Anello Poma

Cosa è stato Nedo per i partigiani biellesi



Ricordiamo, in questo ultimo scorcio di inverno, il 40o anniversario della morte di Piero Pajetta (Nedo), primo comandante della 2a brigata Garibaldi "Biella", insignito della medaglia d'oro al valor militare. Non era originario del Biellese, e nemmeno della provincia di Vercelli, essendo nato e cresciuto a Taino (Varese) sulle rive del lago Maggiore, ma da noi compì le imprese più esaltanti della sua vita di combattente antifascista e di partigiano e qui trovò la morte. La data della sua scomparsa, si colloca attorno al 24 febbraio del 1944, giorno in cui lasciò i distaccamenti della 2a brigata, allora in fase di riorganizzazione dopo il rastrellamento del 20 di quello stesso mese, nel quale era stata messa a dura prova la capacità di tenuta del movimento partigiano del Biellese. Lo ricorderemo l'8 di aprile con una manifestazione a Tavigliano, nella valle del Cervo, poco lontano da dove egli cadde, accomunandolo all'anniversario del 40o della fondazione della 2a brigata Garibaldi, di cui fu il principale organizzatore e, appunto, il comandante militare.
Il ricordo personale che conservo di Nedo non è però limitato al periodo partigiano, anche se questo resta il più nitido, giacché, avendo avuto la fortuna di essere il suo più stretto collaboratore, vissi per diversi mesi, e fino alla sua morte, in continuo contatto con lui. Credo tuttavia non privo di interesse, allo scopo di ricostruire le vicende della sua battaglia politica e alcuni tratti della sua personalità, riandare al primo incontro, che per la verità fu piuttosto informale ed indiretto. Eravamo nel febbraio del 1938, in terra di Spagna, mentre infuriava, ed era in procinto di entrare nella fase più critica, quella guerra civile provocata da un golpe militare ma, diciamolo chiaramente, se non vogliamo fare violenza alla verità storica, sorretto non solo dai paesi fascisti ma dagli ambienti reazionari del tempo, incluse le alte gerarchie ecclesiastiche. La 12a brigata Garibaldi, così chiamata perché voluta e composta in gran parte da volontari antifascisti italiani, aveva raggiunto la regione dell'Estremadura, nella parte meridionale di quel paese, per essere impiegata in una operazione offensiva in quel settore del fronte, dove la situazione languiva in una staticità inspiegabile e in stridente contrasto con quello che avveniva nelle restanti regioni.
Nei giorni che precedettero l'attacco, giunse nel paese di Campillo, in provincia di Ciudad Real, dove si apprestavano gli ultimi preparativi, un gruppo di connazionali che aveva appena terminato il periodo di addestramento a Quintanar de la Reina, ribattezzato Quintanar de la Repubblica, un paesino non lontano da Albacete, che era la base generale delle brigate internazionali. Albacete è una città nel cuore della Mancha e si trova press'a poco a mezza strada tra Madrid e Valencia. Credo ci siano passati tutti i volontari dei cinquantadue paesi di ogni continente che accorsero in soccorso a quel popolo aggredito dal fascismo, per costituire le brigate internazionali, compiendo un gesto di solidarietà che, come estensione, credo non abbia l'uguale nella storia dell'umanità. Quei giovani fecero rimarcare la propria presenza per la loro vivacità, per quanto il loro entusiasmo parve a me allora prodotto per buona parte dallo stato di eccitazione, del tutto comprensibile data l'imminente partenza per la linea del fronte.
Due di essi mi colpirono più degli altri e perciò ne ricordo il nome, vero o falso che fosse: Malegari il primo, Giovanni Pellizzari il secondo. Li osservai con interesse e curiosità non privi, credo, di una certa dose di sufficienza. Rispetto a loro mi consideravo quasi un veterano, solo perché avevo già conosciuto, nell'ottobre dell'anno precedente, il sapore del combattimento e il morso delle prime paure a Fuentes d'Ebro, di fronte a Saragoza, e poi, in uno snervante stato di all'erta, assieme alla brigata, senza però venire impiegato, nell'offensiva di Teruel. Mi ripromettevo quindi di verificare quanto di quel primitivo entusiasmo così scanzonato si sarebbe conservato al termine dell'operazione, che per loro avrebbe avuto il significato del cosiddetto battesimo del fuoco. Non ne ebbi però il modo perché, nel corso dell'attacco, mi toccò di rimanere ferito e fui trasportato in ospedale. Quando tornai alla brigata, nel marzo, in Aragona, la regione era sconvolta dai bagliori della battaglia, che si concluse con una dura sconfitta per l'esercito repubblicano. I fascisti, disponendo ormai di mezzi enormemente superiori, erano riusciti a penetrare in profondità fino a raggiungere il mare, dividendo la Spagna in due, e la brigata "Garibaldi", non meno delle altre unità impiegate per fronteggiare l'offensiva dell'esercito franchista, subì pesanti perdite e lo scompaginamento della sua organizzazione. Non rividi più quel giovane che si faceva chiamare Malegari e quella conoscenza occasionale, si sbiadì nella mia memoria, senza però cancellarsi del tutto.
Cosicché quando, nel novembre 1943, ci riunimmo nella cascina di Rodolfo Benna, a Pralungo S. Eurosia, dopo la presentazione fatta da Francesco Scotti (Grossi) di uno dei presenti, proposto poi, nel corso della stessa riunione, ad assumere la responsabilità del Comitato militare che vi costituimmo, i miei ricordi si risvegliarono prontamente. Osservai che la mano destra era fasciata da un guanto di pelle, e non ci voleva molta fantasia per capire che mascherava un arto artificiale, ed era piuttosto facile per me intuire dove si era procurato quella mutilazione. Dichiarò che avrebbe assunto il nome di battaglia di Nedo, senza rivelare la sua identità, come era nel costume di quei tempi eccezionali, né io al momento mostrai interesse a conoscerla. Tuttavia, al rientro, mentre scendevamo verso Tollegno e Miagliano, trovandomi solo con lui e Scotti, lo apostrofai con fare naturale ma deciso dicendogli: "Senti un po', sbaglio oppure hai combattuto in Spagna e ti facevi chiamare Malegari o qualcosa del genere?". Egli guardò Scotti, che si sforzava di frenare un sorriso, e ridendo a sua volta mi batté la mano sulla spalla a titolo di conferma, senza aggiungere altro.
Non ritornammo sull'argomento ne allora né dopo, perché non ce n'era alcun bisogno. Appresi invece altri particolari della sua vita, che allora interessavano maggiormente, specialmente quelli inerenti all'attività svolta a Parigi, nella organizzazione dei francs-tireurs-partisans e della loro attività operativa che, non guasta dirlo, infersero colpi micidiali alle forze di occupazione tedesche nella capitale francese. In quei gruppi, che in Italia imparammo poi a chiamare "gappisti", era presente, sia a Parigi e forse più ancora a Marsiglia, una nutrita schiera di italiani, assieme a spagnoli e polacchi. Non è stata fatta una indagine conoscitiva ma, scorrendo le varie storie generali e parziali della Resistenza italiana, si incontrano non pochi personaggi che si erano formati in precedenti battaglie in Spagna prima e nella Resistenza francese poi. Per Nedo la esperienza di Parigi fu certamente importante agli effetti della sua formazione e crescita di militante rivoluzionario e, nello specifico, nella conoscenza dell'arte della guerriglia.
Quei particolari avevano un nesso strettissimo con l'attività che cominciammo a svolgere, in quanto erano legati al progetto da noi accarezzato, e sostenuto da Nedo con particolare fervore, ma mai realizzatosi, di poter organizzare accanto ai distaccamenti partigiani in montagna e nelle valli, dei gruppi armati capaci di portare la loro offesa nel cuore della stessa città di Biella. La cattura di Mario Mainelli, Ettore Carlino e del professor Angelo Cova, riunitisi nell'abitazione di quest'ultimo in Biella, ad opera della polizia germanica, intervenuta a colpo sicuro e quindi a seguito di una spiata, la conseguente deportazione nei campi di concentramento tedeschi, dai quali solamente il Carlino sopravvisse, decapitò l'organizzazione che Nedo aveva cercato di costruire. Penso che il progetto dovesse comunque essere abbandonato perché i pochi tentativi intrapresi, a parte il rischio, costringevano gli autori ad abbandonare subito la città. Da qui la persuasione che fosse ben difficile per non dire impossibile, creare basi sicure per l'azione di gruppi di azione armata.
Mentre mi addentravo in quelle conoscenze e mi misuravo con le prime esperienze, si imponeva alla mia attenzione e ammirazione, la notevole capacità organizzativa dell'uomo che avevamo scelto come responsabile del Comitato militare e più tardi come comandante. Non fui il solo a subire l'ascendente della sua personalità e ad attingere al suo bagaglio di esperienze, trovandovi fiducia, stimoli al nostro impegno, elementi di cui a quei tempi, così duri e incerti, si aveva un gran bisogno. L'ho sostenuto in altre occasioni, lo ribadisco in questa: vi furono giovani (non molti è vero ma il numero importa fino ad un certo punto) che non si arresero alle avversità che si erano abbattute su di loro e sull'intero nostro popolo e che ne mortificavano la loro dignità di uomini e di italiani. Essi cercarono disperatamente qualcosa in cui fosse possibile ritornare a credere e qualcuno che li aiutasse a ritrovare fiducia e speranza. Nedo seppe dare risposte credibili ai loro interrogativi, guadagnandosi la loro fiducia e conquistandoli alla Resistenza. In effetti questi divennero quasi tutti protagonisti di primo piano nella lotta partigiana del Biellese e sono convinto che non poca parte di merito spetti all'opera svolta da Nedo.
Tra le altre caratteristiche di Nedo mi colpirono la sua capacità e precisione nel lavoro. La piccola stanza che era la sua residenza in Miagliano, offertagli dalla coraggiosa ospitalità di Alberto Livorno e sua moglie Carolina, era ad un tempo l'alloggio e l'ufficio del Comando militare e la giovane sua compagna, che lo aveva seguito da Parigi, Bianca Diodati, che gli aveva dato un figlio e che egli amava teneramente, fungeva da segretaria, ma non si trattava di una occasionale addetta ad una mansione che qualcuno bene o male doveva adempiere, ma di una dattilografa dotata di professionalità. Va dunque ascritto a merito di questo compagno e dirigente, che perdemmo troppo presto, il fatto che, nella sfera operativa di sua stretta competenza, aveva saputo già in quei mesi del finire del 1943, quando la efficienza e la funzionalità delle unità partigiane ancora in formazione era quanto mai approssimativa, organizzare il lavoro e il suo procedere con una regolarità e precisione quasi perfette. Va a questo punto sottolineato, allo scopo di rendere obiettivo e, per quanto mi riesce, libero da ogni influenza agiografica il racconto, che egli poté operare in un clima stranamente favorevole, dovuto al fatto che nessuno credeva possibile, e meno che mai i tedeschi, la nascita e lo sviluppo di un movimento partigiano nel Biellese, almeno nel breve periodo. Dopo le vicende di fine ottobre-primi di novembre che videro il dissolversi dei gruppi di sbandati nella conca di Oropa, in valle Elvo e in Valsessera, l'ultima cosa a cui potessero pensare i tedeschi e con loro - è pur giusto dirlo - l'intero schieramento del fronte antifascista, fatta eccezione per la sua ala estrema, i comunisti, che invece la vollero fermamente, era quella di una simile eventualità. Ma è pure un motivo di merito l'aver saputo approfittare di quelle contingenze, compiendo un'impresa che forse non è improprio ed esagerato qualificare come miracolosa.
Nedo era un personaggio freddo quando le circostanze lo richiedevano e nel contempo un entusiasta. Non penso esistano contraddizioni tra i due termini e non mi sembra il caso di spendere parole per dimostrarlo. Come resistere invece alla tentazione di riandare a quella giornata del 21 dicembre del 1943, quando, alla frazione Cereie di Tollegno, nella casa di Neva Bracco, mi venne incontro raggiante mostrandomi il mitra che il distaccamento "Fratelli Bandiera" aveva conquistato assieme ad altre armi, uscendo vittorioso dallo scontro con una pattuglia tedesca al bivio di Tollegno-Pralungo? Era la prima arma automatica individuale che quel distaccamento conquistava ma, al di là dell'importanza militare, vi era nel gesto di Nedo l'espressione della sua immensa soddisfazione per l'esito dell'impresa. Egli ne coglieva interamente il valore e il significato premonitore. I partigiani reduci da quella azione di guerra sarebbero andati lontano: ed erano i suoi partigiani, quelli che forse aveva conosciuto in sogno, quando ricevette l'incarico per il quale era stato richiamato dalla Francia, dove pure svolgeva un compito e un ruolo importante, per essere inviato in una regione sconosciuta e adempiere ad un incarico che si preannunciava difficile e dove poteva anche fallire. La situazione creatasi nel Biellese nell'ottobre-novembre 1943 era così seria e delicata che richiedeva la presenza di un uomo nuovo, estraneo alle arroventate polemiche che si erano accese e non si placavano, ma quest'uomo doveva possedere capacità non comuni, e anche così andava incontro al rischio di un insuccesso.
Quanto accadde nei giorni di dicembre diede la chiara conferma della riuscita della sua e della nostra opera. Il movimento partigiano aveva vinto la sua prima e forse la più importante delle sue battaglie. Aveva affermato la sua presenza imponendosi alla attenzione anche dei più increduli, non solo e non tanto per l'efficacia delle sue azioni militari, che nessuno poteva considerare men che modeste, ma perché aveva saputo affondare salde radici e coinvolgere masse di persone, quali erano gli operai delle fabbriche, e dunque, considerato il peso numerico e il ruolo determinante di quella categoria sociale nel processo produttivo, quel coinvolgimento rappresentava la conquista di una base di consenso di primario valore, che in effetti non venne mai meno, assurgendo anzi al ruolo di protagonista della Resistenza.
Arrivarono naturalmente anche i momenti difficili, conoscemmo i primi rovesci, conseguenza a volte di errori anche gravi, e tutto ciò rappresentò il tributo che pagammo alla inesperienza, ma il movimento avrebbe retto a quelle prove, alle perdite dolorose che lo costrinsero, è vero, a raccogliersi per qualche tempo in se stesso, ma non rappresentarono mai un ritorno all'indietro. Piero Pajetta conobbe i primi effetti di quei rovesci, che non intaccarono il suo freddo raziocinio. Si impegnò anzi, con rinnovata energia e immutabile fiducia nel lavoro, per ricostruire i ranghi dei distaccamenti provati dai primi rastrellamenti, e proprio allora ci venne a mancare. Era il 24 febbraio del 1944 ed egli, scendendo dal bocchetto Sessera per raggiungere la sua residenza, situata allora a San Giuseppe di Casto, una frazione di Andorno Micca, vi trovò la morte. Questo è quanto appresi dal racconto degli uomini del "Bandiera"; giacché io l'avevo lasciato il giorno prima per recarmi a Scopello, in Valsesia, allo scopo di ristabilire i contatti con Franco Moranino (Gemisto) e non lo rividi più.
Il mio racconto si ferma dunque a questo punto, in quanto hanno poca importanza le congetture che feci nei giorni seguenti con Battista Santhià, con la moglie di Nedo, Bianca, rinchiusa nella sua muta speranza e attesa di avere notizie che non giunsero più. Altre prove, ancora più dure e laceranti dovettero affrontare in quelle settimane le nostre formazioni partigiane, tanto dolorose da non lasciarci neppure il tempo di piangere i compagni caduti. Non per questo però il ricordo di Nedo si cancellò dalla memoria dei partigiani che lo hanno conosciuto e che nel corso della guerra si diradarono sempre di più. Ma essi seppero tramandare quel loro ricordo fino a farne una leggenda. Per questa ragione l'8 di aprile a Tavigliano, non saremo in molti tra quelli che lo hanno conosciuto di persona, ma sicuramente in tanti a testimoniare il grato omaggio dei partigiani e resistenti di questa terra, alla memoria del loro primo comandante.