Guerra e mass media 2
Da Desert Storm a Enduring Freedom
La tematica del rapporto tra guerra e mass media viene sentita, nell'opinione dell'uomo della strada, come
strettamente legata all'attualità, ossia come un fenomeno recente legato da una parte alla (apparente) accelerazione
della storia successiva ai fatti dell'11 settembre, dall'altra alla sempre crescente invasività della televisione nelle vite
dei privati cittadini.
In realtà, i due convegni organizzati dall'Istituto, il primo nel 1991, e questo, del 2003, che ha preso in esame
gli avvenimenti successivi alla guerra del Golfo, dall'Afghanistan all'invasione dell'Iraq, hanno ribadito che il
problema della "comunicazione" della guerra ha lunghe radici storiche e che solo tenendo conto di ciò si riescono ad
apprezzare correttamente le evoluzioni e i mutamenti in esso intervenuti. La cosa è tanto più importante in quanto le due
iniziative sono state pensate ed attuate come rivolte soprattutto agli studenti delle scuole superiori che, come è noto, sono
le "cavie" preferite dal sistema moderno di gestione delle informazioni.
Il punto focale, desumibile dall'insieme degli interventi di Edoardo Tortarolo, Mimmo Candito, Oliviero
Bergamini, Claudio Canal, Maurizio Vaudagna e Giacomo Ferrari (docenti universitari e giornalisti con esperienza in zone
di guerra), è rintracciabile sostanzialmente nell'evoluzione delle tecniche della censura e della propaganda. Come è
noto, la prima mira ad impedire che certe notizie, sostanzialmente vere, filtrino e arrivino alla pubblica opinione del
paese impegnato in un conflitto; la propaganda invece, con un meccanismo contrario e complementare alla censura,
promuove, attraverso un meccanismo di manipolazione più o meno grave, al rango di incontrovertibili "verità" fatti
e opinioni legati all'andamento bellico e al comportamento del governo in tali circostanze.
Questi due strumenti sono nati contestualmente all'affermazione dei primi media veramente di massa, ossia i
giornali stampati a larga diffusione; allo stesso modo, nel medesimo periodo, ebbe origine il caratteristico rapporto
dialettico tra l'inviato di guerra e il potere politico; rapporto che fu sempre conflittuale, se veniva soddisfatta la
condizione che l'inviato osservasse esclusivamente la propria etica professionale, caratterizzata dall'accertamento quanto più
scrupoloso dei fatti al servizio dei propri lettori.
Come è noto, l'avvento della televisione non cambiò sostanzialmente questo stato di cose (se non per la
differenza di linguaggi imposta dal passaggio dalla parola scritta all'immagine in movimento) fino al momento in cui il
potere politico non tirò le somme del conflitto vietnamita, a metà degli anni settanta. La consapevolezza che le
immagini provenienti dalle giungle asiatiche avevano costituito un potente moltiplicatore dell'opposizione alla guerra da
parte dell'opinione pubblica americana, indusse i decisori politici, prima americani e poi in genere occidentali, a
modificare profondamente il proprio approccio alla comunicazione di massa in caso di conflitto. L'era della libertà
concessa alla televisione di dire e mostrare qualsiasi cosa era finita.
La prima carta giocata fu quella della censura applicata in modo pesante: durante il conflitto per la riconquista
delle isole Falklands, i corrispondenti inglesi al seguito della forza di spedizione britannica si resero conto di godere di
minore autonomia dei loro colleghi argentini, che pure dovevano dar conto ad una dittatura militare. Una ulteriore
evoluzione si ebbe in occasione del primo conflitto nel Golfo Persico del 1991. Si impose l'idea che fosse la "prima guerra
vista in diretta": in realtà il diluvio di immagini che riempirono i teleschermi occidentali era composto o da immagini
di repertorio tratte da altri contesti geografici e temporali (il famoso cormorano intriso di petrolio) o da video
trasmessi talmente tante volte da diventare perfino surreali (quante volte abbiamo visto il cielo di Baghdad illuminato dalla
contraerea?). Al contrario, le vere immagini della guerra, come la strage dei soldati iracheni in fuga nel deserto, non
furono mai viste.
La guerra contro il terrorismo, originata dai fatti del 2001, ha visto ulteriori connotazioni nella politica
informativa come è stato fatto rimarcare, durante il convegno, soprattutto negli interventi dei relatori Bergamini, Candito e
Vaudagna. Si è cioè definitivamente imposto il cosiddetto
news management, cioè la gestione delle notizie. Esso si basa
su alcuni assunti fondamentali: la quantità di informazioni riversate verso i giornalisti da parte delle strutture a ciò
deputate delle forze armate e della burocrazia di potere è enorme; il tempo dedicato alla diffusione delle notizie da
parte delle televisioni copre l'intero arco della giornata. Il risultato è che il giornalista si trova schiacciato da una
tenaglia: deve soddisfare, su richiesta della propria redazione, esigenze continue di "esserci" e, d'altra parte, non può
sfuggire al continuo flusso informativo che gli arriva dall'autorità. Vengono così ad essere sacrificati fattori essenziali
della sua professione: possibilità, in termini di tempo e mezzi, di verifica della notizia, capacità di preparare
autonomamente servizi, interviste, ecc. La conseguenza finale è che quel che conta è la velocità del messaggio, la sua tempestività
e ridondanza piuttosto che il reale contenuto; cosa ancora più grave, la sua capacità di stupire e fascinare il
telespettatore che deve essere tenuto incollato a quel particolare canale, pena la diminuzione dei flussi pubblicitari, vera linfa
vitale delle televisioni moderne. L'informazione sta sempre più diventando, in questo modo, un bene di consumo invece
che un prodotto della cultura e dell'intelligenza umana.
Come è stato fatto
rilevare, peraltro, il news management non ha abolito le tradizionali forme di censura e
propaganda, ma le ha sinergicamente rimodellate sui propri parametri; così la cerimonia dell'abbattimento della statua
del dittatore iracheno, ripresa in campo stretto onde non far vedere la scarsa affluenza di civili esultanti (una tecnica
vecchia almeno quanto la fotografia di guerra), è stata trasformata in asfissiante
happening passato centinaia di volte in tutte le televisioni del mondo; idem dicasi per la liberazione della soldatessa americana "prigioniera" degli
iracheni, falsa almeno quanto un reality
show.
Da quanto detto si può comprendere come il tono generale del convegno sia stato alquanto preoccupato in
merito alla possibilità, per il cittadino bersaglio delle tecniche informative contemporanee, di mantenere la propria
autonomia critica, uno dei fondamenti del sistema democratico. A parziale consolazione, negli interventi di Ferrari, Canal
e Candito, è stata citata la potenzialità di Internet e della telefonia portatile a costituirsi quali strumenti alternativi di
contro-potere informativo. Potenzialità già in parte concretizzatasi in numerose occasioni; il problema è però che
l'uso di questi strumenti alternativi di informazione non gode dell'apporto della professionalità dei giornalisti veri e
propri, ma può contare solo sulla buona volontà e la capacità di rischiare dell'uomo della strada. (Paolo Ceola)
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