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Le condizioni indispensabili per riconoscere un "giusto" sono tre: aver salvato ebrei,
averli salvati sotto la minaccia di un grave pericolo per la propria vita, aver operato senza
pretendere nessun compenso. Tutte queste tre condizioni si trovano esemplificate nella figura di Carlo
Angela (Olcenengo, 1875 - Torino, 1949), il cui nome dal 25 aprile 2002 compare sulla stele d'onore
del Giardino dei Giusti, nel Museo dell'Olocausto di Gerusalemme. Il 9 gennaio è stato celebrato il
130o anniversario della nascita di questo eroe del quotidiano, evento che si lega profondamente ad
altre due date, come il Giorno della Memoria e i sessant'anni dalla Liberazione.
Angela, insigne psichiatra, uomo democratico e libero, schieratosi già negli anni venti
contro il nascente fascismo, per le sue posizioni politiche, finisce, in una sorta di confino, a San
Maurizio Canavese, dove dirige la Casa di cura per malattie nervose e mentali Villa Turina
Amione. Qui, senza clamori, riesce, grazie a fidati collaboratori che condividevano con lui i suoi alti
ideali, a realizzare un coraggioso capolavoro di solidarietà umana, ad accendere una piccola, ma
nello stesso tempo importantissima, luce di civiltà in un'Europa ottenebrata dalla cieca follia
nazifascista. Il medico di Olcenengo, come Oskar Schindler e Giorgio Perlasca, non si è limitato a singoli
episodi di generosità, ma ha attuato un sistematico progetto ispirato alla civiltà dell'Amore e della
Carità, per contrastare la violenza delle armi, apparentemente invincibili.
In un'Italia sconvolta da una guerra fratricida e percorsa dall'odio razziale, Angela,
seppur anziano, con moglie e figli, è stato l'artefice di una tra le più nobili, singolari, pericolose, forme
di resistenza civile, condotta con estremo rigore morale e una salda coerenza ai principi più alti
del consorzio umano, senza mai piegarsi, per ragioni di opportunismo, al delirio dei dettami
imposti dalla Repubblica di Salò. Così, nella clinica offre ricovero ad antifascisti, e soprattutto a
molti ebrei, che sottrae a sicura morte, falsificando diagnosi e cartelle cliniche, facendo passare
persone sane per malati di mente. Carlo Angela riuscì, in modo davvero mirabile, a gestire una
situazione continuamente dominata dall'angoscia quotidiana e dai sacrifici della simulazione, rischiando,
durante una spietata rappresaglia fascista messa in atto l'11 febbraio 1944, di venir fucilato. Fu
sottratto all'ultimo al supplizio, per intervento del conte di Robilant. Anche in quella
circostanza, seppe dunque serbare il segreto sulla sua attività clandestina. Il silenzio, imposto dallo stesso
Angela, fu conservato per cinquantasei anni, quando fu parzialmente rivelato dal figlio Piero. A
questo primo timido accenno, dai toni volutamente dimessi in omaggio alla discrezione del padre, seguì
la pubblicazione nel 1995 per i tipi di Sellerio del diario segreto di Renzo Segre,
"Venti mesi". Segre, ebreo biellese, fu infatti salvato per intervento di Angela e descrisse, non solo la drammaticità
di quel periodo, ma anche la straordinaria grandezza di un uomo che aveva da solo sfidato quello
che allora sembrava impossibile da sconfiggere, la forza militare delle Ss e dei repubblichini.
Negli ultimi anni, grazie ai pregevoli studi di Franco Brunetta, nuova luce è stata fatta su questa
eccezionale figura di intellettuale antifascista.
Da ciò emerge che le cifre entro le quali si può interpretare la sua esistenza sono
state l'impegno, il servizio alla collettività e, soprattutto, l'incrollabile fede nell'avvenire. (g. f.)
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