Benvenuto Santus (Falco)
Scioperi e conquiste operaie
"l'impegno", a. II, n. 1, marzo 1982
© Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nelle province di Biella e Vercelli.
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Nel gennaio 1944 si sviluppò nel Biellese uno dei primi scioperi che, per la compattezza dei
lavoratori, piegarono gli industriali lanieri.
Sul carattere dello sciopero, così riferivo a quei tempi, in una
relazione1: "Provvidi a recarmi a Biella
per rendermi conto con precisione di cosa succedeva. Trovai il compagno
Vecchio2 della Segreteria, da lui ebbi le prime informazioni precise, trovammo diversi operai, di diverse aziende tessili, metallurgiche e del
cuoio che tornavano dal lavoro, lo sciopero stava diventando totalitario e prendeva la forma, oltre che di
sciopero economico, di sciopero politico di protesta e di solidarietà per la liberazione di circa trenta operai ed
operaie arrestate da Rivetti".
Fin dal 14 dicembre 1943 era scoppiato un primo sciopero a Crevacuore. Il compagno Gemisto,
allora comandante del distaccamento "Pisacane", dislocato sopra le alture di Postua, era sceso e, bloccato il
paese, era intervenuto per dirimere una controversia tra gli operai e la ditta Federico Bozzalla. Gemisto
aveva arringato i lavoratori: "l'entusiasmo degli operai era stato grande, la loro fusione con i partigiani
completa, tutti gli operai si erano privati della colazione per i partigiani, le altre fabbriche erano state invitate a
scioperare per solidarietà".
Si trattava del primo sciopero che avveniva a Crevacuore dopo il fascismo. Qui non c'erano stati, come
nel resto del Biellese, soprattutto a Biella, Pray, Coggiola, Valle Mosso, gli scioperi del marzo-aprile 1943.
Era uno sciopero però che, oltre alle esigenze dei lavoratori, rispondeva a esigenze tattiche della lotta
partigiana. Si mirava a spostare l'attenzione dei tedeschi e dei fascisti, che in quei giorni, "sia in seguito alla
distruzione del Lavoro Biellese3 sia in seguito allo sciopero di Tollegno che s'era appena concluso", si accentrava
sulla città di Biella.
Il 15 dicembre 1943 lo sciopero si era allargato a Pray ed a Coggiola. Della cosa discuteva il
Comitato Federale del Partito riunitosi sabato 17 sotto la presidenza di
Tito4: "Riconoscendo nello sciopero una
delle armi migliori da usare quale sabotaggio al piano economico di produzione dei tedeschi nella nostra
regione e riconoscendo nelle masse la maturità a sostenere l'agitazione ed a condurla, decidemmo di allargarla,
nei limiti del possibile, a tutto il Biellese".
L'agitazione si iniziò lunedì 19 e martedì 20 dicembre: un volantino tirato al ciclostile che fissava
le rivendicazioni e invitava allo sciopero era stato diffuso in tutto il Biellese.
La relazione precisa che "un biglietto di
Antonio5 ci informava che a Milano, Genova e Firenze scioperavano".
Grandiosi comizi, tenuti dai comandanti partigiani e da altri compagni, ebbero luogo in quei giorni a
Trivero, Pratrivero, Ponzone, Valle Mosso e Cossato. Grande era l'entusiasmo: vecchie operaie correvano
piangendo a baciare le bandiere rosse che, dopo tanti anni, rivedevano la luce del sole durante la lotta, i giovani
cresciuti sotto il fascismo che non conoscevano neanche il significato della parola sciopero vi partecipavano con
tutto il loro entusiasmo.
Intanto una Commissione era stata creata per condurre le trattative con gli industriali, ma giovedì 22 a
Valle Mosso giungevano i tedeschi per soffocare lo sciopero, proprio nello stesso giorno in cui a
Borgosesia avvenivano le prime fucilazioni di massa ed una decina di camion da Borgosesia partivano e, attraverso
la Valsessera, puntavano su Crocemosso terrorizzando tutta la zona con incendi, grassazioni,
sommarie fucilazioni, assassini e ferimenti di contadini sul lavoro in aperta campagna. Erano le prodezze
della "Tagliamento".
A Valle Mosso, scrivevo nella relazione, " furono convocati in Municipio alcuni industriali dai quali
i tedeschi pretendevano che fossero segnalati i fomentatori dello sciopero. Nelle vicinanze del municipio vi
è una casa operaia e, non si sa bene se, su indicazione degli industriali, o di loro iniziativa, i tedeschi
vi prelevarono tutti gli uomini, e davanti agli occhi esterrefatti delle famiglie tre operai furono
fucilati barbaramente".
Gli operai erano stati prelevati nelle loro case poco prima di mezzogiorno, proprio mentre stavano
per sedersi a tavola colle loro famiglie. Ricordo come fu commentato l'avvenimento tra i lavoratori: essi
esasperati rendevano responsabili dell'accaduto alcuni industriali della zona che, si diceva, avessero sollecitato
la venuta dei tedeschi per troncare lo sciopero. E ricordo pure come fu commentata la cosa con quei membri
del Cln attesisti e rinunciatari che pretendevano allora non si dovesse agire contro i tedeschi perché,
secondo loro, erano militari comandati e sostenevano pure essere i tedeschi meno barbari e migliori dei fascisti.
L'ondata di violenta repressione che era culminata con l'eccidio di Biella aveva insanguinato nella
settimana di Natale tutto il Biellese. Non era opportuno continuare lo sciopero in quelle condizioni e fu redatto
un volantino che invitava alla ripresa del lavoro per lunedì 27 impegnando però tutti gli industriali a
soddisfare le rivendicazioni operaie.
Diversi industriali infatti avevano aderito all'invito e di loro iniziativa avevano trovato modo di
andare incontro alle richieste dei lavoratori, ma erano pochi, solo quelli che meglio si sentivano legati alla lotta
di liberazione.
Altri continuavano a resistere, anzi si sentivano più forti anche per l'appoggio che loro era venuto dal
capo della Provincia, che aveva preso posizione contro la rivendicazione delle 192 ore. Con una sua
circolare, comunicata anche dall'Unione Industriale a tutti i suoi associati, il prefetto fascista ordinava che
fossero trattenute le 500 lire di premio consegnate agli operai quale rifusione del ritardato aumento dei salari.
Molti industriali si dimostrarono ossequienti a quest'ordine, resi forti dalla ripresa di reazione fascista
e tedesca nel Biellese che, seminando il terrore e la morte, aveva ridato loro tutta la prepotenza del
ventennio. Perfino alcuni che, di fronte alle Commissioni Operaie, si erano impegnati a pagare cercarono di
sottrarsi all'impegno adducendo un mucchio di scuse.
Però lo scontento delle fabbriche si allargava e si organizzava lo stesso. La situazione era difficile per
ogni famiglia operaia: tutto si doveva comperare a borsa nera ed a caro prezzo. Gli industriali che prima
avevano creato e sostenuto il fascismo arricchendosi coll'affamamento dei lavoratori potevano continuare a
collaborare coi tedeschi. Ad essi vendevano ancora più maggiorati gli stock di magazzino ed operavano guadagni
enormi facendo pagare ad altissimo prezzo partite di tessuti che erano state fatte con materia prima
d'assegnazione. Invece alle famiglie operaie mancavano la carne, le uova, l'olio, i grassi, il riso, la pasta e perfino la
polenta e le patate, mentre tutti sapevano che le stesse cose abbondavano nelle case dei Rivetti e dei Cerruti,
dei Giletti, dei Fila, degli Zegna, dei Gallo, dei Botto e dei Trabaldo-Togna sulla cui tavola ogni giorno
non mancavano il pane bianco, i grissini ed il prosciutto.
I nostri compagni lavoravano. Ripresisi dal momento di esitazione provocato dalla settimana di sangue,
la loro azione si faceva sentire in modo efficace nell'organizzare il malcontento delle masse. Fu così che
da Rivetti a Biella "l'agitazione cominciò a scoppiare nel pomeriggio di giovedì 12 gennaio, mentre venerdì
13 venne iniziato lo sciopero bianco totalitario".
Ancora una volta, come nel marzo del 1943, era la Rivetti a dare il via. Fu deciso di far entrare in
sciopero tutto il Biellese. Si presero immediatamente contatti con i compagni di Cossato, Valle Mosso, Ponzone
e della Valsessera e con i comandi dei distaccamenti garibaldini operanti in zona: il "Piave", il "Pisacane",
il "Matteotti". Nella settimana dal 15 gennaio in avanti tutta la zona entrò in agitazione. A Crevacuore,
Pray, Coggiola, Trivero, Pratrivero e nelle altre fabbriche del Ponzone lo sciopero aveva avuto luogo con
l'appoggio delle forze partigiane e in tutte le località, dove si era scioperato, gli industriali erano stati costretti a
pagare integralmente, in viveri od in contanti, le 192 ore.
Dallo sciopero, gli operai erano usciti fiduciosi, più uniti e più forti e si era rafforzata tutta
l'organizzazione politica ed il movimento di appoggio ai partigiani. "Vengono fatte nelle fabbriche sottoscrizioni per i
valorosi partigiani, vengono presi nuovi contatti colle fabbriche anche con quelle piccole, dove prima non c'era
stato modo di penetrare".
Così si rafforzava il Partito ed il movimento sindacale, si prendevano, nel pieno della lotta, contatti nuovi,
si creavano le basi di nuove cellule del partito, si portava avanti la campagna di tesseramento e di proselitismo.
Quanti compagni, quanti lavoratori, ricevendo l'importo delle 200 ore sotto le feste natalizie avranno
ricordato che esse sono il frutto di quella lotta per il pagamento delle 192 ore che erano state ottenute con i
valorosi scioperi del dicembre 1943 e del gennaio 1944 sviluppatosi in tutte le zone industriali? Così, come
molte altre conquiste dei lavoratori, anche le 200 ore sono costate sacrifici, lotte e sangue. Decine e decine
di caduti da Borgosesia a Crevacuore, a Valle Mosso, Cossato, Biella ed in altre parti d'Italia segnano, col
loro nome, le tappe gloriose di questa lotta alla quale aderirono tutti i lavoratori senza distinzione.
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