Elvo Tempia (Gim)

Biellese, dicembre 1943: nel profondo rapporto fra operai e partigiani si afferma la Resistenza



È impossibile, per chi l'ha vissuto, dimenticare l'autunno 1943: momento di grandi scelte e di decisioni che certo comportarono molti sacrifici ma segnarono la via del riscatto e della rinascita.
Uno degli avvenimenti di portata enorme fu senza dubbio lo sciopero del 21 dicembre '43, all'insegna della parola d'ordine "pane, pace, libertà", cui parteciparono quasi tutti gli stabilimenti del Biellese e alcuni della Valsesia e che vide i partigiani impegnati nel sostegno della lotta operaia.
Quello sciopero rappresentò il primo originale collegamento tra la guerra armata e le lotte operaie, costituendo un grosso successo per chi ebbe l'ardire di concepire per primo il collegamento, organizzarlo e attuarlo. Fu altresì il primo grande sciopero generale svoltosi nell'Italia occupata dai tedeschi e dopo la costituzione della repubblica di Salò.
Lo sciopero creò un possente impulso alla solidarietà della popolazione verso i distaccamenti partigiani che si andavano costituendo in quei mesi e una spinta formidabile all'allargamento delle forze impegnate nella lotta di liberazione; rappresentò, inoltre, una esplicita, attiva, cosciente partecipazione della classe operaia e, più in generale, dei lavoratori, alla lotta contro i nazifascisti.
Lo sciopero fu impressionante ed in effetti impressionò fortemente le stesse autorità politiche e militari tedesche e italiane, ma non fu un evento miracoloso e casuale. La durezza degli eventi aveva condotto alla volontà di trovare la forza e la tenacia per imboccare la strada che consentisse di uscire dal disastro in cui il fascismo e la monarchia avevano trascinato l'Italia, alla volontà di riscattare le condizioni di grande precarietà nelle quali erano costrette a vivere le grandi masse popolari.
Per la particolare situazione del nostro Paese, la lotta di liberazione assunse, e non poteva non assumere, uno spiccato carattere sociale. Nelle fabbriche gli operai ponevano rivendicazioni salariali ed economiche e lottavano per la conquista dei diritti sindacali che il fascismo aveva annullato. Tali rivendicazioni assumevano nello stesso tempo il carattere di rivendicazioni politiche e, come tali, si generalizzavano rapidamente. Fu un processo di rapida maturazione alla vita democratica, sia sul piano individuale che sul piano collettivo.

Senza alcuna pretesa storiografica circa gli avvenimenti di quei mesi e rifacendomi a ricordi personali, vorrei soffermarmi a ricordare l'attività svolta dai comunisti: quell'intenso, fondamentale mosaico in cui ogni militante pose il proprio prezioso tassello giorno dopo giorno, da cui partì il primo impulso, venne il massimo contributo alla promozione e all'organizzazione del movimento partigiano, all'organizzazione e direzione delle lotte di fabbrica, compreso lo sciopero generale del dicembre 1943.
Ebbi la fortuna di operare accanto ad alcuni dei massimi dirigenti comunisti di quel tempo, come Guido Sola e Benvenuto Santus, in quanto la sede clandestina si trovava a Montaldo (Mezzana Mortigliengo) in casa di Emma Tempia e Vincenzo Ferrarotti e potei così seguire le iniziative della Federazione comunista.
Mi ero iscritto al partito nel settembre del '43 e, avendo scarsa preparazione politica, il mio compito era limitato a trasmettere ed illustrare le direttive, che il gruppo dirigente elaborava, agli iscritti del Mortigliengo, di Ponzone e Trivero, della valle Strona e di Cossato, mantenendo i collegamenti.
Le riunioni, o per meglio dire gli incontri, assai numerosi, con gli iscritti e con simpatizzanti di queste località, si svolgevano all'aperto (il freddo non era certo un impedimento), nei campi e nei boschi. Sebbene il numero degli iscritti non fosse molto numeroso (del resto, considerati i tempi, non erano nemmeno pochi) si riuscivano ad assicurare i collegamenti con le fabbriche più importanti della zona. Questi militanti avevano il compito di diffondere il materiale propagandistico, di svolgere opera di orientamento tra i lavoratori, comprendere e spiegare alla Federazione lo stato d'animo degli operai, di indicare i problemi e le rivendicazioni più sentite, di organizzare, nel limite del possibile, il sostegno ai distaccamenti partigiani, con la raccolta di denaro, viveri e indumenti.
Sulla base delle informazioni che venivano raccolte si procedeva alla stesura dei volantini che esprimevano le rivendicazioni operaie e il malcontento crescente verso i padroni, accusati di collaborazione con il fascismo e responsabili dei bassi salari e delle tristi condizioni di vita nelle quali si trovavano le maestranze.
A Montaldo, nello scantinato della chiesa di San Rocco, venne impiantato un piccolo centro di produzione di propaganda. Dapprima ci avvalemmo di un ciclostile a mano, in seguito di un ciclostile meccanico che ero andato a prendere in bicicletta da Sereno Armanzio, a San Giuseppe di Casto (Andorno), nascondendolo durante il tragitto con una partita di pantofole. Oltre ai volantini veniva anche ciclostilato l' "Informatore Alpino", organo del Cln biellese, redatto e diffuso dai comunisti. La maggior parte dei testi era scritta da Benvenuto Santus.
Il problema del materiale propagandistico, fondamentale per diffondere nuove idee tra i lavoratori e la popolazione, per stabilire nuovi e più vasti contatti e per reclutare nuove forze, era considerato uno fra i problemi più importanti e la possibilità di poter organizzare tali centri di produzione stava molto a cuore ai dirigenti comunisti. Più tardi, verso l'inizio del 1944, si riuscì persino a dare vita ad una vera tipografia, al Basto, sulle montagne sopra Mosso Santa Maria, che i fascisti, purtroppo, sarebbero riusciti a distruggere.

Tornando ai mesi di novembre e di dicembre del '43, si registrano, da parte dei partigiani uno sviluppo crescente di attività, anche militare, tale da suscitare un'influenza positiva sulla popolazione e minare ulteriormente il "prestigio" delle autorità fasciste e, da parte degli operai agitazioni e scioperi su rivendicazioni interne o riguardanti problemi più generali.
Nel fuoco di questi scontri, nei quali i comunisti erano parte attiva e dirigente, l'organizzazione comunista andava irrobustendosi sia per l'apporto di vecchi militanti che tornavano allo scoperto sia, soprattutto per il reclutamento di giovani, e ciò la rendeva maggiormente in grado di intensificare la propria attività. Sull'onda del materiale che veniva diffuso, delle notizie che provenivano da Torino e Milano - le parole d'ordine correvano rapidamente perché esprimevano lo stato d'animo della gente - e delle trasmissioni radiofoniche di Londra, Monteceneri, Bari, scoppiavano molti scioperi "spontanei".
A questo proposito è necessario dire che la componente di spontaneità dei lavoratori è sempre un fattore molto importante dei movimenti di lotta delle classi oppresse. Non vi è mai, infatti, un momento in cui le masse lavoratrici, nella loro totalità e contemporaneamente, siano egualmente consapevoli, mature e preparate. Va subito aggiunto però che tale componente non può mai essere completamente separata dal ruolo politico-organizzativo svolto da gruppi più o meno estesi e capaci di incidere con la loro azione sull'atteggiamento dei lavoratori. La stessa esperienza degli scioperi del dicembre '43 dimostra come le fabbriche in cui lo sciopero scoppiò immediatamente, dando il via alle agitazioni, fossero proprio quelle in cui erano presenti persone che, pur in modo più o meno intenso, avevano contatti con elementi politicizzati e organizzati. Influì certamente sulla mobilitazione operaia la consapevolezza di un regime ormai screditato a ogni livello, ma ricondurre quegli scioperi a questa sola interpretazione sarebbe molto riduttivo.

Gli scioperi di dicembre ebbero inoltre il supporto dell'intervento partigiano a sostegno delle lotte e delle rivendicazioni delle maestranze ed un vero e proprio entusiasmo suscitarono i numerosi comizi tenuti agli operai di fronte alle fabbriche da Franco Moranino (Gemisto) e da Ermanno Angiono (Pensiero). Gemisto, d'altro canto, caratterizzò tutta la sua attività partigiana nello stretto collegamento con le fabbriche, contribuendo in modo decisivo a conferire alla Resistenza biellese un profondo carattere popolare. Purtroppo Pensiero non poté dare uguale contributo poiché cadde nell'imboscata di Cossato, il 17 febbraio del '44.
I comandi tedeschi e le autorità fasciste intervennero ripetutamente per dissuadere la presenza combattiva della classe operaia, ora con proclami minacciosi, ora con blandizie o con demagogiche promesse ma, prevalentemente, con una brutale politica di ripristino dell'ordine. Paradossalmente, però, i proclami del capo della provincia, gli inviti alla calma dei vari podestà, in primo luogo di quello di Biella, sebbene riuscissero ad influenzare piccolissime frange di lavoratori, testimoniavano la forza del movimento e, facendolo conoscere, stimolavano i lavoratori a fare ciò che avevano fatto i loro compagni in altre fabbriche e in altre località. I ripetuti proclami, inoltre, testimoniavano l'allarme provocato dalle lotte operaie fra i nazifascisti.
La propaganda fascista premeva nell'accusare i comunisti del crescente disordine esistente nel Paese e ciò era suffragato dal fatto che la maggioranza dei volantini sequestrati erano di matrice comunista, tuttavia, al di là dei caratteri specifici della propaganda, non si ebbe mai l'impressione che i fascisti fossero colti dal benché minimo dubbio circa la possibilità che i comunisti stessero interpretando, anche se a loro volta con alcune forzature propagandistiche, i sentimenti dei lavoratori, il diffuso malcontento, la necessità estrema di rinnovamento e di miglioramento delle condizioni di vita.
Già nel corso del mese di novembre e più intensamente nelle prime due settimane di dicembre scoppiarono decine di scioperi nelle fabbriche del Biellese, particolarmente in valle Strona, a Trivero e in Valsessera. Allo sciopero generale del 21 dicembre si giunse con queste premesse. Vi si arrivò per la convinzione, maturata nell'animo della gente, che gli scioperi non possono essere imposti, ma sono fatti con la consapevolezza di rivendicazioni giuste e sentite, anche se è indispensabile una adeguata fase di organizzazione. Per quello sciopero, infatti, si svolsero numerosissime riunioni preparatorie in Valsessera, valle Strona, Cossato, Trivero, Ponzone. Per Sola e Santus, la preparazione dello sciopero non era mai sufficiente: erano sempre preoccupati per i larghi "vuoti" presenti in località in cui non si riusciva a stabilire regolari collegamenti e a garantire la diffusione del materiale; inoltre, erano preoccupati dalla possibilità che non si facesse tutto il possibile per allargare la cerchia dei comitati di agitazione unitari di fabbrica che si andavano organizzando e che erano condizione essenziale affinché lo sciopero riuscisse bene e sviluppasse una nuova forza all'interno delle fabbriche.
Seppure con un certo settarismo, i comunisti perseguivano una linea politica unitaria affinchè altre forze partecipassero all'organizzazione e alla direzione del movimento, nonché all'elaborazione degli obiettivi e, sebbene in quel periodo l'unità delle forze antifasciste non fosse ancora raggiunta in modo soddisfacente e le diffidenze fossero ancora molto forti, lo sciopero riuscì compatto e scosse profondamente il potere locale della repubblica di Salò.

Per punire e spaventare le popolazioni biellesi, per distruggere il movimento partigiano che stava svolgendo una vasta attività di intervento in varie località e per stroncare definitivamente gli scioperi, consistenti rinforzi militari vennero fatti affluire in provincia. Fra essi, il 63o battaglione "Tagliamento", comandato dal tenente colonnello Zuccari, elemento fanatico, fu immediatamente impiegato in una spietata opera di rappresaglia. Il bilancio è sinonimo di terrore: dieci ostaggi furono seviziati e fucilati a Borgosesia, uno a Crevacuore. A Cossato tre uomini vennero feriti e altri due fucilati. I nazifascisti fucilarono inoltre sette persone fra civili e partigiani a Biella, quattro persone a Tollegno, tre a Valle Mosso, altre due persone vennero colpite dalle armi fasciste a Sagliano e Rial Mosso. Gli arresti furono decine, altrettanto numerosi gli incendi di abitazioni. A Valle Mosso, dove la partecipazione agli scioperi era stata particolarmente compatta, la fucilazione di tre operai aveva certamente lo scopo di monito inequivocabile per le maestranze tessili.
La ferocia delle repressioni creò una situazione alquanto difficile da interpretare e da gestire, suscitando disorientamento fra la popolazione e allentando, seppure senza mai distruggerlo, il rapporto fra civili e partigiani. Lo sciopero aveva dato la dimostrazione della forza del movimento operaio, la repressione, tuttavia, con il suo carico di dolore e di lutto, minacciava di soffocare il nascente movimento di liberazione.
Molte voci si levarono a chiedere, in nome della concordia, di porre fine ad ogni tentativo di ribellione e di lotta; anche all'interno del Cln biellese non mancarono i contrasti: il rappresentante democristiano si espresse in termini molto duri non solo nei confronti dell'intervento partigiano nello sciopero, ma contro l'esistenza stessa dei gruppi armati. I comunisti in quei giorni restarono i soli a difendere lo sciopero e la necessità di intervenire con le armi contro i nazifascisti: lo scontro fu molto duro e la tensione nel gruppo dirigente comunista, sotto il peso di così grandi responsabilità, era molto alta. Era necessario battere le posizioni attendiste ed era altresì forte l'impressione che le forze moderate stessero cercando di approfittare della situazione creatasi dopo le rappresaglie per emarginare il Partito comunista e la classe operaia.
La volontà di lotta di questa classe, però, fu più forte di qualsiasi rappresaglia, sventò la manovra impostata dalla repubblica di Salò per recuperare il consenso attraverso la sfrontata demagogia della socializzazione, scombussolò le trame degli attesisti e di coloro che ritenevano non vi fosse altro da fare se non attendere l'arrivo degli Alleati e rappresentò una risposta inequivocabile a coloro che predicavano la quiete sociale.

I fatti successivi dimostrarono, anche, come il clima di terrore, volutamente instaurato, non avesse stroncato la volontà degli operai né, tantomeno, lo sviluppo del movimento partigiano. Poche settimane dopo quel grandioso sciopero, infatti, il 15 gennaio 1944, venne costituita la 2a brigata "Biella", la seconda brigata "Garibaldi" italiana. Va ricordato a questo proposito che i distaccamenti partigiani del Biellese erano in maggioranza composti da elementi locali, per lo più di estrazione operaia e questo, diversamente da quanto avvenne in altre zone, facilitò la saldatura fra la lotta partigiana e le lotte di fabbrica, la comprensione e la solidarietà. Anche per questo la Resistenza biellese ebbe uno spiccato carattere popolare che finì col comprendere via via anche altre forze sociali e conseguì l'importante risultato del reciproco riconoscimento fra partigiani e industriali realizzatosi nei mesi successivi.
Nel dicembre del '43 fu certamente fondamentale l'incontro fra partigiani e operai, incontro che, in quel momento, non fu certamente compreso e accettato da tutti. Anche all'interno del Partito comunista, Gemisto fu accusato di ingerenza in questioni sindacali che erano competenza di altri, ma non vi è dubbio che i lavoratori apprezzarono moltissimo quell'intervento che, cambiando i rapporti di forza fra classe operaia e industriali, prefigurava i grandi accordi sindacali stipulati nel Biellese a partire dalla tarda estate del 1944 e il famoso "contratto della montagna" stipulato al Quadretto all'inizio del 1945.