Laura Manione
Prigioniere della propria immagine
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"l'impegno", a. XIX, n. 1, aprile 1999. Edizione riveduta 2004.
Avvertenze |
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Nello stesso periodo anche altri soggetti femminili vengono radunati davanti agli apparecchi fotografici e
ripresi frontalmente, con gli sguardi che convergono verso l'obbiettivo, per trasmettere una forte coesione e una
disciplinata condivisione di valori. In un'immagine scattata a Trino nel 1940 alle infermiere dell'Ospedale, ad esempio, la
composizione del gruppo sorridente e stretto intorno al medico, attesta la fiera accettazione di un lavoro che
permette di realizzare la femminile attitudine alla cura del prossimo e comporta una "naturale" subordinazione nei
confronti della figura professionale maschile posta, ovviamente, al centro dell'immagine.
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Ugualmente rivolte alla celebrazione della donna-ancella, sono le immagini dell'interessante ma anonima
serie realizzata nel 1940 e contenute in un album della Croce rossa di Vercelli, in cui le crocerossine, seppur inserite
in un ordinamento militare di tipo maschile, vengono riproposte nel loro ruolo tradizionale di spontanee
dispensatrici di cure ai propri figli o, come in questo caso, in tempo di guerra, ai figli della patria.
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Spunti per la rappresentazione dell'ideale femminile fascista provengono anche dalla scuola, dove la donna
svolge diligentemente il suo ruolo di educatrice e la bambina veste la sua prima divisa, partecipa a sfilate e saggi
ginnici proprio come i suoi compagni maschi, ma ripete a voce alta che "La Patria si serve anche spazzando la casa",
uno dei punti del "Decalogo della Piccola Italiana", stilato per inchiodarla al suo futuro di madre e sposa. Scolaresche
impettite, maestre fiere di contribuire alla formazione del nuovo popolo fascista ed esibizioni ginniche sono i
soggetti preferiti anche dai fotografi vercellesi. Ne sono un esempio, in territorio santhiatese, la costruita immagine della maestra di Vettignè intenta ad approvare e seguire una lettura collettiva del giornalino "Il Balilla", oppure la fotografia scattata a Santhià, nel 1930, durante una Festa degli alberi, a un folto gruppo di Piccole italiane irrigidite in una posizione che sacrifica l'entusiasmo infantile all'ordine e alla disciplina e richiama la forma della vegetazione presente sullo sfondo dell'inquadratura.
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Accanto alla produzione di fotografie di impronta prettamente fascista vi sono anche altre immagini, legate
alla tradizione fotografica ottocentesca, ugualmente funzionali, però, all'intento di imprigionare la donna nel
suo ancestrale ruolo di ieratica custode del focolare. Sono, ad esempio, le fotografie delle cucitrici, che vengono
riprese mentre imparano e ripetono gesti pacati e antichi quanto quelli di Penelope, sedute vicino alle loro case, accanto ai loro
bambini; stucchevoli oleografie utilizzate come elementi probatori di grazia e serenità da esibire, fra l'altro, come
deterrente per chi, in fabbrica o lontano da casa, svolge lavori che il regime definisce svilenti, mascolinizzanti e causa di
sterilità.
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Non solo docili ed esemplari figure femminili popolano la provincia: nel Vercellese, il fascismo deve fare i conti
con una scomoda presenza: la mondina, protagonista fino al '32 di proteste contro riduzioni di salario e per
migliori condizioni di lavoro indette sfidando le minacce dei prefetti e degli agrari, ingombrante contraddizione alla
politica di sbracciantizzazione e, nello stesso tempo, indispensabile anello della nazionale catena produttiva
risicola, favorita dal governo perché meno costosa dell'importazione e lavorazione del frumento. "La mondina - scrive Victoria
De Grazia - costituiva un insulto ai benpensanti, resi sensibili dalla propaganda fascista alle condizioni delle
madri lavoratrici. Era già abbastanza deplorevole che le ragazze lavorassero nell'acqua melmosa fino alle ginocchia,
con le gonne tirate su alla cintola. Ma ancora peggiore era il fatto che le madri abbandonassero lattanti e divezzi alla
lotta libera nei paesi vicini o nelle baracche intorno alle cascine. Per di più le lavoratrici del riso avevano il più alto
tasso di aborti spontanei di qualsiasi altro gruppo, fatto che i medici attribuivano alla posizione ricurva nell'acqua per
ore e ore"8.
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Una figura femminile così difficile da gestire non può quindi "sperare" di essere celebrata dalla fotografia.
Gli obbiettivi si accorgono della sua presenza unicamente quando è schierata davanti agli emissari di Mussolini, quando deve
comparire come elemento spersonalizzato in immagini che documentano particolari fasi della lavorazione del riso
o, ancora una volta, quando può essere ripresa nella veste di silente lavoratrice sottomessa alla figura maschile.
Atteggiamento, quest'ultimo, che si coglie pienamente nella fotografia del 1937 conservata all'archivio de "La
Stampa", di Torino, e intitolata "All'alba di buon mattino le mondine sono già al lavoro", in cui il caporale occupa
prepotentemente il centro dell'immagine suggerendo al fruitore, per effetto di un'ambigua organizzazione dei soggetti
all'interno dell'inquadratura, una superiorità sessuale oltre che professionale, che tende a svilire i personaggi femminili.
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Il fallimento delle politiche femminili fasciste, insieme con la tenace adesione di diverse donne agli ideali
della Resistenza, occasione per cercare una personale liberazione nella Liberazione, ci impongono oggi una rilettura
delle immagini prodotte dalla retorica di regime, che tenga conto di quell'antico carico di frustrazioni e desideri
femminili, congelati dalla dittatura ed esplosi durante la Liberazione e il dopoguerra, completamente assente da tutta la
produzione fotografica del ventennio.
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