Il partigiano Johnny
Anniversario della Liberazione
Venerdì 24 aprile, a Varallo, nella sede dell'Istituto, in occasione del
64o anniversario della Liberazione, Tiziano Ziglioli, docente del liceo "D'Adda" di Varallo e collaboratore dell'Istituto, ha presentato il
capolavoro della letteratura italiana "Il partigiano Johnny", di Beppe Fenoglio e, con l'ausilio della proiezione di
alcune sequenze, il film che ne è stato tratto da Guido Chiesa nel 2000.
Premettendo che il romanzo, come opera compiuta di Fenoglio, in realtà non esiste, trattandosi del
montaggio, realizzato a qualche anno dalla sua morte, avvenuta nel 1963, di due manoscritti a cui l'autore aveva
lavorato per poi accantonarli, Ziglioli ha evidenziato come la grandezza dell'opera consista tanto nel modo in cui
è rappresentata la Resistenza, quanto nell'originalità di un linguaggio multiforme, eterogeneo, che rende
perfettamente la straordinaria intensità delle esperienze vissute dal protagonista e la sua conseguente
maturazione interiore.
La Resistenza raccontata da Fenoglio non è un semplice evento della storia, per quanto fondamentale,
ma assurge a vera e propria esperienza radicale, che sorpassa la dimensione storica per divenire un percorso
di conoscenza profonda del reale attraverso il dolore e la tragedia, un disvelamento del senso ultimo della vita
e della morte, della bellezza invincibile dell'esistenza e, allo stesso tempo, della altrettanto invincibile
presenza in essa del male. Mantenendosi lontano da ogni celebrazione retorica della Resistenza e da ogni
semplificazione, Fenoglio la interpreta soprattutto come esperienza esistenziale, in cui il protagonista, a contatto con
la violenza della storia e della natura, si interroga sul destino degli individui e dell'umanità, scoprendo come,
in una dimensione in cui il male è pervasivo e il bene è una conquista sempre provvisoria, trovino
comunque spazio la nobiltà e la superiorità morale degli uomini che sentono il dovere di combattere per preservare
la propria dignità e la bellezza edenica del paesaggio naturale senza tempo, quasi sacro nella sua purezza, che
li accoglie.
I temi etici ed eroici de "Il partigiano Johnny" sono resi con un linguaggio non quotidiano, fortemente
originale, ricco di neologismi e termini letterari che si snodano con un ritmo lento e maestoso e che delineano
una forma compiuta, definitiva, che appare come l'unica possibile ad esprimere la profondità di argomenti
indicibili quali la grandezza e l'insensatezza della morte, filtrati attraverso lo sguardo e la soggettività del
protagonista. Figura letteraria che si ispira agli eroi epici del romanzo popolare, Johnny è un giovane solitario,
individualista, insofferente all'ideologia, amante del mondo e degli uomini, ma spesso incapace di stabilire con
essi un reale contatto e un autentico incontro. Spinto alla lotta da un insopprimibile senso del dovere, il
protagonista compie un personalissimo percorso di formazione, che lo porta ad acquisire la capacità di sentirsi
solidale con gli altri uomini e, allo stesso tempo, ne rafforza la purezza interiore e la determinazione nel
perseguimento della libertà intesa come un ideale quasi religioso.
Con onestà e serietà, Guido Chiesa affronta il difficile, se non impossibile, compito di portare sullo schermo
"Il partigiano Johnny", realizzando un film che rimane fedele allo spirito del romanzo e ne mantiene la
struttura caratteristica, innestando su una precisa linea narrativa che progredisce verso l'esito finale, molte
situazioni ripetitive, quali il contatto con il nemico, la fuga disordinata, l'irrompere improvviso della morte, secondo
un procedere a moduli tipico dell'epica classica. La difficoltà di rendere sullo schermo la soggettività del
protagonista, asse portante del romanzo, è superata da Chiesa tanto con il ricorso alla voce fuori campo di
Johnny che, senza invadenza, ne esprime i pensieri e i sentimenti, quanto, in modo meno esplicito ed esteriore
e certamente molto riuscito, con una fotografia che restituisce un paesaggio livido, decolorato, freddo,
proiezione dell'interiorità malinconica e un po' oscura del protagonista.
Affidando alla fotografia, e anche all'intensità dell'interpretazione di Stefano Dionisi, agli sguardi, ai gesti,
al non detto, più che ai dialoghi, l'espressione di idee e valori, Chiesa realizza un film privo di enfasi,
antiretorico, accusato di essere troppo freddo e distaccato, ma che in realtà ha il grande merito di non scivolare mai
nelle facili emozioni e nella spettacolarizzazione della guerra, rendendo in questo modo un rispettoso
omaggio all'opera da cui è tratto.
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