Argante Bocchio - Annibale Giachetti

Le formazioni di Gemisto
attraverso le immagini

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Vita partigiana: parlarne oggi, che problema

Il territorio su cui operò la formazione di Gemisto andava dai monti che si ergono fra Biellese e Valsesia a Buronzo e alla periferia di Vercelli, dal Sesia alla valle di Mosso. I primi distaccamenti (il "Pisacane" e il "Matteotti") nacquero, come è noto, in montagna. La vita dei partigiani si svolgeva nel campo base, che mutò a seconda dei momenti e della zona operativa (montagna, collina, pianura) ma che "base" rimase, cioè accampamento.


Certo, nella prima fase, per la nostra, come per le altre formazioni, la situazione fu dura, terribile: e ciò non tanto nel periodo della nostra "offensiva", nel dicembre 1943-gennaio 1944, quando la vita era tutto sommato sopportabile (vi erano infatti alloggi, vitto sufficiente, abbigliamento, collegamenti con la popolazione e ci si era potuti organizzare), quanto, piuttosto, nel periodo successivo alla caduta della "zona libera" di Postua. In quei mesi, a partire dalla fine di gennaio del 1944, fummo decimati, braccati per lunghe, interminabili settimane. Nostre basi diventarono allora le baite, dormimmo in montagna nei ricoveri per animali (le brevi permanenze in ville a Noveis e a Mera rappresentarono delle eccezioni), il vitto era scarso, insufficiente (mangiammo tutte le capre della zona e per parecchi giorni dovemmo nutrirci solo con castagne), i turni di guardia divennero stressanti, i trasferimenti erano continui e, cosa peggiore, i collegamenti con la popolazione erano assai scarsi.
Dopo il giugno '44 la nostra vita subì cambiamenti di rilievo; a partire da settembre inoltre la Valsessera fu libera da presidi nemici e, quindi, potemmo organizzarci meglio, anche se nel gennaio-febbraio 1945 saremo investiti da un massiccio rastrellamento: solo i distaccamenti che si stabilirono e operarono nella zona che va da Brusnengo a Buronzo non subirono attacchi e poterono costruire addirittura un accampamento: le famose baracche della Baraggia, fissate dall'obiettivo della Leica di "Lucien" Giachetti, il nostro fotografo.
Ma come trascorrevano le giornate dei partigiani? Come si viveva quando non si era impegnati nella guerriglia? Ciò dipese molto, come si è detto, dai vari periodi e dalle varie zone, ma sempre, comunque, valse la norma di non poltrire, che caratterizzò la vita partigiana in ogni tempo e in ogni stagione.
Nel periodo durissimo in cui si visse nelle baite non ci fu mai il "problema" di trovare svaghi e occupazioni per il tempo non impiegato nella lotta: le difficili condizioni di vita e la scarsità degli uomini, infatti, fecero sì che il tempo fosse appena sufficiente per i turni di guardia, il reperimento dei viveri, le faticosissime corvées: era già molto trovare il tempo per pulire le armi. In ogni caso, fin da allora, in previsione di condizioni migliori, fu escluso il gioco delle carte, per evitare tensioni e turbamenti nella vita del campo.
Un posto a sé aveva il tempo dedicato all'educazione politica, indispensabile, come si dirà in seguito, per il raggiungimento della piena coscienza della lotta intrapresa e dei suoi obiettivi, soprattutto fra i più giovani.
Fu in quel difficile periodo, tra l'altro, che fecero la loro comparsa i pidocchi e la scabbia e che divenne reale la minaccia dello scorbuto.
Con la fine dell'inverno, la possibilità di scendere in collina e addirittura in pianura, unita all'aumento delle unità partigiane, mutò profondamente le nostre condizioni di vita. Nonostante le attività di guerra fossero decisamente aumentate, un'adeguata organizzazione consentiva di alleggerire i turni di guardia, di curare maggiormente la pulizia personale e, soprattutto, la salute e di poter fare affidamento sul servizio di intendenza per quanto riguardava l'alimentazione.


Mentre le pattuglie, sempre più numerose, che operavano nella Bassa vercellese e sull'autostrada Torino-Milano, continuavano comunque a non avere "problemi" di tempo libero, per i continui spostamenti cui erano costrette, i reparti rimasti nelle zone più tranquille o addirittura nella zona libera poterono essere impegnati in esercitazioni sull'uso di nuove armi, nella pulizia delle stesse, ed anche in lezioni tecnico-militari sulla guerriglia (che sarebbe stato necessario poter fare molto tempo prima). Rimaneva anche il tempo per accudire all'accampamento, per rimettere in sesto il proprio abbigliamento, tanto più che, all'odiata mansione di sbucciatura delle patate vennero adibiti sistematicamente tutti coloro che, per mancanze commesse o per indisciplina, si trovavano in punizione.
A proposito di accampamento, vale la pena di spendere ancora due parole a proposito di quello sorto nella baraggia "della Garella" (chiamata così dai partigiani della 50a brigata "Edis Valle", ma in realtà relativa ad una zona molto più vasta, comprendente il territorio dei comuni di Roasio, Rovasenda, Lenta, Castelletto Cervo, Buronzo, ecc.), che offrì ai nostri partigiani un asilo abbastanza sicuro, perché protetto dalla vegetazione e lontano da strade e abitati.
I partigiani raggiunsero la Baraggia nell'ottobre del '44: si era ormai alle soglie dell'inverno ed il clima era incredibilmente piovoso. In previsione dell'imminente neve, nulla fu lasciato di intentato per mitigare gli ormai conosciuti disagi invernali.
Quando una pattuglia inviata in perlustrazione notò le baracche di legno che la Fiat aveva installato in luoghi ben nascosti e che sarebbero dovute servire da rifugio per macchinari e strutture metalliche, altrimenti distrutti dai bombardamenti aerei, fu automatico pensare che la soluzione migliore fosse finalmente stata trovata. Ispezionarle e proporre al comando di trasferirne una parte nell'accampamento fu tutt'uno.
Al termine dell'operazione le baracche erano sette, con tanto di brande e di stufe: due per ogni distaccamento presente, cioè il "Vincenzo Variara (Turin)", il "Dario Guglielmati" e il "Luigi Tortella (Lupo)", ed una per il comando, l'intendenza e il magazzino del battaglione "Fausto Acquadro".
In questo modo, circa duecento garibaldini poterono accamparsi abbastanza bene e al sicuro e, fatto ancor più importante, si poté organizzare un'importante base di partenza per la guerriglia nella Bassa vercellese. Fu proprio questa intensa e vittoriosa attività a costringere i nazifascisti ad una potente azione di rastrellamento per porre fine alle azioni partigiane, che si sviluppò solo nel marzo '45, dopo la furiosa battaglia del 26, nel corso della quale ebbero forti e pesanti perdite, mentre i partigiani riuscirono a ripiegare ordinatamente in zona più sicura. Ma ormai il 25 aprile era vicino.


Facemmo bene la guerriglia, ma all'attacco in campo aperto arrivammo tardi

Il "Pisacane" (e il "Matteotti") erano formati per lo più da diciannovenni: erano quindi pochi quelli con esperienza militare, inoltre non vi era alcun ex ufficiale.
Il primo compito che ci trovammo di fronte fu quello di "imparare" a fare la guerra, e non una guerra qualsiasi, ma la guerra partigiana, più dura di ogni altra, e, per di più, in assenza di ogni esperienza di guerriglia, che ha caratteristiche peculiari, fondate sul principio dell'attacco a sorpresa (per attuare questo ricorremmo anche all'espediente di ricoprire di stracci i rumorosi scarponi) e del veloce sganciamento. Fin dal primo momento capimmo, ad esempio, che alcune strategie precauzionali erano indispensabili, come quella che era condensata dalla formula "non mangiare dove si dorme e non dormire dove si mangia" (che significava continui spostamenti) e che si rivelò quanto mai utile in pianura, anche se questo significava non soffermarsi nelle cascine nemmeno in caso di cattivo tempo.
Ciononostante, l'apprendistato, anche per "quelli di Gemisto", fu drammatico: i primi colpi di mano, quelli contro le caserme, furono indolore, ma vennero poi i primi scontri sanguinosi, le prime battaglie: Postua, Noveis, Rassa, Curino.
Quando, nel giugno del '44, la Resistenza divenne un fenomeno di massa, quelli del "primo inverno" avevano sperimentato la forma più comune di guerra partigiana: l'imboscata. Certo, sbagliammo anche dei colpi (come nel mese di maggio a Mezzana), ma decine di assalti ebbero successo: assestammo colpi poderosi ai tedeschi e ai fascisti e strappammo loro numerose armi; fino ad arrivare alla più classica delle imboscate: quella di Campore di Valle Mosso, nell'autunno del '44.
Allo stadio dell'attacco in campo aperto (guerra manovrata) le formazioni del Biellese orientale, per una serie di circostanze (che sarebbe utile analizzare a fondo), arrivarono invece tardi, non senza aver subito critiche da parte di altre formazioni e dei comandi superiori. Ma la prova fu superata negli ultimi mesi, in occasione, come diremo, della battaglia della Garella e, successivamente, nelle operazioni per la liberazione di Vercelli.


La coscienza dei fini della lotta: più potente della potenza nemica

Quando diciamo che la coscienza politica fu un'arma di fronte alla quale nulla poteva la mostruosa macchina bellica tedesca, e che si rivelò la vera arma segreta dei partigiani, mettiamo a fuoco un elemento che meriterebbe ulteriori approfondimenti. Come avrebbero potuto resistere a tante durezze, ai pericoli, alle minacce che pesavano sulle proprie famiglie, al dolore per la morte dei compagni, giovani di vent'anni, non ancora preparati a tanto, se non con l'acquisizione, appunto, di una coscienza dei fini della lotta che si stava combattendo?
Su questo terreno, nelle formazioni di Gemisto si condusse una grande attività: si trattò di una vera e propria "rivoluzione culturale", maturata durante la lotta antifascista, nelle carceri, in esilio, in Spagna e che ebbe, qui da noi, "grandi educatori" come Sola Titetto, Italo, Gemisto, Secondo ed altri.
Nacquero da quest'opera: la figura del commissario politico, l'ora di educazione politica nel distaccamento, i giornali murali e di reparto, il periodico "Baita" (che esce "quando e come può"), la sezione culturale della divisione, diretta dalla dottoressa Anna Marengo (Fiamma), l'interesse dei partigiani all'informazione sull'andamento del conflitto, sulle lotte nelle fabbriche, sui problemi del dopoguerra, le organizzazioni di lotta e di massa, la formazione di dirigenti di popolo di tipo nuovo, preparati e democratici.
Fu espressione di questa "scuola", nata nel vivo della lotta partigiana, la parte avanzata, progressista, della classe dirigente del dopoguerra nel Biellese.


Addestramento militare: riconosciamo il prezzo dei nostri limiti

Ci fu un'idea che non ci scrollammo mai di dosso durante tutti i venti mesi: che il miglior addestramento venisse acquisito in battaglia, nell'esperienza pratica degli attacchi, delle imboscate, nelle manovre di sganciamento, negli interminabili appostamenti. D'altro canto, nel primo periodo, l'addestramento non poté che essere questo. I pochi tentativi compiuti, a causa della loro sporadicità, della mancanza di armi e di tempo, non diedero vantaggi di sorta, e furono ben presto abbandonati.
Nel secondo periodo, la presenza fra noi di ex ufficiali dell'esercito riaprì il problema. Che un addestramento militare fosse necessario nessuno lo negava: ma quale? Quello che si svolgeva nelle caserme? Certamente no. Le esperienze furono allora molte, anche positive, ma forse un nuovo modo di addestrare i giovani arruolatisi nelle formazioni partigiane non fu mai messo a punto. E per questi motivi, specie nel primo periodo, pagammo anche, occorre dirlo, prezzi pesanti e dolorosi, in vite umane.


Armi: le conquistammo, non arrivarono solo dal cielo

Quello delle armi fu per la nostra divisione (e non solo per la nostra) uno dei più grossi problemi, che ci accompagnò per tutti i venti mesi della guerra partigiana.
I primi ventisei partigiani del distaccamento "Pisacane" andarono "alla guerra" armati di bastoni, di accette, di alcune rivoltelle arrugginite, di un fucile "Garibaldi" e di... tante speranze.
Recuperammo allora due o tre moschetti modello 91 (residuati della prima guerra mondiale) e, soprattutto, ci procurammo altre armi (fra cui bombe a manò del tipo "balilla" ed un fucile mitragliatore "Breda") disarmando le caserme dei carabinieri. Nella nostra zona, infatti, a differenza, ad esempio, del Cuneese, lo sfacelo dell'esercito non significò una "pioggia" di armi: ci furono, sì, armi abbandonate dai soldati sbandati in fuga, ad esempio nel torrente Piancone, ma queste caddero, purtroppo, nelle mani nemiche.
Con questi mezzi limitati non fu possibile organizzare che brevi difese come, ad esempio, in occasione degli attacchi nazifascisti verificatisi fra il dicembre '43 e il marzo '44.
La situazione cambiò, gradatamente, in virtù di quattro fattori: le armi strappate al nemico (e con quali costi!), il "mini aviolancio" alleato del maggio '44, a Mezzana-Casapinta (destinato a chissà chi, ma fortunatamente raccolto da noi), il grande aviolancio del 26 dicembre a Baltigati, la messa in opera di una fabbrica di armi, che costruiva i mitra "Nedo" e bombe a mano.


Nell'aprile del '45, su milleduecento partigiani della divisione, ottocento erano armati.
L'acquisizione progressiva di nuove armi ci permise di mutare profondamente la tattica militare. Già a partire dalla primavera 1944, fu infatti possibile rispondere efficacemente ai rastrellamenti e, soprattutto, impostare a nostra volta veri e propri attacchi. La disponibilità di armi, unita alla perizia nel loro uso acquisita dagli uomini, consentì anche, nell'ultimo periodo, di affiancare ai tradizionali sistemi di guerriglia, anche momenti di scontro aperto con il nemico, come dimostra la battaglia della Garella di Buronzo del 26 marzo '45, in cui fu possibile accettare il combattimento a viso aperto, attuando lo sganciamento solo in un secondo momento.

Niente naia, ma esercito di popolo

Quando, anche da noi, dopo l'8 settembre 1943, alcuni ex ufficiali del regio esercito si trovarono in montagna, al monte Cucco, alla testa di gruppi di sbandati e tentarono di dare vita a formazioni organizzate, basate sulla figura del "comandante" e sul modello del disciolto esercito, fu un fallimento. Ad inventare il nuovo modello furono le "bande", i primi distaccamenti partigiani, nel mese di novembre.
Nedo, Italo, Gemisto, Quinto, Lungo, Pensiero impersonarono la nuova figura di comandante, che basava la sua autorità non sulle stellette, ma sulla fiducia, sul consenso, sulla stima, sul riconoscimento della capacità di comando; compagno, amico, dirigente insieme, che con i partigiani divideva tutto: pericoli, fatiche, sacrifici.
Nella prima fase della lotta si delineò meglio questa figura, come giustamente sostiene Guido Quazza. Con la promozione di centinaia di partigiani a posti di responsabilità, quando la Resistenza divenne di massa, i problemi si complicarono, si commisero anche errori, ma il modello delineato nella prima fase resisté; anche quando il distaccamento diventò brigata e poi divisione. Una lezione che mantiene una sua validità anche per l'oggi? Noi crediamo di sì. Soprattutto in un momento in cui viene alla luce che il nostro esercito va rimodellato secondo le indicazioni della Costituzione, per farne un esercito con caratteristiche nuove, democratiche, come fu, in embrione, quello partigiano.


Eccidi, deportazioni, incendi: l'obiettivo dei nazifascisti era quello di distruggere ogni forma di resistenza

Fascisti e tedeschi usavano l'arma del terrore con un obiettivo preciso: stroncare sul nascere ogni volontà di resistenza, distruggere ogni tentativo di ribellione. Ma le rappresaglie, i barbari eccidi, non contribuirono invece a rafforzare ancor di più la volontà di resistere?
I feroci eccidi di Curino, Mottalciata, Mosso Santa Maria, la morte di Pensiero, di Lince, di Lupo, di decine di partigiani di quella esigua schiera del primo inverno ebbero di fatto l'effetto opposto: non solo non scoraggiarono, ma stimolarono centinaia di giovani delle valli di Mosso e Sessera, di Vercelli e della Bassa a scegliere la strada della lotta contro gli invasori e contro i fascisti.
Attorno alle salme dei partigiani caduti durante il primo tragico inverno non ci poté essere la presenza fisica, ma solo il dolore della nostra gente, ma, quando fu possibile, che cosa non furono i funerali dei partigiani! Migliaia di cittadini si raccolsero attorno alle bare: manifestazioni di dolore, ma anche di forza, volontà nuove che si sprigionavano, impegno di massa a fare di più per spazzar via guerra e oppressione. L'eccidio di Salussola, ad esempio, rappresentò un sussulto che scosse l'intera regione. Le distruzioni di interi paesi, come Baltigati di Soprana, ebbero lo stesso effetto: spinsero forze nuove alla Resistenza.



Donne nella Resistenza: fu anche una tappa verso la parità fra uomo e donna

Un punto che crediamo debba essere sottolineato subito è quello relativo alla particolarità della zona, caratterizzata dalla presenza di una industria tessile sviluppata e con presenza maggioritaria di manodopera femminile.
Questa particolarità portò due conseguenze rilevanti: la prima è che nelle lotte sociali le donne ebbero una parte enorme, basta pensare alla partecipazione ai quattro scioperi (dicembre '43, giugno-luglio '44, dicembre '44, marzo del '45), che videro una massiccia presenza delle donne; la seconda cosa è che queste donne, che in fabbrica si battevano quindi per migliori condizioni di vita e per la parità salariale (grande problema del tempo), divennero nei tanti, disseminati paesi delle nostre valli non soltanto un sostegno delle formazioni partigiane, nei tanti modi che conosciamo anche nelle altre vallate e nelle altre zone partigiane (ricovero dei feriti, confezione degli indumenti e così via), ma, avendo acquisito più coscienza nella lotta per cambiare la propria condizione, soggetti che qualificarono l'attività di sostegno alle formazioni partigiane.
Non dobbiamo dimenticare, infine, che nel nostro paese, come altrove, durante la guerra la donna restò qualche volta sola all'interno della famiglia (il marito al fronte, o prigioniero, ecc.): si determinò quindi una situazione di responsabilità che ruppe molti vincoli tradizionali di subordinazione.
Una terza cosa che ancora va sottolineata è che, in genere, quando si parla di partecipazione delle donne, delle giovani in modo particolare, alla lotta partigiana, si pensa sempre soltanto alla figura della staffetta. Sulla funzione, sul ruolo della staffetta e sulle imprese compiute da queste nostre giovani, si è detto molto. In genere, però, si è trascurato di dire che oltre alla staffetta partigiana, che aveva questo ruolo di maggior spicco, di maggior rischio, e anche di maggiore responsabilità, si ebbero partigiane all'interno del distaccamento che conducevano la vita del partigiano a tutti gli effetti. Avevamo infine la presenza di donne all'interno dei comandi: pensiamo a casi come quello di Anna Marengo, ma non soltanto.
In questa molteplicità di forme, la partecipazione delle donne alla Resistenza, nel Biellese, ha evidenziato che i venti mesi della guerra partigiana coinvolsero la massa e non soltanto le avanguardie femminili, e ciò permise un salto di qualità nella coscienza della propria condizione oltre che dello scontro più generale in corso in quel momento.
Dalla guerra partigiana uscì nel Biellese una figura di donna più consapevole della propria condizione di lavoratrice e di persona. Non era ancora una battaglia per la liberazione della donna dall'oppressione di sesso, come intendiamo oggi, ma certo fu un segnale che, lanciato in quei venti mesi, è dato trovare poi più avanti, nelle istanze e nelle grandi conquiste sociali degli anni settanta.


Il nemico "inverno": due terribili momenti

La lotta partigiana visse due difficili inverni, periodi di estrema difficoltà per le nostre formazioni: la mancanza di vegetazione rendeva infatti difficili gli sganciamenti e gli occultamenti; inoltre vi erano problemi di riscaldamento e per l'abbigliamento insufficiente di cui disponevamo; inverno voleva dire anche meno fieno e meno foglie: in montagna bisognava dormire sulle assi. Ma le difficoltà del primo inverno non furono solo quelle della stagione in sé: fu piuttosto il fatto che nei mesi di febbraio-aprile, dopo la sconfitta subita dai sette distaccamenti partigiani del Biellese, che erano attestati ai piedi della montagna, come nel caso nostro, nella valle di Postua, subimmo parecchi rastrellamenti, con perdite atroci, anche di vite umane, e con la necessità di scendere in pianura in una realtà che non conoscevamo, con tutti i rischi che questo comportava.
Per quanto riguarda il secondo inverno: lo affrontammo un pochino meglio nutriti, meglio vestiti e non vivendo soltanto più nelle baite, però, proprio nella zona della nostra divisione, nei mesi di gennaio, febbraio e marzo del '45, si ebbe il grande rastrellamento. Una brigata evacuò, dovette lasciare la zona e andare nel Monferrato, ma anche per chi restò o si spostò nella baraggia di Rovasenda, le difficoltà furono enormi per la presenza di un'intera divisione tedesca.
Durante quei mesi durissimi avemmo quindi difficoltà di questa natura, ma queste, paradossalmente, portarono anche ad una ripresa delle forme di lotta partigiana. Fu questo un fattore che, come rovescio della medaglia, ebbe conseguenze ben precise, in quanto ritardò la capacità, che invece altre formazioni partigiane acquisirono (soprattutto la 182a e la 75a) di manovra sul campo; partecipammo ad assalti di presidi, come ad esempio a quello di Romagnano, ma non va dimenticato che la 12a ebbe presidi nemici all'interno della propria zona, con le logiche difficoltà.


Liberazione: la nostra fu lotta contro la mostruosità della guerra, le armi di sterminio, la tirannide e i poteri oppressivi. Fu un sogno?

Con la liberazione di Vercelli la 12a divisione coronò la propria attività. Sulla liberazione del capoluogo crediamo sia importante non sottolineare tanto l'aspetto militare, già molto conosciuto, realizzato dalle tre brigate della 12a sulla base di un piano dettagliato e a lungo studiato, che investirono la città, sapendo di trovarsi di fronte a reparti fascisti e tedeschi, che contavano ancora centinaia di unità, addestrati e decisi a vendere cara la propria pelle, quanto piuttosto un altro aspetto. Quando siamo entrati a Vercelli, non abbiamo trovato una città in ginocchio: gli anni di guerra, le distruzioni, i problemi enormi per i viveri e per la casa avevano portato tante sofferenze ma non avevano privato la popolazione della volontà di sperare e di lottare. Per questo motivo non ci fu soltanto la partecipazione al momento insurrezionale, non ci fu soltanto un'accoglienza straordinaria, segno di una grandissima coscienza politica, diffusa nella popolazione vercellese, ma trovammo anche la disponibilità di ognuno a farsi carico delle esigenze dettate dalla situazione per ricostruire.


La ricostruzione cominciò dal giorno dopo: le fabbriche ripresero a lavorare, si affrontarono i problemi più urgenti per ovviare alla distruzione, sorsero cantieri di lavoro e così via.
E c'è anche un'altra cosa importantissima: al momento della Liberazione, insieme ai segni della follia bellica trovammo una grande speranza: che la ricostruzione fosse rapida; che si gettassero le basi di una vita democratica che desse la possibilità alla gente comune, a tutti quelli che avevano vissuto in prima persona la guerra di liberazione, di contare nelle scelte della città e del proprio Paese; che le condizioni di vita e i rapporti sociali cambiassero. Tutti guardavamo avanti e una speranza era più grande e forte di tutte: che l'esperienza tragica della guerra non si ripetesse più, per nessuna generazione futura; che nessuno conoscesse più le armi di sterminio, le dittature e il potere oppressivo.
C'è da chiedersi se fu solo un sogno, quello nostro e delle popolazioni liberate nell'aprile del '45, e fino a che punto questo sogno sia diventato realtà.

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