Ugo Giono

Ricordi della tragica sera del 29 aprile '45 a Cavaglià



Caro direttore,
per quanto la storia della Resistenza italiana e nella provincia di Vercelli sia ormai stata approfonditamente studiata e valorizzata, esistono ancora episodi poco conosciuti e interpretazioni inesatte che falsano il significato.
Un episodio su cui, ad esempio, restano ancora tante convinzioni errate o parziali è quello che si riferisce ai fatti avvenuti nella tragica notte fra il 29 e il 30 aprile 1945 a Cavaglià, in cui persero la vita dieci persone fra partigiani e civili. Nella stessa notte ci fu una vittima anche a Salussola.
Per questa ragione ho pensato di portare un piccolo contributo con i miei ricordi, che mi auguro servano a capire meglio quello che avvenne e, insieme, anche il valore di quanto allora fu compiuto per arrivare alla libertà e a questa Repubblica che compie quarant'anni.
Devo premettere che difficilmente si riuscirebbero a capire fatti come quello a cui mi riferisco, senza lo sforzo di calarsi nella realtà di quel tempo, nella situazione specifica in cui quei fatti si svolsero. Forse per le generazioni che sono venute dopo non è cosa facile, però valutare un episodio avvenuto in tempo di guerra come se avvenisse oggi, dopo quarant'anni di pace, porta a conclusioni sbagliate.
Si era, dunque, in guerra, da cinque lunghi anni, da venti l'Italia pativa la dittatura, da tre i nazisti occupavano il paese, c'erano miseria, fame e le spie, la cui opera era costata tantissime vite umane. Sul versante della Resistenza va ricordato che i mezzi a disposizione erano pochi e poca era anche l'esperienza nella lotta armata di molti giovani partigiani. In compenso, contro di noi avevamo uno dei più agguerriti e attrezzati eserciti che siano mai esistiti, quello tedesco, ma dovevamo combattere, magari anche sbagliando e pagando con la vita, se volevamo conquistare la pace e la libertà.
Il 24 aprile, dati gli stretti legami fra le Sap e il Cln di Cavaglià, che dirigevo, ed il Cln di Biella, eravamo stati in grado di occupare i punti principali del paese prima ancora dell'arrivo dei partigiani. Si trattava di far fronte a una situazione delicata. La guerra era di fatto finita ma restavano ancora pericoli per la ritirata verso est dei nazisti e anche nella popolazione la durezza della guerra aveva lasciato segni profondi di risentimento e di esasperazione che per nessun motivo dovevano essere tollerati.
La nostra organizzazione risaliva alla metà del 1944 e operava nella zona fra Cavaglià, Roppolo, Alice Castello; avevamo inoltre collegamenti con Viverone, Salussola, Santhià. Per questa ragione avevamo una certa conoscenza della realtà in cui ci trovavamo e questo ci permetteva di tenere piuttosto bene la situazione sotto controllo.
Quattro giorni dopo venne segnalata una colonna tedesca che, proveniente dalla Francia, sarebbe transitata nelle nostre zone. Il Comando partigiano aveva già dato disposizione ai reparti di non fare nessuna azione ostile verso i tedeschi, per non provocare combattimenti inutili, anche perché le forze tedesche erano molto ben armate. Nei giorni precedenti il 29 aprile, vista la posizione strategica di Cavaglià, dopo aver disarmato i vari presidi repubblichini dei dintorni, tutto il materiale bellico recuperato era stato depositato presso il palazzo comunale.
All'avvicinarsi del 29, le notizie circa il movimento della colonna erano sempre più frequenti, ma la previsione era che la colonna, diretta certamente verso la Germania, sarebbe passata da Cigliano, Tronzano e San Germano, escludendo così Cavaglià. I partigiani, però, per evitare che la colonna transitasse da Vercelli e raggiungesse Milano (due città già liberate), furono costretti a far saltare i ponti sul canale Cavour sulle strade fra Tronzano e San Germano e fra Santhià e San Germano. Trovando la strada interrotta, parte della colonna prese la via da Tronzano a Santhià e parte la via di Cigliano e Cavaglià, raggiungendo Santhià (ove avvenne il grave eccidio).
La colonna tedesca, perciò, contro le previsioni, sarebbe transitata da Cavaglià. Non sapendo ciò che sarebbe potuto accadere, fu disposto di consegnare le armi alla popolazione, in caso fosse necessario combattere. Così, tutte le armi leggere depositate in Comune furono distribuite a varie squadre di volonterosi. Consigliammo loro di rimanere nascosti e di attendere ordini.
Transitò per primo un gruppo di ciclisti tedeschi, che passarono in mezzo al paese colmo di partigiani senza nessun incidente. I partigiani si ritirarono. In seguito, arrivò una parte della colonna dotata di mezzi corazzati, che uccise tutti coloro che si trovavano sulla strada. Dopo la distribuzione delle armi io ed il commissario politico della divisione partigiana comunicammo telefonicamente a Santhià il movimento della colonna. Il commissario Grillo, di cui ero molto amico per aver diviso anni di carcere durante il fascismo, era in divisa, lo consigliai perciò di andarsene.
Subito dopo mi recai dove c'era il deposito delle armi recuperate, portai davanti alla porta banchi della scuola che si trovavano nella stanza e scrissi un cartello, da attaccare alla porta principale, con la scritta Scuole. Siccome era importante cercare di capire i movimenti della colonna, onde poter avvisare i partigiani di Biella, già libera da giorni, se questa si fosse spinta verso di loro, passai da via Gottardo e presi la via di villa Avandero: nel parco incontrai la signora Gerard, la proprietaria, e la pregai di lasciare per la notte i cancelli aperti, onde facilitare eventuali movimenti di partigiani, mi portai quindi verso il luogo ove oggi sorge il villaggio "Primavera". Da quel punto ebbi modo di seguire tutti i movimenti della colonna tedesca.
Ad un tratto, sentii "cantare" l'arma poderosa chiamata "sega di Hitler". Nessuna altra arma sparò. Questo è un punto da chiarire. Dopo la resa, persone "mal informate" sparsero la voce che la colonna aveva sparato perché qualcuno dei partigiani aveva sparato un colpo precedentemente. Questo è assolutamente falso. Seppi poi che l'informazione inesatta dipendeva da questioni personali.
Ad un certo punto, spostandomi verso il Borghetto sentii un vociare e compresi che era gente di Cavaglià. Intimai la parola d'ordine, ma questa era già stata scordata e anche le armi consegnate erano state abbandonate. Mi informarono che presso le case denominate Firmino avevano ucciso delle persone. Ritornai verso il Comune scendendo per via Gottardo e incontrai il partigiano Moro. Andammo a casa mia, dove riposavano diversi partigiani, e li avvisai dell'arrivo della colonna; Moro nascose i denari che aveva con sé per i vettovagliamenti dei partigiani nella stufa di casa mia e raggiungemmo la cosiddetta stazione, dove c'era la caserma dei carabinieri e dove c'era il telefono. Comunicammo a Biella che la colonna si era spinta sulla strada di Biella ma che, fortunatamente, era arrivata solo fino a Salussola.
Uscimmo dalla caserma proprio mentre sopraggiungeva l'altra parte della colonna. Fu una corsa frenetica fino alla strada della cascina Ratta, dove sostammo in attesa di capire come si stessero mettendo le cose, poi raggiungemmo la collina brich d'Barbé: era quasi mezzanotte. Altri abitanti di Cavaglià, che incontrammo poco dopo, ci diedero conferma dell'uccisione di alcuni partigiani.
Con Moro e altri ci recammo il più vicino possibile alle case Firmino. Precisamente ci appostammo in un cascinotto di campagna dove venivano depositati gli attrezzi agricoli. Restammo per più di due ore seguendo tutti i movimenti che i tedeschi facevano e capimmo che stavano stendendo fili per i collegamenti. Sentimmo un'altra scarica di mitra, propabilmente quella che uccise il partigiano Nucci. Poco dopo sentimmo un gran vociare, i tedeschi erano molto agitati. Non potendo fare niente ci spostammo verso la collina raggiungendo la cascina Moncavallino e riposammo qualche ora. All'alba, lo spettacolo fu desolante: fumo un po' ovunque, segno delle distruzioni avvenute nella notte.
Tentai di rientrare a Cavaglià, ma nella zona denominata Curva, alcune scariche di mitra, che per fortuna non mi colpirono, mi costrinsero a ritornare di corsa verso la cascina Moriondo dove abitava un membro del nostro Cln, Giuseppe Raspo, e dove avevo lasciato Moro. Mandammo poi una signora che abitava nella cascina piu a monte a recuperare i denari lasciati nella stufa di casa mia. La donna, dimostrando molto coraggio, si recò da Augusto Monti, membro del Cln locale, che era pratico di casa mia, con lui recuperò il deposito e ritornò dopo circa due ore. Io e Moro, col proposito di avere notizie, raggiungemmo poi la cascina Carengo di Salussola, dove abitava un membro del Cln di Biella, l'avvocato Franco Guala, e nel pomeriggio raggiungemmo la località Peverano di Roppolo; lì si trovava una parte dei partigiani che avevano lasciato Cavaglià nella notte. Verso sera andammo a Zimone. Era il giorno in cui l'aviazione alleata bombardò la colonna tedesca a Borgo d'Ale. Alla sera, da solo, ritornai alla cascina Moriondo, appresi che nel pomeriggio i tedeschi avevano fatto saltare il palazzo comunale.
Il mattino seguente raggiunsi Zimone e, avendo avuto notizia che i tedeschi si spingevano verso la collina, dove era stata catturata una corriera della Croce rossa tedesca, raggiunsi San Lorenzo di Mongrando. Notizie, che risultarono poi infondate, parlavano di spostamenti tedeschi verso la Serra; questo ci costrinse a prendere la via della montagna. Quella sera fui chiamato a Biella: all'hotel Principe incontrai la missione alleata per l'alto Piemonte, che per diversi giorni era stata sotto la nostra protezione, ed i membri del Cln di Biella. Nel pomeriggio un membro della missione mi comunicò che era in corso la firma dell'armistizio e che potevo tornare al paese.
Chiesi una bicicletta e andai ad avvertire gli uomini della mia squadra che erano rimasti in montagna. Li trovai che scendevano già verso Biella e tornai con loro in città; passammo la notte alla sede della Democrazia cristiana.
Il mattino seguente vidi dei carri armati sopraggiungere da Chiavazza, ma la gente non fuggiva più, anzi, salutava allegramente: erano arrivati gli Alleati. Per noi, però, quel giorno non fu di festa. Giunti a Cavaglià io e i miei uomini trovammo il palazzo comunale distrutto e i morti da seppellire, vittime dell'incapacità nazista di accettare la sconfitta.