Luigi Moranino
Ricordiamo Ermanno Angiono (Pensiero)
"l'impegno", a. IV, n. 1, marzo 1984
© Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nelle province di Biella e Vercelli.
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Quarant'anni sono trascorsi da quando Ermanno Angiono (Pensiero), il giovane commissario politico
del distaccamento "Piave" della
23a brigata Garibaldi "Biella", trovò la morte, insieme a Boni Piemonte
(Piero Maffei) e ad Edis Valle Dell'Acqua (Edis), in una imboscata tesa loro dai nazifascisti, la notte del
17 febbraio 1944, alla frazione Broglio di Cossato.
In quella notte Pensiero pagò con la vita quella scelta tra libertà e schiavitù, tra privilegio e giustizia,
tra umanità e ferocia, che aveva compiuto non molto tempo prima diventando partigiano. Attività che
per sventura sua e nostra poté svolgere solo brevemente ma che, pur non permettendogli di esprimere
pienamente la sua intraprendenza, fu sufficiente per sottolinearne la generosità, la fermezza, l'infaticabilità. Doti
di fondo della sua personalità che aveva già avuto modo di mettere in evidenza quand'ancora, per molti
giovani che lo avrebbero seguito in montagna, si trattava di trovare la forza morale di disubbidire, il coraggio
di osare, dopo che i comandanti gallonati si erano salvati con la fuga, abbandonando il Paese alla
mercé dell'esercito di Hitler.
Certo era molto diverso fare la guerra in grigio-verde, sparare contro un nemico anonimo quando il
carattere collettivo della guerra soffocava il senso della responsabilità individuale dell'uccisione, molto più facile
che non trovare ciascuno, dentro di sé, la forza e l'ardire, la consapevolezza e la volontà, di dichiarare guerra
agli occupanti nazisti e ai loro servi fascisti; di diventare un giustiziere, pronto a colpire ovunque si trovasse,
in vesti borghesi, appartenendo ad un esercito che ancora non c'era. A differenza di tanti suoi coetanei
coinvolti loro malgrado in quella drammatica realtà, egli non dovette strapparsi di dosso, prima che le
catene dell'oppressione politica, le illusioni corruttrici di un regime di falso eroismo. In Pensiero il disprezzo per
il fascismo era tutt'uno con la storia della propria vita, contrassegnata fin dalla nascita da una dura esperienza,
perché figlio di irriducibili antifascisti.
Nato a Cossato il 15 dicembre 1921, da Nella Lavino e Pierino Angiono, non aveva ancora compiuto
un anno che i suoi genitori, per sottrarsi alle sempre più frequenti e minacciose intimidazioni delle
squadracce fasciste, dovettero, dopo averlo affidato alle cure dei nonni paterni, nel novembre 1922, all'indomani
della marcia su Roma, lasciare Cossato. Dopo un periodo di quattro anni trascorsi a New York, gli Angiono
nel 1926 ritornarono nuovamente a Cossato dove il padre Pierino, considerato dai fascisti un pericoloso
sovversivo, venne immediatamente sottoposto ad un pesante controllo da parte della autorità. Da quel momento per
la famiglia di Ermanno, ma soprattutto per il padre, iniziò un lungo periodo di vessazioni, di soprusi,
di umiliazioni che sarebbe cessato solo il 25 luglio 1943.
Tuttavia il fascismo, che nei reiterati tentativi di fiaccare la ostinata fermezza del padre nel non rinnegare
le proprie idee, in questo sorretto e incoraggiato dalla moglie Nella, era passato dalle blandizie alla
provocazione, dalla ricorrente carcerazione preventiva alla libertà vigilata, se metteva a dura prova la sensibilità di
quel "po' d'erba che prima che sia
grano..."1, come ebbe a definirlo il padre, contadino del Baraggione di
Cossato, non si rendeva conto di creare in Ermanno Angiono un potenziale, risoluto avversario. Pur soffrendo
un poco per quella palese ingiustizia, Ermanno, grazie all'amore per la giustizia, la verità, la solidarietà
umana, la libertà con cui i genitori, in particolare la madre, lo nutrirono, fu ripagato dalle tante angherie, e questo
gli consentì, durante gli anni della giovinezza e dell'adolescenza, di formarsi a quella dura scuola della
vita fatta di coraggio, di onestà, di laboriosità per la quale il padre, avendone fatta regola di
comportamento, pagò duramente.
Finita la 5a elementare, frequentò un breve corso post-elementare, quindi si occupò come la madre in
fabbrica. Fu durante la sua giovinezza che il padre, sospettato dall'autorità fascista di mantenere rapporti
con l'organizzazione clandestina comunista ma mai arrestato e deferito al Tribunale Speciale perché mai
preso con le mani nel sacco, pur non mettendolo al corrente di tutto, gli rivelò la sua attività clandestina.
In questo periodo, Ermanno conobbe diversi comunisti che erano in contatto con il padre e sul finire
degli anni trenta, da buon cospiratore che applica rigorosamente la vigilanza rivoluzionaria, si mise al loro
servizio senza informare il padre. Questi venne a conoscenza di tutto quando alcuni militanti, fra cui Guido
Sola Titetto, segretario della Federazione clandestina del Pci biellese, che conosceva bene Ermanno gli dissero:
" 'Non preoccuparti: Ermanno vale più di quello che tu pensi, è capace, sa cose che tu non sai, che se te
le dicesse rimarresti di stucco! Poi, anche per riguardo ad Ermanno, non insistere troppo, sentiti più
sicuro, abbi più confidenza con lui, vedrai che è bene'. Così vengo a sapere che lavorava già per loro e io non
lo sapevo. Lui faceva già strada, staffetta, a portare ordini e prendere accordi con loro di dove dovevano trovarsi
e io neanche lo sapevo. A quel tempo Ermanno faceva il tessitore al 'moulinet', per andare a Strona,
nella fabbrica del 'Varlin' ossia Ottavio Reda. Inoltre aveva già organizzato un gruppo di giovani che andavano
a pesca, lui andava a caccia e così, con questa scusa, potevano trovarsi in campagna, senza destare
eccessivi sospetti, quando li riuniva per trattare le questioni di partito. Una imprudenza gli dicevo, che ti può
costare cara [...]. Ma era fatto così. Ne ho avuto conferma da una donna dell'età di Ermanno che, venuta a
trovarmi pochi giorni fa, mi ha detto: 'La prima volta la parola comunismo io l'ho sentita uscire dalla bocca
di Ermanno. Ho fatto una riunione in fabbrica, nel magazzino, eravamo tutti attaccafili, lui era più
vecchiotto di tutti noi. Ci ha parlato delle leghe, delle organizzazioni, del Partito comunista, di che cos'era, in
che consisteva, quali erano i suoi obiettivi, ci ha spiegato tutte queste cose. Poi ha detto: 'Sentite quello che vi
ho detto è una cosa che interessa me e deve interessare tutti voi, deve rimanere per voi, se parlate e
ripetete queste cose non dovete dire chi ve le ha dette'
"2.
Nel 1941, giovane di leva, fu chiamato alle armi e assegnato alla Guardia alla frontiera; prestò servizio
in questo corpo fino all'8 settembre 1943. Fuggito dal proprio reparto all'annuncio dell'armistizio, ritornò
a casa. Consapevole della gravità della situazione, si preoccupò immediatamente di reperire le armi che
avrebbero dovuto servire per la resistenza armata contro l'invasore, della cui necessità non fu solo fautore ma promotore.
Nella seconda decade di settembre insieme a Imer Zona, Vincenzo Variara, Edis Valle Dell'Acqua,
Remo Pella, tutti giovani con i quali aveva già rapporti politici che risalivano al periodo dell'attività
clandestina, prese la via della montagna. Il piccolo nucleo, sistematosi in una baracca di legno, la sola allacciata
alla linea elettrica in tutta la zona, al Basto (Rocca d'Argimonia), nel volgere di poco tempo raggiunse
una buona consistenza numerica. L'entusiasmo e la volontà di Pensiero che ne divenne il commissario
politico, l'esperienza e la paziente opera di Piero Pajetta (Nedo), l'apporto di Boni Piemonte (Piero Maffei)
un ufficiale di indubbie capacità che ne assunse il comando, il senso di autodisciplina e responsabilità dei
capi squadra e dei gregari fecero di questa banda, che prese il nome di "Piave", il distaccamento più attivo
ed efficiente della 2a brigata "Biella".
Numerose furono le azioni portate a compimento nei primi mesi della lotta partigiana dal
distaccamento "Piave": disarmo di carabinieri in forza alle numerose caserme dislocate nella valle Strona e nelle
zone limitrofe per accrescere la quantità di armi e munizioni; drastiche ed esemplari operazioni di polizia
per eliminare elementi che si erano resi responsabili di imprese che niente avevano a che fare con i partigiani
o che collaboravano con il nemico; atti di sabotaggio per ammonire gli industriali che la strada di una
loro spontanea collaborazione con gli occupanti tedeschi e i fascisti sarebbe stata inflessibilmente
stroncata; scontri armati per contrastare le prime puntate terroristiche dei reparti nazisti e di quelli del
63o battaglione M "Tagliamento" nei paesi della vallata. Questa intensa attività, oltre a provocare la rabbiosa reazione
nemica che culminò con i massicci rastrellamenti del 20 febbraio '44 e con l'attacco del 12 e 13 marzo '44 a
Rassa, dove saranno impegnati i resti dei distaccamenti "Mameli", "Bandiera", "Piave", più una parte del
"Pisacane", ebbe un prezzo altissimo per i garibaldini del "Piave". Metà degli effettivi morirono in combattimenti
o furono vittime della spietata repressione nazifascista. Nessuno tra i primi distaccamenti partigiani
biellesi pagò con un così elevato numero di
caduti3.
"A Nedo, che durante la Resistenza è stato a casa mia alcune volte, sia pure solo di sfuggita - ricorda
ancora Pierino Angiono - perché si era in periodo clandestino ed era molto pericoloso, una volta Nella disse:
'Mah! Speriamo molto da questi giovani, da questi ragazzi, che non abbiano a disilluderci, che abbiano più
coraggio di quanto noi pensiamo, che siano già più avanti, più maturi di quanto noi pensiamo. Per quanto
riguarda mio figlio, come lo valutate voi?'. Nedo rispose: 'Guarda, per quanto concerne Ermanno lascia fare a
noi, ormai lo conosciamo e ti posso dire che hai un figlio che è un pezzo
d'oro!"4. Oggi questa frase può
apparire retorica ma a quel tempo, che già par leggendario, quando si trattava di darsi alla macchia, di prendere
il fucile, di ritrovarsi in montagna per fare la guerra ai tedeschi e ai fascisti, aveva tutt'altro significato.
Allora, testimoniare concretamente questa volontà voleva dire agire anche a costo della propria vita.
Pensiero non solo impegnò tutto se stesso a tradurre in azione la strategia della guerriglia e i piani di
attacco elaborati insieme ai suoi compagni, ma, esponendosi sempre in prima persona, fu d'esempio a tutti.
La tempra di intemerato combattente ed una naturale predisposizione alla dialettica e all'oratoria gli
consentirono di conquistarsi un larghissimo ascendente tra i suoi compagni e la sua figura emerse già fin dalle
prime azioni partigiane. Significativo il suo comportamento in occasione del primo sciopero generale degli
operai biellesi sotto l'occupazione tedesca, il 21 dicembre 1943: i partigiani del "Piave", per dimostrare agli
operai della valle Strona che il loro appoggio era concreto, raggiunsero Cossato dove disarmarono anche i
carabinieri della locale stazione. Sparsasi la voce della loro presenza in paese, molta gente confluì nella piazza
antistante il Municipio e Pensiero, raggiunto il balcone della casa comunale, si rivolse alla folla. Con parole semplici,
ma la cui persuasione fu pari alla foga, galvanizzò l'uditorio, creando un entusiasmo tale, da attribuire
a questo avvenimento una grande risonanza che, all'epoca dei fatti, suscitò stupore e incredulità e superò
i confini della vallata. Analoga manifestazione, sempre con Pensiero in veste di oratore e che sortì lo
stesso esito, avvenne a Valle Mosso nella stessa giornata.
Pensiero morì crivellato dal piombo nemico con Piero Maffei ed Edis Valle per un eccesso di zelo
che fatalmente pagò a causa di una delazione particolareggiata, non lontano da casa, su una strada a lui
molto familiare fin da quando, ancora bambino, aveva cominciato a percorrerla per recarsi nella scuola
elementare di Cossato5.
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