L'emigrazione in mostra




L'emigrazione non ha consistenza materiale, non è né un quadro né una statua, pensati per essere messi in mostra, non è dotata, per sua natura, di consistenza espositiva. La decisione di farne oggetto da mostrare ha reso necessario dunque un intervento che ne modificasse, in un certo qual senso, la stessa natura fenomenica.
Nella mostra infatti non sono esposti gli oggetti prodotti dagli emigrati: quadri, sculture, mobili, marmi finti, tessuti o attrezzi di lavoro. Di altri segni ci si è occupati: di indizi documentari, di per se stessi muti, ma che una operazione storiografica può rendere parlanti, trasformando appunto i segni in fonti storiche. Una trasformazione, questa, che, evidentemente, essendo realizzata per una esposizione, ha dovuto tener conto delle specifiche modalità linguistiche e fruitive che una mostra possiede.
Ma un altro problema o obiettivo si è posto come fondante in fase di progettazione della mostra. Non si dovevano render pubblici i risultati di una ricerca conclusa, si trattava, al contrario, di proporre ricerche future: "materiali per una ricerca" recita infatti il sottotitolo. Una mostra che vuole essere innanzitutto uno stimolo, quindi, o una catena di stimoli, per meglio dire, che, coerentemente con l'ambito territoriale in cui si colloca l'iniziativa, si rivolge non solo agli studiosi ma ai molti che localmente possono essere in qualche modo interessati allo studio dell'emigrazione valsesiana: dai bambini della scuola elementare ai laureandi perché, per il livello che compete loro, ne facciano stimolante oggetto di indagine; dai testimoni ai cultori di cose valsesiane perché sappiano mettere a disposizione le loro conoscenze per consentire la ricomposizione complessiva del fenomeno; dai visitatori locali ai turisti perché scoprano un pezzo non nuovo, certo, ma forse non troppo noto di storia di questa terra e delle sue genti.
I dati elaborati per l'esposizione sono, nella maggior parte dei casi, noti: per la realizzazione non è stata svolta infatti una ricerca specifica, lo sforzo maggiore è stato speso nell'individuare nell'insieme complessivo, ed in molti casi ancora grezzo, della documentazione fino ad ora emersa, quei materiali che, lasciando intravedere problemi e percorsi d'indagine, si prestavano ad una visualizzazione e ad un confronto. Il modo di trattare le fonti e di "esplicitarne" i contenuti vale dunque quale primo tentativo di espandere l'analisi rendendo leggibili e confrontabili i documenti, secondo modalità da sottoporre a verifica concreta nel lavoro futuro.
Tenendo aperta l'osservazione su tutto il territorio valsesiano, pur nella sinteticità imposta dal mezzo mostra, si è preferito, sacrificando forse un po' le figure più illustri dell'emigrazione valsesiana o le gesta di maggior successo, rivolgere primaria attenzione al fenomeno nella sua globalità, e quindi anche agli emigranti anonimi, calzolai, tessitori, tollai, cebrai o muratori che fossero. "Personaggi", questi ultimi, certo meno poetici e fascinanti ma che rappresentano in molti casi l'elemento dominante del fenomeno.
La serie di contributi che i "Quaderni di storia dell'emigrazione valsesiana nelI'Ottocento" stanno raccogliendo e gli stimoli che questa guida offre ci auguriamo consentano di amplificare ulteriormente l'interesse per un fenomeno tanto importante della storia di queste valli, ancora forse troppo poco sistematicamente studiato.