William Valsesia (Bibi)
Sui combattimenti di Rassa
"l'impegno", a. IV, n. 1, marzo 1984
© Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nelle province di Biella e Vercelli.
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Dei quattro distaccamenti della
2a brigata Garibaldi, come si sa, solo il "Bandiera" era uscito intatto
dal rastrellamento del 20 febbraio 1944.
Erano stati particolarmente il "Mameli" e il "Piave" a ritrovarsi a Rassa mal ridotti. Il piano di difesa per
la nostra provvisoria permanenza a Rassa era stato, a mio avviso, abbastanza ben congegnato, anche se
l'opinione generale era che non si sarebbe verificato nulla di rilievo e che dopo pochissime settimane avremmo
potuto ritornare nel Biellese.
Sapevamo comunque che non sarebbe stato possibile per noi sostenere un lungo combattimento a
causa della scarsità di munizioni, ma il nemico, in qualsiasi caso, avrebbe dovuto impegnare un certo tempo
prima di raggiungere Rassa e penetrare nel territorio valsesiano da noi controllato.
Le cose andarono invece diversamente. Che cosa non funzionò?
1. La nostra previsione di un primo scontro del nemico con i partigiani di Moscatelli attorno a Varallo
Sesia non si verificò per motivi ancora a me sconosciuti; i nazifascisti raggiunsero tranquillamente Piode e
là imboccarono la strada per Rassa.
2. Il ponte che congiunge la Valsesia con la strada per Rassa non venne fatto esplodere come era nei
piani, credo per un difetto tecnico (polvere bagnata o qualcosa del genere).
3. Nella fase dei combattimenti, il "Pisacane" oppose al nemico un fuoco incrociato con il nostro,
troppo breve, per cause rimaste del tutto imprecisate.
4. La nostra scarsissima, quasi nulla, conoscenza della zona sta alla base dell'errore di percorso della ritirata.
5. La sottovalutazione della dimensione del rastrellamento. Fu il nemico a colpirci di sorpresa all'alba
del giorno dopo, inseguendo la colonna partigiana più in alto nella neve, utilizzando racchette ecc.
A noi l'allarme venne dato, se ben ricordo, poco prima delle ore 11, la domenica mattina del 12 marzo
1944, insieme alla notizia che il ponte non era saltato e mentre si stava già preparando il rancio di
mezzogiorno. Salimmo in postazione sopra Rassa con tutti gli uomini armati come era stato preordinato in caso di
allarme. Tutti gli uomini disarmati (circa 200 giovani) uscirono da Rassa dirigendosi verso Rassetta ma, in un
primo tempo, più con l'intenzione di attestarsi nei paraggi che con quella di voler iniziare una marcia di
trasferimento verso il Biellese.
Nel frattempo, a Rassa, parte della popolazione e nostri collaboratori avviavano un frettoloso lavoro
per nascondere il più possibile le tracce della nostra presenza.
Credo che lo scontro a fuoco tra noi e il nemico si sia verificato attorno alle ore 12. La mitragliatrice
del "Bandiera" (che poi era la mitragliatrice di un carro armato italiano piazzato su un treppiede
confezionato artigianalmente), che doveva dare il segnale della nostra azione a fuoco, s'inceppò tre volte dopo il via
dato da Renato. Il mitragliere era Bill, ex prigioniero inglese.
Nessuno di noi sparò prima. Avevamo tutti i nervi saldi. Poi, finalmente, Bill riuscì a sparare una
lunga raffica, seguita da un nostro nutrito fuoco di artiglieria. Il "Pisacane", con due fucili mitragliatori, era
invece piazzato un po' più in alto di noi, sulla destra, al di là del torrente Sorba, vicino all'Alpe Pianone.
Il nemico rimase inchiodato nel punto critico come era stato previsto e cioè in una curva della strada,
che dominavamo dall'alto, praticamente quasi alle porte di Rassa.
Eravamo schierati lungo una linea di circa 50 metri e un po' a scalini verso l'alto, protetti da ripari
naturali (soprattutto rocce). L'ultima raffica venne sparata da Renato con il mitra mauser (quello preso ai tedeschi
nel dicembre '43 al bivio di Tollegno e l'unico mitra allora in nostro possesso). Poi venne dato il segnale
di cessare il fuoco. Sotto sulla strada, c'erano morti e feriti. Il contrattempo della nostra mitragliatrice, che
non sparò subito, permise anche ad un piccolo gruppo di soldati nemici di passare e quindi di trovarsi sotto,
ma non più minacciati da noi, anche se questi rimanevano tagliati fuori dalla propria colonna.
A partire da quel momento il "Pisacane", che aveva il vantaggio di controllare il movimento della
colonna nemica, cessò praticamente il combattimento.
Dopo quel breve ma violento scontro a fuoco, si verificò una pausa (che a me sembra ancora oggi sia
stata piuttosto lunga). Il nemico non tentava più di avanzare, ma preparava il suo contrattacco piazzando
mortai, che finirono per scatenarsi sulla nostra postazione. Questa mossa finì per toglierci l'iniziativa. Forse
l'unica risposta immediata possibile, poteva essere da parte del "Pisacane". Comunque tutti insieme non
avremmo potuto sostenere il combattimento a fuoco che per pochi minuti. Il "Bandiera" e tutti gli armati disponevano
mediamente di due caricatori a testa.
Perciò venne decisa la ritirata, a partire da quel momento, di tutti gli "armati". Il sottoscritto e un gruppo
di partigiani rimasero per ultimi, per salvare la mitragliatrice ancora efficiente ma praticamente priva
di munizioni, cercando di nasconderla il meglio possibile. (I tedeschi la scoprirono poi e la distrussero
bruciando anche le case vicine per rappresaglia).
Nel frattempo il tiro dei mortai si fece più preciso anche lungo un tratto, completamente allo scoperto,
che avremmo dovuto compiere per raggiungere i nostri. Si sentiva già sparare anche sotto di noi in paese
e intuivamo che il nemico aveva proseguito la sua avanzata. Decidemmo di deviare, risalendo più in alto
per proseguire nella stessa direzione, infatti ci trovammo in un punto riparato, da dove vedevamo tutte le
mosse del nemico, che già aveva oltrepassato Rassa. Ci attestammo lì e aspettammo la sera, convinti che i
rastrellatori sarebbero ritornati alle loro basi di partenza. Sino a quel giorno i rastrellamenti che noi avevamo
conosciuto non erano durati più di ventiquattr'ore e il nemico non si era mai azzardato a trattenersi di notte in
alta montagna.
Potemmo così anche farci un'idea delle forze del nemico: camminavano a piedi nella neve; erano tedeschi
e fascisti armatissimi e continuavano ad avanzare sparando raffiche e sprecando munizioni in tutte le
direzioni. Qualcuno dei nostri aveva detto che erano giunti con 52 camion. All'imbrunire questi ritornarono in paese
e piazzarono postazioni e alcuni riflettori, che ogni tanto accendevano: contrariamente al previsto,
avevano deciso di passare la notte a Rassa. Non si sentiva più sparare; pensammo che i nostri fossero ormai
lontani. Due garibaldini tornarono, dopo aver esplorato l'altro versante del monte e riferirono che dall'altra
parte non c'era nulla da segnalare e che avevano individuato delle baite (dopo il Becco della Guardia). Dopo
circa un'ora entrammo in una baita disabitata (probabilmente a Vallon della Sella, 1.700 m. )
Fummo svegliati l'indomani all'alba dall'eco di nutrite sparatorie provenienti dall'altra parte;
risalimmo tutti insieme ad esplorare l'altro versante, anche per garantirci che non ci fosse una possibilità di
attacco nemico dall'alto, alle nostre spalle. Si sentivano solo i fascisti e i tedeschi sparare e non si capiva
bene perché.
Verso le 8 del mattino decidemmo di scendere in direzione di Campertogno, che si scorgeva dall'alto,
ignari del dramma che si era abbattuto sui nostri e che era incominciato a Rassetta. Volevamo capire come
stavano le cose da quella parte, anche perché ci sembrava che il grosso del nemico, concentrato a Rassa,
potesse allentare l'attenzione delle retrovie della zona di rastrellamento e permettendoci così di passare tra le
sue maglie lungo la Valsesia sino a Pila. Era del resto l'unico percorso che conoscevamo e che avremmo
potuto compiere anche di notte. Ci rendemmo conto ben presto che in valle continuavano a transitare automezzi
e motociclisti tedeschi. Capimmo solo allora che si trattava di un rastrellamento in grande stile, proiettato
in un vasto raggio d'azione e in profondità.
Una magra colazione consumata la mattina del 12 marzo era rimasta per noi tutti l'ultimo pasto.
Trovammo un salame rancido, in parte consumato, appeso al soffitto di una baita disabitata e ce lo dividemmo in
parti uguali. Poi, incontrammo Riccio del "Bandiera" con un gruppo di partigiani armati, ma con poche
munizioni, che si trovavano nella nostra stessa situazione. Nel corso di una brevissima riunione facemmo il punto
della situazione e trovammo più conveniente rimanere divisi in due gruppi cercando così per proprio conto
di ritornare ciascuno alle nostre basi nel Biellese. Riccio, che mi pare dicesse di conoscere un po' Rimasco
e dintorni, si preparò ad attraversare in un punto favorevole la Valsesia con lo scopo di ricongiungersi in
un primo tempo con le formazioni di Moscatelli. Noi decidemmo di puntare nella direzione opposta.
L'obiettivo comune era di ritornare nel Biellese salvando uomini ed armamento. Cercammo così
di riattraversare più avanti e più in alto il monte sovrastante Rassa. Probabilmente, se fossimo arrivati lì
anche noi avremmo sbagliato percorso perché avremmo regolarmente seguito, nella neve, le tracce dei nostri,
che avevano preso la strada che portava a Rassetta e non quella che si trovava più in basso e che portava
alla bocchetta del Croso. Il percorso giusto però ci avrebbe anche obbligato a passare in mezzo a Rassa.
Le cose per noi andarono ancora diversamente perché, nel tentare una direzione che ci avrebbe portato più
in là di Rassa, ad un certo punto, nel risalire, finimmo per seguire dei pali della luce elettrica piazzati lungo
una valletta interna, finendo così per deviare più a ovest. In compenso, seguendo i pali della luce
raggiungemmo alcune baite residenziali utilizzate nella buona stagione, che trovammo bene attrezzate e incustodite.
Dopo aver camminato aprendoci a turno una pista nella neve (naturalmente senza disporre di racchette)
ci fermammo esausti in un gruppo di queste baite (credo si trattasse di Alpe Costiole) e lì trovammo
parecchie cose da mangiare, tanto che riuscimmo a cucinare una specie di minestrone fatto di patate, fagioli vecchi e
pasta, che finimmo per consumare la mattina dopo, a colazione. Dopo aver considerato che sarebbe
stato praticamente impossibile per i tedeschi poterci raggiungere a piedi di notte, decidemmo di pernottare dormendo per la
prima volta, dopo alcune settimane, in letti veri. Davanti a noi, più in alto, verso il cielo, luccicava nel silenzio
di una notte piena di stelle, al centro di un paesaggio lunare, un monte che non conoscevamo e che
pensavamo avremmo dovuto valicare l'indomani (si trattava forse della cima dell'Alzarella della Bruciata, alta
2.400 metri).
Ripartimmo la mattina presto a stomaco pieno, impossessandoci di un piccolo paiuolo per poter
cucinare. Credo si disponesse ancora di un po' di scorta valida, almeno per consumare un pasto. Riordinammo i
letti, lasciandoli come li avevamo trovati e non toccando nulla. Con il sottoscritto ricordo c'erano: Barba
elettrica, Sbaffo, Polenta, Paoloski, Cichetà, credo probabilmente Miseria ed un partigiano di Vercelli ex
marinaio. Ricordo che Barba elettrica, che era sardo, aveva uno scarpone strappato che aveva poi "ricucito" con il
filo di ferro; io avevo un paio di pantaloni di tessuto leggero. Per nostra fortuna, il tempo era splendido
(e sarebbe rimasto tale per tutta la durata delle nostra piccola "lunga marcia"), ma imparammo subito due
cose: che a quella altezza bisognava trovare riparo prima del tramonto, perché più tardi tutto diventava ghiaccio
e c'era pericolo di congelare; e che delle poche cose indispensabili rimaste, quella primaria era diventata
il fiammifero.
La mattina del 14 marzo, dopo oltre un'ora di marcia su una neve a tratti molto farinosa, sbucammo sopra
la parte iniziale della valle dove scorre l'Artogna, che finimmo per risalire sino alla sua sorgente,
continuando a transitare ad un'altezza di circa 2.000 m., senza sapere dove ci trovavamo esattamente. Dopo
continuammo a valicare altri monti, non senza grosse diffcoltà, perché sovente, arrivando in cresta, scoprivamo
precipizi coperti di ghiaccio e insuperabili, per cui si doveva ritornare indietro, alla ricerca del punto giusto.
Anche per questa ragione, mi è impossibile ricordare un tratto del percorso da noi effettuato e potrei
ricostruirlo solo con l'aiuto dei protagonisti ancora viventi facenti parte di quella pattuglia del "Bandiera".
Ricordo invece esattamente il percorso dal momento in cui attraversammo la val Vogna in un punto e in un luogo
non precisabile, per portarci sulla strada che conduce all'ospizio Sottile.
Il 14 marzo camminammo tutto il giorno in un paesaggio invernale, sotto un cielo sereno, e in un
ambiente che continuava a cambiare con grandi salite e altrettante discese nevose, con frequenti tratti
ghiacciati, numerosi i precipizi. Conservammo il paiuolo non più a lungo della mattinata, perché ad un certo
momento scivolò in fondo ad un burrone irraggiungibile. Prima del tramonto scorgemmo una piccola baita che
doveva servire solo d'estate per i pascoli. Era una specie di stalla. Vi trovammo all'interno unicamente un camino
di pietra con delle fascine: accendemmo un fuoco per riscaldarci. La nostra cena fu un po' di neve riscaldata
in una vecchia scatola di latta aperta, ma anche bucata. Ci sistemammo in terra vestiti con gli scarponi
slacciati nei piedi ed una coperta a testa.
Ci svegliammo la mattina del 15 marzo con la neve, che il vento aveva introdotto attraverso le fessure
della porta di legno. Qui, tuttavia, ci fu una novità: al momento di ripartire, senza ancora sapere dove
eravamo, dando un'ultima occhiata all'interno della baita per controllare di non aver dimenticato nulla e che
tutto fosse a posto, solo in quel momento vidi, appesa alla parete, una cartolina su cui era stampata la
Madonna d'Oropa, e che probabilmente nessuno aveva vista la sera precedente. Verificare a chi fosse indirizzata
e scoprire quindi il luogo in cui ci trovavamo, fu una questione risolta all'istante. Fu il buon Polenta,
finalmente, a riconoscere con precisione dove ci trovavamo e fu lui ad indicarci i nomi dei monti che ci circondavano.
Eravamo non lontani dalla valle di Gressoney dove Polenta era stato a lavorare con i boscaioli, circa due
anni prima. Indicò una catena di monti, verso la quale avremmo dovuto dirigerci e dove avremmo dovuto
scorgere il colle Valdobbia, passato il quale saremmo scesi in valle di Gressoney.
Continuammo a camminare tutto il giorno, mangiando ogni tanto neve, ma più ne mangiavi, più ti
portava sete. Arrivammo in vista dell'ospizio Sottile, ma dovemmo compiere l'ultimo tratto di una ripida
salita sprofondando in una neve che sembrava farina e che ci raggiungeva le ascelle. I primi della colonna
riuscivano a fare strada adoperando fucili e coperte orizzontalmente, a mo' di sostegno. Ci davamo il
cambio frequentemente per aprirci il varco nella neve. Compimmo gli ultimi 300 metri di dislivello in un'ora
circa e finalmente arrivammo all'ospizio.
Il rifugio era abbandonato ma ben chiuso: l'ingresso era costituito da un portone spesso. Riuscimmo,
con alcune acrobazie, a penetrare nel suo interno senza rompere nulla e ad aprirlo dall'interno. Trovammo
legna, possibilità di cucinare alcuni viveri di scorta e letti con materassi. Mangiammo con piatti di
porcellana, forchette e cucchiai. Un rifugio ed allo stesso tempo un osservatorio bene attrezzato e in ordine, allora
era gestito da religiosi.
Decidemmo di rimanere lì un giorno intero e, cercando di non farci notare, ci rifocillammo e
riposammo. Subito dopo cercammo di conoscere meglio la situazione della valle di Gressoney, che avremmo dovuto
poi percorrere interamente per raggiungere il Biellese.
Al mattino del 16 marzo, due partigiani della nostra pattuglia, (credo fossero Cichetà e Polenta di
Mongrando), scesero disarmati in valle di Gressoney cercando di apparire, con i propri vestiti, i più civili possibile,
per quanto bastasse uno sguardo sul loro viso bruciato dal sole e dalla neve, per intuire, in quei tempi,
molte cose.
Al loro ritorno, riferirono che la situazione in valle era la seguente: c'era un presidio tedesco in fondo
valle, a Gressoney La Trinité, composto da circa 50 uomini; esisteva un piccolo presidio con posti di blocco
della "San Marco" a guardia della centrale elettrica di Pont Saint Martin (che una pattuglia del "Bandiera"
partita dal bocchetto Sessera aveva fatto saltare il 3 febbraio 1944). I 25 km che separano la frazione Valdobbia
di Gressoney Saint Jean da Pont Saint Martin, potevano esser percorsi in gran parte su una mulattiera
che correva lateralmente lungo il Lys e la statale, ma in certi tratti era inevitabile dover attraversare anche
piccoli centri abitati e sfiorare o addirittura attraversare paesi come Lillianes, Issime, Fontainemore. La valle,
ogni tanto, era pattugliata da reparti della "S. Marco" provenienti da Ivrea; dal fondo valle sino a Lillianes, la
valle di Gressoney era stata risparmiata da azioni di guerriglia o dai nazifascisti; non conoscevamo bene la
gente dei luoghi, che da Gressoney Saint Jean in su parlava un dialetto tedesco.
Il venerdì 17 marzo, partimmo dal rifugio Sottile di buon mattino. Ci scaglionammo in gruppi di
due persone, nascondemmo fucili, coperte ed equipaggiamenti vistosi. Percorremmo così a gruppi di due
l'intera valle di Gressoney, in modo autonomo e ad intervalli di non meno di 30 minuti. Insieme al sottoscritto
non ricordo più bene se vi fosse Polenta oppure Paoloski. Raggiungemmo al tramonto, senza incidenti, una
baita situata prima della centrale elettrica di Pont Saint Martin. La donna che ci ospitò aveva un figlio che
combatteva sull'altro versante della valle Gressoney con i partigiani, a Perloz. Mangiammo riso e latte a volontà
e dormimmo sul fienile. Con la madre del partigiano valdostano, riuscimmo a precisare meglio il
percorso che avremmo dovuto ancora percorrere in alta montagna: si trattava di risalire lungo un grande canalone,
per poi riuscire a passare sotto la colma di Mombarone.
Arrivammo sabato 18 marzo verso mezzogiorno, non molto distanti da Donato. Ci trovavamo ormai
in territorio a noi familiare. Tutto era tranquillo. Raggiungemmo Mongrando prima di sera. Eravamo,
ormai, dati per dispersi anche noi due e venimmo accolti con gioia dagli amici e dai compagni. Mi ospitò,
ancora una volta, la famiglia di Adriano Rossetti. Circa due settimane dopo venni destinato ad un nuovo
incarico, presso il distaccamento "Caralli", che si trovava allora sotto la colma di Mombarone.
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