Anello Poma (Italo)
Scioperi del dicembre '43: la validità di una scelta di lotta
"l'impegno", a. III, n. 4, dicembre 1983
© Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nelle province di Biella e Vercelli.
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I distaccamenti partigiani, nella loro fase costitutiva, incontrarono opposizioni di vario genere e
difficoltà oggettive, gravi problemi di organizzazione dei reparti nelle varie formazioni, di scelta delle loro basi
e difficoltà nei rifornimenti. Il passaggio alla fase operativa non fu, quindi, una semplice e lineare
progressione nel tempo e per questo le prime azioni, pur avendo un preciso significato, non potevano avere
grande rilevanza. La protesta operaia esplosa il 21 dicembre fu una grande occasione per i partigiani per
qualificare la loro presenza.
È certamente possibile considerare uno sciopero, specialmente di quella portata, secondo varie
angolazioni, analizzandolo nei suoi vari aspetti. Personalmente, da un punto di vista politico-militare, ritengo che
lo sciopero operaio del 21 dicembre, così come non fu un'esplosione spontanea, non ebbe nemmeno un
carattere unicamente economico-sindacale; in ogni caso coinvolse le forze politiche e sociali, o parte di esse, e
le formazioni partigiane. Queste intervennero a sostegno dell'azione operaia realizzando
un'importante esperienza e, fatto ancor più significativo, conquistarono il diritto ad esistere, segnando un punto
all'attivo della resistenza armata. Vorrei soffermarmi su quest'ultima affermazione.
Si è piú volte ribadito come esistessero posizioni disparate, se non divergenti, circa lo sviluppo del
movimento resistenziale. All'interno dello stesso movimento antifascista fu condotta una serrata battaglia politica
per affermare la necessità del passaggio all'azione e alla guerra contro i tedeschi, all'accettazione
delle conseguenze, anche sanguinose, che essa avrebbe comportato. Credo si possa individuare nello sciopero
del 21 dicembre un momento decisivo in questo senso, la prima seria verifica della validità di quella scelta.
In quei giorni, infatti, i partigiani assursero a simbolo della resistenza contro la dominazione
tedesca, conquistando un ruolo definitivo tra le forze impegnate a contrastare efficacemente sia l'iniziativa
di "normalizzazione" avviata dai tedeschi sia il tentativo operato dai fascisti per ricostruire una qualche
forma di autorità civile, da loro esercitata, ma al servizio dei tedeschi. Certamente, con ciò, i partigiani
erano ancora ben lontani dall'aver conquistato il riconoscimento pieno da parte di tutte le forze politiche
antifasciste: obiettivo che sarebbe stato conseguito solo molto piú tardi. Va ricordato, infatti, che proprio in quegli
ultimi giorni del '43, le feroci rappresaglie operate dai nazifascisti rinfocolarono ulteriormente le polemiche
già esistenti all'atto della costituzione dei distaccamenti partigiani. L'ondata emotiva, giustificata dalle
pesanti perdite umane e dalle distruzioni provocate dalle rappresaglie, diede la stura a giudizi duri, ingenerosi
e anche ingiustificati nei confronti dei partigiani.
A dispetto di quei giudizi davvero pesanti espressi da larga parte dei partiti antifascisti e da alcuni
settori dell'opinione pubblica, tuttavia, proprio in quelle settimane, il movimento partigiano affondava più
salde radici nella realtà sociale biellese, particolarmente fra gli operai delle fabbriche delle vallate,
acquistando autorità morale e suscitando persino larghi sentimenti affettivi, che resistettero a tutte le prove e ai
rovesci militari subiti nei mesi invernali. È possibile addirittura sostenere che, paradossalmente, quelle radici
si rivelarono particolarmente profonde proprio dove la partecipazione dei partigiani a sostegno dello
sciopero e delle manifestazioni che seguirono, superò i limiti entro i quali il Comando aveva stabilito
dovessero rimanere.
Ai partigiani, come è noto, venne affidato un compito di copertura, di protezione degli operai in lotta,
contro eventuali e possibili interventi intimidatori da parte dei nazifascisti. Fu un compito importantissimo e
arduo e quanto si sia rilevato determinante di fronte ad una reazione tedesca e fascista in forze lo si vide il
22 dicembre.
Non mi dilungo sulle considerazioni fatte a suo tempo, molte delle quali, fra l'altro, discutibili,
circa l'efficienza militare dei partigiani e le scelte strategiche adottate, per sottolineare piuttosto come non
vi fosse stata nessuna richiesta precisa di un intervento partigiano diretto nella conduzione dello sciopero.
I comizi di Gemisto in Valsessera e di Pensiero in Vallestrona, sconfinarono largamente dai limiti in
cui doveva mantenersi l'intervento dei partigiani e per questo furono aspramente criticati non solo dalla
parte moderata del Comitato di liberazione nazionale, che peraltro non partecipò all'organizzazione e alla
direzione dello sciopero, ma dagli stessi organizzatori sindacali e dal Partito comunista. È nota la violenta e
risentita reprimenda con la quale Battista Santhià, ispettore regionale del Pci, investì i responsabili del
comando partigiano. "Dite a quello là (il riferimento era a Franco Moranino) che faccia il suo mestiere. A dirigere
lo sciopero, a contrattare con la controparte padronale le rivendicazioni operaie ci penseranno altri".
Nonostante questi atteggiamenti, prova di come spesso le reazioni della gente non coincidano quasi per
niente con le previsioni di chi promuove e dirige i movimenti di lotta, la saldatura tra movimento
partigiano e operai fu totale e non venne minimamente incrinata dagli eventi successivi. I partigiani, ma non di
rado anche gli operai (in taluni casi, come a Valle Mosso, particolarmente gli operai) dovettero subire la
spietatezza della repressione tedesca e fascista, ma essa cementò ancora di più quella unità.
Tornando al ruolo e ai compiti assegnati alle formazioni partigiane nelle giornate di sciopero, mi
sembra meritino di essere sottolineati la quasi perfetta esecuzione dei piani stabiliti e il costo umano che gli
avvenimenti di quelle giornate provocarono. Su quest'ultimo aspetto molte parole sono state spese, spesso però
ignorando di proposito le eccezionali condizioni del momento.
I distaccamenti garibaldini avevano più o meno un mese di difficile vita: nonostante l'agiografia
celebrativa tenda ad ignorare questo difficile avvio il fatto che, ad un mese dalla loro costituzione, i
distaccamenti fossero già in grado di agire secondo quelle modalità di lotta, adempiendo completamente al loro
compito, è un dato rilevante su cui è importante riflettere. I partigiani in armi, sul finire del mese di dicembre,
non erano molti: un centinaio o poco più, centocinquanta comprendendo anche i valsesiani del
distaccamento "Gramsci", ma quei pochi diedero l'impressione di essere molti di più. Le voci che si diffusero, non solo
in quei giorni ma anche dopo, sul loro numero e sul loro armamento, certo esagerate, erano il segno di un
clima di ottimismo e di fiducia eccezionale. Nello sfacelo completo seguito all'8 settembre in cui tutto
parve dissolversi, l'azione dei reparti partigiani suscitò forte impressione e generò fiducia, in parte legittimata
dai fatti stessi: i partigiani mostrarono di essere in possesso di un'organizzazione efficiente, di una
direzione lucida e di una strategia ben definita. Valga come esempio, pur nella peculiarità di ognuno, la sintonia
di azione che caratterizzò il comportamento dei distaccamenti "Pisacane", "Piave" e "Bandiera" .
Alla luce di quei fatti, si può concludere che lo sciopero di dicembre costituì un felice collaudo per
i distaccamenti partigiani, conducendo alla creazione di solide basi di appoggio, di consenso e di
collaborazione, presupposti necessari perché un movimento partigiano possa affermarsi e vincere.
Quegli avvenimenti, però, non potevano nel contesto di occupazione straniera e di guerra in cui si
svolsero, essere indolori, ed ebbero un loro costo. E quanto non seppero e non vollero capire i critici, anche i più
seri. Si trattava di un costo che non poteva essere evitato se si voleva creare una resistenza armata e popolare.
La sola alternativa esistente in quel momento era la rinuncia alla lotta, ma questo non avrebbe risparmiato
le nostre popolazioni da altri costi, anche di vite umane, li avrebbe anzi probabilmente moltiplicati sul
piano delle sofferenze, con l'aggiunta di penose umiliazioni. È vero che tutte le nostre vallate e i centri
abitati, compresa la città di Biella, lamentarono uccisioni, ruberie e violenze da parte dei nazifascisti, ma è pur
vero che le nostre popolazioni, conosciuta in tutta la sua spietatezza la tracotanza tedesca, avevano saputo
sfidarla mostrando tutta la loro decisione nel combatterla. Da quel momento diventava più difficile, se non
impossibile, restare neutrali, anche per chi pensava di poter convivere con gli occupanti e per chi, addirittura, li appoggiava.
Lo sciopero del dicembre 1943 e le sue conseguenze fece esplodere tutte le contraddizioni all'interno
delle forze dell'antifascismo biellese. L'azione operaia rappresentò un forte stimolo per quanti credevano
nella possibilità di dare vita alla Resistenza, consapevoli che, date le difficili condizioni iniziali, essa non
avrebbe che potuto essere un atto di conquista sofferta, dura e sanguinosa, ma alla fine vittoriosa.
I reparti partigiani, malgrado errori e debolezze, seppero trarre preziosi insegnamenti da quello sciopero,
a cominciare dalla fiducia nella giustezza della scelta che avevano compiuto in condizioni di netta
minoranza. Non a caso, anche se con l'aiuto di altri fattori, l'adesione dei giovani e il loro accorrere nei
distaccamenti subì un processo di accelerazione che non conobbe soste, neppure nei momenti di crisi attraversati
dalla resistenza armata nell'inverno 1943-1944.
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