Secondo Saracco
Un astigiano nella Resistenza
biellese*
"l'impegno", a. VI, n. 3, settembre 1986
© Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nelle province di Biella e Vercelli.
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Primi contatti e prime difficoltà
Sono nato il 15 novembre 1902 ad Asti da famiglia operaia e, operaio io stesso, ho militato nel
Partito comunista fin dal suo sorgere.
Nel gennaio 1944, il partito, consapevole dell'importanza rivestita dalla nascita di organismi armati
per combattere gli occupanti nazisti e i fascisti, chiamò per quel compito tutti i militanti disponibili fra cui
io. Giovanni Vogliolo (Alfieri), che nella prima decade del gennaio '44 era stato inviato nel Biellese in
qualità di segretario della locale Federazione in sostituzione di Guido Sola Titetto, rientrò il 14 gennaio per
informarmi che il partito richiedeva la mia partecipazione quale quadro politico nelle formazioni partigiane del Biellese.
Fatte le debite consegne ai compagni che restavano, domenica 16 gennaio partii con Vogliolo alla volta
di Biella, dove giunsi verso le 10. Mi resi subito conto che si entrava in una zona dove il fascismo aveva
già riorganizzato il proprio apparato militare, mentre da noi, vi erano presidi dei tedeschi ma non ancora
di fascisti. Un sergente ed altri militi, scrutavano i viaggiatori e chi, per qualunque ragione, li
insospettiva, veniva perquisito ed anche arrestato.
Usciti dalla stazione, Vogliolo mi affidò ad un compagno biellese, che era poi Anello Poma (Italo), con
cui salii sul tram per Valle Mosso, dove giungemmo dopo lungo sferragliare. Attesi quindi Italo, che si
era assentato per incontrare una persona ed avere informazioni circa la mia destinazione e, al suo ritorno,
fui informato che ci saremmo recati a Biella, dove sarei stato ospite della famiglia Gili, a disposizione
del comando di brigata.
La mia presenza in casa Gili durò soltanto due giorni: durante il primo presi contatto con il
comando, precisamente con Francesco Scotti (Grossi), nella vicina località di Sagliano Micca. Da lui seppi che
Piero Pajetta (Nedo) sarebbe venuto a prendermi per raggiungere il distaccamento valsesiano "Gramsci",
comandato da Cino Moscatelli.
Verso l'imbrunire del 18, raggiunsi con Nedo Quaregna, dove fui ospitato da Corradino Boschetto e
dove rimasi fino a giovedl 20. Nedo tornò a riprendermi verso le 4.30, a piedi raggiungemmo la stazione
di Cossato, dove prendemmo un treno che ci condusse fino a Rovasenda; in quella stazione avremmo
dovuto attendere un secondo treno che ci avrebbe portati a Romagnano Sesia. Entrammo così nel buffet
della stazione, illuminato da una luce bassissima: vi era un gran vocio di uomini, operai pendolari in attesa
del treno per Torino. Lì Nedo fu informato che il giorno precedente una colonna di tedeschi con
armamento pesante aveva attaccato le località dove Moscatelli aveva dislocato il distaccamento. Costretti
dalle preponderanti forze nemiche, i partigiani si erano sbandati e i tedeschi avevano saccheggiato e
bruciato numerosi paesi fra cui Cellio e la frazione Castagneia di Breia, uccidendo anche alcuni abitanti.
Quella notizia mutò il nostro itinerario e lo scopo del nostro viaggio. Raggiungemmo ugualmente
Romagnano ma, avuta conferma del rastrellamento, Nedo mandò a chiamare Giacomo Gray, responsabile del partito
a Romagnano, che giunse subito e ricostruì le fasi salienti dell'attacco tedesco; ci informò anche che in
un vallone sotto il monte Fenera era presente un plotone del distaccamento "Gramsci", dislocato in
posizione avanzata verso il piano, che era stato tagliato fuori dal rastrellamento tedesco.
Rilevata la nostra esigenza di raggiungere quel gruppo, accompagnati da Gray, ci incamminammo con
la dovuta circospezione verso Grignasco, dove prendemmo contatti con un compagno del luogo, Pesgu, che
ci accompagnò attraverso stradine secondarie meno pericolose. Dopo circa due ore di marcia, nel
primo pomeriggio, arrivammo ad una piccola costruzione usata dai contadini, dove finalmente prendemmo
contatto con i partigiani di Moscatelli, vestiti con una divisa color caki, tutti giovanissimi e armati con due
mitragliatori e moschetti. Mi impressionò l'ordinato aspetto di funzionalità, ma subito dopo fui non meno sorpreso
dal presupposto che originava quella funzionalità, in quanto io non concepivo la guerriglia partigiana
come schieramento di eserciti contrapposti.
Nedo venne informato dai partigiani che il loro comandante e il commissario politico erano saliti sul
Fenera per individuare eventuali sbandati e indirizzarli verso il gruppo. Alle prime ombre della sera il
comandante Rocco e il commissario Piero tornarono costernati e affranti per quanto avevano visto e per non aver
individuato nessuno sbandato, ma Nedo ricordò loro che le esigenze della vita partigiana richiedevano un fermo
coraggio e la capacità di reagire ai momenti brutti. Fu deciso che io sarei rimasto con quel plotone, mentre
Nedo sarebbe sceso verso Borgomanero per tentare di riprendere i contatti con Moscatelli e per ripristinare la vita
del distaccamento; prima di partire, però, Nedo ci invitò a cambiare la nostra base, raggiungendo le
colline circostanti.
Il 22 gennaio fu ancora una giornata di attesa per il rientro di Nedo; arrivarono invece due sbandati
del "Gramsci": Pietro Rastelli e Attilio Musati, due giovani che mostravano piena coscienza della lotta
intrapresa e che erano fortemente preoccupati di non avere notizie di Moscatelli: anche loro restarono con noi in
attesa di Nedo e di notizie che tutti speravamo le migliori possibili. Quando però Nedo tornò, il 24,
apprendemmo con disappunto che aveva percorso palmo palmo i luoghi in cui presumeva di poter rintracciare elementi
del "Gramsci", ma che non aveva ottenuto nessun risultato.
In seguito a questo fatto, per evitare che il plotone rimanesse ulteriormente isolato, Nedo dispose che
il gruppo si trasferisse a Postua, sede del distaccamento "Pisacane" comandato da Francesco
Moranino (Gemisto), in attesa di ritornare con Moscatelli. La decisione turbò profondamente quegli uomini, vi
fu perciò uno scambio di opinioni e riflessioni in seguito al quale Rastelli e Musati decisero, sebbene a
malincuore, di tornare momentaneamente alle loro case, in quanto, restando in zona, sarebbe stato più semplice per
loro riprendere i contatti con Moscatelli; i giovanissimi partigiani, sedici circa, che componevano il
plotone, accettarono, invece, di aggregarsi temporaneamente al "Pisacane" e, venuto a mancare il commissario
politico, tale incarico mi venne affidato, nonostante le perplessità dovute alla differenza d'età, dati i miei
quarantadue anni e i loro venti.
A Postua con il "Pisacane"
Iniziammo il trasferimento verso Postua al calar della sera. La prima parte del viaggio durò circa due ore,
per arrivare ad una passerella sul Sesia; eseguimmo con estrema attenzione il trasbordo sull'altra sponda,
dove ad attenderci c'era un motocarro con cui fummo portati a Postua, accolti fraternamente dagli uomini
del "Pisacane". Con la mia investitura a commissario politico, avvenuta poche ore prima, iniziò la
mia partecipazione diretta alla guerra partigiana.
Anche a Postua mi colpì come prima cosa l'organizzazione: gli uomini erano vestiti con la
stoffa dell'aeronautica e vi erano servizi di guarnigione e un posto di blocco all'inizio del paese.
Fummo accompagnati per dormire in una villa disabitata al centro del paese, dove Nedo tenne una riunione cui
erano presenti, oltre a me, Gemisto, Arrigo, Rocco e uno jugoslavo, Vladimir, vice comandante, per la
nostra presentazione.
Alle prime luci dell'alba del 25 gennaio scattò l'allarme per l'arrivo di tedeschi; Nedo e Gemisto
diedero l'ordine di disporsi in assetto di difesa mentre scariche di armi pesanti cominciarono a crepitare sul posto
di blocco. Ci trovammo in una ventina di uomini sulla strada intenti a ricevere da un partigiano le
prime informazioni sull'attacco tedesco, fortunatamente bloccato temporaneamente dalla manovra errata di
una autoblindo nell'attraversare il ponte molto stretto sul torrente Strona, quando giunse Vladimir ad
annunciare che dalla parte del cimitero i tedeschi erano fermi sul ponte con i loro automezzi e si disponevano
ad attraversare il torrente a piedi; inoltre avevano scorto il partigiano Giuseppe Tellaroli (Barba) e lo
avevano freddato con una raffica.
Il pericolo di un accerchiamento era reale, Nedo e Gemisto decisero perciò l'arretramento lungo la
valle dello Strona. Ci inoltrammo per oltre due ore, quando, superata la frazione Roncole, il silenzio fu rotto
da colpi di mortaio indirizzati alle baite sulle alture che circondavano il paese. Il primo o il secondo
colpo colpirono l'obiettivo incendiandolo, confermando l'elevato grado di addestramento delle forze
antiguerriglia, che completava la loro ferocia.
Raggiungemmo l'alpe Piane, utilizzata come deposito, a oltre un'ora da Roncole, dove stazionavano
un gruppo di giovani non armati e un gruppo di anziani compagni di Crevacuore perseguitati dal
fascismo: Primo Ferro, Francesco Buffa, Luigi Sizzano ed altri di cui non ricordo i nomi, che rimasero al tempo
stesso addolorati e sorpresi per i fatti accaduti. Lasciati alcuni uomini sulla mulattiera che separa Postua
dalle Piane, per eventuali segnalazioni, avuta notizia che i tedeschi avevano abbandonato Postua, Nedo ordinò
di raggiungere il paese per assistere la popolazione e ridare fiducia agli abitanti, seppure nel limite delle
nostre possibilità.
Io rimasi però ancora al campo base e rientrai a Postua il giorno 27; seppi così dell'uccisione del
proprietario della casa dove aveva sede il corpo di guardia; della morte di Barba; del ferimento di altri due partigiani,
di cui uno grave, assistiti e salvati dalle suore dell'asilo; dell'arresto di quattro uomini, deportati poi in
Germania; dell'incendio della villa occupata dal distaccamento; delle ruberie nelle case.
In seguito a considerazioni di carattere militare, Gemisto dispose il trasferimento in una zona più alta della
Valsessera. Fu scelta l'alpe di Noveis ed il 28 gennaio 1944, nel primo pomeriggio, raggiungemmo il
nostro nuovo alloggiamento. In quel piccolo centro di villeggiatura, raggiungibile solo a piedi, dove vi
erano numerose villette e infinite piccole costruzioni in legno di proprietà di dirigenti ed impiegati degli
stabilimenti tessili della valle, due alberghi, un negozio di alimentari e un tabaccaio, ci sistemammo in alcune
villette disabitate e dedicammo i primi giorni a procurarci alimenti.
Nel frattempo Arrigo, commissario del distaccamento "Pisacane", chiese di essere esonerato
dall'incarico per motivi di salute ed espresse il desiderio di poter fare ritorno a casa per un certo periodo. La
richiesta venne esaminata dal comando di brigata e accolta, in conseguenza di questo fatto, l'incarico di
commissario politico del "Pisacane" fu affidato a me: erano i primi giorni di febbraio.
Dall'attacco di Noveis al giugno '44
La vita a Noveis era di normale guarnigione, confortata da un sole quasi primaverile, quando, verso il
10 febbraio, ogni mattina, dal presidio della "Tagliamento" di Pray cominciarono a partire colpi di
cannone nella nostra direzione. Era un avvertimento per noi e una pressione sulla popolazione che si protrasse
per numerosi giorni, finché una mattina, arrivò trafelato un alpigiano di Pray ad avvertirci che i fascisti
risalivano in tre colonne per attaccarci. Reagimmo come potemmo all'attacco improvviso, ma la nostra
inferiorità numerica, unita ad una certa imperizia da parte di alcuni nell'uso delle armi, costrinse il comando ad
ordinare l'arretramento verso l'alpe Albarej.
Uscimmo indenni dall'attacco, le cui conseguenze furono però drammatiche: furono distrutte e
bruciate completamente numerose abitazioni, l'albergo "Monte Barone", che ospitava otto soldati inglesi, e non
fu risparmiata nemmeno una mucca che produceva il latte per l'albergo. Dopo due giorni i fascisti
tornarono nuovamente a Noveis e spararono numerose scariche verso l'alpe Albarej; decidemmo così di
abbandonare anche quella località e di trasferirci in un punto più sicuro. Io e Vladimir restammo in attesa che
Gemisto, fissato il nuovo insediamento, ci desse le disposizioni per raggiungerlo.
In quei giorni le voci di rastrellamenti erano sempre più insistenti, forse anche alimentate dalla paura
della popolazione, e probabilmente per questa ragione Gemisto ci fece recapitare un messaggio con il
luogo dell'appuntamento: obiettivo Rassa. Ci riunimmo e, dopo aver lungamente discusso l'invito di
Gemisto, decidemmo all'unanimità di rimanere in zona, precisamente all'alpe Panin.
L'alpe, situata sotto il monte Barone, a 1.500 metri, e dove vi erano due solide costruzioni, ci permise
una buona sistemazione, completata con il recupero e il trasferimento dei generi alimentari e non, necessari
ad affrontare la parte restante di quell'inverno, fino a quel momento, in verità, piuttosto mite. Durante i
primi giomi di marzo, però, una copiosa nevicata fece di noi una piccola comunità di sepolti vivi. Le scorte
di viveri cominciarono ad assottigliarsi ed i più avevano le scarpe ridotte allo sfascio, quanto all'armamento
e alle munizioni la situazione non era certo migliore. Fu così che i partigiani Lince e Massimo decisero
di scendere a valle, nei propri paesi, per trovare il denaro necessario a sopperire almeno in parte alle
nostre esigenze.
Il mese di marzo trascorse quindi senza la minima possibilità di riprendere i contatti con la parte del
"Pisacane" che era con Gemisto; scarse erano anche le informazioni su quanto avveniva in Valsessera. Nella
prima decade di aprile, con la neve ormai vinta dal sole e con le prime foglie sui rami, fummo finalmente
raggiunti da un'avanguardia degli uomini di Gemisto, che fra il 10 e il 20 si trasferirono completamente
all'alpe Panin, riunendo il distaccamento dopo due mesi di separazione.
Pochi giorni dopo, Gemisto decise, per ragioni di sicurezza, il trasferimento all'alpe Gavala, ma anche lì
la permanenza del distaccamento fu di breve durata. Nel frattempo, infatti, Gemisto ristrutturò la
formazione in squadre composte da giovani partigiani, che avrebbero dovuto scendere verso la pianura per
contribuire ad azioni di guerriglia contro i presidi
fascisti.
Verso il 2 o 3 maggio le squadre partirono per le loro missioni; io, Vladimir e una ventina di uomini
fummo incaricati di tenere la base, fissata in un alpeggio più a valle dell'alpe Gavala, per eventuali necessità. Fu
lì che il 9 maggio vedemmo giungere il partigiano Pio Percoppo in gravi condizioni fisiche e psichiche,
il quale ci informò dei terribili momenti vissuti dalla propria squadra in seguito all'imboscata di Curino.
Decidemmo di intensificare le misure di sicurezza disponendo ogni giorno un servizio di guardia
all'inizio della mulattiera che conduce all'alpe Gavala. Verso la mezzanotte dell'11 maggio, mentre erano di
guardia un ottimo partigiano meridionale ed il partigiano Pilastro, fummo svegliati da alcuni colpi secchi. Ci
mettemmo subito in allarme ed attendemmo notizie dei nostri compagni di guardia, dopo circa mezz'ora giunse
il partigiano meridionale, informandoci che una colonna di fascisti aveva iniziato a salire lungo la mulattiera
che conduce all'alpe. Nessuna notizia invece, di Pilastro. Dapprima increduli per l'improvvisa
incursione notturna attendemmo per alcune ore ma, all'avvicinarsi dell'alba, udimmo distintamente le voci dei
fascisti e convenimmo di spostarci nuovamente in alto, all'alpe Panin. Mentre ci allontanavamo vedemmo
bruciare le baite del Gavala, udimmo ancora ordini secchi e una raffica di mitra. Non ancora paghi,
scendendo dall'alpeggio, i fascisti uccisero un alpigiano ed il giovane figlio, incontrati lungo la strada. Tre giorni
dopo, fummo informati da un pastore che a circa metà strada sulla mulattiera del Gavala giaceva il corpo
di Pilastro straziato da una raffica di mitra.
Sino all'apertura del secondo fronte in Francia, cioè fino al giugno 1944, rimasi con un gruppo di
uomini, fra cui tutti coloro che erano disarmati, che costituiva il punto di riferimento del "Pisacane", in una
valletta laterale dello Strona. Dopo l'imboscata di Curino, inoltre, non avevamo più avuto notizie di Gemisto
e nemmeno sulla dislocazione delle altre squadre partite ai primi di maggio: il mese di maggio si
chiuse quindi con un bilancio nettamente negativo. A giugno, al contrario, le mutate condizioni sui vari
fronti fecero sì che molti presidi fascisti, da Borgosesia sino a Valle Mosso, fossero ritirati entro il giorno 10:
in Valsesia e in Valsessera i partigiani poterono così entrare nei paesi, accolti entusiasticamente dalla popolazione.
La "zona libera"
Nel mese di giugno, dunque, rientrati a Postua, eravamo la sola unità partigiana in grado di rappresentare
la nuova realtà e la nuova autorità; premevano perciò problemi di carattere organizzativo-militare e
politico-amministrativo. L'arrivo di nuove reclute, in parte convinte che l'apertura del secondo fronte in Francia
fosse la premessa per la fine della guerra, pose problemi di vettovagliamento e di inquadramento, nonché
l'esigenza dell'ora politica per rendere consapevoli del loro compito i nuovi arrivati, tutti giovani sino allora
rimasti nascosti nelle loro dimore.
I restanti giorni di giugno furono contrassegnati dall'instaurazione di contatti con le popolazioni;
incontrai per la prima volta il compagno Aurelio Bussi, animatore della lotta antifascista della Valsessera, e
discussi con lui il contatto con le altre forze politiche per gettare le basi del Comitato di liberazione della valle; presi inoltre i primi contatti con le commissioni interne delle fabbriche e partecipai ad una loro riunione,
riguardante problemi già avviati da tempo con la controparte industriale.
Intanto, tutti i quadri partigiani che erano partiti dal Gavala si erano presentati a Postua con due
ufficiali dell'esercito rimasti imboscati sino a quel momento, raggiungendo, fra vecchi e nuovi, le duecento
unità, per i tre quarti disarmati, e con esse venne riorganizzato il "Pisacane", compresi i servizi collaterali:
sussistenza, organi di polizia e rapporti civili. È anche di quel periodo la trattativa con l'Unione industriale della
Valsessera per il finanziamento delle formazioni partigiane, concordato nella misura di 65 lire al mese per ogni
dipendente delle singole ditte.
Nel mese di giugno la zona libera comprendeva tutta la Valsesia e la Valsessera: era un risorgere di
attività commerciali e di altre iniziative, limitate in seguito dalle misure di carattere militare concordate dai
comandi delle due valli con l'interruzione dei ponti sul Sessera per Azoglio-Sostegno e quello sullo Strona
per Borgosesia, in quanto i comandi nazifascisti si apprestavano a ritornare, avendo già riportato il presidio
a Valle Mosso. Sul finire del mese andavano intensificandosi le notizie che il comando tedesco
stava concentrando ingenti forze da Vercelli nelle zone precollinari per distruggere o disperdere le
formazioni partigiane occupanti la Valsesia e la Valsessera, e quel tambureggiare di notizie aveva il suo effetto su
ampi strati della popolazione. Anche il comando del "Pisacane" aveva provveduto a spostare sulle alture
verso Noveis i reparti dei disarmati, già rarefattisi con il ritorno a casa di parte dei nuovi sopraggiunti, e a
dislocare reparti armati lungo le strade Azoglio-Sostegno e Crevacuore-Guardella, che erano gli obiettivi
principali dei comandi tedeschi.
Ai primi di luglio, in cui regnava un silenzio come se la vita si fosse fermata, si udirono i primi colpi
di cannone e mortaio provenienti dal Sesia in direzione di Serravalle, che annunciavano il crescendo
dell'offensiva nemica. Fin dal mattino del 2 luglio le nostre pattuglie avevano avvistato sulla strada
Sostegno-Crevacuore la marcia della colonna nemica che, a passo guardingo, proseguiva verso Crevacuore disturbati da
qualche colpo di moschetto, cui seguiva la loro rabbiosa reazione, con enorme impiego di armi e potenza di
fuoco. Fra intervalli di cupo silenzio e sparatorie, i partigiani dislocati oltre il ponte di Azoglio rientrarono
nell'abitato di Crevacuore. Ero rimasto ad Azoglio con loro fino alle 18 e proprio mentre mi stavo ritirando sulla
strada verso il cimitero, sentii risuonare scariche di armi automatiche, quelle che colpirono a morte il
partigiano Lorenzo Gambalunga (Sem) ultima retroguardia per controllare le mosse del nemico.
Calate le prime ombre della sera, le truppe tedesche si alloggiarono ad Azoglio per trascorrere la notte; noi
la passammo a Postua cercando, dopo una giornata di grande tensione, di individuare quali sviluppi
avrebbe avuto l'azione dei ratrellatori il giorno successivo. Era evidente la sproporzione tra la nostra
preparazione militare e il nostro armamento ed i loro reparti addestrati, con lunga esperienza e armamento adeguato.
Il giorno dopo la colonna nemica, trasbordato il materiale necessario per proseguire l'azione di
guerra, essendo il ponte sul Sessera interrotto ai mezzi meccanizzati, ritenne di pernottare a Ponte Strona,
sulla strada per Guardabosone, probabilmente pensando che il grosso delle forze del "Pisacane" (queste sono
mie considerazioni), attestate a Postua, si apprestassero a resistere il più possibile. Il terzo giorno ripresero
da Ponte Strona la marcia verso Postua; Gemisto, con i suoi uomini, controllando l'avvicinarsi della
colonna nemica, ci raggiunse a Roncole di Postua e ci propose di abbandonare la zona e risalire a Noveis, dove già
si trovava il grosso degli uomini; io rifiutai la proposta perché non concordavo sul continuo ripiegare
senza sparare un colpo.
Non erano trascorsi quindici minuti dalla sua partenza che io e altri due compagni, Primo Ferro e
Francesco Buffa, incamminatici per salire sopra Roncole, vedemmo spuntare sulla stradina che attraversava la
frazione uno dei cosiddetti mongoli con il mitra spianato. Ferro si pose in salvo verso la montagna, a me non
rimase che saltare giù sul greto dello Strona ed infilarmi sotto un cespuglio di rovi. Spararono alla cieca per
oltre mezz'ora, riempiendo la valle di quell'eco di morte. Con l'oscurità, e poiché si sentiva solo il rumore
del torrente raggiunsi la famiglia di un giovane che ci aiutava; rifocillato e accompagnato dal padre raggiunsi
le alture sovrastanti, unendomi il mattino successivo agli uomini del "Pisacane".
Dopo tre pernottamenti, ad Azoglio, Ponte Strona e Roncole, la pattuglia tedesca, reclutati gli uomini
abili, tutti boscaioli usciti indenni il giorno prima che, sentita la sparatoria, erano tornati a casa per vedere
cosa fosse successo, li caricarono come muli e li obbligarono a seguire la colonna fino a Borgosesia
trasportando armi e viveri. Dopo questi fatti, in Valsessera non vi furono più scorribande di colonne nemiche; ebbi
però notizia del grande rastrellamento nazista partito da Alagna ed esauritosi a Noveis con la fucilazione di
sette partigiani,
In quei giorni fui avvertito da Gemisto che il 17 luglio avrei dovuto recarmi a Montaldo di
Mezzana Mortigliengo, dove era in programma una riunione del comando del "Pisacane", presente il
compagno Giovanni Vogliolo, per un esame della situazione. Appena giunto fui accolto da un festoso abbraccio e
fui aggiornato sul motivo della riunione; ebbi anche scarne notizie sulla mia famiglia, ma, in compenso,
seppi che anche nell'astigiano il movimento partigiano prendeva corpo, con la nascita della
45a brigata "Garibaldi", coadiuvata da Benvenuto Santus (Falco).
L'arresto
La riunione era indetta per il primo pomeriggio in aperta campagna e, mentre eravamo in attesa
dell'ora fissata, invece del nostro appuntamento arrivò di sorpresa la notizia di una puntata tedesca da Biella.
Stentai a crederci: arrivare da Biella senza sparare un colpo, senza essere disturbati, sembrava inverosimile, e
proprio a Montaldo, ma affacciatomi alla finestra ebbi modo di convincermi, vedendo salire da una stradina
un tedesco armato di mitra. Il padrone di casa, consapevole del fatto che se ci avessero trovati avrebbero
come minimo bruciato tutto, ci implorava di andare via, cosa che facemmo prima che fosse troppo tardi; io
salii verso la parte alta del paese ma, preceduto dai tedeschi, finii nelle loro mani; Alfieri, invece, percorrendo
un sentiero che costeggiava le case, si nascose sotto un dirupo e si salvò dal rastrellamento.
Con altri due abitanti del luogo, presi anche loro mentre fuggivano, fummo portati sulla piazzetta del
paese mentre gli altri soldati completavano la loro operazione, bruciando una casa ritenuta caserma dei
partigiani e aggiungendo a noi un giovane, arrestato a casa della fidanzata, e la bidella delle scuole, dove per poco
non venivano sorpresi il medico e i partigiani bisognosi delle sue cure. Gli arrestati più anziani, operai con
i documenti comprovanti la loro attività lavorativa, furono lasciati liberi, così pure la bidella; io e il
giovane non del luogo fummo caricati su un camion e portati via. Finimmo nelle guardine della polizia tedesca
a Biella, site nella caserma dell'ex esercito italiano.
Le celle che custodivano gli arrestati erano nuove ma il tavolaccio non invitava certo a dormire e
non conciliava il sonno nemmeno il pensiero di come affrontare l'interrogatorio, né il pensiero della morte o
il ricordo della famiglia lontana. I giorni trascorsero lunghi, vissuti minuto per minuto nel tentativo di
raccogliere ogni minimo particolare che potesse aiutarmi ad individuare eventuali sviluppi della mia incerta
situazione; ricordo che in quei giorni notammo un certo movimento interno, fummo anche chiamati ad aiutare
per spostare cannoni ed altro materiale nel piazzale della caserma, ma solo dopo sette giorni, al mattino,
fummo prelevati e portati a villa Schneider.
Entrato nella camera dove erano presenti il capitano tedesco, il tenente fascista interprete ed il
dattilografo, mi chiesero come prima cosa le generalità e subito dopo il motivo della mia presenza a Montaldo.
Risposi che avevo portato i miei genitori sfollati a Flecchia, si fecero spiegare sulla cartina geografica la
strada percorsa; poi dissi che mi trovavo a Montaldo per comperare generi alimentari e che ero scappato al
loro arrivo perché preso dal panico in quanto anche tutti gli altri scappavano. Esaurita questa prima fase,
il capitano tedesco mi invitò ad andare a lavorare in Germania per uno sforzo comune per vincere la
guerra. Stabilita la mia professionalità di fabbro ferraio, venni invitato a recarmi presso la Todt di Asti per
manifestare la mia volontarietà al lavoro in Germania. Dissi che la cosa per me non era pregiudizievole, perché
avevo sempre lavorato e avrei lavorato ovunque ce ne fosse stato bisogno. Chiesi perciò di poter tornare ad Asti
per sbrigare alcune incombenze e assicurai che subito dopo mi sarei presentato volontario per la Germania.
Ciò concluse l'interrogatorio ed ebbi la certezza di averli convinti.
Appena libero decisi di tornare a Montaldo. Da Cossato raggiunsi Crosa e, accompagnandomi con
alcune donne che erano uscite dalla fabbrica alle 10 di sera, raggiunsi Montaldo: a mezzanotte bussavo alla porta
di una compagna di cui sapevo di potermi fidare. Nei giorni successivi, ritornato a Pray, presi contatto
con Gemisto: seppi così che mi era stato affidato l'incarico del lavoro politico-sindacale in Valsessera e
nel Triverese; da quel momento, pertanto, lasciavo la mia attività di commissario politico del "Pisacane".
Responsabile sindacale in Valsessera
Iniziai il mio nuovo incarico estendendo i contatti con gruppi e singoli compagni in quasi tutti i paesi
e frazioni importanti dove esistevano basi solide e sicure, cosa che non faceva difetto in quelle
valli, permettendomi così di avviare il lavoro con profitto. Nei primi giorni di agosto ripresi contatto con
Aurelio Bussi; contemporaneamente, si insediò il Comitato di liberazione delle valli, composto dal sottoscritto,
da Aurelio Bussi, e per la parte cattolica, da Giuseppe Bertinotti; alle riunioni successive partecipò
anche Mario Perino per il Partito socialista. Base e punto di riferimento fu la casa del compagno Primo Fagnani.
L'agosto 1944 mi vide impegnato nella creazione di contatti vecchi e nuovi con i rappresentanti dei
comitati di agitazione delle fabbriche, coadiuvato da Angelo Togna. Le masse lavoratrici cominciarono a
prendere una più precisa coscienza politico-sindacale, sotto la spinta anche del problema alimentare, che tendeva
ogni giorno ad aggravarsi. D'altro canto, non si poteva dimenticare che la guerra continuava e che, pur
avendo abbandonato la Valsessera e avendo rinunciato a ripristinare il presidio di Pray, ritirato in seguito
all'apertura del secondo fronte, il nemico avrebbe potuto sempre riservarci qualche sorpresa, come in effetti avvenne
la mattina del 24 agosto, con la spedizione di una colonna motorizzata tedesca che rastrellò centinaia di
operai allo scopo di inviarli in Germania. Sebbene, anche per l'intervento degli industriali locali, solo una
parte degli operai sia stata poi effettivamente deportata, la razzia ebbe un effetto depressivo sui lavoratori
rimasti e su tutta la popolazione.
Ai primi di settembre, comunque, ripresi i contatti con i membri dei comitati sindacali aziendali e con
i nuovi responsabili, fu possibile avviare e condurre a buon fine l'azione sindacale culminata con la firma
del contratto di Coggiola, il 13 settembre, negli uffici della direzione del lanificio Bozzalla e Lesna, cui
presi parte unitamente alle delegazioni operaia e industriale.
Per tutto l'autunno nelle fabbriche fu un susseguirsi di azioni sindacali per l'assetto dei problemi
rivendicativi e per l'estensione dell'accordo anche alle altre aziende non tessili; si concordò anche con gli industriali
la distribuzione mensile ad ogni dipendente di un pacco alimentare molto consistente.
La situazione sindacale nel Triverese non presentava condizioni di maturità e combattività come in
Valsessera, il centro principale di agitazione era alla Anselmo Giletti la maggior fabbrica di Ponzone, ma
l'abbandono della fabbrica da parte dei proprietari, fece venir meno la controparte, per cui le richieste operaie si
protrassero nel tempo con risultati inferiori rispetto a quanto acquisito in Valsessera. Pochi contatti ebbi anche con
i lavoratori delle decine di piccole aziende operanti nella conca che abbraccia Mosso Santa Maria;
difficili erano anche i contatti con la Ermenegildo Zegna di Trivero, soggetta a quel tempo al paternalismo
padronale, e limitati i nostri contatti con i responsabili sindacali al reparto meccanico e con quelli della ditta
Mario Zegna.
Verso novembre, tramite Giovanni Vogliolo, fu possibile il primo incontro dei responsabili sindacali
delle valli, avvenuto alla Colma nei pressi di Pavignano; erano presenti oltre al sottoscritto, Ercole Ozino per
la valle Strona, Mario Vietti e Domenico Carlino per la valle di Andorno, un rappresentante dei
lavoratori cattolici, Lombardi, ed il socialista Ottavio Capra: rappresentavamo la risorgente Confederazione
generale italiana del lavoro. Altre riunioni si ripeterono presso l'osteria della Colma sino alla fine del 1944, e ripresero
poi verso la fine del febbraio 1945, dopo l'interruzione causata dalla forte nevicata e dal grande
rastrellamento invernale. Sempre nell'autunno 1944 svolsi numerose riunioni all'aperto con i responsabili delle
fabbriche, per informarli sugli esiti della riunione della Colma e sulle azioni da promuovere in seguito alla firma
del contratto di Coggiola.
Riprendono i rastrellamenti
Le festività di fine 1944 in Valsessera
trascorsero nel clima teso provocato dalle voci circa un
imminente rastrellamento che avrebbe assunto proporzioni mai raggiunte fino a quel momento. D'altro canto, il
grande lancio del 26 dicembre che aveva permesso di fornire le formazioni partigiane di un adeguato
armamento per portare un maggior peso offensivo alle azioni di guerriglia, dimostrava che l'invito del generale
Alexander ad abbandonare la lotta e a smobilitare sino alla primavera non si doveva accettare.
Il comando della 12a divisione, considerate le difficoltà di sistemare le formazioni nel Biellese orientale
in modo da reggere al rastrellamento, decise di spostare nel basso Monferrato la
109a brigata. La lunga marcia (100 chilometri) fu coronata da successo e la brigata si attestò nei comuni di Cocconato, Montiglio,
Cunico e Odalengo, meritando il giusto riconoscimento da parte delle popolazioni per il comportamento di
unità militare disciplinata, rispettosa dell'ospitalità ricevuta, fattore politico importante per valorizzare la lotta
di liberazione.
La copiosa nevicata del 7 gennaio 1945 quasi cancellò ogni segno di vita, creando difficoltà alla
realizzazione del piano operativo del comando nazifascista; il primo reparto ad arrivare in Valsessera fu una
compagnia della fanteria del ricostituito esercito della Repubblica di Salò. Seguirono per tutto gennaio e
febbraio puntate di altri reparti e di brigate nere, che si risolvevano in marce di trasferimento, perché il
comando partigiano faceva loro trovare vuoto assoluto. La nevicata limitava anche l'avvicendarsi dei reparti
rastrellatori alle sole strade che portavano nei luoghi abitati, per cui la mia presenza nelle case ospitali di
Mucengo creava uno stato di allarme quasi quotidiano, perciò, verso la fine di gennaio, decisi di raggiungere Postua.
Per la sua posizione, Postua non aveva ancora subito il rastrellamento, ma il clima di paura era
percettibile. Verso la metà di febbraio il sole aveva già sciolto una parte di neve e fece così la sua apparizione un
reparto del genio, creando allarme nella popolazione. Seguendo l'avvicinarsi di quel reparto, raggiunsi
Roncole, ultimo abitato della valle Strona, e, al sopraggiungere dei rastrellatori, una baita abitata da una famiglia.
Fui accolto con un certo disagio in quanto, sia a Postua che nei paesi vicini, correva voce che i
rastrellatori cercassero un capo di nome Secondo; accettarono comunque la mia presenza, offrendomi parte della
loro modesta cena per poi proseguire il discorso sul fascismo e sugli scopi della lotta di liberazione. Mi
distesi quindi su un po' di fieno e rimasi nel dormiveglia fino all'alba.
Alternandosi con i figli al posto di osservazione, per segnalare quanto si muoveva sulla mulattiera, il
padrone della baita, verso le 8 del mattino, cominciò a scorgere figure in lontananza; diede l'allarme: i figli
scomparvero come scoiattoli tra gli arbusti che salivano dietro le baite e io feci altrettanto. Giunto in un punto da
cui potevo ossaervare le manovre dei fascisti, vidi gli ufficiali che comandavano il reparto consultarsi sulla
carta geografica e, invece di proseguire per la valle, deviarono verso l'alpe Albarej. Quando furono distanti,
scesi per ringraziare i miei ospitanti e, rifornitomi di una gerla, partii per raggiungere la cascina di un
alpigiano, unico abitante nelle baite al bivio per il Panin e il Gavala; sua moglie mi fece da guida per
raggiungere Guardabosone, camminavamo osservando sull'altro versante i soldati che, giocando sulla neve,
scendevano dall'alpe Albarej. A Guardabosone incontrai il compagno Edovilio Caccia (Tedy) e la sua famiglia;
pernottai in una casetta fuori dal paese e rientrai quindi a Postua, avendo il reparto fascista abbandonato la zona.
La notte del 21 febbraio 1945, verso mezzanotte, mi svegliò un gran frastuono, sentii imprecazioni e
ordini provenire dalla strada principale di Postua; cosa insolita a quell'ora perché, calata la sera, non si
incontrava più anima viva. Con la dovuta precauzione mi vestii e raggiunsi, dietro una fitta siepe, l'angolo che
fronteggia il portone d'entrata dell'asilo delle suore Maddalene. Rischiarato dalla debole illuminazione pubblica
si presentò ai miei occhi un gruppo di brigatisti neri che con spallate e il calcio dei fucili picchiavano alla
porta d'entrata, intimando di aprire pena l'incendio dell'asilo. Ero a conoscenza che nell'asilo (diretto
dalla giovanissima suor Teresina) avevano spesso trovato rifugio perseguitati dal fascismo; quella notte
vi pernottavano Aurelio Bussi, il fratello Pierino, la cognata e le nipoti. La delazione era certamente dovuta
ad una spia che risiedeva a Postua.
Il diario di suor Teresina annota il 21 febbraio 1945, dalle ore 23 alle ore 3, l'occupazione, le minacce,
anche di morte, per le suore che tardavano ad aprire, le perquisizioni stanza per stanza, nei letti ed ogni
angolo della casa, le maledizioni e l'incredulità nel non trovare i ricercati a colpo sicuro, sfuggiti nonostante la casa
circondata. Distrutte le scorte alimentari che non potevano trasportare, fecero man bassa di tutte le
vivande e, con ulteriori minacce, lasciarono il luogo della loro fallita impresa. Non fu però un miracolo: in
una stanza, infatti, sul soffitto, era ubicata una botola per salire nel solaio; appena svegliati dalle grida
degli ufficiali i fratelli Bussi erano saliti in solaio, avevano tirato su la scala e chiuso la botola, non rivelata
dalla fievole luce utilizzata nelle stanze dove dormivano le suore.
Verso la fine di febbraio, erano presenti a Postua anche i compagni Carlo Bartolini (Fosco),
perseguitato politico, e Gino Morandi (Pellico), del servizio di sussistenza. Il mattino del 2 marzo 1945 eravamo
in conversazione sulla strada principale nei pressi della cooperativa di consumo, quando un abitante
tutto trafelato ci informò che una pattuglia di militi fascisti stava scendendo dalla mulattiera della
Madonnina proveniente da Agnona; quasi increduli, visto il senso di sgomento del nostro informatore, Bartolini
e Morandi, con un nostro collaboratore del luogo, seguirono la strada che attraversa il paese verso Roncole,
io mi avviai invece per la mulattiera che porta a S. Rocco-Guardabosone; erano trascorsi pochi minuti
quando sentii raffiche di mitra rimbombare nella vallata. Trovato rifugio nella casa della gerente della
cooperativa, venni informato che Bartolini e Morandi, fatte poche centinaia di metri, si erano trovati di fronte il
pattuglione ed erano stati fermati; il collaboratore invece era riuscito a dileguarsi, sebbeno fosse stato fatto segno
dalle raffiche che in precedenza avevo sentito. Quel giorno sembrava non dovesse più finire: purtroppo verso
le 16 altre rabbiose scariche di mitra presagirono un momento doloroso: Bartolini e Morandi erano stati
fucilati vicino al torrente Strona. Compiuto il delitto, la pattuglia rientrò nel presidio via
Guardabosone-Agnona: anche quella nefasta sorpresa era certamente opera di un'altra spiata, come dimostra il fatto che i
fascisti giunsero a Postua evitando i centri abitati della strada normale, sapendo che saremmo stati messi in
allarme molto prima.
Lo sciopero pre-insurrezionale
Dopo l'uccisione di Bartolini e Morandi, lasciata Postua in preda alla paura, ritornai a Mucengo di
Pray allargando i contatti con i compagni di partito e dei comitati sindacali di fabbrica per l'aggiornamento
delle singole situazioni. Nel frattempo, partecipai ad una prima riunione sindacale dopo la parentesi invernale e
il grande rastrellamento, che andò esaurendosi verso la prima decade di marzo; in quei giorni iniziarono
i cannoneggiamenti da Grignasco che raggiungevano Pray e dintorni, con gravi danni alle cose e feriti tra
la popolazione. Ricordo che, avviandomi con la mia bicicletta lungo la strada per Ponzone-Crocemosso,
venni salutato dai primi colpi di cannone; raggiunsi quindi il luogo dove si svolgeva la riunione sindacale, a
cui erano presenti i responsabili delle valli biellesi che, nel frattempo, sulla base dell'accordo di
Coggiola, avevano portato avanti una trattativa sindacale per un contratto valido per tutto il Biellese, la cui
definizione e firma avrebbe dovuto avvenire in un secondo tempo, previo accordo con le parti, e che in effetti si
realizzò in seguito e che fu poi conosciuto con il nome della località in cui fu siglato: il "Quadretto" di
Andorno. Marzo si chiuse con questo grande evento sindacale che segnò la contrattazione diretta tra le parti
dopo vent'anni di corporativismo fascista e si giunse ad aprile, mese che sarebbe stato determinante per la
guerra mondiale e la nostra liberazione.
Nel Biellese orientale avevano preso corpo gli organismi di potere locale sanzionati dal Cln delle
valli, inoltre, già dall'autunno 1944, erano sorti i Gruppi di difesa della donna, presenti in ogni iniziativa
politica e sindacale, i quali promuovevano la raccolta e il confezionamento di articoli di lana per i partigiani
che dovevano affrontare l'inverno.
Così si presentava la popolazione del Biellese orientale all'appuntamento dell'aprile 1945, con un
movimento di lotta che si apprestava allo sciopero del 18 e 19 aprile, premessa dell'insurrezione. I giorni
precedenti furono destinati alla preparazione della marcia-corteo che si sarebbe conclusa con il concentramento
di lavoratori e popolazione a Pray. Il lavoro organizzativo per questa grande giornata fu fecondo ed il
mattino del 19 ai punti di ritrovo per la partenza della grande marcia vi erano tutti, consapevoli del significato
che assumeva la loro presenza e galvanizzati anche dal fatto che sarebbero intervenuti Moscatelli e Gemisto
a portare il loro saluto.
I due cortei principali, partiti da Coggiola e da Ponzone, si ingrandirono strada facendo; gli orari di
marcia furono rispettati e completati gli arrivi; Moscatelli giunse come se fosse stato paracadutato. Pronunciò
brevi parole annunciando la prossima liberazione, la fine delle sofferenze che la guerra e il fascismo
avevano procurato al popolo italiano, poi si allontanò immediatamente quasi con fretta; ci fu forse un po' di
delusione, attenuata però dal pensiero che gravosi impegni lo richiedevano altrove. Chiusi la manifestazione
ringraziando tutti i partecipanti e li invitai ad essere sempre uniti anche dopo la liberazione per proseguire nella costruzione
di una società più giusta.
Sempre nei giorni precedenti la Liberazione ebbe luogo in un'osteria di Andorno una riunione del
Comitato federale ristretto per discutere l'uscita del settimanale del partito e il titolo della testata. Fu scelto
quello proposto da me, "Vita nuova", ma il periodico ebbe vita breve; discutemmo anche altre questioni
organizzative. La Valsessera e il Triverese erano ormai liberi e i nuovi organi di potere locale, così come le
organizzazioni democratiche di massa, stavano predisponendo la loro presenza nella vita pubblica.
Con la Liberazione il mio compito si avvicinava alla conclusione, quale membro del Comitato federale
della Federazione biellese fui incaricato del lavoro sindacale fino alla fine del luglio 1945; rientrai quindi ad
Asti, dove mi fu affidato l'incarico di segretario della Camera del lavoro.
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