimento, e priva così i militanti del sindacalismo antifascista dell'ultimo punto di riferimento unitario, giacché le divisioni che avevano lacerato il tessuto delle organizzazioni politiche socialiste non si erano tradotte - nonostante la violenza dei contrasti - in analoghe scissioni della centrale sindacale. Tuttavia si tratta forse di una periodizzazione che lo storico coglie retrospettivamente, guardando agli sviluppi dei decenni postfascisti e comparandoli a quelli dell'Italia liberale, piuttosto che di un processo di oggettiva rilevanza in quella congiuntura.
In prospettiva infatti non c'è dubbio che dal 1927 dati l'egemonia, nel campo antifascista, dei superstiti militanti comunisti attivi, soprattutto rispetto ai dispersi e spesso inattivi eredi della tradizione socialista. E chi considera il peso che nella Resistenza e nel secondo dopoguerra le organizzazioni comuniste avrebbero avuto in tutto il territorio provinciale, vede là l'inizio di una decisa inversione dei rapporti di forze in una zona che dalla fine dell'Ottocento al 1920 e oltre aveva dato un massiccio sostegno alla causa del socialismo riformista. Ma se si considerano i fatti immediati, il brevissimo tentativo comunista di risuscitare il sindacato clandestino viene soffocato disastrosamente da un'ondata di arresti, e uno stillicidio di misure repressive causerà la scomparsa quasi totale, all'inizio del decennio successivo, della militanza antifascista attiva.
La memoria dei militanti comunisti - chiusi in carcere o costretti all'esilio - si separa in quel momento da quella della comunità, e questi due distinti filoni che concorreranno dopo la guerra a costituire il ricordo pubblico, e quasi la communis opinio sull'età fascista, si salderanno soltanto più tardi, a partire dall'opera pedagogica della Resistenza, e dal successivo lavoro di politici, autori di memorie, infine storici, tutti legati al sistema di valori dell'antifascismo democratico. In particolare, come conseguenza di questa saldatura saranno spesso rivendicate, anche dagli storici, la continuità e l'omogeneità di due tradizioni che nella realtà erano state nettamente separate: da una parte la testimonianza di fedeltà alla causa data dai militanti durante il ventennio, che sfociò nella riorganizzazione partitica e sindacale dopo la caduta del regime; dall'altra la memoria di lotte spontanee, nate dalla durezza delle condizioni di lavoro nelle campagne (soprattutto le risaie) e nelle fabbriche, e sostenute dai lavoratori in un contesto confuso, tra repressione istituzionale, velleità di sindacalisti fascisti spesso usciti da un passato socialista e propaganda clandestina sporadica, esaltata poi dalla stampa dell'esilio.
Nella provincia come altrove però, l'antifascismo era ormai un fenomeno marginale. Sono invece ancora i cicli economici quelli che scandiscono i comportamenti collettivi nelle campagne e nelle fabbriche, con tempi a volte sfasati rispetto a quelli della storia politica. In realtà dopo l'effimera fiammata cospirativa del 1927 si ha un ciclo che accompagna la depressione economica, prima causata dalla politica monetaria fascista, poi aggravata per le ripercussioni della crisi mondiale dopo il 1929, dalla quale l'economia locale inizia a risollevarsi nel 1933.

Il ciclo successivo, in cui la ripresa economica si colloca nel quadro della aggressiva politica "imperiale" fascista, vede svilupparsi una nuova dialettica nel mondo del lavoro, che non è più quella dell'opposizione frontale tra fascismo e antifascismo, ma si esplica invece all'interno delle istituzioni del regime.
In questa fase si hanno da una parte la polizia e tutto l'apparato di controllo variamente collegato al Partito nazionale fascista, dall'altra parte abbiamo una situazione di malcontento sociale che i fascisti non tentano di negare del tutto, ma cercano piuttosto di utilizzare orientandone gli esiti al regolamento di lotte intestine, attraverso le quali il sindacato fascista cerca di affermare una propria autonomia dal partito unico. Vero è che mentre quest'ultimo trae non di rado pretesto dalle manifestazioni di disagio e di protesta dei lavoratori per fare dei sindacalisti i capri espiatori; spesso trasferiti ad altre sedi, questi ultimi non riescono in realtà mai a crearsi uno spazio di potere significativo.
Tuttavia questa limitata, e spesso solamente verbale dialettica all'interno delle strutture del regime, crea anche in quelli che sono stati chiamati "gli anni del consenso" uno spazio di opinione in cui possono manifestarsi contrasti ed esplicitarsi dissensi che danno spesso alla stampa locale fascista di questi anni toni e accenti non del tutto conformisti. La cultura sindacale, pur programmaticamente tecnicistica e necessariamente chiusa al principio stesso del conflitto industriale, non rifugge tuttavia dall'affrontare sui giornali i temi scottanti degli scioperi, che nonostante tutto avvengono, e delle condizioni dei lavoratori, che restano mediocri anche quando la ripresa economica consentirebbe di migliorarle. Si leggono discussioni sui cottimi, sull'organizzazione e sull'orario di lavoro, sulle case per i lavoratori industriali come sugli alloggiamenti delle mondine.
A quest'area di potenziale dissenso, e ai tecnici di questioni sindacali che si andavano formando all'interno della cultura fascista nel quotidiano confronto con i problemi reali del mondo del lavoro fa riferimento la ben nota svolta della politica comunista che in particolare dal 1936 suggerisce ai militanti di entrare nei sindacati legali e di utilizzare dal loro interno tutti gli strumenti possibili di agitazione e di propaganda, cogliendo le contraddizioni di una cultura fascista che maschera l'intima natura conservatrice del regime sotto una patina di discorso rivoluzionario. Questa indicazione ebbe qualche seguito anche nella provincia di Vercelli e sarebbe interessante studiarla meglio, perché nella memoria storica il sindacalismo degli anni trenta è stato cancellato dalla Resistenza e dalla sua eredità di radicale contrapposizione tra fascismo e antifascismo, ma questa cancellazione rende meno facile capire gli elementi di continuità strutturale che pur ci sono con gli anni del dopoguerra.

Non si vuole con questo sopravvalutare né il peso dell'apparato sindacale, né l'importanza di quello propriamente politico. Il Partito nazionale fascista fu una struttura fragile, almeno ai vertici delle gerarchie locali, dove gli avvicendamenti non furono rari, specie nel primo decennio. Il centro della storia della provincia deve essere cercato invece, anche per l'ultima fase del regime, in una complessa dialettica tra le forze economiche e la politica fascista nel suo insieme.
Di questo studio, che è stato appena iniziato e per il quale alcune indicazioni si trovano anche in questo volume, si può anticipare con certezza che esso svincolerà la storia locale da alcuni facili pregiudizi: è evidente ad esempio che se la politica monetaria deflattiva e poi le tendenze autarchiche, con le restrizioni commerciali e l'incremento della produzione di tessuti sintetici, generano nell'area biellese e nella bassa Valsesia seri problemi in tutti gli strati sociali, avvantaggiano invece il Vercellese, dove intorno ai grandi impianti di fibre sintetiche della Châtillon e di prodotti chimici della Montecatini si aggrega una classe operaia del tutto nuova, e nelle cui campagne la devastante riduzione dei salari è accompagnata tuttavia da un protezionismo e da una politica dei prezzi garantiti che sostengono la produzione risicola. Anche per l'emigrazione dalle zone montane, se è vero che il fascismo in teoria la ostacola, non è men vero che nel secondo decennio del regime la prospettiva degli sbocchi africani interessa diverse comunità che tradizionalmente guardano a quel continente. Perciò il giudizio negativo che si dà giustamente riguardo agli aspetti economici della politica autarchica e dell'imperialismo coloniale italiano non deve nascondere i non trascurabili benefici che taluni settori o gruppi ne ricavarono, ricambiandoli con interessati consensi o anche solo con un più sommesso dissenso. Né si deve pensare che tali contraddizioni abbiano lasciato il posto, con la guerra mondiale, a una generalizzata opposizione, poiché dopo i primi disagi lo stato di guerra portò nei primi due anni anche diversi vantaggi: l'industria trasse dal secondo conflitto mondiale utili non molto inferiori a quelli conseguiti durante il primo, che si manifestarono in investimenti produttivi diffusi e nell'acquisto di beni rifugio, particolarmente di aziende agricole della pianura, che la carenza di manodopera provocata dalla mobilitazione aveva svalutato. Agricoltori e commercianti sfruttarono sempre più, da parte loro, il mercato "nero" che progressivamente sostituì quello ufficiale. La crisi decisiva dell'opinione si manifestò soltanto tra il 1942 e il 1943 per la congiunta influenza dell'andamento delle operazioni belliche, della distruzione dei reggimenti alpini in Urss e in Iugoslavia, e dell'esaurimento dei risparmi operai.

Su questo sfondo contraddittorio potrà essere impostata anche una nuova e più sistematica ricerca sulla geografia, sulla sociologia e sull'antropologia del consenso, che può essere analizzato anche attraverso i grandi episodi di rilevanza istituzionale, quali i plebisciti elettorali, le benedizioni delle bandiere militari e altre manifestazioni politico-religiose, soprattutto le visite di Mussolini nei maggiori centri della provincia. Si potrà inoltre tentare di indagare anche il dissenso - al quale finora sono andate quasi esclusivamente le attenzioni dei ricercatori - in maniera tale da renderlo utile anche a una lettura problematica della complessa società fascista.
La difficoltà principale, che spiega la propensione degli storici a privilegiare gli episodi in qualche modo "spettacolari" di scontro fra antifascisti e fascisti, come i processi e gli scioperi, consisterà nell'elaborazione di nuovi metodi di lettura della documentazione, da fare per così dire in controluce. E in questo tipo di indagine una delle piste più feconde sarà certamente l'esame della documentazione giudiziaria, soprattutto della magistratura ordinaria.
Nelle carte di quest'ultima si può trovare innanzitutto conferma della tesi sostenuta da alcune testimonianze: cioè che la Procura regia di Vercelli ebbe un ruolo importante nel derubricare da reati politici a reati ordinari delle trasgressioni che giudici fascisti avrebbero indubbiamente passato per competenza al Tribunale speciale. Ipotesi suggestiva perché aiuta a spiegare come, sulla base di una tradizione politica sostanzialmente omogenea del movimento operaio e contadino nella provincia, si abbia poi nella fascia industriale una repressione antifascista senza proporzione più intensa, e ovviamente più visibile, che nella pianura vercellese. Ma l'indagine resterebbe povera se non si estendesse anche a quelle figure di reato alle quali il fascismo conferì particolare rilevanza ideologica e politica: lo sciopero ovviamente, ma ancor più l'aborto e l'infanticidio femminile, con i collegati reati di complicità quasi sempre coinvolgenti donne. In questi casi il giudice, derubricando o assolvendo - o all'opposto infierendo - attuava forme di militanza antifascista o fascista, che devono essere studiate sistematicamente, a partire dalle sporadiche testimonianze di cui già si dispone e che ci daranno un campione delle molte sfumature che si possono cogliere tra l'opposizione frontale e il pieno consenso alle ragioni del regime.

In sostanza, ciò di cui si avverte la mancanza è una ricostruzione della storia istituzionale, economica e sociale, che fornisca un adeguato contesto a quelli che per ora sono sparsi indizi o troppo ovvie constatazioni degli aspetti più vistosi della presenza fascista nella provincia verso la fine del ventennio, ma anche di una persistente ambiguità delle forme di consenso. Ad esempio l'ostentata solidarietà dei grandi industriali, esibita attraverso presenze alle manifestazioni pubbliche e larghi contributi al Pnf, e ricambiata con onorificenze e svariati titoli nobiliari, si accompagnava a un clima sociale singolare, creato da un paternalismo che manteneva un'immagine di prestigio sociale non mediata dalle istituzioni statali, e che si esprimeva talora in iniziative sociali quali asili d'infanzia, collegi ecc., oppure nella costruzione e donazione di chiese, per culminare, anche scenograficamente, nel concorso diffuso del risparmio privato al finanziamento della nuova grandiosa basilica di Oropa, dominante tutto il territorio, al cui interno le cappelle sarebbero state via via intitolate alle maggiori dinastie industriali.
Nell'insieme l'esistenza di un tessuto di solidarietà e di gerarchie potenzialmente autonomo, anche se ossequente nelle forme allo stato totalitario, veniva interpretata dagli osservatori professionali - come questori e prefetti - in termini di estraneità o freddezza verso il fascismo. Il che non vuol dire che si possa con questi documenti costruire a buon mercato il mito di una provincia non fascista in un Piemonte poco fascista, perché certo i maggiori industriali e agrari nella provincia usarono molto del potere loro accordato, soprattutto durante la crisi degli anni trenta e ancor più durante le fasi di mobilitazione bellica, di controllare le loro categorie e di farsi interlocutori privilegiati e potentissimi dello Stato. Tuttavia è necessario ricordare, soprattutto in considerazione delle vicende successive alla caduta del regime, che in quella società esistevano stratificazioni e meccanismi di mediazione complessi, che non potevano essere semplicisticamente ricondotti alla logica fascista del "chi non è con noi è contro di noi".

Molto rimane da fare anche per lo studio dei riflessi sociali della politica di guerra e soprattutto di quella propriamente militare: non abbiamo una buona mappa provinciale dei reclutamenti e delle perdite nelle Forze armate, incluse le Camicie nere, anche se sappiamo che il corpo degli Alpini fu duramente provato. Non abbiamo soddisfacenti statistiche dei prigionieri e dei dispersi, rapportate alle diverse campagne di guerra, benché i distretti militari conservino interessanti documenti. Sappiamo pochissimo dell'internamento nel territorio provinciale di oltre duecento slavi, parenti di partigiani "comunisti", probabilmente dell'area giuliana, friulana e istriana, e relativamente poco dei prigionieri di guerra del Commonwealth. Solo indizi abbiamo sul massiccio esodo degli sfollati da Torino bombardata, che il questore di Vercelli valutava in venticinquemila alla fine del 1942.
Neppure abbiamo precise statistiche su due movimenti: quello del reclutamento di lavoratori per i territori del Reich, e quello del decentramento delle grandi industrie - la Fiat aeronautica e la Piaggio in primo luogo - che bilanciarono la crisi agraria e quella tessile in misura tale da non far registrare nella zona disoccupazione significativa durante il conflitto, almeno tra la popolazione residente. Ma la ricostruzione di questa storia dovrà essere fatta, se si vogliono cogliere le dinamiche profonde del collasso del regime, perché è certo che la crisi politica s'innesta sul disagio economico mentre le ripercussioni degli eventi bellici sembrano incidere molto meno. Provvisoriamente si è tentati di suggerire - a giustificazione parziale di questa ipotesi - che nella seconda guerra mondiale la gestione della produzione è condotta soprattutto dagli industriali con maggiore prudenza politica che durante la prima: nonostante i toni tracotanti dello stato totalitario, non è infatti più così frequente e così minacciosamente esibita l'odiosa connessione tra indisciplina sul luogo di lavoro e invio al fronte, e quando il conflitto volge sfavorevolmente la fabbrica della provincia, remota dai bombardamenti, relativamente privilegiata negli approvvigionamenti, specie a partire dal 1942, tende a diventare luogo di rifugio e si potrebbe dire - con deliberata esagerazione - territorio neutro, come resterà durante la Resistenza: punto di riferimento organizzativo per i partigiani, ma anche privilegiato luogo di produzione per l'amministrazione occupante.

In attesa di queste desiderabili ricerche, anche per la guerra mondiale si deve tuttavia ripetere quel che si è osservato per il periodo precedente. Ciò che sappiamo dei grandi fenomeni che coinvolsero la popolazione non ci è noto grazie a specifiche ricostruzioni, ma come sfondo di indagini sulle tematiche classiche della storia dell'antifascismo: le origini della Resistenza, la persecuzione degli ebrei, la deportazione politica, gli scioperi del marzo 1943 e così via; insomma, come in molte altre province - e forse più a causa di un diffuso e radicato sentimento di avversione al fascismo, e delle sue ripercussioni sulla "domanda" locale di conoscenza storica - la storia sociale ed economica è rimasta letteralmente ai margini di quella politica, e quest'ultima è stata a sua volta caratterizzata, nella prospettiva legittima ma deformante della storia postbellica, dalla centralità delle forze di opposizione.
Tuttavia si deve tenere presente che la storiografia locale, anche in queste carenze e peculiarità che siamo andati esaminando, è pur rivelatrice di un carattere in qualche modo speciale della società che la esprime: non solo il diffuso antifascismo, ma anche un profondo radicamento dei partiti, che ha fatto del territorio provinciale, soprattutto negli anni della ricostruzione, un vivaio di politici e sindacalisti influenti anche al livello regionale e nazionale, assai più di quanto fosse giustificato dalla base elettorale quantitativamente modesta. E poiché un ruolo importante nel proporre i nuovi dirigenti ha avuto la Resistenza, è ovvio che a questa siano andate le prime attenzioni.
Ma ora le istanze di autolegittimazione storica di un ceto politico giunto ai limiti estremi del suo ciclo generazionale sono diventate meno urgenti, e possono addirittura essere fuorvianti se esse rimuovono ancora l'attenzione dei ricercatori dallo studio sia delle radici sociali ed economiche del consenso ai sistemi politici, sia del ruolo sempre fondamentale delle tensioni che segnano l'avvicendamento delle generazioni, con il pericolo di impoverire la storia della sua potenzialità critica e di volgerla a fini pur nobilmente celebrativi.

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Avvertenza: il testo qui presentato Ŕ privo dell'apparato delle note.