I fondamenti dell'Italia repubblicana:
mezzo secolo di dibattito sulla Resistenza


Resoconto

Il 28 e 29 gennaio si è svolto a Vercelli, organizzato dal Consiglio regionale del Piemonte, Comitato per l'affermazione dei valori della Resistenza e dei principi della Costituzione repubblicana, dall'Istituto nazionale per la storia del movimento di liberazione in Italia e dall'Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nelle province di Biella e Vercelli, con il patrocinio del Comune di Vercelli ed il contributo della Fondazione Cassa di Risparmio di Vercelli, il convegno nazionale di studi "I fondamenti dell'Italia repubblicana: mezzo secolo di dibattito sulla Resistenza".
Obiettivo del convegno era quello di affrontare il tema del rapporto tra politica militante e storiografia della Resistenza, come una sequenza di "revisioni", fino alle ultime e più provocatorie, inquadrando storicamente le forme prese dalla discussione nel cinquantennio repubblicano, evitando di subordinare questo esame ai suoi esiti attuali, ma senza rifiutare il confronto con le ultime revisioni e negazioni.
I lavori sono stati aperti da Andrea Foco, vicepresidente Consiglio regionale del Piemonte, che ha letto anche un messaggio di Sergio Deorsola, presidente del Consiglio stesso, e da Gianni Mentigazzi, presidente dell'Istituto ospitante. Hanno portato il loro saluto il sindaco di Vercelli, Gabriele Bagnasco, ed il provveditore agli studi, Carlo Raimondo.
Aperta quindi la prima sezione, sul tema La centralità della Resistenza: rivendicazione e contestazione politica, con una relazione introduttiva di Aldo Agosti, dell'Università di Torino, sono intervenuti: Gianfranco Petrillo, della Fondazione Feltrinelli di Milano, Amendola, Secchia, Longo: il Partito comunista e la Resistenza; Leonardo Casalino, dell'Università di Torino, Interpretazioni e "revisioni" azioniste; Mimmo Franzinelli, della Fondazione Rossi-Salvemini di Firenze, Le provocazioni del '68.
Nel pomeriggio, nella sezione La prima stagione storiografica, sono intervenuti: Claudio Dellavalle, dell'Università di Torino, Resistenza e storia d'Italia: Guido Quazza "revisionista"; Gianpasquale Santomassimo, dell'Università di Siena, Due generazioni di storici comunisti: da Battaglia a Spriano e Ragionieri.
Nella sezione seguente, La Resistenza come guerra civile: una querelle ricorrente, è intervenuto Francesco Germinario, della Fondazione Micheletti di Brescia, Le versioni neofasciste, mentre è purtroppo mancata la relazione di Nicola Tranfaglia, dell'Università di Torino, Le revisioni da sinistra, a causa di impegni imprevisti ed inderogabili.
I lavori sono ripresi sabato, sotto la presidenza di Giorgio Rochat, dell'Università di Torino e presidente dell'Insmli. Ha introdotto la sezione La crisi della Repubblica Maurizio Vaudagna, dell'Università di Vercelli. E' quindi stata data lettura della relazione di Elena Aga Rossi, dell'Università dell'Aquila, assente per motivi di salute, L'ultima stagione storiografica di Renzo De Felice. Sono seguiti gli interventi di Luigi Ganapini, dell'Università di Bologna, Una nuova rappresentazione della Rsi e dell'ultimo fascismo, e di Francesco Traniello, dell'Università di Torino, Riletture critiche della Resistenza e legittimazione della Repubblica. Assenti invece, per motivi di salute, Alberto De Bernardi, dell'Università di Bologna, e Silvio Lanaro, dell'Università di Padova, che avrebbero dovuto trattare rispettivamente Il "mito" della Resistenza tra storiografia e giornalismo politico e Il rifiuto della Resistenza.
Nel pomeriggio, sotto la presidenza di Gianni Perona, dell'Università di Torino e segretario generale dell'Insmli, si è sviluppata la sezione Pluralità di memorie e rimozione del passato, con relazioni di Massimo Storchi, dell'Istoreco di Reggio Emilia, Il dibattito sulla violenza e di Giovanni Contini, della Sovrintendenza archivistica per la Toscana, Memorie in conflitto, a cui è seguita la lettura di una comunicazione scritta di Giorgio Bocca sulla politicità della storiografia e della memoria.
Infine si è svolta una tavola rotonda tra i relatori sul tema Un sistema politico senza memoria e senza storia. A conclusione delle varie sessioni si sono sviluppati dibattiti, cui hanno partecipato anche esponenti dei numerosi Istituti per la storia della Resistenza e della società contemporanea presenti.


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Alcune riflessioni

Mentre riflettevo sull'introduzione del resoconto del convegno "I fondamenti dell'Italia repubblicana: mezzo secolo di dibattito sulla Resistenza", svoltosi a Vercelli a fine gennaio, un'amica, un'ex staffetta partigiana, mi domandò per quale motivo il manifesto dell'iniziativa fosse stato illustrato con una fotografia dei giorni della Liberazione, ma strappata. Le risposi, senza esitazione, che si trattava di una metafora: la lacerazione poteva rappresentare la discussione, la mancanza di unitarietà dei discorsi che si sono tenuti dopo la Resistenza, il superamento dell'immagine oleografica e celebrativa prodotta dalla memorialistica partigiana e da alcuni settori della storiografia di partito, o forse il tradimento dei valori che la Resistenza ha incarnato e che, a cinquant'anni di distanza, sembrano essersi dissolti, dimenticati. Ma la mia rapida spiegazione non ottenne alcun riscontro: per chi è stato in prima linea, non ha senso chiedersi se la Resistenza sia fondamento della Repubblica, è indiscutibilmente così.
Perché parlare di Resistenza cinquant'anni dopo? Cosa può insegnare la Resistenza oggi? E, ancor di più forse, cosa ci dicono sulla Repubblica e la democrazia in Italia le riflessioni sulla Resistenza da parte di storici e politici? Durante il convegno in parte a queste domande si è risposto, rilanciando per gli storici nuove opportunità e nuovi modi di scrivere la storia e, per chi legge o studia, nuove prospettive di capire quanto e come la storiografia manifesti l'ideologia, non solo dei partiti, ma della società stessa, che nei partiti è rappresentata.
La tesi era che parlare di Resistenza significa parlare dei "fondamenti" dell'Italia repubblicana: correntemente, ha affermato Francesco Traniello, un contesto o evento ha valore legittimamente fondativo se vi è un mutamento radicale tale da poter far parlare di una svolta storica. Nel caso della Resistenza, vanno però anche considerati gli elementi di continuità dello Stato che attraversarono indenni gli anni 1943-45. Soltanto una visione distorta della Resistenza può interpretarla esclusivamente come fenomeno di rottura: in Italia gli organismi formali antifascisti nati prima e durante la Resistenza (partiti e Cln) si accostarono a quelli del legittimo governo regio senza uno stravolgimento completo della forma organizzativa istituzionale e questo comportò, nel dopoguerra, la convivenza di elementi di continuità dello Stato (ne è esempio abusato la burocrazia), accanto a quelli nuovi (la repubblica innanzitutto). Una lettura critica non può prescindere da questi aspetti: è, tuttavia, evidente che le rappresentazioni che nel passato sono state date della Resistenza avevano lo scopo di consolidare le culture, le visioni, storicizzare la Resistenza in modo da renderla fenomeno simbolico e legittimante la Costituzione e la Repubblica (privilegiandone gli aspetti più innovativi, e certo più "nobili") e garantendo la sopravvivenza dei partiti che avevano "gestito" con successo il fenomeno Resistenza.
Già nell'ultimo periodo della guerra i partiti politici diedero un'interpretazione ideologica di quanto stava avvenendo e alcuni combattenti furono non solo memorialisti, ma storiografi che individuarono le problematiche su cui ancora oggi si discute; negli anni del dopoguerra, poi, la "vittoria della Resistenza" diede avvio a imponenti collane di memorie con intento celebrativo. Durante il convegno non ci si è tanto occupati della memorialistica celebrativa (se non per quanto riguarda la storiografia neofascista sulla Repubblica sociale, che si fonde ancora oggi con l'esaltazione dei valori dei "balilla che andarono a Salò") quanto piuttosto del valore della storiografia accademica e/o di partito, di se e come quell'approccio vada modificato di fronte alla delegittimazione dei partiti politici a cui si è assistito in anni recenti.
Sono mancati, rispetto al programma, interventi importanti per lo sviluppo del dibattito, tasselli che avrebbero consentito di bilanciare e completare il quadro emerso dal convegno, come l'aspetto del giornalismo sulla Resistenza e una carrellata sulle posizioni e le argomentazioni dei revisionisti che rifiutano o minimizzano l'importanza della Resistenza nella storia della Repubblica italiana.
Favorito dalla presenza nelle sue file di numerosi intellettuali, il Partito d'azione elaborò compiutamente, già sulla stampa clandestina nel biennio 1943-45, teorizzazioni sulla Resistenza: essa fu ritenuta momento di più alta opposizione al fascismo, naturale conseguenza della lotta antifascista. Il Partito d'azione approfondì notevolmente, come ha ricordato Leonardo Casalino, l'indagine della matrice sociale nel sostegno al fascismo, tentando di definire e non sottovalutare i meccanismi del consenso, individuando i modi e gli scopi della rappresentazione politica delle istanze sociali provenienti dal basso e i nodi di impermeabilità delle istituzioni a tali istanze, che emigrarono nell'Italia repubblicana: se ne ebbero i primi esempi nella mancanza di una legge che consentisse un'epurazione seria e nell'incapacità di avviare le riforme che avevano alimentato la cultura resistenziale ("tradimento" della Resistenza).
Diversamente operarono inizialmente alcuni esponenti del Partito comunista italiano, dando vita ad una rappresentazione oleografica, "piatta", della Resistenza, alimentando il mito della "rivoluzione mancata", trascurando completamente l'analisi delle componenti storiche della società italiana nella lotta, e in primo luogo quella cattolica, tralasciando le oscillazioni e le indecisioni all'interno del Partito comunista sia nella fase della lotta clandestina che dopo l'8 settembre, o arrogandosi una buona porzione del merito della vittoria sul nazifascismo, sottovalutando l'aspra lotta per il potere che già negli ultimi anni della guerra si delineava, in vista del futuro equilibrio politico.
Gianfranco Petrillo, che si è occupato delle interpretazioni della Resistenza da parte di esponenti del Partito comunista italiano dal 1945 al 1970 circa, ha individuato gli aspetti statici nell'evoluzione difficile della storiografia di matrice comunista: l'estrema semplificazione dei rapporti di forza tra gli attori in campo, la sottovalutazione del fascismo, la pretesa continuità tra la lotta antifascista e quella resistenziale, il ruolo epico del popolo nella guerra patriottica, nel "nuovo Risorgimento" italiano. Questi aspetti, che sono la manifestazione di intenzioni, scopi e strategie dei più importanti esponenti del Partito nel dopoguerra, e riproducono meccanismi di movimento ideologico e propagandistico base/vertice, furono messi in dubbio già dall'opera di Amendola che insinuò, negli anni sessanta, il dubbio sulla presunta unità-ad-ogni-costo entro il Partito comunista, dubbio che più spregiudicatamente avrebbe espresso la prima generazione di storici comunisti e in seguito il prorompere del Sessantotto.
Come hanno evidenziato sia Gianpasquale Santomassimo, sia Claudio Dellavalle, negli anni sessanta e settanta ci fu una profonda revisione della storiografia "di partito": Battaglia, a cui si deve la prima sintesi organica di storia della Resistenza, individuò la non-continuità tra antifascismo di partito e spontaneità, la fluida politicità della Resistenza. La partecipazione fu espressione del concetto privato di patria posseduto dalle masse, e almeno inizialmente non si articolò sulle direttive dei partiti.
Allo stesso modo Spriano e Ragionieri, pur rivalutando il legame antifascismo/Resistenza, contribuirono, grazie a nuove fonti che emersero a trent'anni dalla Liberazione, a dissolvere molte "leggende", documentando il dibattito che ebbe luogo nel Partito comunista.
Guido Quazza, poi, tra gli storici accademici e di partito, ebbe il merito di divulgare lo sforzo che la storiografia stava compiendo nell'interpretazione della società, della politica, dell'apparato statale contemporaneo, che affondavano le radici nella conformazione dei meccanismi antropologici e sociali del consenso nella storia d'Italia e che trovavano nel fascismo italiano un nodo ineludibile.
In questo fermento di idee il Sessantotto esplose: nonostante il passato e la storia fossero sostanzialmente estranei alla contestazione, proiettata nel futuro, l'aspetto della partecipazione popolare e spontanea alla lotta resistenziale fu riabilitata dal dibattito di quegli anni. Di quella fase storica, che, come ha sottolineato Mimmo Franzinelli, ebbe il merito di dare avvio all'importante fase di ricerca sulle fonti orali, i partiti che "cavalcarono la tigre" recuperarono gli aspetti confacenti alla lotta politica in atto: la lotta di resistenza fu vista essenzialmente come lotta operaia, e quest'interpretazione parziale contribuì a un'involuzione di una parte della storiografia, che in quegli anni recuperò enfasi e retorica "su misura" per il Sessantotto: l'ideale della Resistenza andò così a colmare il vuoto di ideali contestato.
Alla luce degli aspetti propri e dello sviluppo della cosiddetta vulgata antifascista, Gianni Perona ha affermato che, in cinquant'anni di revisioni, i partiti hanno pesato a volte più delle fonti stesse, in forma di sottomissione spontanea degli storici ai partiti: se è vero che il senso comune della storia e della memoria si accompagna all'antifascismo e si nutre dei suoi valori, è purtroppo vero anche che a volte etichette ed abitudini mentali si sono sovrapposte alle fonti primarie: è indiscutibile comunque che furono i partiti a parlare di Resistenza per primi, con le evidenti conseguenze di deformazione dovuta all'impronta ideologica.
Non per quest'orientamento, comunque, gli storiografi antifascisti non si sono occupati di storia della Repubblica sociale italiana: buona parte degli scritti sulla Rsi è stata redatta dagli istituti per la storia della Resistenza.
Luigi Ganapini ha evidenziato che l'approfondimento della storia della Repubblica sociale è il tassello complementare e imprescindibile nella ricostruzione della storia dal 1943 al 1945. Innanzitutto per comprendere i meccanismi del consenso al fascismo: nonostante la cultura di questo cinquantennio abbia privilegiato, infatti, un'interpretazione del fascismo come corpo estraneo alla cultura del popolo italiano, le oscillazioni di alcune fasce sociali, in bilico tra l'adesione alla Rsi e l'affermazione dei principi antifascisti, oltre ad aver reso complicato il processo di epurazione comportando certamente conseguenze paralizzanti sull'evoluzione delle istituzioni democratiche, inducono a riconsiderare ancora una volta la complessa rete dei meccanismi della rappresentanza politica e del mantenimento dell'ordine sociale.
L'affrancamento della storiografia dalle forzature di partito, che ha sostenuto l'ampliamento dello studio di aspetti emblematici della guerra civile e il crollo dei miti sull'antifascismo, ha dato adito a nuovi sviluppi storiografici: la disponibilità ad occuparsi anche di aspetti controversi, come la complessità dei rapporti dei partigiani con la popolazione (spesso deteriorati a causa di violenze e requisizioni forzate, oltre che le rappresaglie antipartigiane subite), o il carattere di spontaneità e non politicizzazione delle bande partigiane, o ancora l'effettiva consistenza di queste ultime, dimostra che la storiografia si è orientata negli anni novanta verso la direzione a suo tempo auspicata anche da Renzo De Felice, come si è letto nella relazione inviata al convegno da Elena Aga Rossi, allieva dello storico romano.
Alcune regioni d'Italia (in particolare l'Emilia-Romagna e la Toscana, in cui più aspro fu il coinvolgimento delle popolazioni inermi nella guerra civile) hanno manifestato la necessità di far luce su questi scomodi avvenimenti, che le comunità hanno faticato ad assorbire ed elaborare.
La memoria collettiva dei paesi più duramente colpiti dalle rappresaglie antipartigiane è stata raccolta e analizzata da Giovanni Contini, che ha illustrato il caso della "memoria divisa" in alcuni paesi della Toscana: ascoltare le testimonianze dei sopravvissuti ha consentito di mettere in luce come i lenti, secolari cambiamenti all'interno delle comunità furono sconvolti dalla violenza della guerra civile, stravolgendo, in modo irreversibile, i rapporti sociali. Non sempre i partigiani furono in grado di comprendere e assecondare il dolore dei loro amici e vicini per i lutti familiari (quasi tutte le famiglie, in alcuni casi, furono coinvolte nelle rappresaglie nazifasciste) e, sentendosi colpiti dalle accuse di essere causa di quella violenza, per non essersi arresi al nemico o per aver commesso errori strategici, certi di aver rischiato per una giusta causa, si difesero ma rimasero completamente isolati dalla collettività.
Come ha rilevato Massimo Storchi, la violenza, provocata o subita da parte dei componenti della stessa comunità, è anche elemento discriminante le memorie partigiane rispetto a quelle antipartigiane: nelle prime, infatti, la scelta delle armi, imposta dal nemico e dagli eventi, è, per quanto dolorosa, necessaria; le manifestazioni di violenza sono perlopiù taciute nei diari partigiani, e quasi sempre interpretate come atti di "giustizia". Nelle memorie fasciste, invece, la violenza è sempre subita: l'esaltazione della scelta del manganello operata dai fascisti della prima ora è totalmente dimenticata nei memoriali dei militanti nella Rsi: nel ricordo della guerra civile la violenza è sempre atto feroce contro i fascisti, martiri innocenti.
Il convegno ha mostrato che la storia della Resistenza è la storia delle revisioni sulla Resistenza, soggette a trasformarsi, rafforzarsi o indebolirsi insieme alle fasi alterne delle ideologie: se la storiografia di partito ha riflesso, in parte distorcendo, la società, non può tuttavia essere valutata come mera ripetizione di verità ufficiali, ma sforzo di confronto di tesi anche conflittuali, tesi che l'ansia di dimostrare teoremi dogmatici in alcuni casi ha reso tortuose e arzigogolate, e proprio per questo poco comprensibili, destinate ad essere letture per specialisti del settore.
Sorge spontaneo il confronto tra la storiografia prodotta in ambienti di sinistra e la storiografia neofascista. Un primo elemento che risalta è la narratività di quest'ultima, la semplicità della forme e dei contenuti: Francesco Germinario, che ha presentato al convegno una relazione sulla storiografia e la memorialistica sulla Resistenza prodotta dalla destra italiana, ne ha messo in luce la scelta di lasciar parlare i fatti (poco conta se veri o supposti tali), senza approfondimento critico. E se quest'approccio è più memorialistico che storiografico, è certamente auspicabile un moderato rinnovamento del metodo di scrittura nel senso di una maggior fiducia nell'autonomia del racconto storico, collocato all'interno di una storiografia aperta e in trasformazione che nasce dal confronto, dallo sforzo non di produrre la certezza, ma di ricostruire la fluidità dei fenomeni, per capire come si sono manifestati, cosa hanno manifestano.
Raccontare la memoria della percezione della Resistenza è la chiave per comprenderne le cause, i motivi di quella partecipazione, di quelle scelte e del valore simbolico della nostra Carta costituzionale, i cui princìpi furono dettati dalle forze che durante la Resistenza avevano combattuto insieme, e che di lì a poco si sarebbero frammentate e in alcuni casi dissolte. Vale la pena, allora, in conclusione, di richiamare le parole di Giorgio Bocca, che, in una relzione inviata al convegno, ha affermato l'inutilità di tante parole inconsistenti, in contrasto con gli obiettivi di grande respiro che la guerra di Resistenza ebbe: "Anch'io nei miei libri sulla Resistenza ho ceduto alla tentazione di sistemare quella avventura umana, spesso caotica e casuale, con le definizioni, i recinti della politica: in che misura essa fosse comunista, in quale azionista o cattolica o monarchica. Perché la storia si è sempre fatta così, su coloro che la guidano, sui loro documenti, sui loro interessi, sulle loro propagande. Interessante oggetto di studio, di opinioni diverse, di polemiche più o meno dotte ma sostanzialmente marginali, sostanzialmente appese a quel grande respiro di libertà e responsabilità che la Resistenza fu per i partigiani".
Come ha accennato Aldo Agosti, la Resistenza è argomento per vari aspetti inattuale: per il passare ineluttabile del tempo, perché sembra superato parlare di pericolo fascista e quindi definire l'ordinamento democratico "antifascista", ora che la democrazia in Europa ha vita autonoma; inoltre la cosiddetta prima repubblica, che proprio dalla Resistenza era nata, è crollata nell'ultimo decennio sotto il peso di un fallimentare sistema politico e partitico. Tuttavia è proprio in questa delicata fase storica, in cui i valori e l'identità dei gruppi sociali sono a rischio, che - come ha sottolineato Maurizio Vaudagna - la storia manifesta la sua natura di "deposito" di lezioni, volto ad illuminare ciò che si deve fare, contribuendo a rinvigorire indeboliti sensi di appartenenza, dando una veste accettabile alla storia degli ultimi cinquant'anni e legittimazione alla nostra Repubblica. La storia si presta ad essere utilizzata a fini politici, ideologici: si può dire tutto e il contrario di tutto, senza darne prove: lo si vede tutti i giorni nel dibattito politico, in un clima di demagogia che rimane sostanzialmente estraneo alla società.
La partecipazione alla Resistenza, tuttavia, ha dimostato, di fronte ai regimi totalitari, che la coscienza critica individuale ha promosso quelle mete di libertà, di democrazia e di progresso sociale che costituirono il tema di fondo e l'aspirazione più autentica della lotta di liberazione: la Resistenza promosse l'estensione irrevocabile dei diritti, questa è la sua attualità. (Monica Favaro)