L'Agnese va a morire
Anniversario della Liberazione
Sabato 24 aprile, a Varallo, nella sede dell'Istituto, in occasione del
65o anniversario della Liberazione, si è svolto il consueto appuntamento con Tiziano Ziglioli, docente del
liceo "D'Adda" di Varallo e collaboratore dell'Istituto, che ha presentato il libro di Renata
Viganò "L'Agnese va a morire", pubblicato nel 1949, e, con l'ausilio della proiezione di
alcune sequenze, il film che ne è stato tratto da Giuliano Montaldo nel 1976. Romanzo per
lungo tempo considerato il libro di lettura della Resistenza, ma poi classificato dalla critica
come eccessivamente schematico e didascalico, "L'Agnese va a morire" merita secondo
Ziglioli di essere recuperato perché, analizzandolo in maniera approfondita, rivela, al di sotto
di uno stile piano e uniforme, una inattesa complessità.
La protagonista, lavandaia di mezza età della bassa valle di Comacchio, oppressa
dalla fatica e dalla stanchezza dei molti pesi, reali e metaforici, dei quali la vita le ha riservato
di farsi carico, diventa il fulcro di una molteplicità di vicende che, ricondotte
all'evoluzione del suo personaggio, acquisiscono linearità e compattezza.
Agnese, nella sua semplicità di donna del popolo, svolge senza esitazione i compiti
che, dopo la morte del marito Palita, catturato dai tedeschi e deportato, le vengono
assegnati dalla brigata partigiana con cui collabora. Porta con coraggio il pesante fardello della
guerra, sopporta con testardaggine la spossatezza delle camminate nella neve, nel fango,
sotto la pioggia, facendo in silenzio ciò che sente di dover fare, resa fragile a volte solo dal
timore di non essere all'altezza del ruolo che le è stato assegnato e dalla paura per la sorte
dei giovani di cui si sente responsabile. Ciò che Agnese fa, lo fa per loro, per un futuro a
cui sente che non apparterrà, in un percorso di progressiva acquisizione di
consapevolezza politica che va di pari passo con un processo di annullamento personale, culminante
in una morte che si annuncia fin dal titolo.
Sarebbe però riduttivo, afferma Ziglioli, vedere in Agnese una figura ideale, un
modello edificante, un'astrazione ideologica, perché la concretezza, la sincerità e la verità del
personaggio sono tangibili nella naturalezza, spontaneità e semplicità con cui
abbraccia un'idea di pace e di fratellanza presente nella cultura contadina da generazioni, ben
prima di qualsiasi ideologia o progetto politico. I sentimenti che guidano Agnese nelle sue
azioni sono quelli propri dei poveri di ogni tempo, che mirano alla giustizia e alla
rigenerazione sociale pur senza avere le parole per esprimere il proprio pensiero in maniera compiuta
e consapevole. Solo alla fine, a maturazione faticosamente e lentamente avvenuta,
Agnese riassume in parole il senso del cammino percorso: un sacrificio compiuto affinché gli
altri possano vivere, tornare a casa e raccontare.
Si manifesta così in Agnese, nel suo comprendere e accettare con distacco il
compimento di un destino inesorabile, una grandezza inaspettata, che ne fa un personaggio
simbolico, quasi mitico, i cui gesti lenti, solenni e definitivi (l'uccisione del soldato tedesco
in particolare) si rivestono della sacralità del rito.
Secondo Sebastiano Vassalli, Agnese è interpretabile come un'immagine collettiva e,
in quanto simbolo di tutti coloro che si sono sacrificati perché altri potessero continuare
a lottare per il cambiamento, è uno e molti allo stesso tempo. Premettendo che ogni
interpretazione non esaurisce il discorso relativo alla valenza simbolica della protagonista del romanzo, risiedendo la potenza del simbolo nella sua inafferrabilità e indefinitezza,
Ziglioli aggiunge un altro elemento di riflessione, vedendo in Agnese le caratteristiche del
seme che, affondato nella terra e nel fango, deve morire per dare i suoi frutti, annullarsi per
poi rinascere nella forma dell'idea. Descritta con un linguaggio evangelico come vittima
sacrificale predestinata, Agnese emerge prepotentemente come un'immagine laicizzata del
Cristo, come personaggio umanissimo radicato nella terra e nel suo tempo, ma allo stesso
tempo disumano nel suo essere personificazione del sacrificio, potente figura di morte e
resurrezione.
Il film di Montaldo, grazie alla recitazione degli attori, misurata e realistica, e a una
fotografia che, con le sue luci smorzate, ben rappresenta l'atmosfera densa e plumbea del
racconto, evita le sbavature melodrammatiche e traduce con sobrietà e fedeltà gli eventi
narrati nel romanzo, non riuscendo tuttavia sempre a mantenere l'unità narrativa e la
tensione drammatica della vicenda, prova ulteriore della complessità di un'opera letteraria in cui
i numerosi episodi del racconto, tenuti insieme sulla pagina scritta dall'uniformità dello
stile dell'autrice e dalla forte personalità della protagonista, riprodotti sullo schermo
perdono di compattezza.
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