Alberto Gallo (Dante)

Due mesi con i partigiani biellesi



Il periodo che trascorsi con le formazioni partigiane del Biellese fu durissimo e senza respiro. I cinque distaccamenti che operavano nella zona erano continuamente attaccati. Io non ero mai stato in montagna in vita mia, non avevo alcuna nozione di guerra, non avendo fatto il soldato, non avevo mai posseduto un'arma, ad eccezione di una vecchia rivoltella a tamburo che non avevo mai avuto modo di usare sul serio, non conoscevo i paesi: non era questa la migliore condizione per il lavoro politico-militare che dovevo svolgere. Anche quando gli spostamenti degli uomini avvenivano di giorno io non riuscivo ugualmente a orientarmi. Questo mi preoccupava alquanto. E questo è anche il motivo per cui, da sempre, ho le idee confuse circa le località dove pure sono stato partecipe di episodi importanti. Ben chiari ho invece alla memoria i fatti di cui da solo o con altri sono stato protagonista.

Prime azioni partigiane nel Biellese

Nel gennaio 1944 il Partito aveva fatto sapere a me, Saracco e Vogliolo che avremmo dovuto lasciare Asti e recarci nelle formazioni partigiane del Biellese. Io partii per ultimo, il 2 febbraio. Il Partito mi aveva comunicato, a mezzo di Vogliolo, che era tornato a prendermi, che il mio compito sarebbe stato quello del lavoro politico di coordinamento delle formazioni.
Con Vogliolo arrivai a Biella, di qui ci recammo ad Andorno e quindi al bocchetto Sessera e poi in un vasto alpe, occupato da un gruppo di partigiani. Fui introdotto in una camera in penombra dove, su un letto di fortuna, giaceva un uomo febbricitante. Era Nedo Pajetta.
Nedo mi fece poche domande: evidentemente era già informato sul mio passato. La sua prima decisione nei miei riguardi fu questa: avrei dovuto essere accompagnato da Vogliolo al distaccamento "Matteotti", per sostituire il commissario politico Giuseppe (Enrico Casolaro).
Presso il "Matteotti" incontrai con piacere il compagno Saracco che mi illustrò la situazione del distaccamento. Essa era critica per molte ragioni, in particolare per i continui attacchi subiti ad opera dei fascisti. Il morale degli uomini era a terra ed io avvertii che era difficile tenere assieme uomini le cui abitazioni erano, tra l'altro, solo a pochi chilometri di distanza. Io ero il "commissario politico" ma nessuno di quegli uomini mi conosceva, ed io non conoscevo loro. Ed è in una situazione di questo genere che si verificò lo sfacelo del distaccamento.

La resa del Matteotti

Ero lì da alcuni giorni quando, un pomeriggio, si presentò al distaccamento un commissario prefettizio, del quale ignoro ancora oggi il nome e la località di provenienza. Questi cominciò a chiamare per nome più di un partigiano presente per invitarlo ad abbandonare la lotta e a tornare a casa. Disse che in valle erano arrivate considerevoli forze tedesche e fasciste che si accingevano ad attaccare "per farla finita con i ribelli" .
I nazifascisti promettevano però salva la vita e assicuravano che nessuna rappresaglia sarebbe stata compiuta a chi si fosse arreso, né ai familiari.
Più di una volta tentai di intervenire, invitando i presenti a respingere quelle proposte e quelle lusinghe, ma mi resi ben presto conto che la battaglia era persa. Il comandante si era arreso per primo. Gli altri uomini stavano cedendo. Chiesi che si facesse l'appello, per sapere chi se ne sarebbe andato e chi no. In quel momento il distaccamento contava 63 uomini. All'appello, 58 decisero di tornare a casa. Rimanemmo in cinque: due fratelli, uno jugoslavo, un certo Remo, mi pare di Gattinara, ed io.
Stava ormai per cadere la sera quando, in fila indiana, in silenzio, con una quarantina di fucili, di rivoltelle e alcune bombe a mano, quegli uomini lasciarono le baite e si allontanarono.
Appena quelli furono scomparsi, feci osservare ai miei compagni che bisognava allontanarsi subito perché era probabile che i fascisti venissero a cercarci. Decidemmo di portare il più rapidamente possibile al sicuro le armi rimaste in nostro possesso e di allontanarci con altrettanta rapidità, cercando contatti con altre forze partigiane della zona. Ci caricammo così di tutte le armi che eravamo in grado di trasportare e, guidati dai due fratelli e da Remo, che avevano una certa conoscenza della zona, giungemmo infine in un vallone, dalla parte del monte Cerchio.
Qui incontrai Vogliolo e, per la prima volta, Battista Santhià.

Commissario politico del "Piave"

Io e i miei compagni fummo aggregati ad un gruppo comandato da Lungo (Silvio Ortona). In quel momento, anche tra quegli uomini, il morale era piuttosto basso. Il gruppo era composto da uomini "raccogliticci". Ricordo che avevano fame e freddo e che dormivano nella stalla di una grossa baita.
Ricevetti l'ordine di Nedo di spostarmi presso il distaccameno "Piave", nei pressi di Mosso Santa Maria. Partii dunque, accompagnato da un compagno (che cadde pochi giorni dopo) e raggiunsi questo distaccamento.
Pajetta riunì tutti gli uomini e, presentandomi, mi propose quale nuovo commissario politico del distaccamento, al posto di Pensiero, caduto in una azione contro i tedeschi. Disse a quegli uomini che ero stato condannato dal Tribunale speciale a molti anni di carcere, che ero già sperimentato nella lotta contro il fascismo. Gli uomini ascoltavano in silenzio. Nessuno mi conosceva. Nessuno disse nulla. Io mi limitai a dire che avrei cercato di rendermi degno del compito che mi veniva affidato.
In quel momento la situazione era difficilissima.

Sbandamento

Eravamo alla vigilia di un duro attacco. Dopo due giorni infatti, verso le otto, i colpi sparati da una nostra sentinella ci avvertirono che stavamo per essere attaccati.
La tattica adottata in quell'occasione da fascisti e tedeschi non fu delle più accorte perché se, anziché tentare la sorpresa da un lato solo essi ci avessero attaccati anche alle spalle, a valle, difficilmente qualcuno di noi avrebbe potuto cavarsela. Invece cominciarono a spararci addosso da lontano, forse per farsi strada, temendo imboscate. Tentammo dunque di portarci il più velocemente possibile in alto. Con me erano due ex prigionieri inglesi. Mi caricai di una cassetta di munizioni per mitragliatrice, ma essa era molto pesante ed ero obbligato a fermarmi ogni pochi passi. Non ero ancora a metà della ripida salita quando qualcuno, scendendo di corsa, mi passò vicino gridanto: "Siamo attaccati anche da questa parte!". La sparatoria, sempre più intensa e da posizioni più vicine, proveniva ora dai due lati.
Una trentina di compagni che, non avendo avuto tempo di prendere posizione, si vedevano già tirare addosso dall'alto da fascisti e tedeschi, che li avevano preceduti, scesero di corsa. In quella situazione non era più possibile alcuna resistenza e fu necessario battere in ritirata.
Vi era solo una via di ritirata e per di più in basso e allo scoperto. Non c'era un minuto da perdere. In fila indiana e di corsa, ci buttammo in un sentiero, per fortuna non scosceso. Avevo abbandonato la pesante cassa di munizioni e mi ero attardato un poco nel vano tentativo di entrare ancora nella baita che mi aveva ospitato, perché nella valigia avevo la carta d'identità vera. Avrei voluto recuperare questo documento ma, siccome un solo minuto di ritardo avrebbe potuto costarmi la vita, dovetti rinunciare. Mi trovai così ultimo della fila in ritirata.
Durante questo episodio della mia vita di partigiano ho avuto modo di rendermi ben conto di cosa significhi per un uomo essere terrorizzato. Poiché ormai gli attaccanti erano arrivati a tiro utile, e alcuni di noi erano ancora allo scoperto sul sentiero, gli uomini fuggendo si erano anche liberati delle armi. Non è detto che le ritirate possano sempre essere effettuate con ordine. Quella, comunque, in quel momento, si era trasformata in una fuga disordinata.
Io ero indignato che gli uomini buttassero le armi e anche disgustato del fatto che l'uomo immediatamente davanti a me si alzasse e si buttasse per terra ogni qualvolta dagli attaccanti partiva una raffica e soprattutto che ad ogni raffica lanciasse urla. Gli gridai di stare zitto e di fare di corsa gli ultimi cinquanta metri, per arrivare dietro ad un roccione che ci avrebbe nascosti alla vista degli aggressori e che costituiva la nostra salvezza. Quando, ultimo, anch'io arrivai dietro al roccione, mi accorsi che vicino a quest'uomo, spaventato quasi fino a perdere la ragione, si era portato un suo fratello, che cercava di calmarlo e di tranquillizzarlo. Ricordo che, in questa circostanza, non so con quanta logica, investii questo partigiano perché, pur sapendo che suo fratello era debole di cuore - come qualcuno mi disse - lo aveva lasciato solo nel momento del pericolo.
Senza perdere tempo, qualcuno decise la ritirata verso il bocchetto Sessera ma, dopo mezz'ora di cammino, un gruppo di partigiani provenienti proprio da quella direzione, e anch'essi in ritirata, ci comunicò che anche là i partigiani erano stati attaccati e in parte stavano ripiegando verso le posizioni che noi avevamo appena lasciato.
Inseguiti da due direzioni, decidemmo di seguire l'unica via di scampo possibile, lasciando la pista di metà costa e salendo più in lato. Dove volessimo arrivare non ero certo io, anche se commissario politico, a saperlo. Io, in quel momento, non contavo niente: non avevo dimestichezza alcuna con la montagna e non conoscevo i luoghi.
Con noi erano stati fatti salire i due uomini prigionieri, risparmiati per il momento dalla esecuzione di Mosso S. Maria: il borsanerista e il piccolo industriale. Mi incaricai della loro custodia, ma poiché il borsanerista calzava solo un paio di ciabatte, poco alla volta perdemmo terreno dal grosso che ci precedeva, al punto che, temendo di smarrirci, gridai loro di accelerare ad ogni costo fino a raggiungere gli altri, altrimenti avrei sparato loro e avrei raggiunto gli altri da solo. Ad evitare sorprese provvidi a porre alcuni passi tra me e loro e forzai così la marcia. Ero anche incollerito che quelli davanti non si curassero affatto dei compagni che erano rimasti indietro.
A distanza di tanti anni da quel giorno devo dire che ho pensato, di tanto in tanto, a quelle scene con un po' di vergogna, ma si trattava di giovani di venti anni e anche meno, quindi, perché stupirsi che avessero paura?
Camminammo per alcune ore, non saprei dire quante: non raggiunsi quelli davanti, ma neppure persi altro terreno. Finalmente, quando già stava per calare la sera, verso un tratto scosceso raggiunsi un uomo solo, fermo ad aspettarmi. Era Nedo Pajetta, spuntato da chissà dove, che non avevo visto durante tutto il giorno e che la sera prima era ancora con noi al "Piave".
Non potei trattenermi dal mettermi ad imprecare e ad insultare chi dirigeva così male una operazione di ritirata senza occuparsi minimamente degli uomini alle spalle. Almeno a me così pareva. Ma, calmissimo, Pajetta, dopo avermi lasciato sfogare, mi disse semplicemente: "Sta tranquillo. Ci siete tutti. Gli uomini sono fermi là dietro... vi riposerete mezz'ora e poi riprenderete la marcia". "Dove andiamo?" chiesi. "Davanti c'è chi sa dove portarci", fu la risposta. Raggiunsi, con i miei due prigionieri, gli altri. Pajetta non venne con noi e fu l'ultima volta che lo vidi. Con noi non c'erano più i due inglesi. Riprendemmo la marcia, ormai di notte, e scendemmo, dopo ore di fatica, in una località di cui non rammento il nome.

A Rassa

Dopo qualche giorno raggiungemmo Rassa, dove ci sistemammo alla bell'e meglio. A me toccò una specie di fienile al di là del rumoroso torrente.
Di primo mattino mangiammo tutto quello che trovammo nella misera botteguccia di quello sperduto paese senza dubbio con molto piacere di quella bottegaia che si vide così esaurire tutte le scorte di magazzino.
A Rassa conobbi Moranino. Ricordo che passava ore e ore a studiare piani sulla carta e che, per questo, qualcuno lo criticava, non so con quanta ragione.
Qui venne a trovarci Italo (Anello Poma) con il quale organizzammo l'ora politica. Ogni mattina riunivamo sotto un porticato quanti in quel momento erano a disposizione e a turno, in due o tre, intrattenevamo quegli uomini sul significato della lotta che stavamo combattendo e su quello che ci proponevamo di ottenere a guerra terminata. Il fatto che, in quelle condizioni, si pensasse alla organizzazione dell'ora politica è testimonianza della carica ideale di quegli uomini, che si battevano per la giustizia e per la libertà, per cambiare il corso della storia del nostro Paese.

L'attacco e la ritirata

A Rassa non potevamo rimanere. Temendo di essere attaccati, si decise un giorno di inviare me, che ero commissario non si capiva più di che cosa, e altri due uomini, in avanscoperta verso Piedicavallo, per individuare qualche località per un eventuale trasferimento.
Partimmo al mattino presto. Dopo qualche ora di marcia individuammo un posto che ci sembrava potesse fare al caso nostro. Nel pomeriggio, mentre avevamo già iniziato il viaggio di ritorno, incontrammo tre compagni terrorizzati: erano stati attaccati a Rassa, di sorpresa e c'erano già stati alcuni morti. Allora tornammo indietro, verso Piedicavallo, dove arrivammo a notte inoltrata. Lì cercammo di farci ospitare in una delle prime case del paese, ma i proprietari avevano paura che i fascisti, che erano già stati in paese, bruciassero la casa. Ci facemmo aprire, un po' con prepotenza, e li assicurammo che intendevamo solo mangiare qualcosa, sistemare un ferito e che non ci saremmo fermati a dormire. Ci diedero da mangiare, sistemarono il ferito in una baita poco distante e ci accompagnarono in una baita in rovina fuori dal paese, indicandoci la via della Piccola Mologna, per raggiungere Gaby.
Al mattino presto ci incamminammo. Non so descrivere la fatica: aveva nevicato, la via non era battuta e si era scatenata una tormenta. C'era un grande roccione dietro al quale in qualche modo ci riparammo. Senonché la neve aveva coperto la pista e temevamo di smarrirci. Non ce la facevamo più. Era ormai notte. "Qui geliamo completamente!". "E allora scendiamo!...". Finalmente individuammo qualche baita: era Issime. Avevamo ancora due o tre fucili: li nascondemmo sotto ad una roccia.
In un gruppo di dieci o dodici baite c'erano tre uomini, tre o quattro donne e alcuni bambini. Rimanemmo lì qualche giorno. Era un rischio continuo. Avevo ancora un po' di soldi e di buoni tessera per il pane. La prima volta che scesi in paese a prendere un po' di pane il fornaio mi fissò a lungo, perché non ero del posto e prendevo pane per cinque o sei uomini. Ma non successe niente e così ritornai.
Intanto cercavamo contatti con qualcuno. Quando quei montanari cominciarono ad avere un po' di confidenza, di fiducia in noi, ci fecero sapere che in un certo posto c'erano degli ex prigionieri inglesi che venivano aiutati da qualcuno di Gaby. Ci indicarono il posto: era un anfratto, oltre un torrente. Andammo a trovarli: c'erano quattro o cinque inglesi e un uomo di colore. E io, che non avevo quasi più soldi, ritenni di aiutarli dando loro qualcosa. Così rimanemmo ben presto senza soldi e senza tessere per il pane.
A questo punto cosa dovevamo fare? Dissi ai miei compagni: "Sentite, voi rimanete qui, io vado a casa, vado in città, dove so io e ritorno nel giro di tre o quattro giorni con dei soldi". E così feci.
Giunto ad Asti non andai a casa, dove, tra l'altro, erano già stati i fascisti a cercarmi. Andai in casa di parenti e mandai a chiamare Virgilio Orecchia, cassiere della Cassa di Risparmio, col quale avevo già dei contatti. Gli dissi che avevo assolutamente bisogno di soldi. L'indomani mi consegnò qualche biglietto da mille.
Ripartii e quanto giunsi ad Issime non trovai nessuno. I montanari mi dissero: "Sono scappati perché ieri è stata attaccata la caserma dei carabinieri di Gaby: hanno portato via carabinieri e armi e allora questi avevano paura che venissero i fascisti e i tedeschi e se ne sono andati". Che fare? Rimasi lì un paio di giorni poi decisi di tornare ad Asti. Qui ripresi immediatamente contatto con gli antifascisti che conoscevo e con Benvenuto Santus, che avevo già incontrato al Cerchio. E qui continuai, con il nuovo nome di battaglia di Spada, la lotta, fino alla Liberazione.