Anello Poma (Italo)

Parliamo dei primi distaccamenti garibaldini biellesi: il "Carlo Pisacane"



Quanto abbiamo scritto in tutti questi anni sulla guerra partigiana nel Biellese riguarda per lo più la vita e l'attività delle brigate, privilegiando la fase terminale, vittoriosa, trionfale della Resistenza. Poco è stato scritto, anche perché è scarsissima la documentazione, sui primi distaccamenti, sulla loro fase iniziale, difficile e tribolata, con prospettive ancora incerte, sul periodo che io non esito a considerare eroico, a costo di sfiorare la retorica. I rischi, i pericoli ci sono stati sempre durante tutto l'arco dei venti mesi della Resistenza (e non li correvano solo i partigiani, come attestano le tante vittime civili). Ma ci voleva qualcosa di più del coraggio fisico per decidersi ad impugnare le armi, pochissime tra l'altro, e darsi alla macchia per dare vita alla guerra partigiana.
Quello della guerriglia era un terreno inesplorato per noi italiani, che non avevamo alcuna esperienza precedente. Persino sul piano teorico solo pochi, come Carlo Pisacane durante il Risorgimento, si erano cimentati a trattare questa forma di guerra, del tutto insolita e di difficile attuazione tanto da non trovare seguaci sul piano pratico. Vi era per fortuna l'esperienza della Resistenza in atto negli altri paesi europei occupati dai tedeschi, ma erano in pochi a credere nella possibilità di trasferirla nella realtà italiana. Molti perciò si schierarono contro, perché temevano, non sempre a torto, le conseguenze che si sarebbero riversate sulla popolazione. Ma quello era il prezzo che gli italiani dovevano pagare per conquistarsi il diritto e la dignità di popolo libero. La libertà, è bene ricordarlo ogni volta, ha sempre un prezzo, nessuno è disposto a regalarla. Non deve stupire quindi che all'inizio pochi fossero disposti a cimentarsi in una impresa, che molti consideravano disperata e folle o comunque gravida di pericoli.
Non a caso nel gennaio del 1944, al momento della costituzione della 2a brigata "Garibaldi", vi erano nel Biellese sì e no duecento partigiani in armi, mentre un anno dopo erano duemila e nell'aprile del 1945 quattromila. Con questo non si vuole togliere nulla a quanti fecero in quegli ultimi mesi il loro dovere, tanto meno si vuole sminuire il valore del sacrificio di quanti caddero in battaglia o fucilati (e non furono pochi), ma ritengo giusto esaltare la scelta compiuta da quei giovani, molti addirittura giovanissimi, che costituirono i primi distaccamenti partigiani nelle valli del nostro Biellese e di quei pochi che cercarono, senza riuscirvi, di dare vita a gruppi armati nella stessa città.
Per questo desidero occuparmi di uno di quei distaccamenti partigiani, quello sorto in Valsessera nel novembre del 1943, che prese il nome di Carlo Pisacane. Ricordo che fu Aurelio Bussi, che assieme a Edovilio Caccia e Carlo Bertolini dirigeva l'organizzazione del Partito comunista in quella vallata, a far sapere a "Nedo" (Piero Pajetta), responsabile del Comitato militare appena costituitosi, che vi erano alcuni giovani, non più di una decina, che desideravano dare vita ad una banda armata e chiedevano fosse mandato un uomo, capace di organizzarli e comandarli. La scelta cadde su Francesco Moranino, che accettò l'incarico e raggiunse subito Bussi a Crevacuore. Questi lo mise in contatto con quel gruppetto di ragazzi e assieme decisero di accamparsi alle Piane di Postua. Non sono molti i ricordi che conservo di quel distaccamento, che pure visitavamo periodicamente, quasi settimanalmente, per conto del Comitato militare, ma alcuni mi paiono degni di essere raccontati.
Innanzitutto il comportamento di quegli uomini: Moranino, che già aveva assunto, fin da quando si trovava sul Monte Cucco nella Valle del Cervo il nome di "Gemisto", rivelò subito le sue doti di organizzatore e la sua capacità di comando, acquistando ascendente e autorità sugli altri. Nei primi tempi, forse per una reazione istintiva alle regole vigenti presso i comandi militari dell'ex esercito che aveva dato così cattiva prova nei giorni che seguirono l'8 settembre, ed anche per il fallimento dei tentativi di costituire in montagna gruppi di uomini da parte di alcuni ex ufficiali, gli uomini non lo chiamavano il Comandante, ma il Cap. Ad affiancare Moranino, in qualità di Commissario politico, il Comitato militare inviò Dolcino Colombo "Arrigo" ed un altro giovane quadro di Mezzana Mortigliengo, Argante Bocchio "Massimo". Quasi contemporaneamente si aggregò al distaccamento in formazione uno jugoslavo di nome Wladimir. Non so come vi fosse giunto e poco si conosceva del suo passato, ma rivelò doti di comando e fu promosso vicecomandante. Erano uomini di temperamento diverso, ed i loro contrasti erano motivo di discussione. Gemisto aveva una personalità spiccata e una energia prorompente che lo portava spesso a non tener conto delle opinioni degli altri. Arrigo era di temperamento calmo, ma con convinzioni già radicate e, prendendo sul serio il suo ruolo, mal sopportava la condizione subalterna a cui la più forte personalità di Gemisto tendeva a relegarlo. L'argomento della eguale responsabilità dei due "capi" pur nel loro ruolo ben distinto, e quindi dell'esigenza delle decisioni collegiali, era sempre all'ordine del giorno nelle discussioni che si svolgevano nelle riunioni del Comando, quando Nedo od io arrivavamo al distaccamento, ed ogni volta eravamo costretti a richiamare Gemisto alla esigenza della direzione collegiale. L'interessato contrapponeva le proprie motivazioni e ogni volta ci dava assicurazioni formali, che venivano regolarmente disattese, tanto da indurre Arrigo a chiedere di essere esonerato dall'incarico e di essere destinato ad altro lavoro. Il Comitato militare lo accontentò, non senza esprimere però le sue riserve sulla validità di quella richiesta che, per quanto motivata, non era opportuna.
Wladimir, anche per la particolare ammirazione che nutriva per Gemisto, non metteva mai in discussione la sua autorità e ne accettava senza discutere le decisioni. Nessun timore riverenziale per il Comandante, che pure amavano e stimavano, sentivano Danda e Massimo, che completavano lo Stato maggiore di quella piccola unità partigiana, che intanto era andata accrescendo i suoi effettivi, giungendo nel gennaio a raggruppare una quarantina di uomini. "Danda" (Annibale Giachetti) che, sul piano affettivo era forse il prediletto di Gemisto (tanto è vero che se l'era portato con sé da Tollegno), era un temperamento combattivo e si sarebbe rivelato più tardi uno dei migliori comandanti delle brigate partigiane del Biellese, ma non era certo un campione in fatto di disciplina, specie di quella formale, rappresentando quindi l'antitesi del vicecomandante Wladimir. Questi si scandalizzava per le reazioni vivaci con cui il primo rispondeva a certe decisioni che non lo convincevano.
Massimo era forse un pochino più riflessivo di Danda, certo politicamente era più maturo, ma aveva ereditato dal padre, uomo di tendenza anarchica, una certa vena libertaria che lo rendeva insofferente a qualunque forma di organizzazione interna del distaccamento che avesse anche un minimo di somiglianza con la vecchia "naja".
Purtroppo si è cancellato in me il ricordo di altri componenti del distaccamento, che rappresentavano un mosaico ricco di capacità creativa e che costituirono la base su cui si sarebbe formata una delle due divisioni partigiane operanti nel Biellese. Di alcuni mi sono presenti solo le sembianze, ma non riesco a dare un nome o a ricordare il luogo di provenienza. Tuttavia nell'insieme mi apparivano come ragazzi meravigliosi, per il loro entusiasmo, per il loro spirito combattivo e di sacrificio che per molti giunse fino al limite estremo. Dispiace dunque non poter parlare di loro, ma non voglio ricorrere all'immaginazione e alla fantasia, pratica purtroppo diffusa, perché suonerebbe offesa al ricordo di quelli che ci hanno lasciati. So bene che alcuni miei ricordi potranno essere imprecisi e alcune mie impressioni potranno essere sbagliate, e spero mi verranno perdonate, quello che io per primo non mi perdonerei è di travisare deliberatamente i fatti.
È indubbio che gli uomini di quel distaccamento vissero mesi di vita durissima, fatta di sofferenze e pericoli, di fatiche e di tensioni, ma anche momenti esaltanti, vissuti da protagonisti e tali momenti anche se brevi, possono anche bastare a riempire una vita, come penso sia accaduto per alcuni di loro. Le esperienze a cui parteciparono, e non soltanto sul piano delle operazioni militari, ebbero questo significato. È ben vivo in me il ricordo di episodi che lasciarono il loro segno e forse ad essi bisognerebbe rifarsi per spiegare la genesi dell'accanimento con il quale venne perseguitato Moranino anni dopo. La mia è niente di più di una congettura, ma la voglio inserire ugualmente nel racconto, quale elemento che può servire a ulteriori riflessioni e ricerche.
Nel dicembre del 1943, e precisamente il giorno 21, i distaccamenti partigiani, appoggiarono lo sciopero rivendicativo operaio che si svolse in tutto il Biellese e che fu avvenimento di grande rilevanza, tanto da conferire una impronta particolare, forse unica, allo stesso movimento partigiano biellese al suo esordio. Il distaccamento "Pisacane" fece sentire la sua presenza in quella vertenza di natura sindacale, ma che aveva obiettivamente anche il suo risvolto di azione contro gli occupanti tedeschi. In quell'intervento si può leggere certamente lo spirito di iniziativa di Gemisto, ma anche le sollecitazioni che venivano ai partigiani dagli operai, di dare qualcosa di più di una semplice presenza protettiva contro eventuali interventi intimidatori da parte dei tedeschi e dei fascisti. Moranino parlò ai lavoratori in sciopero a Crevacuore e Pray, esaltando con la passione e la carica oratoria che gli erano proprie, il valore di quella azione rivendicativa operaia e il suo stretto legame con quella dei partigiani e sollevando grande entusiasmo. Non fu il solo: in quello stesso giorno anche Ermanno Angiono, commissario politico del distaccamento "Piave", parlò a Valle Mosso e a Cossato con identici risultati.
La cosa non piacque ai responsabili politici e sindacali che avevano promosso e diretto lo sciopero e che concepivano l'intervento dei distaccamenti partigiani come sola azione di copertura. Se ne rese interprete Benvenuto Santus che espresse la propria e altrui disapprovazione a Battista Santhià, che ricopriva a quel tempo l'incarico di Ispettore del Partito comunista nelle province orientali del Piemonte, ed aveva la sua base nel Biellese. Questi, che veniva dalla "scuola" dei consigli operai e delle Commissioni interne torinesi del primo dopoguerra, non poteva accettare che l'iniziativa sfuggisse anche solo minimamente dalle mani delle organizzazioni sindacali e politiche. Era inoltre seriamente impegnato nella ricostituzione del tessuto unitario del movimento e della lotta di liberazione nazionale, quindi preoccupato a non fornire pretesti agli altri interlocutori a causa di uno sconfinamento dei distaccamenti partigiani dai propri compiti specifici di natura militare. Essi erano stati creati per fare la guerra e non altre cose. Convocò Nedo e me e criticò aspramente il comportamento dei distaccamenti partigiani e in modo particolare del "Pisacane". Senza mezzi termini ci disse di ordinare a Gemisto di fare il suo mestiere e niente di più. Non deve sorprendere questo intervento del dirigente comunista: in quei primi mesi i distaccamenti partigiani erano per gran parte emanazione diretta del Partito, voluti da esso in polemica persino con le altre forze politiche del Comitato di liberazione nazionale biellese, ed è questo un dato di fatto. Ne faccio riferimento solo per ricordarlo agli immemori. Solo più tardi il Cln, ritrovata la sua unità, avrebbe assunto direttamente la direzione politica del movimento partigiano.
Non si può dire che Gemisto si sia sempre attenuto scrupolosamente alle direttive che certamente gli pervennero dal Comitato militare. Anche perché gli era difficile sottrarsi alla pressione degli operai, che richiedevano il suo intervento nei casi, non infrequenti, di inadempienza degli accordi stipulati da parte di alcuni industriali. Lo si può giudicare come si vuole, ma la formazione partigiana era per gli operai della Valsessera la sola autorità in cui essi credevano e alla quale si rivolgevano per avere giustizia, quando l'azione sindacale, anche per il clima di illegalità esistente che costituiva un ostacolo obiettivo alla sua attività operativa, da sola non bastava a piegare l'intrasigenza di alcuni padroni. E qui balza evidente, al di là della legittimità dell'intervento della formazione partigiana, sulla quale i comunisti e i sindacalisti erano i primi a discutere, il valore del risultato ottenuto dal distaccamento partigiano "Pisacane" a poco più di un mese della sua costituzione: l'appoggio, la fiducia, l'adesione piena degli operai, che costituivano una grossa componente della popolazione della Valsessera. Il distaccamento aveva quindi vinto una grande battaglia politica, decisiva per la sopravvivenza della guerriglia in quella importante vallata. Tale risultato metteva in sottordine, anche se non cancellava, le ombre che pure non erano poche sul suo modo di operare. I fatti delle settimane e dei mesi successivi allo sciopero del 21 dicembre, dovevano dare risalto a quel risultato ottenuto.
Desidero attenermi scrupolosamente ai miei ricordi personali e alle impressioni che più hanno retto al confronto col tempo, quindi non entrerò nel merito dell'attività del distaccamento "Pisacane" in settori della vita civile, sulla quale tuttavia ero periodicamente informato, vorrei invece accennare ad alcuni aspetti della lotta armata di quei primi mesi. Essa fu per il distaccamento durissima, specie a partire dalla fine di gennaio del 1944. Fino a quel momento il "Pisacane" non aveva compiuto azioni militari di grande rilevanza, né lo avrebbe potuto fare per la scarsità dei suoi effettivi e l'esiguità del suo armamento. Ma quanto fece produsse un tale clamore e risonanza da valicare i confini della Valle e della stessa provincia di Vercelli, da richiamare l'attenzione dei comandi tedeschi e fascisti, i quali inviarono forze attaccanti numerose e potentemente armate. La pressione dei tedeschi e dei fascisti, che provvidero a costituire presidi un po' dappertutto, fu ininterrotta e produsse le sue conseguenze. Vi era sopra Coggiola, e precisamente alla frazione Viera, un altro distaccamento, il "Matteotti". Questo non resse agli attacchi e alle manovre disgregatrici, e depose le armi sciogliendosi. La maggioranza di quegli uomini avrebbe tuttavia ripreso ben presto la lotta nel "Pisacane".
Il "Pisacane" resse, benché stretto in una morsa di fuoco, sottoposto a continui attacchi ed allarmi, tanto da rendere la tensione di quegli uomini al limite della loro pur grande sopportazione. Divenne difficile allora per l'organizzazione politica, che si era assunta il compito d'intendenza, anche comunicare con il distaccamento e rifornirlo di quanto occorreva alla vita dei suoi uomini. I collegamenti con esso costituivano un pericolo reale e credo di poter ascrivere ai miei pochi meriti, quello di essere riuscito, viaggiando tra l'altro da solo, a raggiungere nel mese di febbraio ben due volte la sede del distaccamento. Poi subentrarono le vicende altrettanto difficili delle altre formazioni e la morte di Nedo comandante della brigata, a costringermi a compiti non più duri, ma certo più impegnativi e le mie visite si diradarono e per un certo tempo s'interruppero.
È però ancora ben vivo in me il senso di paura che provavo passando sopra la frazione Viera di Coggiola e nelle vicinanze di Noveis, dove non vi era traccia visibile della presenza umana e il paesaggio reso così deserto era ravvivato soltanto dai bagliori degli incendi appiccati dai fascisti alle baite, nelle loro scorrerie quasi giornaliere. Ma ce la feci, anche con l'aiuto di una fortuna sfacciata, a portare il conforto della presenza del Comando di brigata a quegli uomini che vivevano isolati dal mondo, in condizioni tremende, dal lato igienico ed anche alimentare, accampati all'alpe Panin. Vivevano in un clima di tensione quale raramente mi venne dato di conoscere. Bisogna aver vissuto quei momenti, per capire fino in fondo il valore della resistenza di quegli uomini alle terribili avversità di quella situazione. Quella resta per me la Resistenza più vera, quella da scrivere per davvero con la erre maiuscola, quella che sento, ricordo e amo di più.
Il distaccamento "Carlo Pisacane" uscì certo duramente provato da quella prova, pagando il suo prezzo in perdite di compagni di valore, a partire da "Barba" (Pietro Tellaroli) e Carlo Bertolini, fino ai trucidati di Curino. Ma ne uscì. Quale fu il suo rigoglioso sviluppo nei mesi della primavera e dell'estate del 1944 è cosa nota. Perciò il mio ricordo si ferma qui: ho voluto testimoniare il valore di quegli uomini, e rendere affettuoso omaggio ai tanti che abbiamo perduto lungo il periglioso cammino e non hanno avuto, come noi, la fortuna di conoscere la primavera della Liberazione.