Annibale Giachetti "Danda"
La battaglia di Crevacuore
"l'impegno", a. XIX, n. 2, agosto 1999
© Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nelle province di Biella e Vercelli.
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L'attività partigiana nell'Italia del Nord ed in particolare in Liguria e Piemonte, del giugno 1944, si
era sviluppata ed era alquanto efficiente da costringere il Comando tedesco dell'Alta Italia a distrarre
truppe considerevoli dal fronte della guerra vera e propria contro gli angloamericani, con lo scopo di distruggere
o rendere inoffensive le forze della Resistenza armata. Nel nostro settore erano dunque prevedibili attacchi
di notevole consistenza, perché i nazisti non potevano tollerare che alle loro spalle si costituisse una
seria insidia all'afflusso di rinforzi dal fronte francese e dall'Austria, che poteva addirittura ostacolare una
eventuale ritirata attraverso il Brennero. In particolare, visto che tutto l'arco alpino comprendente Cusio,
Verbano, Valsesia e Valsessera era controllato e praticamente occupato dalle formazioni partigiane, si era certi
che l'attacco sarebbe arrivato presto. Per noi si trattava quindi di sgomberare Postua, asfissiato, nel vero
senso della parola, dai troppi occupanti che, pur essendo tollerati, avrebbero ulteriormente causato
tragedie immeritate e assurde. Dal momento che era prevalsa l'opinione di abbandonare, in linea di massima,
la montagna, stabilimmo un piano per dislocare i distaccamenti nella zona collinare di Triverese,
Mortigliengo, Sostegno e Roasio. Il comando del battaglione, diventato comando di tre "gruppi di distaccamenti"
(dizione voluta da "Carlo")1 si decise di portarlo a Pianceri Alto di Pray.
Nel giro di due o tre giorni i distaccamenti raggiunsero la propria destinazione e si sottoposero a
preallarme continuo, vista la minaccia incombente dell'attacco nemico. Particolare attenzione si tenne per la zona
di Crevacuore e la strada Sostegno-Roasio, dove si insediò il gruppo distaccamenti "Elio Fontanella" al
comando di "Becco"2.
Io mi ero scelto "Turati" (Bruno Mazzia) che era del posto, per recarmi a Pianceri Alto e qui organizzare
la sede del Comando.
Quella di Turati si rivelò una conoscenza che per me doveva diventare molto importante, perché
questo compagno, veterano antifascista, già esule in Francia, possedeva tutto quanto occorreva per essere
definito consigliere, cospiratore intelligente, persona coraggiosa e distinta. Favorito dall'età non
compromettente, poteva arrivare a risolvere questioni complicate. Grande fede di militante della classe operaia. Ottimo
e scriteriato autista e quant'altro, per dire che era anche ricco di iniziative e furbo.
Mi portò a casa sua e conobbi la moglie Sandra e la figlioletta Giordana.
Non ci volle tanto per individuare, scegliere ed ottenere i locali adatti per sistemare il Comando e le
persone che dovevano trovare vitto e alloggio, che pure erano parecchie, quasi un distaccamento.
Assistetti al concitato dialogo fra Sandra e Turati. Non dovetti intervenire per niente, ogni mia
osservazione era inutile; avevano considerato tutto loro due: dislocazione, sicurezza, capienza, comodità e
disponibilità. Fu come se fossero stati già preavvisati, avessero avuto il tempo di calcolare i rischi e fossero arrivati
alla scelta dopo un lungo esame. Invece passarono rapidamente in rassegna varie possibilità e solo alla
fine convennero su una, che, secondo loro, poteva essere la soluzione migliore.
Mi azzardai a chiedere se conoscevano bene i proprietari e se pensavano fossero disposti a concedere.
Pronta la risposta: "Lo stabile è vuoto ed il vecchio proprietario è un fascista. Chissà dove avrà le ossa. Sono
anni che non si conosce la sua sorte. Stai tranquillo, che la casa è in ordine e ci sono mobili e letti. Le chiavi le
ha una nipote, nostra compagna, e sarà felice di metterle a disposizione".
Meglio di così non poteva capitare. Quanto detto da Sandra risultò assolutamente vero. La nipote era
disposta a darci le chiavi. Ci accompagnò a visionare ed a me la sede parve l'ideale.
La facciata era a due piani e la casa era incastrata in una riva boscosa. L'entrata principale era sul retro
in piano e conduceva ad un ampio e tramezzato vano rustico. Adattissimo alle nostre necessità. Nei
piani inferiori, disponibilità per cucina e alloggi, e sicurezza in caso di sgombero improvviso.
La scelta piacque e lì presero posto
"Gem"3, Carlo e gli addetti al Comando che erano stati posti a
disposizione di "Spartano"4, l'ex ufficiale che era piaciuto a tutti ed ora era responsabile del collegamento coi
distaccamenti. "Massimo"5 si trovava in giro per sistemare i reparti nel Triverese e Mortigliengo ed io venni invitato a far
da "ambasciatore" al comando di Moscatelli a Borgosesia, per concordare la tattica da adottare in vista
dell'attacco nazifascista ed avere più precise informazioni su entità e propositi del nemico.
Turati mi aveva assicurato di poter usufruire di una "Millecento" Fiat di proprietà di Pietro
Trabaldo6, sempre pronta per lui quando la richiedeva. Infatti
venne a prendermi a Postua e ci recammo a Borgosesia.
La città era in festa: i partigiani, alla rinfusa, erano dappertutto. Mi fece impressione notare la vivacità della
gente che manifestava apertamente simpatia ed entusiasmo. Erano tutti allegri: le ragazze volevano
farsi ammirare con la giubba della divisa marrone, fregiata da stelle alpine, non lesinavano abbracci e
qualche bacio; le anziane benedicevano con larghi affettuosi gesti i giovani, che rispondevano con sorrisi e
carezze; gli uomini invitavano a bere il bicchiere di vino rosso messo in mostra, nel bottiglione, all'entrata di
ogni bar.
Costretti dal disordine a posteggiare l'auto ai lati di una strada secondaria, domandammo dove fosse Moscatelli.
"Deghi da bevi ai matài 'd
Gemisto"7. Con soddisfazione sentimmo dire: "Cino è al Tre Re".
Ci avviammo all'albergo e Turati, commosso, esclamò: "Poveretti, non sanno che a giorni vivranno il
terrore!". Lo pregai di non insistere, ma mi aveva rovinato il morale. Davanti al "Tre Re" addirittura c'era rissa.
Gente in divisa e no, andava e veniva di corsa, si spintonava, urlava. Gran manate sulle spalle ed abbracci di chi
si conosceva e finalmente si incontrava. Una gran confusione. Turati ed io non riuscivamo a farci dire
dove andare per parlare con Moscatelli ed allora ci infilammo nella folla ed entrammo nell'atrio dell'albergo.
Di fianco al locale con banco bar, Turati notò due partigiani che piantonavano una porta. Si apriva e chiudeva
di continuo, lasciando credere che lì dentro si dovesse trovare l'ufficio cercato. Turati mi guidò oltre,
dicendo alle due guardie che io portavo un messaggio da parte di Gemisto. Trovammo infine via libera per entrare
in un salotto, che però era occupato da gente in attesa di essere ricevuta. In un'altra stanza, oltre un'altra
porta. Questa volta arrivai con decisione alla maniglia. Che però girò da sola. Come catapultati, uscirono
dei partigiani che facevano scorta a Cino. Tentai di fermarlo, non so se mi riconobbe, ma appena accennai
al motivo della visita, Moscatelli sbuffò: "L'attacco è già cominciato, c'è tutta un'armata contro di noi.
Cosa volete fare voi, quattro gatti?" e via senza salutare.
Il sangue mi diede alla testa ed avrei voluto reagire, magari con la
"Lena"8, a questo beffardo
trattamento. Turati mi prese per un braccio, mi portò fuori dal locale e trovò il tempo di chiedermi se ritenessi
necessario far saltare i ponti del Sessera, dato che risultava chiaro che saremmo stati abbandonati a noi stessi. Certo
che era necessario, era l'unica cosa che potevamo fare. Ma come? Sornione, mi fece capire che gli era
balenata un'idea e, avvicinatici ad un tipo con aspetto di montanaro, che di divisa aveva soltanto un fazzoletto
rosso sgualcito, Turati, con impeto, lo assalì: "Ciao,
Marcudin!9. Siamo venuti da Cino per avere dell'esplosivo
e far saltare i ponti del Sessera. Vi dà ordine di farcelo avere e di venire a minarli". Restai di stucco, ma
lo sguardo di Turati mi invitava a far la mia parte. Riuscii a dire che si doveva fare in fretta, molto in
fretta. Aspettavamo la sua risposta. Con nostro grande sollievo
Marcudin ci disse: "Sì d'accordo, però
dobbiamo ritirare il dinamon a Civiasco". Ma come, era così facile? Non si poteva credere. Ad ogni modo presi
slancio ed arrischiai: "Sì, sì, andiamo pure. Cino ci ha detto che avresti messo a disposizione uomini e camion e
ci raccomanda di fare in fretta e bene". Marcodini, stizzito, di rimando: "Perché non vi ha detto che veniva
lui di persona, che sa fare tutto? Certo che ci vogliono i minatori, mica posso io da solo. Il camion è pronto
nella polveriera".
Turati si affrettò a prendere l'auto e lo attendemmo al bar.
Chiesi doppia razione di
"branda" per me ed altrettanto per lui. Ne avevo bisogno.
Marcudin, rozzo all'apparenza, doveva essere un gran brav'uomo e, dopo quello che aveva deciso di fare, ci era tanto simpatico.
Pensavo che Civiasco fosse una frazione di Borgosesia, invece non era vicino. Me ne accorsi quando,
lasciata la provinciale per Varallo ed imboccata l'erta a destra, dopo svariate curve, in quella limpida giornata del
1 luglio, mi apparve il panorama della valle. Borgosesia era laggiù, ben distante. Ancora curve larghe e
ben disegnate di strada molto ben curata, ricoperta da ghiaia fine, ed al termine della salita, le casupole, belle
e pulite, nello stile valsesiano che ben conoscevo. Appena fuori paese, ci fermammo. Marcodini cercò
gli uomini che gli occorrevano e li invitò a caricare sul camion le cassette e le micce occorrenti.
Occorrenti? Solo allora mi chiese cosa doveva "saltare". Per dir poco, visto come andavano le cose, dissi tanto:
l'esplosivo necessario per i ponti della Cartiera di Crevacuore e di Azoglio, per le gallerie dell'ex ferrovia
Coggiola-Gattinara (che mi venne in mente proprio in quel momento), e per il ponte di Pianceri a Pray. Marcodini
si consigliò con gli altri e decise. "Meglio qualcuna in più che in meno. Diciotto cassette andranno
bene". Avesse detto cinque o venticinque per me era proprio lo stesso, perché di esplosivo non sapevo
proprio niente. Ad ogni modo ci tenni a dire: "Va benissimo. Se ne dovessimo avanzare un po', sapremmo
che farne".
Turati trovò il momento per dirmi che se avevo soldi con me, era il caso di proporre uno spuntino. Lo feci
ed accettarono tutti, di buon grado. Fu l'occasione per assaggiare (o, per essere sincero, divorare, visto il
mio appetito) il salame di vacca. Lo trovai gustosissimo. Dunque: pane scuro fatto con granturco e farina
di castagne, lardo, toma e salame di vacca. E vinello rosso che valeva poco, ma che con quel tipo di cibo,
era quanto ci voleva.
E via, Turati che guidava l'auto, col
Marcudin e me; i due minatori e l'autista col camion, dietro.
A Crevacuore ci recammo da
Marchetti10 che ci ritirò il camion e si incaricò di trovare alloggio a
Marcodini e agli altri. Turati ed io arrivammo al Comando e
riferii ogni cosa.
Gemisto e Carlo, che non erano proprio dell'avviso di far saltare i ponti, specie quello di Pray, di fronte
a quanto avevo combinato, secondo loro avventatamente, tentarono di opporsi, ma quando seppero che
saremmo stati soli inValsessera a difenderci dai nazifascisti, il disaccordo affievolì. Scomparve del tutto, prima
di sera, quando a Pianceri Alto giunse
"Palmo"11 che, molto allarmato, disse che i nemici sarebbero arrivati
in tremila e non si poteva lasciar loro campo libero.
Palmo aveva saputo da Marchetti che ero riuscito a trovare esplosivo e si disse entusiasta. "Facendo
saltare i due ponti sul Sessera ed ostruendo le due gallerie, i mezzi meccanizzati tedeschi non arriveranno a
Crevacuore e saranno spinti a deviare, cambiando obiettivi," dichiarò convinto. Nessuno credette a queste
ottimistiche previsioni, ma la determinazione espressa da chi godeva della stima e fiducia degli abitanti, convinse
Gem, Carlo e gli altri a prendere la drastica decisione di contrastare l'attacco.
Così ebbi il compito di dirigere l'operazione e di preparare la resistenza, non senza raccomandazioni
alla prudenza. Per il contatto col Comando, Gemisto mi mise a disposizione
"Enea"12.
In cuor mio, ma senza manifestarlo, non condividevo il parere di Palmo, cioè che, impedita ai mezzi
corazzati nazisti l'entrata in Crevacuore, l'occupazione nemica non potesse avere compimento. Era una follia
solo pensarlo. Infatti l'ostruzione avrebbe soltanto ritardato, ma non impedito la manovra, e restava pur
sempre la via attraverso Guardabosone, non ostacolata (e con ragione, vista la portata dell'attacco) dai reparti
di Moscatelli che avrebbero creato il vuoto in Valsesia. Avevamo messo noi una postazione in quel punto,
ma questa, più che altro, aveva funzione di vigilanza, al solo scopo di impedire che ci prendessero alle spalle.
Inoltre, i nazifascisti potevano benissimo sfondare sul versante di Roasio-Sostegno, praticamente
indifendibile, visto il divario di forze. Ma al di là di questo, la ragione principale che ci imponeva di superare il
dilemma accettando il combattimento, era Crevacuore, paese situato proprio all'entrata della Valsessera, nostro
cuore legato all'esistenza stessa della futura
50a brigata d'assalto Garibaldi "Nedo", che si trovava in una
situazione tale da non poter non essere difeso dalla nostra legittima e necessaria azione.
Purtroppo l'attacco era previsto dalla direttrice Borgosesia-Gattinara, per cui, a differenza degli altri
paesi, lo scontro doveva avvenire fra le sue case, la sua gente, e non in periferia disabitata e magari protetta
da boscaglia. Inoltre non si trattava di reagire ad una minaccia improvvisa e ad eventi cruenti non previsti:
si sapeva benissimo che Crevacuore sarebbe stato invaso.
Allora perché accettare e addirittura provocare il combattimento?
Perché mettere a repentaglio i cittadini di tutto un paese?
Sono convinto che a molti anni di distanza chi non ha potuto vivere quei tempi tragici e gloriosi, così
fuori dal senso comune, si debba trovare in forte difficoltà a capire la giustezza e la logica della nostra scelta.
Io sono certo che i cittadini di Crevacuore, come quelli di tante zone biellesi e d'Italia, in quei
momenti fossero decisamente determinati a comportarsi come si comportarono: con paura, tormenti, maledizioni,
ma anche con coscienza di dovere rischiare con una partecipazione attiva e diretta, perché al nulla e al
tetro, avrebbero contrapposto la speranza di una esistenza migliore.
Crevacuore, prima del luglio 1944, aveva già subito angherie, disagi e morti. Aveva conosciuto
compaesani criminali che avevano bruciato le case e fatto deportare dei loro compagni nei campi di sterminio di
Germania. D'altra parte, attraverso i suoi antifascisti, persone oneste e di buon senso, il paese capiva che era
venuta l'occasione di riavere la libertà e l'indipendenza. Aveva dato impulso alla ribellione di Gemisto con i
suoi figli, diventati neo garibaldini. Con essi avevano promosso le lotte nei luoghi di lavoro per esigere prima
di tutto la pace e poi il cambiamento delle condizioni di vita. Ora le nubi di nuove tragedie
incombevano ancora e diventava naturale, anche se non voluta, la decisione di resistere in qualche modo alla barbarie.
Crevacuore non avrebbe smentito la sua storia.
Era consapevole del pericolo. Come detto, non si trattava di sorpresa. I partigiani avevano abbattuto il
ponte provinciale di Pianceri a Pray, stessa sorte avrebbero avuto quelli della Cartiera e di Azoglio; le
vecchie gallerie in disuso erano minate. I suoi partigiani ("Topolino", "Cuccu", "Tarzan", "Fulmine",
"Matteo", "Pio Percopo", "Bianco", "Pippo",
"Orlando"13 e decine di altri nuovi arrivati) erano decisi a
vendicare fratelli e compagni caduti a Curino e in altre battaglie e a farla pagare a chi aveva incendiato le loro case
e messo sul lastrico i genitori. Ora, finalmente meglio armati, prendevano posizione alle barricate, assieme
ai parenti e ai compaesani, per dimostrare l'invincibilità della ragione.
Personalmente ebbi la convinzione che comunque, con noi o senza, i cittadini non avrebbero, questa
volta, subito passivamente la nuova invasione. Non era dunque solo Palmo ed il gruppo degli anziani ("Barzizza",
"Vento", "Acciaio", "Fosco" e
"Tedy")14, a volere a tutti i costi misurarsi coi nazifascisti, ma tutta
una popolazione avrebbe reagito attivamente alla minaccia.
Aveva ragione il Comando a suggerire l'impiego parziale dei distaccamenti ed il piano di difesa fu
improntato per una azione da guerriglia, mordere e fuggire, che eseguimmo a puntino, salvo qualche caso che riuscì
a nostro favore. Ma quanto successe a Crevacuore in quei giorni, e precisamente il 4, 5 e 6 luglio, ha
dello straordinario.
I nazifascisti, impediti ad occupare il paese, a causa della distruzione dei ponti e delle mine fatte
brillare nelle gallerie, non risparmiarono certo la tattica distruttrice, bombardando con il cannone ed i mortai da
81, intensamente, case ed edifici. Il pericolo era grande e la gente si mobilitò per salvaguardarsi e per aiutare
i partigiani. La popolazione ci incoraggiava a tenere duro e colpire, soccorreva e rifocillava i
combattenti, interveniva immediatamente per riparare i danni portati dalle bombe, rinforzava tetti, barricate, finestre
e porte, trasportava e nascondeva mezzi di sussistenza e altre cose da mettere al sicuro.
I ripetuti attacchi nemici portati su tre direzioni vennero regolarmente respinti nei vari settori delle
nostre postazioni, sia quelli attuati nei primi due giorni dai nazisti della Ss Polizei, e dai brigatisti neri del
"Pontida", nel versante di Roasio e Sostegno, sia quelli lungo il Sessera. Fui testimone del comportamento dei
garibaldini sulla sponda sinistra del Sessera. Svariate volte il nemico tentò di passare il torrente, protetto dal fuoco
delle mitraglie, ma ogni volta fu ricacciato. Ci fu di grande aiuto il fatto che dal 2, ma in particolare dal 3
luglio, arrivò una pioggia intensa che causò la piena del torrente, diventato così nostro importante alleato. I
"tuder" incontrarono grosse difficoltà e tardarono altri giorni prima di poter entrare in Crevacuore. Noi stessi
non pensavamo a tanto successo nelle operazioni di resistenza. Enea percorreva di continuo la strada che
da Crevacuore portava al Comando di Pianceri Alto, e rischiava molto, per l'assordante rumore della moto
che permetteva di individuarne il percorso. Era suo compito aggiornare continuamente Gem e Carlo
della situazione. Ogni volta mi portava ordine di ritirare quel reparto, dato che poteva essere assalito alle spalle
da nemici che sopraggiungessero da Guardabosone.
A parte che Enea stesso sapeva che saremmo stati avvisati in tempo per evitare l'accerchiamento, ma
perché permettere che il Sessera fosse guadato in quel punto, quando era relativamente facile tenere ferma
l'offensiva, permettendo così alle nostre pattuglie di muoversi regolarmente e con velocità?
Non era impresa impossibile, almeno in quei momenti, controllare il combattimento. Dall'altra sponda,
a più riprese, gli attaccanti sfidavano la corrente impetuosa, tenendo sopra la testa l'arma individuale,
e diventavano per noi facile bersaglio. Che strani soldati! Qualcuno dei nostri li identificò come mongoli,
ed invece, come avremmo saputo, erano georgiani. Certo erano ubriachi. Non potevano non esserlo per il
modo sciocco e scriteriato col quale avanzavano da un masso all'altro, cadendo regolarmente a bagno.
Quasi divertiti, i partigiani, che sparavano a volontà, li dichiaravano colpiti a morte, ma non era vero. Solo
alcuni scivolarono a pancia in alto, giù per la corrente.
Purtroppo, come era evidente, la sproporzione di uomini ed armamento era enorme ed il
bombardamento incessante sulle nostre postazioni e sul paese causava danni preoccupanti. Il nemico infine ebbe il
sopravvento sulla nostra resistenza e poté convogliare, dalle diverse direzioni, tutti i suoi effettivi su Crevacuore.
Resisi conto di aver abbondato oltre misura in munizioni sparate, specie per quanto riguardava i fucili
mitragliatori, fu d'obbligo mettere fine allo scontro.
Lamentammo la perdita di
"Sam"15, colpito a morte, e diversi feriti.
Ogni reparto venne indirizzato a portarsi nel Mortigliengo, dove Massimo avrebbe provveduto alle
nuove sistemazioni. I partigiani di Crevacuore avrebbero voluto restare
in loco e diversi paesani, ormai stravolti,
li incitavano a persistere e li esortavano a non lasciarli soli a contrastare il nemico, contro il quale era
cresciuto un odio incontenibile.
Enea fece l'ultimo viaggio con la Guzzi 250 ed a bordo c'ero anch'io per relazionare al Comando sui
giorni di battaglia. Non parlerò delle conseguenze che si sarebbero scaricate sui paesani, che pur prevedevo,
come sapevo previste da Gem, Carlo e dagli altri del Comando.
Purtroppo Crevacuore, e con esso Postua, avrebbero pagato ancora.
I nazifascisti, timorosi per quanto successo, non si inoltrarono subito negli altri paesi della Valsessera,
Pray e Coggiola, limitandosi, nei giorni seguenti, a qualche veloce puntata qua e là. Insisterono però ancora
su Postua, ormai considerato un centro nevralgico dei partigiani del Biellese orientale. Seguendo le
informazioni che indicavano il ritorno di Gemisto e di un suo reparto, insieme ad una formazione di Moscatelli che
era stata costretta a sconfinare nell'alta Valsessera, stavano raggruppando forze consistenti e si preparavano
ad un rastrellamento.
I partigiani, spinti ancora in montagna, venivano attaccati il 19 1uglio. Teatro degli scontri, i monti Gemevola
(Cornabecco) e Barone. Nuova occasione per dimostrare che le forze della resistenza ormai erano in
grado di contrastare efficacemente i nazifascisti.
Quella battaglia, di fatto, fu l'atto conclusivo dell'offensiva nemica in zona di quel periodo. Le
formazioni partigiane non solo erano riuscite a contrastare, ma ne uscivano rafforzate.
Dopo gli scontri di Crevacuore fui incaricato, come lo era stato Massimo, di provvedere alla
organizzazione dei reparti e del territorio della nuova
50a brigata Garibaldi "Nedo", e prima tappa furono Casapinta
e Masserano.
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