Piero Germano
La battaglia di Sala Biellese
1 febbraio 1945
"l'impegno", a. II, n. 4, dicembre 1982
© Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nelle province di Biella e Vercelli.
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In genere, discutendo con i diversi partecipanti alla battaglia di Sala, nessuno dà la stessa
versione. Molti particolari non coincidono: credo ciò dipenda dal fatto che i vari episodi sono stati vissuti
in modo diverso e oggi di conseguenza vengono narrati partendo da angolazioni diverse. Chi era
con "Primula" ha visto in un modo, chi era con l' "Alpino", chi con "Barbis" o con "Ulcavo" in un
altro. Così per la 76a brigata o per la Gl.
Perciò io esporrò succintamente le vicende secondo la versione che ho avuto dal Comando a Sala.
A mio giudizio la battaglia di Sala del 1 febbraio 1945 segna il momento di un
cambiamento qualitativo nella attività militare del movimento partigiano biellese e vercellese. In quella
occasione siamo passati dalla adolescenza alla maturità, dalla guerriglia alla guerra di popolo. Vi è stato
un cambiamento, un superamento di certe leggi militari che da noi regolavano la guerra partigiana.
Il primo fatto che ci aveva già costretti a rivedere le nostre posizioni era stato il proclama di
Alexander, comandante delle forze alleate in Italia, del tardo autunno 1944. Esso, in breve, diceva che i
partigiani avrebbero dovuto nascondere le armi, smobilitare, per ritornare a combattere in primavera,
in condizioni più favorevoli.
Il proclama fu discusso al Comando ed in tutti i distaccamenti e fu respinto. La discussione
fu talmente ampia e democratica che costrinse la Missione inglese Cherokee a prendere posizione
con noi. Tanto che, contrariamente a quello che avvenne altrove, il lancio più grande (24 apparecchi
in una sola volta, forse il più grande lancio fatto in Europa dagli angloamericani) avvenne il
26 dicembre 1944 tra le colline di Baltigati, nel Biellese orientale.
Il giorno precedente la
75a brigata aveva fatto un notevole colpo catturando il presidio di
Cigliano e conquistando tre mortai da 81, due mitragliatrici americane, otto mitra e una cinquantina di
fucili con il relativo munizionamento.
In quel periodo vi era slancio ed entusiasmo ma non vi era ancora molta chiarezza sul piano
militare. Un grande aiuto ci venne in seguito alla visita del comandante delle forze garibaldine in
Piemonte e membro del Comitato Militare Piemontese, Francesco Scotti "Grossi". In una riunione del
Comando "Grossi" ci pose alcune questioni sulla situazione generale: "La situazione dei fronti per il
nemico è in serio deterioramento; tedeschi e fascisti sanno di dover perdere la guerra, o perlomeno
questa convinzione si fa strada in molti di loro, ma la tigre è molto più pericolosa quando è ferita,
in conseguenza avremo dei periodi duri e dei colpi seri da affrontare, tuttavia abbiamo una
prospettiva chiara di vittoria. I nazifascisti infatti hanno basi e armi, ma noi abbiamo il popolo che ci
appoggia e la volontà di lottare, che si rafforza nella certezza di essere dalla parte giusta".
Abbiamo allora cominciato a fare un'autocritica sul modo in cui venivano utilizzati gli elementi
a noi favorevoli ed abbiamo affrontato il problema del superamento di alcune leggi militari
sulla guerriglia in base a situazioni nuove che si creavano. Ad esempio: fuggire davanti al nemico
più forte e colpire il nemico più debole, tenendo conto del nostro armamento e della
nostra organizzazione; tener conto che il nostro servizio informazioni ci permetteva di conoscere
i movimenti dei nazifascisti; tener conto dello spirito di lotta dei partigiani, tutti volontari,
tutti pronti a fare; tener conto dell'appoggio della popolazione.
Si potevano fare piani in cui, sulla base delle informazioni, si potevano prevedere le forze e
le mosse avversarie e quindi si potevano predisporre a tempo debito le nostre forze. In base
ai collegamenti (bandierine, staffette, popolazione) si potevano stabilire i diversi momenti della
battaglia e quindi scegliere il momento più adatto al contrattacco (prima di allora il caso di contrattacco
non era mai stato contemplato).
In base all'appoggio della popolazione si poteva scegliere il momento del ripiegamento e
poi riconcentrare le forze in punti prestabiliti per riorganizzarsi ed essere pronti nel giro di pochi
giorni a colpire nuovamente il nemico.
Su queste considerazioni nacque il piano per le battaglie invernali del 1945, cioè 1' "Ope 52", e
la battaglia di Sala ne costituì, per la
75a e la 76a brigata, la prima applicazione.
All'attacco di Sala vi furono alcune premesse: la cattura e l'eccidio del Comando della
76a a Lace ed un attacco di forze tedesche a Cerrione che ci costrinse a richiamare il battaglione
"Vercelli" sull'alta Serra.
La notizia che si preparava un attacco "decisivo" alle formazioni della Serra ci era giunta,
con nostre staffette, dai collaboratori delle Sap di Biella, Vercelli, Ivrea ed anche dal Comando
di Milano, con parecchi giorni di anticipo. Potemmo anche conoscere la data e le direttrici di attacco.
Stabilimmo allora, in una riunione del Comando della
75a brigata, a cui parteciparono i
comandanti di tutti i distaccamenti, le linee di difesa, i punti di raccolta e le vie di ripiegamento.
Innanzitutto stabilimmo di inviare in pianura due distaccamenti del battaglione "Vercelli" con gli elementi
più giovani e con armi leggere perché l'avversario fosse continuamente colpito ed ostacolato
nel retroterra. Le armi pesanti sarebbero rimaste invece a Sala.
Le linee di difesa furono poi così stabilite:
1a linea: S. Maria - S. Michele - Borgo S. Lorenzo - Mongrando affidata al battaglione "Leslie Parker" (170 uomini) comandato da Giuseppe
Boggiani "Alpino"; 2a linea: tra Mongrando e Bornasco al battaglione "Baudrocco" (150 uomini)
comandato da Elio Barbero "Barbis";
3a linea: tra Sala ed il Pilone della Scafa, da dove si dominano
Zubiena e Bornasco, affidata al battaglione "Bixio" (200 uomini) comandato da Ido Festa "Ulcavo";
due distaccamenti di riserva a Sala. Per il fronte sud: una linea di difesa formata da due
distaccamenti della 182a brigata (70 uomini) al bivio di Torrazzo; un'altra linea con due distaccamenti della
76a ad est di Sala con Renzo Pedrazzo "Libero" e Saverio Tutino "Nerio". A Sala e presso le unità
in linea si piazzarono gli uomini del Comando Zona: Quinto Antonietti, Anello Poma "Italo",
Silvio Ortona "Lungo". Il comando operativo fu assunto dal Comando della
75a con Piero Germano "Gandhi", Enzo Pezzati "Ferrero", Nino Baltaro, Gilio Morino "Tarzan".
L'attacco nazifascista venne sostenuto da migliaia di uomini perfettamente armati, con
mitragliatrici pesanti, mortai da 81 e piccoli cannoni e con gran quantità di munizioni.
Le direttrici dell'attacco furono le seguenti: una colonna di 1.000 uomini salì da Ivrea e puntò
in parte a Torrazzo ed in particolare verso Andrate lungo il crinale della Serra; una seconda con
circa 1.000 uomini salì da Salussola per arrivare a ricongiungersi con quella di Torrazzo,
rastrellando tutta la Serra; una terza di 500 uomini salì da Viverone verso il crinale della Serra per
ricongiungersi con quella di Salussola; una quarta di 3.500 uomini partì da Biella puntando su Mongrando,
Zubiena e Sala, mentre una aliquota della stessa (500 uomini) si distaccò a Occhieppo e puntò su
Muzzano e Graglia per controllare la zona.
L'obiettivo avversario era evidente: una tenaglia verso la bassa Serra, dove risiedeva abitualmente
il battaglione "Vercelli", una seconda tenaglia, più robusta, verso gli altri battaglioni della
75a e della 76a che abitualmente risiedevano verso l'alta Serra (Sala, Bornasco, Mongrando) in modo
da costringerli a ripiegare verso il Mombarone (ecco il motivo delle due puntate a Muzzano e
ad Andrate) e successivamente annientarli (ritrovammo un ordine del giorno dei fascisti che
si concludeva affermando l'esigenza di "cancellare quella macchia di ribellione che da troppo
tempo alligna sulla Serra").
A questa punto si possono fare alcune osservazioni di carattere militare. La mancanza di
informazioni ha costretto i fascisti ed i tedeschi (che non erano a conoscenza dell'avvenuto spostamento di
metà battaglione "Vercelli" in pianura e dell'utilizzo dell'altra metà a Sala per rafforzare il lato est
del nostro schieramento) a perdere mezza giornata con 1.500 uomini per rastrellare la bassa Serra
ove non vi erano più partigiani ed a non avere invece a disposizione questi uomini per i
momenti decisivi della battaglia.
La sorpresa è l'altro elemento che ha funzionato in pieno: essendo al corrente delle direttrici
e dell'ora dell'attacco avevamo appostato sia a Mongrando che a Torrazzo le nostre formazioni
in posizioni tatticamente favorevoli, sorprendendo il nemico.
A S. Maria, a S. Michele e a Mongrando (dove vi era il più forte concentramento avversario) l'
"Alpino", uno dei più meravigliosi combattenti del Biellese, ha saputo, usando l'arma del
contrattacco per ben tre volte, tenere bloccata la colonna nemica per più di sei ore, ripiegando
ordinatamente verso le posizioni del "Baudrocco" e mettendosi poi in posizione di rincalzo.
A Torrazzo, dove l'attacco avvenne più tardi (verso le 8.30) entrò nel vivo della battaglia un
altro valorosissimo comandante: Pietro Camana "Primula".
"Primula" ed i vercellesi con grande sangue freddo lasciarono avvicinare la colonna a poche
decine di metri dagli appostamenti partigiani e scagliando simultaneamente una valanga di fuoco
sulle diverse parti della colonna, la costrinsero ad una fuga disordinata e precipitosa. Grande
efficacia ebbe anche in questo scontro l'uso della Piat, una bombarda inglese che metteva fuori
combattimento 15-20 avversari ad ogni colpo.
Penso sia anche possibile un'altra considerazione: se furono positivi il contrattacco e la
sorpresa, un limite fu quello di non aver inseguito il nemico. Ciò è dovuto a due fattori: le forze del
battaglione "Vercelli" erano particolarmente addestrate alle imboscate in pianura e seguivano perciò la
tattica dell'immediato ripiegamento su posizioni più lontane e sicure subito dopo l'attacco; ed in
secondo luogo noi, sottovalutando il risultato della sorpresa, abbiamo tenuto i distaccamenti di riserva
a Sala, lontani dal luogo dell'azione, e non abbiamo potuto utilizzarli tempestivamente.
Per tutto il pomeriggio poi si sviluppò la battaglia a Bornasco e Sala.
Il risultato fu che in questi paesi i nazifascisti entrarono solo quando i reparti partigiani,
per disposizioni del Comando, si erano già ritirati nei punti di raccolta predisposti.
La popolazione di questi eroici paesi nel pomeriggio, oltre a svolgere tutti i compiti necessari
al combattimento, aveva nascosto tutto il materiale che i partigiani non potevano portare al seguito:
le riserve, i viveri, i mezzi di comunicazione, tanto che sia nella serata sia il giorno successivo
il nemico non poté scoprire né le riserve né le case dove normalmente alloggiavano i partigiani.
In uno di questi "buchi" rimase addirittura nascosto e ben nutrito per più di otto giorni il
vice-comandante della 182a, Enrico Casolaro, ferito.
La battaglia si concluse con più di 250 nazifascisti fuori combattimento (dati desunti dagli
ospedali di Ivrea, Vercelli e Biella e dai nostri informatori). Da parte nostra: "Primula" morto
in combattimento, don Tarabolo ucciso in chiesa, Casolaro ferito seriamente e tre feriti leggeri.
Oltre all'enorme disparità delle perdite, grande rilievo militare ebbe l'azione di ripiegamento.
Tutti i paesi della Serra ed ai piedi della collina erano presidiati dai nazifascisti che erano certi
di concludere il giorno dopo vittoriosamente l'accerchiamento. Invece al Pilone della Scafa, al
Mulino di Sala, al Mulino di Bornasco erano concentrate le tre colonne partigiane pronte per il ripiegamento.
Ricordo con commozione la consegna del mitra di "Primula" a suo figlio Tino, quattordicenne,
che lo aveva seguito in montagna con tutta la famiglia. Cerimonia semplice e straziante, che era
la prima commemorazione di un eroe. Dopo la cerimonia, seguendo i percorsi prestabiliti, quasi
alla stessa ora, nel silenzio più assoluto, iniziavamo la marcia dura, effettuata su 40 cm. di neve e
dopo una lunga giornata di combattimento, per uscire dall'accerchiamento. Ci ritiravamo, ma
eravamo dei vittoriosi che avevano visto il nemico morire o fuggire, ci ritiravamo ma sapevamo che a
poche ore, a pochi giorni di distanza saremmo stati in grado di riprendere la lotta più forti di prima.
Al mattino tutte e tre le colonne raggiungevano i luoghi prestabiliti: nessun attacco, nessuna
sorpresa, nessun colpo di arma da fuoco, nessun uomo mancante.
Il battaglione "Vercelli" ad Areglio e poi al Brianco, il battaglione "Leslie Parker", con i
distaccamenti della 76a brigata, ad Albiano, il battaglione "Bixio" a Cossano.
La notte dopo altra marcia per il "Leslie" ed il "Bixio" che si riunivano a Vische, dove
catturavano cinque soldati nemici ed il giorno successivo, 3 febbraio, sostenevano un combattimento contro
un forte reparto germanico.
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