Luigi Moranino

Ricordiamo Ermanno Angiono (Pensiero)



Quarant'anni sono trascorsi da quando Ermanno Angiono (Pensiero), il giovane commissario politico del distaccamento "Piave" della 23a brigata Garibaldi "Biella", trovò la morte, insieme a Boni Piemonte (Piero Maffei) e ad Edis Valle Dell'Acqua (Edis), in una imboscata tesa loro dai nazifascisti, la notte del 17 febbraio 1944, alla frazione Broglio di Cossato.
In quella notte Pensiero pagò con la vita quella scelta tra libertà e schiavitù, tra privilegio e giustizia, tra umanità e ferocia, che aveva compiuto non molto tempo prima diventando partigiano. Attività che per sventura sua e nostra poté svolgere solo brevemente ma che, pur non permettendogli di esprimere pienamente la sua intraprendenza, fu sufficiente per sottolinearne la generosità, la fermezza, l'infaticabilità. Doti di fondo della sua personalità che aveva già avuto modo di mettere in evidenza quand'ancora, per molti giovani che lo avrebbero seguito in montagna, si trattava di trovare la forza morale di disubbidire, il coraggio di osare, dopo che i comandanti gallonati si erano salvati con la fuga, abbandonando il Paese alla mercé dell'esercito di Hitler.
Certo era molto diverso fare la guerra in grigio-verde, sparare contro un nemico anonimo quando il carattere collettivo della guerra soffocava il senso della responsabilità individuale dell'uccisione, molto più facile che non trovare ciascuno, dentro di sé, la forza e l'ardire, la consapevolezza e la volontà, di dichiarare guerra agli occupanti nazisti e ai loro servi fascisti; di diventare un giustiziere, pronto a colpire ovunque si trovasse, in vesti borghesi, appartenendo ad un esercito che ancora non c'era. A differenza di tanti suoi coetanei coinvolti loro malgrado in quella drammatica realtà, egli non dovette strapparsi di dosso, prima che le catene dell'oppressione politica, le illusioni corruttrici di un regime di falso eroismo. In Pensiero il disprezzo per il fascismo era tutt'uno con la storia della propria vita, contrassegnata fin dalla nascita da una dura esperienza, perché figlio di irriducibili antifascisti.
Nato a Cossato il 15 dicembre 1921, da Nella Lavino e Pierino Angiono, non aveva ancora compiuto un anno che i suoi genitori, per sottrarsi alle sempre più frequenti e minacciose intimidazioni delle squadracce fasciste, dovettero, dopo averlo affidato alle cure dei nonni paterni, nel novembre 1922, all'indomani della marcia su Roma, lasciare Cossato. Dopo un periodo di quattro anni trascorsi a New York, gli Angiono nel 1926 ritornarono nuovamente a Cossato dove il padre Pierino, considerato dai fascisti un pericoloso sovversivo, venne immediatamente sottoposto ad un pesante controllo da parte della autorità. Da quel momento per la famiglia di Ermanno, ma soprattutto per il padre, iniziò un lungo periodo di vessazioni, di soprusi, di umiliazioni che sarebbe cessato solo il 25 luglio 1943.
Tuttavia il fascismo, che nei reiterati tentativi di fiaccare la ostinata fermezza del padre nel non rinnegare le proprie idee, in questo sorretto e incoraggiato dalla moglie Nella, era passato dalle blandizie alla provocazione, dalla ricorrente carcerazione preventiva alla libertà vigilata, se metteva a dura prova la sensibilità di quel "po' d'erba che prima che sia grano..."1, come ebbe a definirlo il padre, contadino del Baraggione di Cossato, non si rendeva conto di creare in Ermanno Angiono un potenziale, risoluto avversario. Pur soffrendo un poco per quella palese ingiustizia, Ermanno, grazie all'amore per la giustizia, la verità, la solidarietà umana, la libertà con cui i genitori, in particolare la madre, lo nutrirono, fu ripagato dalle tante angherie, e questo gli consentì, durante gli anni della giovinezza e dell'adolescenza, di formarsi a quella dura scuola della vita fatta di coraggio, di onestà, di laboriosità per la quale il padre, avendone fatta regola di comportamento, pagò duramente.
Finita la 5a elementare, frequentò un breve corso post-elementare, quindi si occupò come la madre in fabbrica. Fu durante la sua giovinezza che il padre, sospettato dall'autorità fascista di mantenere rapporti con l'organizzazione clandestina comunista ma mai arrestato e deferito al Tribunale Speciale perché mai preso con le mani nel sacco, pur non mettendolo al corrente di tutto, gli rivelò la sua attività clandestina.
In questo periodo, Ermanno conobbe diversi comunisti che erano in contatto con il padre e sul finire degli anni trenta, da buon cospiratore che applica rigorosamente la vigilanza rivoluzionaria, si mise al loro servizio senza informare il padre. Questi venne a conoscenza di tutto quando alcuni militanti, fra cui Guido Sola Titetto, segretario della Federazione clandestina del Pci biellese, che conosceva bene Ermanno gli dissero: " 'Non preoccuparti: Ermanno vale più di quello che tu pensi, è capace, sa cose che tu non sai, che se te le dicesse rimarresti di stucco! Poi, anche per riguardo ad Ermanno, non insistere troppo, sentiti più sicuro, abbi più confidenza con lui, vedrai che è bene'. Così vengo a sapere che lavorava già per loro e io non lo sapevo. Lui faceva già strada, staffetta, a portare ordini e prendere accordi con loro di dove dovevano trovarsi e io neanche lo sapevo. A quel tempo Ermanno faceva il tessitore al 'moulinet', per andare a Strona, nella fabbrica del 'Varlin' ossia Ottavio Reda. Inoltre aveva già organizzato un gruppo di giovani che andavano a pesca, lui andava a caccia e così, con questa scusa, potevano trovarsi in campagna, senza destare eccessivi sospetti, quando li riuniva per trattare le questioni di partito. Una imprudenza gli dicevo, che ti può costare cara [...]. Ma era fatto così. Ne ho avuto conferma da una donna dell'età di Ermanno che, venuta a trovarmi pochi giorni fa, mi ha detto: 'La prima volta la parola comunismo io l'ho sentita uscire dalla bocca di Ermanno. Ho fatto una riunione in fabbrica, nel magazzino, eravamo tutti attaccafili, lui era più vecchiotto di tutti noi. Ci ha parlato delle leghe, delle organizzazioni, del Partito comunista, di che cos'era, in che consisteva, quali erano i suoi obiettivi, ci ha spiegato tutte queste cose. Poi ha detto: 'Sentite quello che vi ho detto è una cosa che interessa me e deve interessare tutti voi, deve rimanere per voi, se parlate e ripetete queste cose non dovete dire chi ve le ha dette' "2.
Nel 1941, giovane di leva, fu chiamato alle armi e assegnato alla Guardia alla frontiera; prestò servizio in questo corpo fino all'8 settembre 1943. Fuggito dal proprio reparto all'annuncio dell'armistizio, ritornò a casa. Consapevole della gravità della situazione, si preoccupò immediatamente di reperire le armi che avrebbero dovuto servire per la resistenza armata contro l'invasore, della cui necessità non fu solo fautore ma promotore.
Nella seconda decade di settembre insieme a Imer Zona, Vincenzo Variara, Edis Valle Dell'Acqua, Remo Pella, tutti giovani con i quali aveva già rapporti politici che risalivano al periodo dell'attività clandestina, prese la via della montagna. Il piccolo nucleo, sistematosi in una baracca di legno, la sola allacciata alla linea elettrica in tutta la zona, al Basto (Rocca d'Argimonia), nel volgere di poco tempo raggiunse una buona consistenza numerica. L'entusiasmo e la volontà di Pensiero che ne divenne il commissario politico, l'esperienza e la paziente opera di Piero Pajetta (Nedo), l'apporto di Boni Piemonte (Piero Maffei) un ufficiale di indubbie capacità che ne assunse il comando, il senso di autodisciplina e responsabilità dei capi squadra e dei gregari fecero di questa banda, che prese il nome di "Piave", il distaccamento più attivo ed efficiente della 2a brigata "Biella".
Numerose furono le azioni portate a compimento nei primi mesi della lotta partigiana dal distaccamento "Piave": disarmo di carabinieri in forza alle numerose caserme dislocate nella valle Strona e nelle zone limitrofe per accrescere la quantità di armi e munizioni; drastiche ed esemplari operazioni di polizia per eliminare elementi che si erano resi responsabili di imprese che niente avevano a che fare con i partigiani o che collaboravano con il nemico; atti di sabotaggio per ammonire gli industriali che la strada di una loro spontanea collaborazione con gli occupanti tedeschi e i fascisti sarebbe stata inflessibilmente stroncata; scontri armati per contrastare le prime puntate terroristiche dei reparti nazisti e di quelli del 63o battaglione M "Tagliamento" nei paesi della vallata. Questa intensa attività, oltre a provocare la rabbiosa reazione nemica che culminò con i massicci rastrellamenti del 20 febbraio '44 e con l'attacco del 12 e 13 marzo '44 a Rassa, dove saranno impegnati i resti dei distaccamenti "Mameli", "Bandiera", "Piave", più una parte del "Pisacane", ebbe un prezzo altissimo per i garibaldini del "Piave". Metà degli effettivi morirono in combattimenti o furono vittime della spietata repressione nazifascista. Nessuno tra i primi distaccamenti partigiani biellesi pagò con un così elevato numero di caduti3.
"A Nedo, che durante la Resistenza è stato a casa mia alcune volte, sia pure solo di sfuggita - ricorda ancora Pierino Angiono - perché si era in periodo clandestino ed era molto pericoloso, una volta Nella disse: 'Mah! Speriamo molto da questi giovani, da questi ragazzi, che non abbiano a disilluderci, che abbiano più coraggio di quanto noi pensiamo, che siano già più avanti, più maturi di quanto noi pensiamo. Per quanto riguarda mio figlio, come lo valutate voi?'. Nedo rispose: 'Guarda, per quanto concerne Ermanno lascia fare a noi, ormai lo conosciamo e ti posso dire che hai un figlio che è un pezzo d'oro!"4. Oggi questa frase può apparire retorica ma a quel tempo, che già par leggendario, quando si trattava di darsi alla macchia, di prendere il fucile, di ritrovarsi in montagna per fare la guerra ai tedeschi e ai fascisti, aveva tutt'altro significato. Allora, testimoniare concretamente questa volontà voleva dire agire anche a costo della propria vita.
Pensiero non solo impegnò tutto se stesso a tradurre in azione la strategia della guerriglia e i piani di attacco elaborati insieme ai suoi compagni, ma, esponendosi sempre in prima persona, fu d'esempio a tutti. La tempra di intemerato combattente ed una naturale predisposizione alla dialettica e all'oratoria gli consentirono di conquistarsi un larghissimo ascendente tra i suoi compagni e la sua figura emerse già fin dalle prime azioni partigiane. Significativo il suo comportamento in occasione del primo sciopero generale degli operai biellesi sotto l'occupazione tedesca, il 21 dicembre 1943: i partigiani del "Piave", per dimostrare agli operai della valle Strona che il loro appoggio era concreto, raggiunsero Cossato dove disarmarono anche i carabinieri della locale stazione. Sparsasi la voce della loro presenza in paese, molta gente confluì nella piazza antistante il Municipio e Pensiero, raggiunto il balcone della casa comunale, si rivolse alla folla. Con parole semplici, ma la cui persuasione fu pari alla foga, galvanizzò l'uditorio, creando un entusiasmo tale, da attribuire a questo avvenimento una grande risonanza che, all'epoca dei fatti, suscitò stupore e incredulità e superò i confini della vallata. Analoga manifestazione, sempre con Pensiero in veste di oratore e che sortì lo stesso esito, avvenne a Valle Mosso nella stessa giornata.
Pensiero morì crivellato dal piombo nemico con Piero Maffei ed Edis Valle per un eccesso di zelo che fatalmente pagò a causa di una delazione particolareggiata, non lontano da casa, su una strada a lui molto familiare fin da quando, ancora bambino, aveva cominciato a percorrerla per recarsi nella scuola elementare di Cossato5.


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