Secondo Saracco

Un astigiano nella Resistenza biellese*



Primi contatti e prime difficoltà

Sono nato il 15 novembre 1902 ad Asti da famiglia operaia e, operaio io stesso, ho militato nel Partito comunista fin dal suo sorgere.
Nel gennaio 1944, il partito, consapevole dell'importanza rivestita dalla nascita di organismi armati per combattere gli occupanti nazisti e i fascisti, chiamò per quel compito tutti i militanti disponibili fra cui io. Giovanni Vogliolo (Alfieri), che nella prima decade del gennaio '44 era stato inviato nel Biellese in qualità di segretario della locale Federazione in sostituzione di Guido Sola Titetto, rientrò il 14 gennaio per informarmi che il partito richiedeva la mia partecipazione quale quadro politico nelle formazioni partigiane del Biellese.
Fatte le debite consegne ai compagni che restavano, domenica 16 gennaio partii con Vogliolo alla volta di Biella, dove giunsi verso le 10. Mi resi subito conto che si entrava in una zona dove il fascismo aveva già riorganizzato il proprio apparato militare, mentre da noi, vi erano presidi dei tedeschi ma non ancora di fascisti. Un sergente ed altri militi, scrutavano i viaggiatori e chi, per qualunque ragione, li insospettiva, veniva perquisito ed anche arrestato.
Usciti dalla stazione, Vogliolo mi affidò ad un compagno biellese, che era poi Anello Poma (Italo), con cui salii sul tram per Valle Mosso, dove giungemmo dopo lungo sferragliare. Attesi quindi Italo, che si era assentato per incontrare una persona ed avere informazioni circa la mia destinazione e, al suo ritorno, fui informato che ci saremmo recati a Biella, dove sarei stato ospite della famiglia Gili, a disposizione del comando di brigata.
La mia presenza in casa Gili durò soltanto due giorni: durante il primo presi contatto con il comando, precisamente con Francesco Scotti (Grossi), nella vicina località di Sagliano Micca. Da lui seppi che Piero Pajetta (Nedo) sarebbe venuto a prendermi per raggiungere il distaccamento valsesiano "Gramsci", comandato da Cino Moscatelli.
Verso l'imbrunire del 18, raggiunsi con Nedo Quaregna, dove fui ospitato da Corradino Boschetto e dove rimasi fino a giovedl 20. Nedo tornò a riprendermi verso le 4.30, a piedi raggiungemmo la stazione di Cossato, dove prendemmo un treno che ci condusse fino a Rovasenda; in quella stazione avremmo dovuto attendere un secondo treno che ci avrebbe portati a Romagnano Sesia. Entrammo così nel buffet della stazione, illuminato da una luce bassissima: vi era un gran vocio di uomini, operai pendolari in attesa del treno per Torino. Lì Nedo fu informato che il giorno precedente una colonna di tedeschi con armamento pesante aveva attaccato le località dove Moscatelli aveva dislocato il distaccamento. Costretti dalle preponderanti forze nemiche, i partigiani si erano sbandati e i tedeschi avevano saccheggiato e bruciato numerosi paesi fra cui Cellio e la frazione Castagneia di Breia, uccidendo anche alcuni abitanti.
Quella notizia mutò il nostro itinerario e lo scopo del nostro viaggio. Raggiungemmo ugualmente Romagnano ma, avuta conferma del rastrellamento, Nedo mandò a chiamare Giacomo Gray, responsabile del partito a Romagnano, che giunse subito e ricostruì le fasi salienti dell'attacco tedesco; ci informò anche che in un vallone sotto il monte Fenera era presente un plotone del distaccamento "Gramsci", dislocato in posizione avanzata verso il piano, che era stato tagliato fuori dal rastrellamento tedesco.
Rilevata la nostra esigenza di raggiungere quel gruppo, accompagnati da Gray, ci incamminammo con la dovuta circospezione verso Grignasco, dove prendemmo contatti con un compagno del luogo, Pesgu, che ci accompagnò attraverso stradine secondarie meno pericolose. Dopo circa due ore di marcia, nel primo pomeriggio, arrivammo ad una piccola costruzione usata dai contadini, dove finalmente prendemmo contatto con i partigiani di Moscatelli, vestiti con una divisa color caki, tutti giovanissimi e armati con due mitragliatori e moschetti. Mi impressionò l'ordinato aspetto di funzionalità, ma subito dopo fui non meno sorpreso dal presupposto che originava quella funzionalità, in quanto io non concepivo la guerriglia partigiana come schieramento di eserciti contrapposti.
Nedo venne informato dai partigiani che il loro comandante e il commissario politico erano saliti sul Fenera per individuare eventuali sbandati e indirizzarli verso il gruppo. Alle prime ombre della sera il comandante Rocco e il commissario Piero tornarono costernati e affranti per quanto avevano visto e per non aver individuato nessuno sbandato, ma Nedo ricordò loro che le esigenze della vita partigiana richiedevano un fermo coraggio e la capacità di reagire ai momenti brutti. Fu deciso che io sarei rimasto con quel plotone, mentre Nedo sarebbe sceso verso Borgomanero per tentare di riprendere i contatti con Moscatelli e per ripristinare la vita del distaccamento; prima di partire, però, Nedo ci invitò a cambiare la nostra base, raggiungendo le colline circostanti.
Il 22 gennaio fu ancora una giornata di attesa per il rientro di Nedo; arrivarono invece due sbandati del "Gramsci": Pietro Rastelli e Attilio Musati, due giovani che mostravano piena coscienza della lotta intrapresa e che erano fortemente preoccupati di non avere notizie di Moscatelli: anche loro restarono con noi in attesa di Nedo e di notizie che tutti speravamo le migliori possibili. Quando però Nedo tornò, il 24, apprendemmo con disappunto che aveva percorso palmo palmo i luoghi in cui presumeva di poter rintracciare elementi del "Gramsci", ma che non aveva ottenuto nessun risultato.
In seguito a questo fatto, per evitare che il plotone rimanesse ulteriormente isolato, Nedo dispose che il gruppo si trasferisse a Postua, sede del distaccamento "Pisacane" comandato da Francesco Moranino (Gemisto), in attesa di ritornare con Moscatelli. La decisione turbò profondamente quegli uomini, vi fu perciò uno scambio di opinioni e riflessioni in seguito al quale Rastelli e Musati decisero, sebbene a malincuore, di tornare momentaneamente alle loro case, in quanto, restando in zona, sarebbe stato più semplice per loro riprendere i contatti con Moscatelli; i giovanissimi partigiani, sedici circa, che componevano il plotone, accettarono, invece, di aggregarsi temporaneamente al "Pisacane" e, venuto a mancare il commissario politico, tale incarico mi venne affidato, nonostante le perplessità dovute alla differenza d'età, dati i miei quarantadue anni e i loro venti.

A Postua con il "Pisacane"

Iniziammo il trasferimento verso Postua al calar della sera. La prima parte del viaggio durò circa due ore, per arrivare ad una passerella sul Sesia; eseguimmo con estrema attenzione il trasbordo sull'altra sponda, dove ad attenderci c'era un motocarro con cui fummo portati a Postua, accolti fraternamente dagli uomini del "Pisacane". Con la mia investitura a commissario politico, avvenuta poche ore prima, iniziò la mia partecipazione diretta alla guerra partigiana.
Anche a Postua mi colpì come prima cosa l'organizzazione: gli uomini erano vestiti con la stoffa dell'aeronautica e vi erano servizi di guarnigione e un posto di blocco all'inizio del paese. Fummo accompagnati per dormire in una villa disabitata al centro del paese, dove Nedo tenne una riunione cui erano presenti, oltre a me, Gemisto, Arrigo, Rocco e uno jugoslavo, Vladimir, vice comandante, per la nostra presentazione.
Alle prime luci dell'alba del 25 gennaio scattò l'allarme per l'arrivo di tedeschi; Nedo e Gemisto diedero l'ordine di disporsi in assetto di difesa mentre scariche di armi pesanti cominciarono a crepitare sul posto di blocco. Ci trovammo in una ventina di uomini sulla strada intenti a ricevere da un partigiano le prime informazioni sull'attacco tedesco, fortunatamente bloccato temporaneamente dalla manovra errata di una autoblindo nell'attraversare il ponte molto stretto sul torrente Strona, quando giunse Vladimir ad annunciare che dalla parte del cimitero i tedeschi erano fermi sul ponte con i loro automezzi e si disponevano ad attraversare il torrente a piedi; inoltre avevano scorto il partigiano Giuseppe Tellaroli (Barba) e lo avevano freddato con una raffica.
Il pericolo di un accerchiamento era reale, Nedo e Gemisto decisero perciò l'arretramento lungo la valle dello Strona. Ci inoltrammo per oltre due ore, quando, superata la frazione Roncole, il silenzio fu rotto da colpi di mortaio indirizzati alle baite sulle alture che circondavano il paese. Il primo o il secondo colpo colpirono l'obiettivo incendiandolo, confermando l'elevato grado di addestramento delle forze antiguerriglia, che completava la loro ferocia.
Raggiungemmo l'alpe Piane, utilizzata come deposito, a oltre un'ora da Roncole, dove stazionavano un gruppo di giovani non armati e un gruppo di anziani compagni di Crevacuore perseguitati dal fascismo: Primo Ferro, Francesco Buffa, Luigi Sizzano ed altri di cui non ricordo i nomi, che rimasero al tempo stesso addolorati e sorpresi per i fatti accaduti. Lasciati alcuni uomini sulla mulattiera che separa Postua dalle Piane, per eventuali segnalazioni, avuta notizia che i tedeschi avevano abbandonato Postua, Nedo ordinò di raggiungere il paese per assistere la popolazione e ridare fiducia agli abitanti, seppure nel limite delle nostre possibilità.
Io rimasi però ancora al campo base e rientrai a Postua il giorno 27; seppi così dell'uccisione del proprietario della casa dove aveva sede il corpo di guardia; della morte di Barba; del ferimento di altri due partigiani, di cui uno grave, assistiti e salvati dalle suore dell'asilo; dell'arresto di quattro uomini, deportati poi in Germania; dell'incendio della villa occupata dal distaccamento; delle ruberie nelle case.
In seguito a considerazioni di carattere militare, Gemisto dispose il trasferimento in una zona più alta della Valsessera. Fu scelta l'alpe di Noveis ed il 28 gennaio 1944, nel primo pomeriggio, raggiungemmo il nostro nuovo alloggiamento. In quel piccolo centro di villeggiatura, raggiungibile solo a piedi, dove vi erano numerose villette e infinite piccole costruzioni in legno di proprietà di dirigenti ed impiegati degli stabilimenti tessili della valle, due alberghi, un negozio di alimentari e un tabaccaio, ci sistemammo in alcune villette disabitate e dedicammo i primi giorni a procurarci alimenti.
Nel frattempo Arrigo, commissario del distaccamento "Pisacane", chiese di essere esonerato dall'incarico per motivi di salute ed espresse il desiderio di poter fare ritorno a casa per un certo periodo. La richiesta venne esaminata dal comando di brigata e accolta, in conseguenza di questo fatto, l'incarico di commissario politico del "Pisacane" fu affidato a me: erano i primi giorni di febbraio.

Dall'attacco di Noveis al giugno '44

La vita a Noveis era di normale guarnigione, confortata da un sole quasi primaverile, quando, verso il 10 febbraio, ogni mattina, dal presidio della "Tagliamento" di Pray cominciarono a partire colpi di cannone nella nostra direzione. Era un avvertimento per noi e una pressione sulla popolazione che si protrasse per numerosi giorni, finché una mattina, arrivò trafelato un alpigiano di Pray ad avvertirci che i fascisti risalivano in tre colonne per attaccarci. Reagimmo come potemmo all'attacco improvviso, ma la nostra inferiorità numerica, unita ad una certa imperizia da parte di alcuni nell'uso delle armi, costrinse il comando ad ordinare l'arretramento verso l'alpe Albarej.
Uscimmo indenni dall'attacco, le cui conseguenze furono però drammatiche: furono distrutte e bruciate completamente numerose abitazioni, l'albergo "Monte Barone", che ospitava otto soldati inglesi, e non fu risparmiata nemmeno una mucca che produceva il latte per l'albergo. Dopo due giorni i fascisti tornarono nuovamente a Noveis e spararono numerose scariche verso l'alpe Albarej; decidemmo così di abbandonare anche quella località e di trasferirci in un punto più sicuro. Io e Vladimir restammo in attesa che Gemisto, fissato il nuovo insediamento, ci desse le disposizioni per raggiungerlo.
In quei giorni le voci di rastrellamenti erano sempre più insistenti, forse anche alimentate dalla paura della popolazione, e probabilmente per questa ragione Gemisto ci fece recapitare un messaggio con il luogo dell'appuntamento: obiettivo Rassa. Ci riunimmo e, dopo aver lungamente discusso l'invito di Gemisto, decidemmo all'unanimità di rimanere in zona, precisamente all'alpe Panin.
L'alpe, situata sotto il monte Barone, a 1.500 metri, e dove vi erano due solide costruzioni, ci permise una buona sistemazione, completata con il recupero e il trasferimento dei generi alimentari e non, necessari ad affrontare la parte restante di quell'inverno, fino a quel momento, in verità, piuttosto mite. Durante i primi giomi di marzo, però, una copiosa nevicata fece di noi una piccola comunità di sepolti vivi. Le scorte di viveri cominciarono ad assottigliarsi ed i più avevano le scarpe ridotte allo sfascio, quanto all'armamento e alle munizioni la situazione non era certo migliore. Fu così che i partigiani Lince e Massimo decisero di scendere a valle, nei propri paesi, per trovare il denaro necessario a sopperire almeno in parte alle nostre esigenze.
Il mese di marzo trascorse quindi senza la minima possibilità di riprendere i contatti con la parte del "Pisacane" che era con Gemisto; scarse erano anche le informazioni su quanto avveniva in Valsessera. Nella prima decade di aprile, con la neve ormai vinta dal sole e con le prime foglie sui rami, fummo finalmente raggiunti da un'avanguardia degli uomini di Gemisto, che fra il 10 e il 20 si trasferirono completamente all'alpe Panin, riunendo il distaccamento dopo due mesi di separazione.
Pochi giorni dopo, Gemisto decise, per ragioni di sicurezza, il trasferimento all'alpe Gavala, ma anche lì la permanenza del distaccamento fu di breve durata. Nel frattempo, infatti, Gemisto ristrutturò la formazione in squadre composte da giovani partigiani, che avrebbero dovuto scendere verso la pianura per contribuire ad azioni di guerriglia contro i presidi fascisti.
Verso il 2 o 3 maggio le squadre partirono per le loro missioni; io, Vladimir e una ventina di uomini fummo incaricati di tenere la base, fissata in un alpeggio più a valle dell'alpe Gavala, per eventuali necessità. Fu lì che il 9 maggio vedemmo giungere il partigiano Pio Percoppo in gravi condizioni fisiche e psichiche, il quale ci informò dei terribili momenti vissuti dalla propria squadra in seguito all'imboscata di Curino.
Decidemmo di intensificare le misure di sicurezza disponendo ogni giorno un servizio di guardia all'inizio della mulattiera che conduce all'alpe Gavala. Verso la mezzanotte dell'11 maggio, mentre erano di guardia un ottimo partigiano meridionale ed il partigiano Pilastro, fummo svegliati da alcuni colpi secchi. Ci mettemmo subito in allarme ed attendemmo notizie dei nostri compagni di guardia, dopo circa mezz'ora giunse il partigiano meridionale, informandoci che una colonna di fascisti aveva iniziato a salire lungo la mulattiera che conduce all'alpe. Nessuna notizia invece, di Pilastro. Dapprima increduli per l'improvvisa incursione notturna attendemmo per alcune ore ma, all'avvicinarsi dell'alba, udimmo distintamente le voci dei fascisti e convenimmo di spostarci nuovamente in alto, all'alpe Panin. Mentre ci allontanavamo vedemmo bruciare le baite del Gavala, udimmo ancora ordini secchi e una raffica di mitra. Non ancora paghi, scendendo dall'alpeggio, i fascisti uccisero un alpigiano ed il giovane figlio, incontrati lungo la strada. Tre giorni dopo, fummo informati da un pastore che a circa metà strada sulla mulattiera del Gavala giaceva il corpo di Pilastro straziato da una raffica di mitra.
Sino all'apertura del secondo fronte in Francia, cioè fino al giugno 1944, rimasi con un gruppo di uomini, fra cui tutti coloro che erano disarmati, che costituiva il punto di riferimento del "Pisacane", in una valletta laterale dello Strona. Dopo l'imboscata di Curino, inoltre, non avevamo più avuto notizie di Gemisto e nemmeno sulla dislocazione delle altre squadre partite ai primi di maggio: il mese di maggio si chiuse quindi con un bilancio nettamente negativo. A giugno, al contrario, le mutate condizioni sui vari fronti fecero sì che molti presidi fascisti, da Borgosesia sino a Valle Mosso, fossero ritirati entro il giorno 10: in Valsesia e in Valsessera i partigiani poterono così entrare nei paesi, accolti entusiasticamente dalla popolazione.

La "zona libera"

Nel mese di giugno, dunque, rientrati a Postua, eravamo la sola unità partigiana in grado di rappresentare la nuova realtà e la nuova autorità; premevano perciò problemi di carattere organizzativo-militare e politico-amministrativo. L'arrivo di nuove reclute, in parte convinte che l'apertura del secondo fronte in Francia fosse la premessa per la fine della guerra, pose problemi di vettovagliamento e di inquadramento, nonché l'esigenza dell'ora politica per rendere consapevoli del loro compito i nuovi arrivati, tutti giovani sino allora rimasti nascosti nelle loro dimore.
I restanti giorni di giugno furono contrassegnati dall'instaurazione di contatti con le popolazioni; incontrai per la prima volta il compagno Aurelio Bussi, animatore della lotta antifascista della Valsessera, e discussi con lui il contatto con le altre forze politiche per gettare le basi del Comitato di liberazione della valle; presi inoltre i primi contatti con le commissioni interne delle fabbriche e partecipai ad una loro riunione, riguardante problemi già avviati da tempo con la controparte industriale.
Intanto, tutti i quadri partigiani che erano partiti dal Gavala si erano presentati a Postua con due ufficiali dell'esercito rimasti imboscati sino a quel momento, raggiungendo, fra vecchi e nuovi, le duecento unità, per i tre quarti disarmati, e con esse venne riorganizzato il "Pisacane", compresi i servizi collaterali: sussistenza, organi di polizia e rapporti civili. È anche di quel periodo la trattativa con l'Unione industriale della Valsessera per il finanziamento delle formazioni partigiane, concordato nella misura di 65 lire al mese per ogni dipendente delle singole ditte.
Nel mese di giugno la zona libera comprendeva tutta la Valsesia e la Valsessera: era un risorgere di attività commerciali e di altre iniziative, limitate in seguito dalle misure di carattere militare concordate dai comandi delle due valli con l'interruzione dei ponti sul Sessera per Azoglio-Sostegno e quello sullo Strona per Borgosesia, in quanto i comandi nazifascisti si apprestavano a ritornare, avendo già riportato il presidio a Valle Mosso. Sul finire del mese andavano intensificandosi le notizie che il comando tedesco stava concentrando ingenti forze da Vercelli nelle zone precollinari per distruggere o disperdere le formazioni partigiane occupanti la Valsesia e la Valsessera, e quel tambureggiare di notizie aveva il suo effetto su ampi strati della popolazione. Anche il comando del "Pisacane" aveva provveduto a spostare sulle alture verso Noveis i reparti dei disarmati, già rarefattisi con il ritorno a casa di parte dei nuovi sopraggiunti, e a dislocare reparti armati lungo le strade Azoglio-Sostegno e Crevacuore-Guardella, che erano gli obiettivi principali dei comandi tedeschi.
Ai primi di luglio, in cui regnava un silenzio come se la vita si fosse fermata, si udirono i primi colpi di cannone e mortaio provenienti dal Sesia in direzione di Serravalle, che annunciavano il crescendo dell'offensiva nemica. Fin dal mattino del 2 luglio le nostre pattuglie avevano avvistato sulla strada Sostegno-Crevacuore la marcia della colonna nemica che, a passo guardingo, proseguiva verso Crevacuore disturbati da qualche colpo di moschetto, cui seguiva la loro rabbiosa reazione, con enorme impiego di armi e potenza di fuoco. Fra intervalli di cupo silenzio e sparatorie, i partigiani dislocati oltre il ponte di Azoglio rientrarono nell'abitato di Crevacuore. Ero rimasto ad Azoglio con loro fino alle 18 e proprio mentre mi stavo ritirando sulla strada verso il cimitero, sentii risuonare scariche di armi automatiche, quelle che colpirono a morte il partigiano Lorenzo Gambalunga (Sem) ultima retroguardia per controllare le mosse del nemico.
Calate le prime ombre della sera, le truppe tedesche si alloggiarono ad Azoglio per trascorrere la notte; noi la passammo a Postua cercando, dopo una giornata di grande tensione, di individuare quali sviluppi avrebbe avuto l'azione dei ratrellatori il giorno successivo. Era evidente la sproporzione tra la nostra preparazione militare e il nostro armamento ed i loro reparti addestrati, con lunga esperienza e armamento adeguato.
Il giorno dopo la colonna nemica, trasbordato il materiale necessario per proseguire l'azione di guerra, essendo il ponte sul Sessera interrotto ai mezzi meccanizzati, ritenne di pernottare a Ponte Strona, sulla strada per Guardabosone, probabilmente pensando che il grosso delle forze del "Pisacane" (queste sono mie considerazioni), attestate a Postua, si apprestassero a resistere il più possibile. Il terzo giorno ripresero da Ponte Strona la marcia verso Postua; Gemisto, con i suoi uomini, controllando l'avvicinarsi della colonna nemica, ci raggiunse a Roncole di Postua e ci propose di abbandonare la zona e risalire a Noveis, dove già si trovava il grosso degli uomini; io rifiutai la proposta perché non concordavo sul continuo ripiegare senza sparare un colpo.
Non erano trascorsi quindici minuti dalla sua partenza che io e altri due compagni, Primo Ferro e Francesco Buffa, incamminatici per salire sopra Roncole, vedemmo spuntare sulla stradina che attraversava la frazione uno dei cosiddetti mongoli con il mitra spianato. Ferro si pose in salvo verso la montagna, a me non rimase che saltare giù sul greto dello Strona ed infilarmi sotto un cespuglio di rovi. Spararono alla cieca per oltre mezz'ora, riempiendo la valle di quell'eco di morte. Con l'oscurità, e poiché si sentiva solo il rumore del torrente raggiunsi la famiglia di un giovane che ci aiutava; rifocillato e accompagnato dal padre raggiunsi le alture sovrastanti, unendomi il mattino successivo agli uomini del "Pisacane".
Dopo tre pernottamenti, ad Azoglio, Ponte Strona e Roncole, la pattuglia tedesca, reclutati gli uomini abili, tutti boscaioli usciti indenni il giorno prima che, sentita la sparatoria, erano tornati a casa per vedere cosa fosse successo, li caricarono come muli e li obbligarono a seguire la colonna fino a Borgosesia trasportando armi e viveri. Dopo questi fatti, in Valsessera non vi furono più scorribande di colonne nemiche; ebbi però notizia del grande rastrellamento nazista partito da Alagna ed esauritosi a Noveis con la fucilazione di sette partigiani,
In quei giorni fui avvertito da Gemisto che il 17 luglio avrei dovuto recarmi a Montaldo di Mezzana Mortigliengo, dove era in programma una riunione del comando del "Pisacane", presente il compagno Giovanni Vogliolo, per un esame della situazione. Appena giunto fui accolto da un festoso abbraccio e fui aggiornato sul motivo della riunione; ebbi anche scarne notizie sulla mia famiglia, ma, in compenso, seppi che anche nell'astigiano il movimento partigiano prendeva corpo, con la nascita della 45a brigata "Garibaldi", coadiuvata da Benvenuto Santus (Falco).

L'arresto

La riunione era indetta per il primo pomeriggio in aperta campagna e, mentre eravamo in attesa dell'ora fissata, invece del nostro appuntamento arrivò di sorpresa la notizia di una puntata tedesca da Biella. Stentai a crederci: arrivare da Biella senza sparare un colpo, senza essere disturbati, sembrava inverosimile, e proprio a Montaldo, ma affacciatomi alla finestra ebbi modo di convincermi, vedendo salire da una stradina un tedesco armato di mitra. Il padrone di casa, consapevole del fatto che se ci avessero trovati avrebbero come minimo bruciato tutto, ci implorava di andare via, cosa che facemmo prima che fosse troppo tardi; io salii verso la parte alta del paese ma, preceduto dai tedeschi, finii nelle loro mani; Alfieri, invece, percorrendo un sentiero che costeggiava le case, si nascose sotto un dirupo e si salvò dal rastrellamento.
Con altri due abitanti del luogo, presi anche loro mentre fuggivano, fummo portati sulla piazzetta del paese mentre gli altri soldati completavano la loro operazione, bruciando una casa ritenuta caserma dei partigiani e aggiungendo a noi un giovane, arrestato a casa della fidanzata, e la bidella delle scuole, dove per poco non venivano sorpresi il medico e i partigiani bisognosi delle sue cure. Gli arrestati più anziani, operai con i documenti comprovanti la loro attività lavorativa, furono lasciati liberi, così pure la bidella; io e il giovane non del luogo fummo caricati su un camion e portati via. Finimmo nelle guardine della polizia tedesca a Biella, site nella caserma dell'ex esercito italiano.
Le celle che custodivano gli arrestati erano nuove ma il tavolaccio non invitava certo a dormire e non conciliava il sonno nemmeno il pensiero di come affrontare l'interrogatorio, né il pensiero della morte o il ricordo della famiglia lontana. I giorni trascorsero lunghi, vissuti minuto per minuto nel tentativo di raccogliere ogni minimo particolare che potesse aiutarmi ad individuare eventuali sviluppi della mia incerta situazione; ricordo che in quei giorni notammo un certo movimento interno, fummo anche chiamati ad aiutare per spostare cannoni ed altro materiale nel piazzale della caserma, ma solo dopo sette giorni, al mattino, fummo prelevati e portati a villa Schneider.
Entrato nella camera dove erano presenti il capitano tedesco, il tenente fascista interprete ed il dattilografo, mi chiesero come prima cosa le generalità e subito dopo il motivo della mia presenza a Montaldo. Risposi che avevo portato i miei genitori sfollati a Flecchia, si fecero spiegare sulla cartina geografica la strada percorsa; poi dissi che mi trovavo a Montaldo per comperare generi alimentari e che ero scappato al loro arrivo perché preso dal panico in quanto anche tutti gli altri scappavano. Esaurita questa prima fase, il capitano tedesco mi invitò ad andare a lavorare in Germania per uno sforzo comune per vincere la guerra. Stabilita la mia professionalità di fabbro ferraio, venni invitato a recarmi presso la Todt di Asti per manifestare la mia volontarietà al lavoro in Germania. Dissi che la cosa per me non era pregiudizievole, perché avevo sempre lavorato e avrei lavorato ovunque ce ne fosse stato bisogno. Chiesi perciò di poter tornare ad Asti per sbrigare alcune incombenze e assicurai che subito dopo mi sarei presentato volontario per la Germania. Ciò concluse l'interrogatorio ed ebbi la certezza di averli convinti.
Appena libero decisi di tornare a Montaldo. Da Cossato raggiunsi Crosa e, accompagnandomi con alcune donne che erano uscite dalla fabbrica alle 10 di sera, raggiunsi Montaldo: a mezzanotte bussavo alla porta di una compagna di cui sapevo di potermi fidare. Nei giorni successivi, ritornato a Pray, presi contatto con Gemisto: seppi così che mi era stato affidato l'incarico del lavoro politico-sindacale in Valsessera e nel Triverese; da quel momento, pertanto, lasciavo la mia attività di commissario politico del "Pisacane".

Responsabile sindacale in Valsessera

Iniziai il mio nuovo incarico estendendo i contatti con gruppi e singoli compagni in quasi tutti i paesi e frazioni importanti dove esistevano basi solide e sicure, cosa che non faceva difetto in quelle valli, permettendomi così di avviare il lavoro con profitto. Nei primi giorni di agosto ripresi contatto con Aurelio Bussi; contemporaneamente, si insediò il Comitato di liberazione delle valli, composto dal sottoscritto, da Aurelio Bussi, e per la parte cattolica, da Giuseppe Bertinotti; alle riunioni successive partecipò anche Mario Perino per il Partito socialista. Base e punto di riferimento fu la casa del compagno Primo Fagnani.
L'agosto 1944 mi vide impegnato nella creazione di contatti vecchi e nuovi con i rappresentanti dei comitati di agitazione delle fabbriche, coadiuvato da Angelo Togna. Le masse lavoratrici cominciarono a prendere una più precisa coscienza politico-sindacale, sotto la spinta anche del problema alimentare, che tendeva ogni giorno ad aggravarsi. D'altro canto, non si poteva dimenticare che la guerra continuava e che, pur avendo abbandonato la Valsessera e avendo rinunciato a ripristinare il presidio di Pray, ritirato in seguito all'apertura del secondo fronte, il nemico avrebbe potuto sempre riservarci qualche sorpresa, come in effetti avvenne la mattina del 24 agosto, con la spedizione di una colonna motorizzata tedesca che rastrellò centinaia di operai allo scopo di inviarli in Germania. Sebbene, anche per l'intervento degli industriali locali, solo una parte degli operai sia stata poi effettivamente deportata, la razzia ebbe un effetto depressivo sui lavoratori rimasti e su tutta la popolazione.
Ai primi di settembre, comunque, ripresi i contatti con i membri dei comitati sindacali aziendali e con i nuovi responsabili, fu possibile avviare e condurre a buon fine l'azione sindacale culminata con la firma del contratto di Coggiola, il 13 settembre, negli uffici della direzione del lanificio Bozzalla e Lesna, cui presi parte unitamente alle delegazioni operaia e industriale.
Per tutto l'autunno nelle fabbriche fu un susseguirsi di azioni sindacali per l'assetto dei problemi rivendicativi e per l'estensione dell'accordo anche alle altre aziende non tessili; si concordò anche con gli industriali la distribuzione mensile ad ogni dipendente di un pacco alimentare molto consistente.
La situazione sindacale nel Triverese non presentava condizioni di maturità e combattività come in Valsessera, il centro principale di agitazione era alla Anselmo Giletti la maggior fabbrica di Ponzone, ma l'abbandono della fabbrica da parte dei proprietari, fece venir meno la controparte, per cui le richieste operaie si protrassero nel tempo con risultati inferiori rispetto a quanto acquisito in Valsessera. Pochi contatti ebbi anche con i lavoratori delle decine di piccole aziende operanti nella conca che abbraccia Mosso Santa Maria; difficili erano anche i contatti con la Ermenegildo Zegna di Trivero, soggetta a quel tempo al paternalismo padronale, e limitati i nostri contatti con i responsabili sindacali al reparto meccanico e con quelli della ditta Mario Zegna.
Verso novembre, tramite Giovanni Vogliolo, fu possibile il primo incontro dei responsabili sindacali delle valli, avvenuto alla Colma nei pressi di Pavignano; erano presenti oltre al sottoscritto, Ercole Ozino per la valle Strona, Mario Vietti e Domenico Carlino per la valle di Andorno, un rappresentante dei lavoratori cattolici, Lombardi, ed il socialista Ottavio Capra: rappresentavamo la risorgente Confederazione generale italiana del lavoro. Altre riunioni si ripeterono presso l'osteria della Colma sino alla fine del 1944, e ripresero poi verso la fine del febbraio 1945, dopo l'interruzione causata dalla forte nevicata e dal grande rastrellamento invernale. Sempre nell'autunno 1944 svolsi numerose riunioni all'aperto con i responsabili delle fabbriche, per informarli sugli esiti della riunione della Colma e sulle azioni da promuovere in seguito alla firma del contratto di Coggiola.

Riprendono i rastrellamenti

Le festività di fine 1944 in Valsessera trascorsero nel clima teso provocato dalle voci circa un imminente rastrellamento che avrebbe assunto proporzioni mai raggiunte fino a quel momento. D'altro canto, il grande lancio del 26 dicembre che aveva permesso di fornire le formazioni partigiane di un adeguato armamento per portare un maggior peso offensivo alle azioni di guerriglia, dimostrava che l'invito del generale Alexander ad abbandonare la lotta e a smobilitare sino alla primavera non si doveva accettare.
Il comando della 12a divisione, considerate le difficoltà di sistemare le formazioni nel Biellese orientale in modo da reggere al rastrellamento, decise di spostare nel basso Monferrato la 109a brigata. La lunga marcia (100 chilometri) fu coronata da successo e la brigata si attestò nei comuni di Cocconato, Montiglio, Cunico e Odalengo, meritando il giusto riconoscimento da parte delle popolazioni per il comportamento di unità militare disciplinata, rispettosa dell'ospitalità ricevuta, fattore politico importante per valorizzare la lotta di liberazione.
La copiosa nevicata del 7 gennaio 1945 quasi cancellò ogni segno di vita, creando difficoltà alla realizzazione del piano operativo del comando nazifascista; il primo reparto ad arrivare in Valsessera fu una compagnia della fanteria del ricostituito esercito della Repubblica di Salò. Seguirono per tutto gennaio e febbraio puntate di altri reparti e di brigate nere, che si risolvevano in marce di trasferimento, perché il comando partigiano faceva loro trovare vuoto assoluto. La nevicata limitava anche l'avvicendarsi dei reparti rastrellatori alle sole strade che portavano nei luoghi abitati, per cui la mia presenza nelle case ospitali di Mucengo creava uno stato di allarme quasi quotidiano, perciò, verso la fine di gennaio, decisi di raggiungere Postua.
Per la sua posizione, Postua non aveva ancora subito il rastrellamento, ma il clima di paura era percettibile. Verso la metà di febbraio il sole aveva già sciolto una parte di neve e fece così la sua apparizione un reparto del genio, creando allarme nella popolazione. Seguendo l'avvicinarsi di quel reparto, raggiunsi Roncole, ultimo abitato della valle Strona, e, al sopraggiungere dei rastrellatori, una baita abitata da una famiglia. Fui accolto con un certo disagio in quanto, sia a Postua che nei paesi vicini, correva voce che i rastrellatori cercassero un capo di nome Secondo; accettarono comunque la mia presenza, offrendomi parte della loro modesta cena per poi proseguire il discorso sul fascismo e sugli scopi della lotta di liberazione. Mi distesi quindi su un po' di fieno e rimasi nel dormiveglia fino all'alba.
Alternandosi con i figli al posto di osservazione, per segnalare quanto si muoveva sulla mulattiera, il padrone della baita, verso le 8 del mattino, cominciò a scorgere figure in lontananza; diede l'allarme: i figli scomparvero come scoiattoli tra gli arbusti che salivano dietro le baite e io feci altrettanto. Giunto in un punto da cui potevo ossaervare le manovre dei fascisti, vidi gli ufficiali che comandavano il reparto consultarsi sulla carta geografica e, invece di proseguire per la valle, deviarono verso l'alpe Albarej. Quando furono distanti, scesi per ringraziare i miei ospitanti e, rifornitomi di una gerla, partii per raggiungere la cascina di un alpigiano, unico abitante nelle baite al bivio per il Panin e il Gavala; sua moglie mi fece da guida per raggiungere Guardabosone, camminavamo osservando sull'altro versante i soldati che, giocando sulla neve, scendevano dall'alpe Albarej. A Guardabosone incontrai il compagno Edovilio Caccia (Tedy) e la sua famiglia; pernottai in una casetta fuori dal paese e rientrai quindi a Postua, avendo il reparto fascista abbandonato la zona.
La notte del 21 febbraio 1945, verso mezzanotte, mi svegliò un gran frastuono, sentii imprecazioni e ordini provenire dalla strada principale di Postua; cosa insolita a quell'ora perché, calata la sera, non si incontrava più anima viva. Con la dovuta precauzione mi vestii e raggiunsi, dietro una fitta siepe, l'angolo che fronteggia il portone d'entrata dell'asilo delle suore Maddalene. Rischiarato dalla debole illuminazione pubblica si presentò ai miei occhi un gruppo di brigatisti neri che con spallate e il calcio dei fucili picchiavano alla porta d'entrata, intimando di aprire pena l'incendio dell'asilo. Ero a conoscenza che nell'asilo (diretto dalla giovanissima suor Teresina) avevano spesso trovato rifugio perseguitati dal fascismo; quella notte vi pernottavano Aurelio Bussi, il fratello Pierino, la cognata e le nipoti. La delazione era certamente dovuta ad una spia che risiedeva a Postua.
Il diario di suor Teresina annota il 21 febbraio 1945, dalle ore 23 alle ore 3, l'occupazione, le minacce, anche di morte, per le suore che tardavano ad aprire, le perquisizioni stanza per stanza, nei letti ed ogni angolo della casa, le maledizioni e l'incredulità nel non trovare i ricercati a colpo sicuro, sfuggiti nonostante la casa circondata. Distrutte le scorte alimentari che non potevano trasportare, fecero man bassa di tutte le vivande e, con ulteriori minacce, lasciarono il luogo della loro fallita impresa. Non fu però un miracolo: in una stanza, infatti, sul soffitto, era ubicata una botola per salire nel solaio; appena svegliati dalle grida degli ufficiali i fratelli Bussi erano saliti in solaio, avevano tirato su la scala e chiuso la botola, non rivelata dalla fievole luce utilizzata nelle stanze dove dormivano le suore.
Verso la fine di febbraio, erano presenti a Postua anche i compagni Carlo Bartolini (Fosco), perseguitato politico, e Gino Morandi (Pellico), del servizio di sussistenza. Il mattino del 2 marzo 1945 eravamo in conversazione sulla strada principale nei pressi della cooperativa di consumo, quando un abitante tutto trafelato ci informò che una pattuglia di militi fascisti stava scendendo dalla mulattiera della Madonnina proveniente da Agnona; quasi increduli, visto il senso di sgomento del nostro informatore, Bartolini e Morandi, con un nostro collaboratore del luogo, seguirono la strada che attraversa il paese verso Roncole, io mi avviai invece per la mulattiera che porta a S. Rocco-Guardabosone; erano trascorsi pochi minuti quando sentii raffiche di mitra rimbombare nella vallata. Trovato rifugio nella casa della gerente della cooperativa, venni informato che Bartolini e Morandi, fatte poche centinaia di metri, si erano trovati di fronte il pattuglione ed erano stati fermati; il collaboratore invece era riuscito a dileguarsi, sebbeno fosse stato fatto segno dalle raffiche che in precedenza avevo sentito. Quel giorno sembrava non dovesse più finire: purtroppo verso le 16 altre rabbiose scariche di mitra presagirono un momento doloroso: Bartolini e Morandi erano stati fucilati vicino al torrente Strona. Compiuto il delitto, la pattuglia rientrò nel presidio via Guardabosone-Agnona: anche quella nefasta sorpresa era certamente opera di un'altra spiata, come dimostra il fatto che i fascisti giunsero a Postua evitando i centri abitati della strada normale, sapendo che saremmo stati messi in allarme molto prima.

Lo sciopero pre-insurrezionale

Dopo l'uccisione di Bartolini e Morandi, lasciata Postua in preda alla paura, ritornai a Mucengo di Pray allargando i contatti con i compagni di partito e dei comitati sindacali di fabbrica per l'aggiornamento delle singole situazioni. Nel frattempo, partecipai ad una prima riunione sindacale dopo la parentesi invernale e il grande rastrellamento, che andò esaurendosi verso la prima decade di marzo; in quei giorni iniziarono i cannoneggiamenti da Grignasco che raggiungevano Pray e dintorni, con gravi danni alle cose e feriti tra la popolazione. Ricordo che, avviandomi con la mia bicicletta lungo la strada per Ponzone-Crocemosso, venni salutato dai primi colpi di cannone; raggiunsi quindi il luogo dove si svolgeva la riunione sindacale, a cui erano presenti i responsabili delle valli biellesi che, nel frattempo, sulla base dell'accordo di Coggiola, avevano portato avanti una trattativa sindacale per un contratto valido per tutto il Biellese, la cui definizione e firma avrebbe dovuto avvenire in un secondo tempo, previo accordo con le parti, e che in effetti si realizzò in seguito e che fu poi conosciuto con il nome della località in cui fu siglato: il "Quadretto" di Andorno. Marzo si chiuse con questo grande evento sindacale che segnò la contrattazione diretta tra le parti dopo vent'anni di corporativismo fascista e si giunse ad aprile, mese che sarebbe stato determinante per la guerra mondiale e la nostra liberazione.
Nel Biellese orientale avevano preso corpo gli organismi di potere locale sanzionati dal Cln delle valli, inoltre, già dall'autunno 1944, erano sorti i Gruppi di difesa della donna, presenti in ogni iniziativa politica e sindacale, i quali promuovevano la raccolta e il confezionamento di articoli di lana per i partigiani che dovevano affrontare l'inverno.
Così si presentava la popolazione del Biellese orientale all'appuntamento dell'aprile 1945, con un movimento di lotta che si apprestava allo sciopero del 18 e 19 aprile, premessa dell'insurrezione. I giorni precedenti furono destinati alla preparazione della marcia-corteo che si sarebbe conclusa con il concentramento di lavoratori e popolazione a Pray. Il lavoro organizzativo per questa grande giornata fu fecondo ed il mattino del 19 ai punti di ritrovo per la partenza della grande marcia vi erano tutti, consapevoli del significato che assumeva la loro presenza e galvanizzati anche dal fatto che sarebbero intervenuti Moscatelli e Gemisto a portare il loro saluto.
I due cortei principali, partiti da Coggiola e da Ponzone, si ingrandirono strada facendo; gli orari di marcia furono rispettati e completati gli arrivi; Moscatelli giunse come se fosse stato paracadutato. Pronunciò brevi parole annunciando la prossima liberazione, la fine delle sofferenze che la guerra e il fascismo avevano procurato al popolo italiano, poi si allontanò immediatamente quasi con fretta; ci fu forse un po' di delusione, attenuata però dal pensiero che gravosi impegni lo richiedevano altrove. Chiusi la manifestazione ringraziando tutti i partecipanti e li invitai ad essere sempre uniti anche dopo la liberazione per proseguire nella costruzione di una società più giusta.
Sempre nei giorni precedenti la Liberazione ebbe luogo in un'osteria di Andorno una riunione del Comitato federale ristretto per discutere l'uscita del settimanale del partito e il titolo della testata. Fu scelto quello proposto da me, "Vita nuova", ma il periodico ebbe vita breve; discutemmo anche altre questioni organizzative. La Valsessera e il Triverese erano ormai liberi e i nuovi organi di potere locale, così come le organizzazioni democratiche di massa, stavano predisponendo la loro presenza nella vita pubblica.
Con la Liberazione il mio compito si avvicinava alla conclusione, quale membro del Comitato federale della Federazione biellese fui incaricato del lavoro sindacale fino alla fine del luglio 1945; rientrai quindi ad Asti, dove mi fu affidato l'incarico di segretario della Camera del lavoro.


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