Pietro Rastelli

Pagine di storia della brigata partigiana "Strisciante Musati"*



Il Comando convocò un rapporto1 dei capi squadra e di plotone: lo presiedevano Cino e Ciro.
"Vi ho qui riuniti - disse Cino - per rendervi edotti sulla nostra situazione. Da fonte sicura abbiamo appreso che sta per essere iniziato un grande rastrellamento da parte dei nazifascisti2. L'obiettivo che il nemico si propone è di distruggerci definitivamente. Il nostro armamento, lo sapete, è alquanto sommario, la scorta di munizioni è pure minima, perciò non potremo opporre resistenza ad oltranza. D'altronde la nostra è guerriglia, perciò dovremo suddividere le nostre formazioni in tante piccole squadre". Fummo tutti d'accordo. "Una di queste squadre dovrà scendere in pianura per attaccare il nemico alle spalle, per disorientarlo".
Il capitano Ciro si incaricò di formare le squadre ed io scelsi ed ottenni quella che sarebbe scesa al piano. I dieci uomini, con cui avevo già combattuto diverse volte, arrivarono un mattino dal Baranca. Avevano con sé una lettera di Attilio Musati che diceva: "Caro Pedar, t'invio dieci degli uomini migliori, che tu conosci già. Ti ho mandato questi perché so che il compito che dovrai svolgere sarà difficile: ti auguro buona fortuna e ti abbraccio forte". Povero e caro Attilio che non avrei rivisto mai più!
Passai in rivista la mia piccola ma forte squadra. Il vice comandante era il valoroso Martin Valanga (Martino Giardini); gli altri: Franco Ardizzone, studente genovese, Silvio Varalli, fratello di un caduto, Giuseppe Boggio (Sipin), Guerrino Agnesetti (Guerra), Giovanni Battista Streppone, Ubaldo Sfardini (Camoscio), Stefano Chiaberta (Tota), Ivo Collovati (Collo), Paolo Accornero (Sistema): tutti ragazzi in gamba.
Partimmo su di un automezzo l'alba del giorno dopo. Arrivati nei pressi di Varallo, ci fermammo per proseguire a piedi.

Non dar tregua al nemico

Si sapeva che i fascisti ed i tedeschi giunti a Varallo aspettavano rinforzi per attaccare, con manovra avvolgente, i nostri a Fobello ed a Rimella. Perciò la sera dello stesso giorno ci appostammo nei pressi di Roccapietra, in un punto che domina l'accesso del paese. Non dovemmo aspettare molto per veder sbucare alcune corriere provenienti da Quarona cariche di soldati. Aprimmo il fuoco cui subito risposero, poi, visto che si erano riparati all'interno di alcune case, sparammo ancora alcune raffiche e ci allontanammo. Anche quella notte non l'avrebbero trascorsa tranquillamente.
Passarono alcuni giorni senza che potessimo individuare alcun soldato nemico che transitasse: certamente il numero di armati si era completato, dal momento che nessun rinforzo giungeva. Dunque l'attacco era imminente.

La morte di Musati e Maina

In una sera di attesa forzata, mentre si discuteva di come agire quando avrebbero attaccato il comando, vedemmo giungere un nostro informatore trafelato e piangente. Appena fu tra noi si buttò a terra singhiozzando: "Hanno ucciso Musati e Maina!"3. Non riuscivamo a convincerci che fosse vero; ma purtroppo quei due cari ragazzi non erano più. Ci raccontò, tra la costernazione generale, come si erano svolti i fatti. Clemente Maina, che apparteneva alla squadra di Ranghini, aveva trovato la morte durante un attacco che, iniziatosi nei pressi di Loreto (Varallo), era terminato dopo un sanguinoso scontro verso Crevola. Molti altri erano rimasti feriti, ma Ranghini era riuscito a condurli in salvo. Musati invece, preoccupato per l'arresto di sua sorella da parte dei fascisti, era sceso a Varallo per recarsi di nascosto da sua madre. Lungo la strada che scende dal Sacro Monte, vista una postazione nemica, l'aveva attaccata con la sua solita irruenza ed era caduto colpito al petto. Le belve fasciste, non paghe della sua morte, lo trascinarono barbaramente in piazza e gli appuntarono al petto un cartello con la scritta: "Bandito". Sua madre, appena saputa la triste notizia, con il coraggio che solo una madre può avere, si era precipitata verso il luogo dove giaceva il suo Attilio e, inginocchiandosi e accarezzandolo, tolse quella scritta ingiusta ed infame dicendo, rivolta ai carnefici: "Non è un bandito mio figlio, era un patriota". A quel racconto le lacrime ci scendevano senza che ce ne accorgessimo. Ad un tratto Varalli si asciugò le lacrime e disse: "Sento per Attilio lo stesso dolore che provai alla morte di mio fratello Gino, ma anche allora ciò che mi fece animo fu il pensare che la strada da seguire era quella del dovere indicatoci dai nostri caduti". Quelle parole che racchiudevano, colla loro semplice espressione, il dolore e la rassegnazione di chi era già provato, ci dettero la calma. Quei martiri, ancora una volta come già molti altri, ci indicavano la via dell'onore e della giustizia, ed i nostri sguardi si incrociarono in un muto giuramento: "Saremo anche noi degni di loro".

Il rastrellamento è imminente

Il mattino seguente abbandonammo la zona di Roccapietra e ci appostammo nei pressi del ponte della Pietà. Mentre stavamo prendendo posizione, arrivò all'improvviso a tutta velocità una camionetta con a bordo tre tedeschi (probabilmente ufficiali). Facemmo appena in tempo a sgranare alcune raffiche di mitra. Vedemmo uno dei tedeschi accasciarsi, ma la macchina proseguì, senza rallentare, verso Borgosesia.
Si sapeva che l'attacco a Rimella doveva essere imminente, perciò, per organizzare un diversivo, decidemmo di effettuare un attacco di una certa importanza.
Mentre salivamo verso il nostro rifugio incontrammo tre giovanotti che subito riconoscemmo; erano: Piero Quazzola, partigiano proveniente da Rimella, Bernardino Longhetti e Roberto Falcione (Falciun). Chiesero di poter far parte della nostra squadra, il che avvenne, tanto più che avevamo alcune armi di scorta.
Il tempo stringeva, bisognava tenersi pronti a combattere con tutte le forze quando il nemico avrebbe attaccato, stringendo in una morsa i nostri compagni nelle valli.
Inviai una staffetta all'accampamento di Mario Vinzio (Pesgu), che si era spostato da Grignasco e si era stabilito temporaneamente nei pressi di Agua (Cellio). L'uomo inviato tornò alla sera e mi informò che il Pesgu ci attendeva per agire di comune accordo.
Ci incontrammo all'alba del giorno seguente con grande piacere, essendo passati parecchi giorni dall'ultimo incontro. Mario ci presentò il suo esiguo gruppo: una dozzina di uomini in tutto, di cui solo alcuni erano armati in modo efficiente.

Un piano audace

Il miglior modo per infliggere al nemico un duro colpo sarebbe stato di poterlo attirare in buon numero sulla rotabile Varallo-Borgosesia, durante le ore notturne. Per raggiungere questo scopo pensammo di attaccare la caserma dei carabinieri di Borgosesia nelle ore notturne. Ciò avrebbe senz'altro indotto il nemico a venire di rinforzo, permettendo a noi, con un rapido spostamento, di attenderlo nei pressi del ponte della Pietà. Quel luogo, a noi già noto, si prestava magnificamente per un attacco, anche se condotto da forze esigue.
Mentre con Pesgu si discuteva sull'imminenza dell'azione, venimmo distolti dal richiamo della sentinella. Erano alcuni uomini del Pesgu che venivano verso l'accampamento seguiti da tre carabinieri. "Li abbiamo pescati nella frazione qui vicina - disse uno della pattuglia - e, pensando che avrebbero potuto segnalare la nostra presenza nella zona, li abbiamo condotti qui". "Avete fatto bene - risposi - ci serviranno da guida".
Interrogati, i carabinieri ci dissero che la caserma era forte di una dozzina di uomini con scarso spirito combattivo. Uno dei militi, che era di origine veneta, ci disse che molti sarebbero passati volentieri dalla nostra parte, perciò decidemmo di effettuare un colpo a sorpresa, guidati da loro che dovevano rientrare la sera stessa in caserma: il che non avrebbe destato sospetto, permettendoci di entrare di sorpresa e trattare con il maresciallo. Compiuto questo, avremmo fatto telefonare dal maresciallo dei carabinieri al presidio fascista di Varallo facendogli dire che un esiguo numero di "banditi" aveva circondato la caserma e di inviare dei rinforzi. Appena avuta risposta affermativa del sopraggiungere di questi, ci saremmo appostati ad attenderli come prestabilito.
Radunammo gli uomini e li mettemmo al corrente dell'azione che si sarebbe svolta.
C'era, tra gli uomini di Pesgu, un tipo che era stato inviato precedentemente dal Comando e che si era allontanato poche ore prima. Costui non piaceva a nessuno perché, essendo stato inviato dal Comando come aiutante di Pesgu, si permetteva certe libertà che non contribuivano certo alla disciplina del campo. Infatti, durante le sue frequenti "passeggiate", si fermava con tutti i civili che incontrava e pareva prendesse gusto nel far notare la presenza di partigiani nella zona.
Mentre si discuteva sul caso e sulla sua prolungata assenza, lo vedemmo arrivare. Pesgu finse di non aver notato la sua assenza e cominciò col chiedergli cose senza importanza, poi gli chiese a bruciapelo: "Dove sei stato finora?". L'interessato rispose evasivamente, evidentemente seccato. C'era qualcosa che non andava in quell'uomo, ce ne saremmo accorti la sera stessa.

Sorpresa mancata

Attendemmo le prime ombre per dirigerci verso Borgosesia e, verso mezzanotte, entrammo in paese4. Era la vigilia di Pasqua5 e certamente il nemico sarebbe stato relativamente tranquillo. Trovammo invece una sorpresa appena arrivati nei pressi delle scuole, seguendo il muro di cinta che le circonda. Appena sbucai, seguito da Varalli, Franco, Falciun, sentii intimare l'altolà. Sapemmo poi che quel tipo sospetto aveva avuto modo di avvisare il nemico, ed erano giunti rinforzi ad attenderci.
Non perdemmo la calma e, prima di sparare verso le ombre che si intravedevano dietro il monumento (a dieci metri dirimpetto all'entrata delle scuole) e pensando che potevano essere dei carabinieri, rispondemmo a nostra volta: "Chi va là?". Risposero in tedesco ed io risposi: "Siamo dei civili". Diedi alcuni ordini a Martin perché si portasse con Guerra verso la strada retrostante, con Pesgu ed i suoi due uomini, così non ci avrebbero accerchiati, nel frattempo avrebbero sparato alle finestre che si aprivano verso di noi. Poi, alzato il mitra, mi misi a sparare, imitato dagli altri.
Vedemmo una delle sentinelle cadere e rimanere immobile. La seconda spiccò un salto per raggiungere l'entrata. Ma vivo non entrò. Intanto quelli che erano nell'interno dell'edificio cominciarono a sparare, ma furono accolti dalle raffiche degli uomini appostati. Mentre si sparava venne l'Alpin (Aldo Boscardin) dicendoci che Martin e il Pesgu chiedevano il da farsi. "Di' loro che invece di telefonare dalla caserma dei carabinieri, penseranno questi a chiamare rinforzi".
"Va bene - rispose l'Alpin - ma prima voglio andare vicino a quei morti per vedere se c'è un mitra". "Fai pure - risposi - ma stai attento". Non mi rispose: era di poche parole. Lo vidi correre verso il monumento, chinarsi e ritornare con qualcosa in mano: era un mitra.
Era appena giunto in mezzo a noi quando sentimmo alcune pallottole fischiare sopra la testa: era un tedesco che proveniva dal centro del paese. Pensò Varalli a sistemarlo con una raffica di mitra. L'Alpin raggiunse Pesgu e gli comunicò di radunare gli uomini. Poco dopo ci ricongiungevamo. Dissi a Martin ed a Guerra di continuare il fuoco e di raggiungerci dopo alcuni minuti nei pressi del cimitero (dei tre carabinieri che erano con noi due scapparono all'inizio del combattimento, mentre il terzo, il veneto, rimase fino alla fine con Pesgu comportandosi sempre da buon partigiano). Dissi a Pesgu: "Siccome abbiamo insistito nel combattimento, quelli senza dubbio richiederanno rinforzi, perciò il nostro piano iniziale non cambia, anzi credo ne sia avvantaggiato dal fatto che essendo questi tedeschi e non fascisti i rinforzi giungeranno immancabilmente". Il mitragliatore lasciato di copertura tacque in quel momento ed alcuni minuti dopo arrivarono i mitraglieri. "Animo ragazzi, al ponte della Pietà" dissi loro. Guardai l'ora, era l'una.

L'imboscata al ponte della Pietà

Poco più tardi eravamo appostati al ponte6. Certamente tutti noi pensavamo che era Pasqua e che i nostri cari erano in costante pensiero per noi, ma ci sentivamo orgogliosi di batterci per quella giusta causa, tanto più che il rastrellamento doveva essere iniziato ed i nostri, in mezzo alla neve chissà come se la sarebbero cavata. L'attesa fu interrotta dal ronzio di un automezzo che scendeva verso di noi. A quell'ora non poteva essere che un mezzo nemico. Lo vedemmo infatti a circa 100 metri da noi, scendere a passo ridotto: sapemmo poi che era un plotone della famigerata "Tagliamento". Giunto a pochi metri, cominciammo a sparare, mentre Pesgu, che era al mio fianco con alcuni uomini, lanciava delle bombe a mano.
Sentimmo lo schianto delle bombe a mano unito al crepitio dei mitra. Il camion andò a sbattere contro la roccia ai nostri piedi. Scendemmo e lo circondammo. Gridai, ma ci rispose una nutrita raffica di mitra che tolse di capo il cappello a Falciun. Rispondemmo a nostra volta con bombe e mitra, poi, visto che nessuno più sparava, con cautela ci avvicinammo al camion, che intanto si era incendiato. Ci accostammo e vedemmo alcuni feriti gravi che cercavano di trascinarsi giù dall'automezzo. Balzai sul camion e li aiutai a scendere. Feci in fretta a raccogliere le armi e a buttarle a Franco ed agli altri che erano vicino. Mentre ci allontanavamo il camion scoppiò con fragore, distruggendo tutto quello che vi era vicino, compresi i feriti, con nostro grande dispiacere, perché sarebbero potuti servire per scambiarli con partigiani prigionieri e ad evitare rappresaglie.
Il plotone "arditi" della "Tagliamento" era stato annientato ed il bottino di armi era cospicuo, perciò potevamo dire che l'azione era riuscita in modo perfetto. Guerra, che era stato il primo a centrare il veicolo, era raggiante. Risalimmo verso Valmaggiore carichi di armi, contenti di essere riusciti ad infliggere un così duro colpo ai fascisti.
In seguito a quell'attacco il nemico cessò il rastrellamento per due giorni proprio mentre aveva chiuso quasi tutti i nostri in mezzo alle gole coperte di neve.
Dopo l'azione del ponte della Pietà, ci spostammo verso il Biellese, dove trovammo Franco Moranino (Gemisto) cui consegnammo le armi eccedenti. Bisognava lasciare tranquilla la Valsesia per alcuni giorni, per disorientare il nemico.

Alla ricerca dei feriti

Nel frattempo, saputo che nella zona di Rimasco alcuni dei nostri, appartenenti alla squadra comando, erano rimasti feriti, decidemmo di andare in loro soccorso. Pesgu partì alla volta di Grignasco per ingrossare le sue schiere, e noi partimmo alla volta del Monte Gavala che, posto al centro di diverse valli, costituiva un ottimo posto di azione.
Facemmo la prima tappa nei pressi del Monte Tovo dove il grosso della squadra rimase alcuni giorni per riposare e per creare un piccolo deposito di viveri in scatola, che sarebbero serviti in caso di rastrellamento. Falciun, Guerra ed io partimmo per raggiungere il Cavaglione di Rimasco, con l'accordo di ritrovarci, alcuni giorni dopo, all'alpe Grosso di Gavala.
Il tragitto fino sopra le "Isole di Vocca" venne compiuto senza eccessive difficoltà, tolti il peso dello zaino e dell'armamento. Nelle gole che attraversammo vi era ancora neve, e questo ci faceva pensare ai nostri feriti che potevano essere esposti alle intemperie e al pericolo di congelamento. Senza dubbio questo pensiero assillava Falciun che guidava la marcia dal mattino senza accennare a fermarsi. Erano le cinque pomeridiane quando dovemmo fermarci poiché bisognava attendere la notte per imboccare la provinciale che sale verso Balmuccia, Rossa e Rimasco.
Mentre si attendeva che scendesse la notte con le sue ombre protettrici e si discuteva sul da farsi per avere delle informazioni sulla situazione della zona che presto avremmo percorso, udimmo provenire da un sentiero laterale un tramestio di passi. Rimanemmo in silenzio dove eravamo e, dopo alcuni minuti vedemmo sopraggiungere un uomo vestito con abiti da lavoro che capimmo essere un boscaiolo. Lo lasciammo arrivare alla nostra altezza e, cercando di non spaventarlo, ci facemmo notare. Dopo il primo attimo di sorpresa un cordiale sorriso comparve sul viso dello sconosciuto. Capì dalla nostra pronuncia che eravamo del luogo, e si presentò col modo semplice dei nostri montanari: "Sono il Banot - disse - lavoro nella vallata a far legna". "Allora - disse Falciun - conosco i tuoi figli" e ne disse i nomi. Rotto il ghiaccio il Banot ci disse del rastrellamento effettuato dai fascisti in quei giorni e tuttora in corso.
Ci confermò le voci secondo cui alcuni partigiani feriti vagavano sui monti di Rossa e che era impossibile passare attraverso il blocco per recare loro aiuto. Ci accordammo con lui perché scendesse in basso e poi ritornasse a portarci notizie circa il passaggio dei fascisti durante la notte.
Erano circa le sette, quando il Banot risalì da noi. "Vi ho portato qualcosa da mangiare ed un po' di tabacco" disse il brav'uomo. Lo ringraziammo commossi: sapevamo che quella poca roba costava enormi sacrifici per lui, povero boscaiolo impossibilitato a fare la "borsa nera", era una parte della razione tesserata che i gerarchi fascisti "permettevano" a chi lavorava. Il Banot ci disse che la strada principale era pattugliata anche di notte da automezzi nemici. Lo ringraziammo per le informazioni e, non essendoci altra strada che quella provinciale, ci avviammo guardinghi.
Attraversato il ponte delle "Isole" ci trovammo sulla strada. Non si udiva alcun rumore sospetto, perciò ci avviammo decisamente. Si camminava già da circa mezz'ora "come i fantasmi" (così Falciun definiva le marce forzatamente silenziose), quando udimmo il ronzio di un motore proveniente dal senso opposto alla nostra marcia. Cercammo di trovare un lato della strada che ci desse rifugio, ma essendo all'altezza della località denominata "Giavine Rosse", formata da macigni franati, non potemmo far altro che portarci alcuni metri fuori strada ed appiattirci. Dopo pochi minuti vedemmo arrivare, coi fari a luce ridotta, una vettura militare seguita da due camion carichi di militi. "Spariamo?" chiese Guerra sottovoce. "No - risposi - siamo in trappola, non vedi che luogo infelice? E poi ci facciamo segnalare". Gli automezzi scomparvero lentamente alla nostra vista, e ci sentimmo alquanto sollevati. Se avessimo sparato, oltre alla nostra vita, avremmo messo in pericolo quella di coloro che stavamo cercando.
Camminando per la strada della Valgrande arrivammo a Balmuccia dove, imboccata la strada vecchia, ci avviammo verso Cerva di Rossa. Passando dinanzi ad una stalla vedemmo una luce che usciva dalla porta semiaperta. Ci accostammo, rivelando la nostra presenza ad una giovane donna che stava mungendo la sua vaccherella. La donna smise il suo lavoro e ci guardò trasecolata, pronunciando frasi sconnesse: "I fascisti, i partigiani, il bando; mio marito è in Germania, ho i bambini piccoli". Detto questo tutto di un fiato, rimase lì impalata come una statua. La rassicurammo che eravamo proprio dei partigiani, che volevamo solo alcune informazioni e, visto che ricominciava a tremare, ce ne andammo.
Si camminò tutta la notte e, passando attraverso Rossa, si giunse, il mattino seguente, in prossimità dell'alpe Cavaglione dove, ad una svolta del sentiero, incontrammo una giovane che scendeva carica di fieno. Le chiedemmo notizie sui partigiani, ed essa, subito rassicurata dal nostro modo di parlare, ci indicò un alpe più avanti, dove "c'erano dei partigiani". La ringraziammo e proseguimmo. L'indicazione era esatta. Fatte ancora poche centinaia di metri vedemmo uscire dalle baite ormai vicine degli uomini ed alcune donne. Chi ritto, chi zoppicante, tutti si misero ad agitare i loro fazzoletti: ci avevano riconosciuti. Ancora pochi metri e l'abbraccio fu generale. Eravamo tutti commossi. Celso Ranghini si soffiava il naso rumorosamente e non aveva il raffreddore, Alfredo Henrangher, ferito ad un piede, saltellava felice sull'altro sano, Rosa e Iucci Caula piangevano, felici di vedere i loro vecchi amici, coi quali avevano diviso le sofferenze della battaglia di Camasco, dove avevano veduto i fascisti bruciare le loro case. Improvvisamente una voce gioiosa interruppe tutti. Era la voce di Gianni, il cieco. "Pedar, Pedar" chiamava, ed il nostro abbraccio fu lungo.
Povero Gianni. Tenente di fanteria, era venuto coi partigiani ed aveva perduto la vista per uno scoppio7. Non vedeva più, né i nemici, né gli amici, aveva solo il suo grande cuore che lo aveva fatto combattente per la libertà e che lo teneva allegro perché gli altri non piangessero guardandolo. "Siamo venuti a prenderti, Gianni - gli dissi - per portarti al sicuro con gli altri feriti, così potrai curarti e riottenere la vista". Mentii, sapendo che il dottore, già nell'infermeria di Rimella, aveva detto che non vi era "nulla da fare per lui".
Dopo aver fatto un sommario inventario dei pochi viveri e delle poche medicine, decidemmo di tentare di scendere verso Ferrate, piccola frazione di Rimasco, alla quale si poteva accedere attraverso il colle Cavaglione. Ci avviammo, Falciun, Guerra ed io, ma dovemmo desistere dallo scendere il versante opposto a causa della neve ancora molto alta e delle slavine.
Ritornammo all'accampamento e decidemmo di partire subito (si era nel pomeriggio) per arrivare sulla provinciale all'imbrunire. Ci disponemmo in ordine di marcia. Ranghini, Falciun ed io, armati di mitra, all'avanguardia; le donne ed i feriti erano seguiti da Guerra e da Silvio Chiodo (morto in seguito a Foresto, bruciato vivo dai fascisti che lo avevano trovato ferito in una baita).
Comunicai l'ordine di marcia a Gianni, per rassicurarlo ed egli mi rispose: "Sono contento di essere con voi, e sono sicuro di arrivare a destinazione". "Grazie" risposi e si partì.

L'attacco al presidio di Valle Mosso

Il Comando partigiano nel giugno del '44 si era stabilito a Borgosesia ed a Varallo, che i fascisti ed i tedeschi avevano abbandonato per paura di rimanere intrappolati, quando pareva che il fronte stesse per cedere. Tutte le squadre partigiane si erano così sistemate nei vari paesi da Romagnano fino a Varallo ed erano in fase di riassestamento, sia numerico, per le nuove reclute che vi affluivano, sia dal punto di vista dell'armamento, per il carattere di stabilità delle posizioni occupate, che permetteva alle formazioni di recuperare armi pesanti occultate precedentemente, e grazie anche al disarmo di un centinaio di militi avvenuto a Borgosesia.
Il nostro Comando decise di attaccare il presidio di Valle Mosso, l'unico che i fascisti avevano lasciato, come punta avanzata per azioni di controllo sulla Valsesia ed il Biellese (comandava questo presidio un tenente delle Ss italiane coadiuvato da un feroce sergente maggiore che ambiva farsi fotografare vicino ai cadaveri dei partigiani da lui stesso torturati e trucidati). La conquista del presidio ci avrebbe permesso di effettuare il congiungimento delle forze valsesiane con quelle biellesi, onde incalzare il nemico8.
Alla mia squadra, che in quei giorni si trasformò in plotone, venne aggregata una squadra della "Volante Rossa" al comando di Silvio Chiodo. Il congiungimento avvenne al ponte di Aranco e di lì si proseguì, a bordo di alcuni automezzi forniti dal Comando, alla volta di Crocemosso, che sovrasta la sottostante valle Mosso.
Lasciati gli automezzi, concordai con i vari capi squadra gli ultimi dettagli per l'attacco imminente alla ex casa littoria, trasformata dai fascisti in caserma. Essa era quasi addossata alla strada che scende da Crocemosso ed essendo la strada più in alto si decise di iniziare l'attacco da quella parte. Avremmo così potuto lanciare le bombe a mano sul tetto sopperendo all'artiglieria che ci mancava e, piazzando le armi pesanti dietro al muro della strada, avremmo opposto una resistenza non eccessivamente pericolosa per noi (da quel lato infatti non si ebbe che il partigiano Sistema ferito alla coscia). Attirata così l'attenzione del nemico da quella parte, due squadre, partendo dal centro, avrebbero tentato l'aggiramento per entrare dalla parte opposta sfondando le porte.
Scoccava la mezzanotte dell'11 giugno9 quando un susseguirsi di detonazioni illuminò a giorno il tetto della caserma, squassandola fino alle fondamenta, mentre le mitraglie sgranavano i loro colpi centrando le finestre.
Dall'interno silenzio, nessuna risposta. Mentre stava sorgendo in noi il dubbio che essa fosse deserta, all'improvviso cominciarono a piovere le prime raffiche: il nemico reagiva ed aveva individuato le nostre posizioni.
Con le squadre prescelte, strisciando, mi portai ai lati, e poi nel cortile, come precedentemente disposto. Ci trovammo di fronte alle porte d'accesso. Martin Valanga scardinò una saracinesca di ferro con alcune bombe a mano poi, alcuni uomini, tra cui Pierino Quazzola e Bernardino, postisi ai lati, sollevarono d'impeto la saracinesca contorta ed entrammo. Ci trovammo in un lungo corridoio che terminava presso una scala che dava accesso ai piani superiori: una lampadina superstite ne illuminava fiocamente i gradini.
Mentre cercavamo di orizzontarci, un gruppetto di fascisti nascosti nel sottoscala guadagnò di corsa i pochi gradini e scomparve ai piani superiori. Questa loro azione ci aveva colti di sorpresa poiché noi credevamo fosse la seconda squadra penetrata dall'altro lato: il che invece non era avvenuto. Lasciati alcuni uomini di guardia alla porta, ci buttammo al loro inseguimento ma, giunti all'altezza dei primi gradini, una scarica di bombe a mano fece ruzzolare tutti gli uomini eccetto me che essendo leggermente avanti fui risparmiato. Alla luce di quella lampada maledetta, che ci aveva fatto individuare, vidi Martin, Franco ed altri gementi uno sull'altro, annaspanti con le braccia come se stessero per soffocare: infatti lo spostamento d'aria in quel luogo chiuso e le esalazioni dello scoppio erano quasi insopportabili. In quelle condizioni cercai di non perdere tempo e, da solo, sparando, mi misi a salire la scala prima di lasciare al nemico il tempo di prendere l'iniziativa.
Arrivai così a pochi gradini dall'ultimo piano e mi trovai di fronte il famigerato sergente, appostato con quattro uomini. Il mio apparire li colse senzà dubbio di sorpresa, tanto che i quattro soldati si diedero alla fuga, seguiti poi dal sergente. Puntai il mitra, ma quella volta mi tradì: il caricatore era vuoto. Non udendo sparare, il sergente si voltò e sparò a casaccio, colpendomi al petto. Fu una botta che mi fece vacillare, sentivo il sangue che saliva alla bocca e un forte bruciore che scendeva lungo la schiena da dove era uscita la pallottola. La luce della lampada diventava sempre più fioca a mano a mano che le forze mi mancavano; dovetti sedermi e poi mi lasciai andare sul pianerottolo: in quel momento vedevo i miei compagni al piano inferiore, annaspanti, poi sentii toccarmi un piede: "Forse è il sergente - pensai - che viene a darmi il colpo di grazia". Con uno sforzo mi girai con la rivoltella in pugno: non c'era nessuno. Gli uomini che avevo visto cadere si erano riavuti (erano più che altro rimasti intontiti dallo spostamento dovuto allo scoppio) e Franco era salito, mi aveva toccato il piede e, credendomi morto, si era ritirato con gli altri. La notizia della mia morte portata da Franco, spronò ancor più gli uomini che a tutti i costi non volevano lasciarmi nelle mani del nemico e la lotta si riaccese più violenta.
Intanto, raccolte tutte le mie forze, mi sollevai da terra appoggiandomi al muro che mi era vicino, impugnai con la mano sinistra la pistola, poiché la destra mi pendeva come paralizzata e mi misi a scendere la scala. Decisamente ero sfortunato: avevo fatto appena pochi gradini che mi si pararono davanti due fascisti; forse il mio aspetto li spaventò o fu la mia pistola (che quasi non potevo reggere) fatto sta che si precipitarono dietro una porta senza più uscirne. Continuai a scendere, sorretto dalla volontà di morire nelle braccia dei miei compagni e consegnare loro le mie armi, che non avevo voluto lasciare. Infilai la prima porta che mi si parò davanti, ma non era quella l'uscita, cercai di sollevare la tapparella che chiudeva la finestra ma mi fu impossibile, allora diedi una gomitata al vetro e cercai di chiamare aiuto, ma il sangue mi riempiva la bocca.
Brancolando uscii comprimendo la ferita e vidi, in fondo, il chiarore che entrava dalla saracinesca sfondata. Ancora uno sforzo e ci sarei arrivato; serrai i denti: eccoli gli uomini vicino alla porta da dove eravamo entrati. Accidenti! Quazzola, che mi credeva morto, mi scambia per un fascista e mi sgrana una raffica di mitra: per fortuna mi sbaglia; incespico e cado fra le sue braccia e degli altri compagni, che piangono: penso che sono fortunato perché se dovrò morire, sono con loro, con gli uomini che con me hanno combattuto per lunghi mesi e che non volevano lasciarmi, né vivo né morto, in mano ai nemici.
Gli uomini mi portarono su una tavola fino a Crocemosso, poi di lì, sopra un traballante camion a gassogeno, fino all'ospedale di Varallo. Per la strada fortunatamente non trovammo nessuno e quando mi scaricarono dal camion per trasbordarmi sull'autoambulanza dell'ospedale riconobbi Varallo per via dell'orologio di fronte all'effigie di Garibaldi; era ormai l'alba del giorno successivo e nel ritrovarmi al mio paese, mi pareva che non sarei dovuto morire: infatti, grazie alle cure tempestive ricevute a Varallo prima ed a Trecate, in una nota clinica poi, potei guarire e ritornare in breve tempo alla mia formazione.


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