Episodi di mobilitazione contadina nella Resistenza vercellese
Intervista a Giuseppe Ferraris*
"l'impegno", a. VII, n. 1, aprile 1987
© Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nelle province di Biella e Vercelli.
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Nel giugno 1944 vi fu nella Bassa vercellese un imponente sciopero dei lavoratori agricoli. Come fu
preparata quell'agitazione e da chi?
Io, Facelli e un rappresentante della Dc facevamo parte del Comitato di agitazione: avevamo i nostri
recapiti e preparavamo appunto questa agitazione, che è sfociata, in parte, nel giugno-luglio '44, ma che è
stata soprattutto intesa come preparazione per gli avvenimenti della primavera del '45, cioè il grande
sciopero. Tutto si basava su una serie di collegamenti che si era riusciti ad instaurare. Per esempio a Santhià
avevamo il nostro punto di riferimento nel presidente del Comitato di liberazione, che poi è stato assassinato alla
fine dell'aprile 1945, altri recapiti li avevamo a Caresana, Stroppiana, Pezzana e in tutti i paesi della Bassa.
Lo sciopero è stato preparato in un modo molto responsabile, forse più di quanto non sia avvenuto
nel dopoguerra, non so se rendo l'idea. Era, del resto, anche molto sentito perché la paga dei lavoratori
era veramente al di sotto dei limiti di sopravvivenza. E l'abbiamo organizzato anche con l'appoggio delle Sap.
Delle Sap era responsabile il tenente "Spada", Carlo Bernabino, dei Cappuccini, con cui noi eravamo
in collegamento. Il Vercellese, per quanto riguarda l'attività delle Sap era diviso in zone operative: per
esempio, la sesta zona, la "Bassa", nella quale io ho operato in modo particolare, faceva capo a Stroppiana. Noi
ci trovavamo nel retro di una trattoria e organizzavamo tutte le attività: l'interruzione delle linee elettriche
e telefoniche, gli assalti ai posti di blocco fascisti, ecc. In quella base si prendevano le decisioni operative
per tutto il basso Vercellese.
Come operava il Comitato di agitazione?
A volte ci riunivamo in qualche sacrestia, alle volte venivano a casa mia.
Una volta eravamo nei pressi della strada dove adesso ci sono la Yoshida e la Zanzara: li c'è una strada
che conduce a una cascina. Eravamo in quattro: io, Facelli, Pasino e un certo Luca, del Partito d'Azione.
Avevamo un mucchio di volantini da distribuire (alcuni persino con la scritta "Morte a Morsero"). A un certo punto
un camion svolta in questa strada e noi avevamo anche dei pacchi di volantini aperti: non so a chi è
venuta l'idea, comunque li abbiamo buttati nel canale che scorre a fianco della strada: ma i volantini
galleggiavano... Noi ci siamo nascosti e, per fortuna, quel camion, che era carico di tedeschi, non si è fermato.
Che tipo di organizzazione aveva il Partito socialista durante la Resistenza?
Durante i mesi della guerra partigiana, noi abbiamo costituito dei gruppi clandestini in molti comuni
del circondario di Vercelli, partendo da Gattinara: avevamo anche una tessera con la nostra parola
d'ordine. C'era un'organizzazione efficiente.
Certo, essere socialisti a quei tempi non era cosa facile: mio papà, ad esempio, essendo stato deputato
fino al '23, durante il fascismo era dovuto scappare. Era stato in America, a Washington, dove aveva lavorato
in una vetreria, e a New York, dove aveva lavorato in un albergo; poi tramite il comitato clandestino di
Parigi aveva acquistato un'aziendina. Mia mamma, da parte sua, era ammalata, perché quando erano venuti
i fascisti a casa mia a cercare mio padre, prima che emigrasse, avevano fatto un po' un disastro, e le donne,
sai come sono... si era presa uno spavento così forte che l'ha poi portata alla tomba. Così non era stata in
grado di andare via con mio papà: il medico l'aveva sconsigliata. Allora mio papà dopo un certo periodo è
ritornato e, quando è arrivato alla frontiera, l'hanno arrestato e portato a Torino. Poi hanno chiesto informazioni
in America: il ragioniere della banca dove mio papà andava a depositare i soldi da mandare a casa era
un italiano ed era un confidente del Consolato. Alla richiesta del questore di Torino ha risposto: "Ferraris
ha onorato il suo paese in terra straniera facendo l'operaio, nient'altro che l'operaio". E questo l'ha
salvato, perché altrimenti sarebbe stato mandato al confino. Allora l'hanno liberato e lasciato venire a casa. Però
era sorvegliato: quando c'è stata la visita di Mussolini a Vercelli, sono venuti due carabinieri in casa e sono
stati lì due giorni a mangiare e a bere... Ma noi abbiamo sempre lavorato lo stesso; dal '40 in poi
abbiamo costituito le sezioni clandestine, abbiamo trovato i collegamenti, avevamo contatti con Torino ecc.
A noi arrivava l' "Avanti!", da Torino, ed era mio papà che lo andava a ritirare a Trino. Una volta, il 26
marzo del 1945, era andato appunto a prendere un pacco di 17 chili di giornali e, ad aspettarlo (sai che le spie
sono dappertutto), c'erano quattro marescialli della brigata nera: l'hanno arrestato e portato in caserma, a
Vercelli, passando da Lignana, dove l'hanno fatto scendere e, per dargli una dimostrazione, l'hanno messo al muro,
al cimitero. Quel giorno tutta la squadraccia era andata a fare un'azione contro i lavoratori della terra
che avevano fatto uno sciopero, a Lignana. Hanno formato il plotone di esecuzione e hanno fatto finta di
fucilarlo, per impressionarlo.
Il giorno dopo, l'hanno interrogato. Erano in cinque: Bertozzi, il federale fascista e comandante della
brigata nera, il capitano Aghina, il capitano Dania, il tenente Testa e il tenente De Giuli. Gli hanno chiesto:
"Andrebbe ancora a prendere l' "Avanti!' a Trino?". E lui ha risposto: "No, non a Trino, andrei a Roma a prenderlo,
e anche a piedi, perché le mie idee...". I due tenenti volevano fucilarlo subito, invece il capitano Dania, che
era il veterinario del mio paese e conosceva bene mio papà, ha proposto di liberarlo. Siccome quando era
stato fermato l'avevano rovinato a furia di botte, il capitano Dania gli ha chiesto se doveva chiamargli un
medico e lui ha risposto di no che il male più grosso non era fisico e che si sarebbe curato da solo. Aveva un
carattere così... Poi l'hanno processato e, alla fine, l'hanno condannato alla fucilazione. Noi, però, avevamo
dei collegamenti con il Tribunale speciale di Torino: lì c'era un avvocato, di cui adesso non ricordo più il
nome, che ha fatto in modo che le cose andassero per le lunghe e così, il 26 aprile, è stato possibile liberarlo.
Proprio nel periodo in cui mio papà era in galera, un giorno, era mattino presto, mentre stavo andando
a distribuire l' "Avanti!", passando sul cavalcaferrovia per andare verso la strada per Biella e la Valsesia,
mi sono imbattuto nei granatieri della "Monte Rosa" che avevano fatto un posto di blocco. Mi hanno fermato
e fatto scendere dalla bicicletta. Io avevo i giornali tutti attorno al corpo, legati con la cinghia, e avevo
un mantello: mi è caduto un pacchetto a terra. Il milite che mi aveva fermato, invece di prenderlo, ha fatto
finta di non vedere e si è girato dall'altra parte, verso i suoi camerati, e io ho potuto riprenderlo e
nasconderlo. Pochi giorni prima della Liberazione, quel soldato mi ha fermato di nuovo e mi ha detto: "Lei è quello a
cui era caduto un pacco di giornali. Volevo dirle che stanotte noi partiamo ed andiamo coi partigiani di
Moscatelli". Gli ho risposto: "Allora corriamo tutti e due per la stessa causa". Avevo avuto fortuna: mio papà era in
galera e a momenti andavo anch'io ad unirmi a lui.
Parliamo ora del grosso sciopero del marzo del '45.
Lo sciopero del marzo '45 è stato uno sciopero totale: neanche in clima di libertà si sono avuti scioperi
così. E questo perché c'erano due parti che scioperavano: non c'erano solo i lavoratori, salariati e
braccianti, c'erano anche i proprietari, e questo ha creato un risalto enorme. Quel giorno non si vedeva nessuno, non
un trattore, non un aratro, tutto fermo. Questo ha fatto molta impressione. Bertozzi, il comandante della
brigata nera e il capo della provincia Morsero hanno detto che se avessero saputo chi aveva organizzato lo
sciopero, per loro ci sarebbe stata la pena di morte. Pozzo, il segretario delle organizzazioni sindacali fasciste
di Vercelli (che non era un esaltato), era, come si dice, fuori dai fogli perché i gerarchi l'avevano
rimproverato: "Uno sciopero così e tu, segretario...". Ma c'è stato chi ha riconosciuto i caratteri della macchina da
scrivere, ed è subito andato dal federale a dire che ero stato io a fare i volantini. Io sono corso ai ripari, sono
andato dal segretario federale, che ha esclamato: "Il papà ha rovinato il figlio, adesso il figlio rovina...". E io gli
ho risposto: "Tu puoi rovinare me, ma se lo fai, rovina per rovina, sappiti regolare!". Non è successo niente.
E abbiamo continuato ad operare: ci sono stati altri scioperi, alla Chatillon e in altre aziende, lo sciopero
dei salariati a Castell'Apertole, ecc. Lo sciopero era sempre fatto per l'aumento del salario ma i fini
erano diversi, i fini erano soprattutto politici.
Il Comitato di agitazione ha avuto una funzione di rilievo: noi avevamo fatto presa anche sulle
mondariso forestiere. E qui, allora, per ogni "campagna", oltre alle 40.000 mondariso locali ne arrivavano
25.000 forestiere (dalla Lombardia, dal Veneto e soprattutto dall'Emilia): le aziende agricole erano tutte piene.
Noi eravamo riusciti ad operare anche tra le mondariso forestiere e avevamo costituito i comitati di
liberazione anche nelle aziende. Allora, nel Vercellese c'erano migliaia di salariati, adesso non c'è più niente:
alla Venaria o a Castell'Apertole c'erano almeno 250 salariati (c'erano i boari, i cavallanti, ecc.) che erano
una forza omogenea, aspiravano alla libertà e che collaboravano con il movimento di liberazione. In
quelle aziende, per esempio alla Venaria di Lignana, che era dell'Ifi, della Fiat, c'era un rifornimento
continuo delle nostre brigate partigiane.
Se tu sapessi quanti scioperi sono successi nel giugno-luglio del 1944! In ogni paese. Per esempio al
mio paese, a Pezzana, abbiamo preso l'iniziativa e abbiamo proclamato lo sciopero: tutte le mondine, i
trapiantini, tutti a casa. Allora è arrivata la brigata nera: hanno preso due donne, le han portate in prigione e le
hanno interrogate, han chiesto perché facevano sciopero. "Scioperiamo perché non riusciamo a vivere con
quello che ci danno oggi". 10 lire e 75 centesimi. Alla sera le hanno rilasciate. Altri scioperi sono stati fatti
a Stroppiana, a Costanzana: scioperi scaglionati, paese per paese, anche per mantenere una situazione tale
che i fascisti fossero continuamente assillati. E per noi era una situazione veramente elettrizzante. Questo era il
nostro compito, e crediamo di averlo assolto bene.
I fascisti hanno fatto azioni di rappresaglia nel Vercellese?
I fascisti facevano azioni sporadiche. Ad esempio, una volta, la brigata nera è venuta a Pezzana:
hanno circondato il paese, perché una formazione partigiana aveva prelevato il segretario del fascio, Barbano,
e l'aveva portato nel bosco del Sesia. E loro, per rappresaglia, hanno preso settanta o ottanta persone e
le hanno portate nella sala comunale. E poi sono andati a fare razzia nelle osterie del paese: si sono
ubriacati tutti e poi, a mezzanotte, sono andati a prendere il parroco, che era vecchio e aveva la sciatica, e, a calci
nel sedere, l'hanno portato dalla casa parrocchiale alla sala comunale a confessare quelli che avevano
"decimato": ne avevano tirati fuori sette o otto: mano a mano che li tiravano fuori, quelli svenivano: c'era gente
con settanta e più anni. Senonché, data la situazione, Barbano è stato rilasciato e, alle due di notte, è ritornato
a casa. E i fascisti hanno dovuto liberare gli ostaggi. Quel giorno è stato veramente drammatico.
Ci sono stati tanti altri casi di situazioni difficili che, tuttavia non hanno fermato la Resistenza,
perché nonostante le pressioni e le rappresaglie da parte dei tedeschi e, in modo particolare, dei fascisti, c'era
una grossa volontà di resistere, di liberarci dalla loro occupazione.
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