Giorno del Ricordo


Conferenza di Marcello Vaudano



Sabato 9 febbraio, in occasione del Giorno del Ricordo, al Liceo scientifico "G. Ferrari" di Borgosesia si è svolta una conferenza di Marcello Vaudano, vicepresidente dell'Istituto, che ha inquadrato e approfondito il tema controverso delle foibe e dell'esodo istriano.
Dopo aver sottolineato che l'argomento, nonostante quanto sostenuto da chi ne fa materia di polemica politica, fu studiato in realtà già nel primo dopoguerra e nel corso degli anni sessanta e settanta, Vaudano ha evidenziato che tali studi ebbero comunque una diffusione del tutto circoscritta all'ambito degli storici di professione e agli ambienti degli esuli, mentre la vera e propria divulgazione di saggi storici e opere di memorialistica si ebbe a partire dalla seconda metà degli anni ottanta e soprattutto negli anni novanta.
Il lungo periodo di oblio, interrottosi ufficialmente nel 2004 con l'istituzione per legge del Giorno del Ricordo in memoria delle vittime delle foibe, dell'esodo giuliano-dalmata, delle vicende del confine orientale, fu determinato da una molteplicità di elementi politici, strategici ed economici che, in un clima di guerra fredda, indussero l'Italia a evitare aperti contrasti con la Jugoslavia di Tito, dopo il 1948 non allineata con l'Urss e, quindi, vero e proprio stato cuscinetto nei confronti dei paesi facenti parte del blocco sovietico.
La complessità della questione del confine orientale è data, oltre che dalle travagliate vicende storico-politiche di Istria e Dalmazia e dei loro confini instabili, anche dall'intreccio in quest'area di diverse etnie mescolate le une con le altre (italiani, sloveni, croati). Nel corso del Novecento, la forzatura dell'identificazione tra nazione ed etnia e quindi la sostituzione dell'entità politica dello Stato-nazione ottocentesco con uno Stato inteso come entità etnico-culturale, aprì la strada a un esasperato nazionalismo, incapace di accettare la compresenza di differenze etniche e culturali all'interno degli stessi confini e mirante quindi ad una semplificazione etnica.
Con l'avvento del fascismo, i territori che all'indomani della grande guerra, col Trattato di Versailles prima (1919) e il Trattato di Rapallo poi (1920), erano stati assegnati all'Italia (la Venezia-Giulia, l'Istria e la città di Zara in Dalmazia, mentre Fiume diventò italiana nel 1924) furono fatti oggetto di una politica aggressiva definita "fascismo di frontiera", che mise in atto una durissima azione di snazionalizzazione nei confronti delle popolazioni slave dell'area, costrette a subire la chiusura di giornali, scuole, circoli culturali e ricreativi, enti cooperativi e mutualistici, nonché l'arresto e la condanna a morte di numerosi esponenti dell'opposizione politica slovena e croata e il divieto di utilizzo della propria lingua in ogni ambito, dalla toponomastica alla celebrazione dei culti religiosi. La situazione, già estremamente difficile, era destinata a peggiorare ulteriormente con lo scoppio della guerra e l'occupazione italiana nel 1941 di parti della Slovenia (provincia di Lubiana) e della Dalmazia (province di Zara e Spalato). La repressione antipartigiana messa in atto dai fascisti comportò violente rappresaglie e massicce deportazioni in campi di prigionia allestiti allo scopo, contesto in cui si inserì, all'indomani dell'8 settembre, la prima ondata di violenze contro gli italiani in Istria (in particolare a Pisino), per la maggior parte esponenti della classe dirigente (industriali, proprietari terrieri) e della pubblica amministrazione del territorio, fatti oggetto di rapimenti, brutali uccisioni, infoibamenti e vere e proprie rese dei conti di carattere personale.
A questa prima fase ne seguì una seconda, nel periodo di tempo di circa un mese tra l'occupazione di Trieste da parte dei partigiani titini il 1 maggio del 1945 e gli accordi sulla divisione del territorio tra alleati e jugoslavi (con la pace di Parigi del 1947 verrà istituito il Territorio libero di Trieste, suddiviso in una Zona A, amministrata dagli Alleati e in una Zona B assegnata all'esercito jugoslavo). La foiba di Basovizza è divenuta il simbolo di una tragedia che vide la sparizione e l'uccisione, secondo gli studi di uno stimato storico quale Raoul Pupo, di circa diecimila persone nelle zone di Trieste e Gorizia - la questione del numero delle vittime è però controversa -, non solo militari italiani e tedeschi, esponenti fascisti, uomini delle istituzioni, dirigenti di imprese, banche, uffici, ma anche membri non comunisti del Cln e persone comuni vittime di vendette personali.
Vaudano, nel ricercare le cause di tale violenza, ha evidenziato che la storiografia più recente, che ha guardato attentamente alla complessità degli eventi definendo meglio il contesto in cui si verificarono, ha ricostruito un quadro sfaccettato in cui le tradizionali opposte tesi basate l'una sull'idea di una pulizia etnica determinata da un radicato odio anti italiano da parte degli slavi e l'altra sulla spiegazione della brutalità come ritorsione nei confronti delle violenze fasciste, responsabili dell'equazione italiano=fascista compiuta dai titini, vengono integrate con la considerazione di altri fattori. Non possono non essere valutati ad esempio il carattere etnico-sociale della violenza, vista come un riscatto degli slavi da una condizione di subalternità durata secoli e inaspritasi con il fascismo; il progetto egemonico dei titini, che miravano all'instaurazione di un nuovo ordine comunista realizzabile unicamente con la conquista completa del territorio e che, seguendo l'ideologia del terrore staliniana, puntavano all'epurazione preventiva nei confronti di quanti, discostandosi dalla più rigida ortodossia, potevano rappresentare un ostacolo per il raggiungimento dei loro obiettivi; il prevalere dell'identificazione del nemico sulla base di considerazioni politiche, piuttosto che di carattere nazionalistico od etnico.
In conclusione, Vaudano ha affrontato il tema dell'esodo che vide, in un lasso di tempo che va dal 1942 al 1957, la fuga di circa 350.000 italiani dai territori annessi alla Jugoslavia (Zara, Fiume, Pola, il territorio della Zona B, l'interno dell'Istria) e una loro progressiva dispersione, dopo i primi approdi nelle aree di Venezia e Ancona, in tutta la penisola e anche all'estero, in particolare in Australia e Sud America, in condizioni psicologiche di spaesamento e con enormi difficoltà di inserimento in una realtà nuova e sconosciuta.