Domenico Facelli

8 settembre 1943 - 25 aprile 1945
L'attività dei comunisti e dei partigiani vercellesi



La ripresa organizzativa dell'autunno 1943

Verso la fine dell'agosto 1943, a seguito delle pressioni dei lavoratori, vennero elette le prime commissioni di fabbrica. Anche noi comunisti, per quanto fossimo l'unico partito della classe operaia ad avere un'organizzazione, e nonostante la semilibertà del periodo badogliano, che fu più illusoria che reale, giungemmo a queste elezioni con il peso di notevoli difficoltà, tuttavia proponemmo alcuni nomi che vennero eletti all'unanimità.
La determinazione alla lotta da parte dei lavoratori era grande, ma l'orientamento non era ben precisato. Erano passati oltre vent'anni dalle precedenti elezioni delle commissioni interne e in questi vent'anni i lavoratori non avevano più eletto loro rappresentanti: erano disabituati a questo loro diritto e ciò derivava dalla repressione totale e completa della libertà da parte della dittatura fascista. Di conseguenza, quale funzione si doveva dare ai comitati di fabbrica? Certamente non quella che avrebbero voluto i padroni, che consisteva nel garantire la continuità della produzione, dando ai lavoratori notizia dei licenziamenti senza tuttavia dar loro la possibilità di esprimere il loro parere, ma semplicemente di avallarli, o la possibilità di approvare, senza per nulla prendere parte alla loro elaborazione, i nuovi regolamenti di fabbrica.
Avevamo alcune idee, ma eravamo anche molto inesperti. Inoltre, molti dei compagni migliori erano sottoposti a continua sorveglianza dalla polizia; non potevamo, senza grave danno per la loro già limitata libertà personale, coinvolgerli nell'esperimento. Anche se il 25 luglio si erano abbattute le insegne fasciste dalla facciata della casa littoria, non voleva dire che il fascismo, il suo spirito di sopraffazione e di intolleranza non fossero più presenti.
Le commissioni di fabbrica continuarono a vivere dopo l'8 settembre, ma continuarono a svolgere una funzione che non andava più in là di questioni come il miglioramento delle mense aziendali, l'istituzione di spacci per generi alimentari, ecc.
Con l'arrivo dei tedeschi a Vercelli e la costituzione del Partito fascista repubblicano, giunsero anche le denunce ai tribunali militari, allestiti in fretta e furia e che, con la stessa fretta e la stessa furia, comminavano pesanti condanne agli antifascisti. Impossibile contare le denunce.
In tutte le fabbriche vercellesi, molti fra gli operai migliori erano comunisti o convinti antifascisti, occupavano posti chiave e di responsabilità nella produzione. Alla Chatillon, vera e propria fabbrica pilota, la situazione non era molto diversa e quasi tutti, per l'attività svolta prima e dopo il 25 luglio, erano sotto l'occhio attento della direzione. La stessa direzione, però, ne conosceva la professionalità, per cui quando arrivarono gli ordini di denunciare i più "facinorosi", i dirigenti non solo non fecero nomi, ma cercarono in ogni modo di minimizzare l'attività svolta precedentemente. Evidentemente il 25 luglio non era passato senza lasciare tracce.
I mesi di settembre e di ottobre furono interamente riservati alla nostra ripresa organizzativa, a dare ad essa maggiore forza di penetrazione, onde rappresentare, nello stesso tempo, un valido aiuto per la riorganizzazione degli altri partiti che, sino a quel momento avevano svolto un'azione individualistica. A novembre ebbe luogo una riunione interpartitica presso lo stabilimento Avia di Francis Lombardi. Vi parteciparono Nino Baltaro e Sandro Rigolino per il Partito comunista, il professor Ermenegildo Bertola ed il maestro Luigi Lupano per la Democrazia cristiana, Giovanni Savoia e Franco Somaglino per il Partito socialista, Francis Lombardi, l'ingegner Ennio Pecco e il dottor Giulio Sambonet per gli apartitici. Fu una riunione importante in cui si diede vita al Comitato interpartitico per la lotta contro i tedeschi e i fascisti.
Quanta strada era stata fatta in un anno! Solo dodici mesi prima, all'interno delle fabbriche vercellesi eravamo solo un gruppo, seppure compatto e coraggioso, di comunisti e ora invece si stava realizzando l'unità delle forze antifasciste. Ora potevamo senza dubbio agire meglio contro la dittatura, ma non si dovevano ripetere gli errori del 1919-1920. Innanzitutto le trasformazioni dovevano iniziare dalla fabbrica. I regolamenti dovevano essere modificati, gli organismi che operavano all'interno delle aziende non dovevano essere in tutto e per tutto soggetti alle volontà del padrone, ai lavoratori andava riconosciuto maggiore spazio di intervento in questioni fondamentali per la vita dell'azienda come le assunzioni o i licenziamenti, infine, i salari dovevano essere adeguati alla produzione, quindi discussi e contrattati dagli organismi unitari della categoria su accordi con gli organismi di fabbrica.
Intanto cresceva la resistenza al tedesco, si aiutavano gli sbandati, si procuravano armi per le primissime formazioni partigiane, si cercava poco alla volta di infondere in tutti il germe della resistenza, della volontà di spazzare via una volta per tutte dalla faccia della terra il mostro nazista. Giungevano dal Biellese e dalla Valsesia notizie confortanti: Gemisto e Moscatelli stavano raccogliendo gli sbandati e stavano formando i primi distaccamenti partigiani.
Contemporaneamente, era giunto a Vercelli il compagno Francesco Leone, fuggito da un carcere italiano dove era stato trasferito da un campo di concentramento francese. Leone, la cui liberazione era stata invocata nel tumultuoso periodo estivo a partire dal 25 luglio, benché mancasse dall'Italia da parecchio tempo, era la persona più qualificata per dare alla nostra attività quell'orientamento giusto di cui difettavamo. Era giunto a Vercelli animato dal suo eccezionale spirito combattivo e dal suo coraggio; fisicamente però era piuttosto prostrato a causa della lunga detenzione e doveva quindi recuperare in pieno le proprie energie.
Si trattava di decidere se Leone dovesse o no rimanere a Vercelli. Facemmo una riunione a questo scopo, in casa di Giovanni Giovannacci, in piazza Cavour. Tutti avremmo voluto che Leone rimanesse a Vercelli, ma eravamo consapevoli dell'esistenza di un grosso rischio. Nonostante, infatti, la clandestinità ci avesse insegnato a tenere ad ogni costo la bocca chiusa, la gioia, la soddisfazione e l'entusiasmo di avere fra noi un personaggio come Leone avrebbe potuto indurre qualcuno a compiere qualche passo falso. Era inoltre necessario informare il Centro del partito, poiché Leone non era nostro patrimonio esclusivo; molti di noi, comunque, volevano che si fermasse a Vercelli: la discussione fu accesa. Alla fine fu deciso di condurre Leone in un luogo sicuro e fu compito arduo persuaderlo a lasciare Vercelli; finalmente disse di sì.
Fui incaricato di trovare il posto adatto, di accompagnarlo e restare con lui sino a quando sarebbe stato necessario. Era una grande responsabilità, si trattava di uscire da Vercelli in pieno giorno e Vercelli brulicava di camicie nere delle prime squadre repubblichine. L'attività dei nazifascisti nel Vercellese, fra l'altro, era frenetica: era possibile imbattersi in costoro anche per le stradine di campagna, specialmente in quelle nei dintorni della città. Trovammo la soluzione approfittando del taglio del riso, operazione che era giunta alla sua fase culminante. Ci procurammo delle biciclette con portapacchi, caratteristiche dei tagliariso, e delle falci che sistemammo sul manubrio, legate ben bene. Tutti coloro che erano presenti alla riunione dovevano "dimenticare" la località in cui avrei condotto Leone e solo alcuni di loro erano autorizzati a raggiungere quella località, in caso di mio prolungato e allarmante silenzio.
Il giorno dopo, alle 9, ero a casa di Giovannacci: Leone era già pronto. Salimmo sulla bicicletta e ci avviammo lentamente per non dare troppo nell'occhio; dovevamo compiere quaranta chilometri: la nostra media fu di dieci, dodici chilometri circa l'ora. Ci fermanno a Collobiano dai miei; mia madre benché da tempo cieca lo riconobbe con commozione, ricordando tutte le lotte che avevamo sostenuto per il trionfo dei nostri ideali e pensando a quelle ancora durissime che ci attendevano. Pranzammo e subito dopo ripartimmo. A destinazione fummo accolti dai nostri ospitanti in modo entusiastico e Leone si trovò veramente a casa sua.
Cercai di mettermi in contatto con i compagni di Biella e dopo pochi giorni riuscii a mettermi in contatto con Guido Sola, il quale si recò prontamente da Leone. Fu deciso che Leone sarebbe rimasto a disposizione del partito per poter essere utilizzato al momento opportuno.
Il sottoscritto, invece, fu incaricato di curare i collegamenti con Vercelli. Ebbi i primi contatti ufficiali con Battista Santhià (Luigi). Lo rivedevo dopo due anni. Concordammo innanzitutto il luogo dei nostri incontri. Santhià avrebbe poi dovuto avvisare i compagni di Vercelli del fatto che io sarei rimasto un mese lontano dalla fabbrica, per organizzare collegamenti e la diffusione della stampa. Inoltre, venni incaricato di organizzare una prima riunione nei pressi di Vercelli, cui avrebbe preso parte anche Santhià. La riunione ebbe luogo in una cascina di Quinto Vercellese e diede ottimi risultati.
Stabiliti in modo organico i collegamenti, rientrai in fabbrica, ripresi il mio posto di lavoro e non ebbi noie. Ripresi anche i contatti con i compagni, i quali mi informarono di quanto era successo nel frattempo.
Il nuovo prefetto di Vercelli o, per meglio dire, il capo della provincia era Michele Morsero, un vecchio fascista, un duro, inoltre, proprio in quel periodo era iniziato il reclutamento nella Guardia nazionale repubblicana. Gli iscritti, in verità, erano molto pochi e fra quei pochi la maggioranza o aveva grossi conti aperti con la giustizia o si trattava di coloro che avevano sulla coscienza le violenze dell'instaurazione fascista e cercavano, tenendo in piedi l'ormai moribondo regime, di salvare se stessi. Si cercò di presentare il programma della repubblichetta come il "non plus ultra" per i lavoratori, ma tutto risultò inutile.
Contemporaneamente, un grosso dilemma si presentò alle commissioni interne quando le autorità le invitarono a rimanere in funzione, il che significava essere controllate direttamente dai gerarchi locali ed essere un organismo di emanazione del nuovo potere, precludendo ogni possibilità di lotta ai lavoratori e appoggiando una politica di guerra e di aiuto diretto ai tedeschi. D'altro canto, se i lavoratori eletti nelle commissioni si fossero dimessi sarebbero andati incontro alla reazione fascista creando anche molta confusione fra i lavoratori. Si discusse molto vivamente e varie tesi si scontrarono, quindi si decise di parlare chiaro ai componenti delle varie commissioni: se fossero rimasti in carica sarebbero diventati collaborazionisti, se si fossero dimessi avrebbero corso dei grossi rischi; soltanto a loro spettava la decisione che fu di non dare le dimissioni ma di non funzionare più. Non venne presa nessuna misura nei loro confronti e il potere nazifascista perse, in questo modo, un importante strumento di controllo all'interno della fabbrica.
Nel mese di ottobre fummo in grado di organizzare gruppi comunisti in quasi tutte le aziende industriali di Vercelli. Contavamo gruppi organizzati alla Montecatini, alla Pettinatura Lane, alla Faini, alla manifattura Rondo, all'argenteria Emanuelli e Pastore, nelle diverse riserie, nell'officina elettrica, alla Ovest Ticino, all'Azienda autonoma municipalizzata, all'Avia, alla Cantone e alla Minghetti. Tra gli edili, per mezzo di Vittorio Quaranta, Piero Facelli e Giovanni Lazzarotti, l'organizzazione si estendeva sempre più capillarmente. Anche fra gli artigiani, in seguito alla azione del compagno Abbondio Massa, cominciava a penetrare la nostra propaganda e, di conseguenza, la nostra azione acquistava un'influenza sempre maggiore.
Tramite Sandro Rigolino, allora gestore di uno spaccio dell'Alleanza cooperativa torinese, fu possibile avere contatti con il mondo degli esercenti e dei piccoli commercianti; parallelamente l'azione si sviluppò fra gli intellettuali: medici, professionisti d'ogni tipo, magistrati, i quali dimostrarono fermezza di fronte all'occupante, svolgendo una attività quanto mai preziosa in favore di coloro che cadevano in mani nazifasciste.
L'organizzazione politica comunista, diretta prima da Battista Santhià e, successivamente da Guido Sola, grazie a questi risultati era in crescendo e, sebbene di tanto in tanto qualcuno "sparisse" per raggiungere le formazioni partigiane, le adesioni al partito erano sempre maggiori.
Verso la fine di ottobre del 1943, organizzammo un lancio di manifestini nelle fabbriche, nei posti di lavoro, in tutti gli uffici e nelle campagne. Erano manifestini che invitavano alla lotta a viso aperto contro i fascisti e contro la guerra, esigendo aumenti di salario, una migliore qualità ed una maggiore assegnazione dei generi tesserati ed un miglior trattamento sul posto di lavoro. L'iniziativa riuscì: migliaia e migliaia le copie distribuite, avidamente lette, commentate, fatte circolare di nascosto.
"La fonte?", si era messo a urlare Morsero, pallido di rabbia, battendo i pugni sulla scrivania del suo ufficio e aveva dato precise disposizioni affinché i responsabili venissero catturati e, con la loro punizione, fosse possibile dimostrare ai Vercellesi chi, senza ombra di dubbio, deteneva il potere.
Invece di conoscere la fonte e quindi fare piazza pulita degli antifascisti, Morsero si trovò dinanzi, dopo qualche giorno, una delegazione di operai: naturale conseguenza di una serie di delegazioni che via via, in quel periodo, andavano a protestare presso le direzioni delle varie fabbriche, presso i sindacati tanto dell'industria quanto dell'agricoltura. Morsero rimase senza fiato di fronte a tanto coraggio e, forse perché tanto era stato il coraggio e poiché la situazione era tale da consigliare ai fascisti di non tirare la corda più di quanto avevano fatto fino a quel momento (cosa che avrebbero poi fatto dopo), si limitò ad un predicozzo.
Forte indignazione fra i lavoratori, intanto, aveva suscitato una lettera inviata dal segretario locale dell'Azione cattolica Colli, il quale, tra l'altro, invitava i lavoratori a servire fedelmente lo stato fascista repubblicano. L'esecrazione venne anche dagli stessi aderenti all'Azione cattolica per questa inqualificabile presa di posizione, certo non concordata con la base degli iscritti all'associazione stessa. Anche i lavoratori cattolici erano su posizioni analoghe, sulle posizioni che non potevano non essere dei lavoratori, la cui unità andava cementandosi ogni giorno di più.

Il reclutamento per la Germania e la risposta operaia

I gerarchi dei sindacati fascisti, in quel periodo, tentavano, con ogni mezzo e con grande solerzia di servire sino al limite del possibile (sconfinando spesso nell'impossibile) i loro padroni tedeschi, i quali richiedevano sempre più manodopera per le loro industrie. Tale manodopera, però, scarseggiava al massimo: nessuno ormai intendeva accettare quelli che venivano definiti vantaggiosi contratti di lavoro in Germania, e per due ragioni: la prima, la più importante, perché la resistenza al tedesco si andava sviluppando pienamente, la seconda perché la Germania era giorno e notte meta dell'aviazione alleata che bombardava città e villaggi.
Per ovviare a questo problema i sindacalisti fascisti lanciarono la proposta del "salario ad interessenza" che, come spiegarono poi a tutta voce, permetteva che si aumentassero le retribuzioni. Parve a loro secondario che tale proposta volesse dire intensificazione dei tempi di produzione, ritorno alla giornata lavorativa di dieci, dodici ore e, di conseguenza, riduzione eventuale degli organici di fabbrica. Comunque non si doveva avere nessun timore di rimanere senza lavoro: in Germania ce n'era tanto, tanto bisogno di braccia italiane.
I nostri "fratelli" tedeschi erano disposti a fare ponti d'oro a coloro che avessero voluto trasferirsi là e i sindacalisti del fascio erano pronti a dare tutte le delucidazioni del caso. Si sarebbe lavorato meglio per la vittoria comune: la vittoria del grande Reich e dell'Italia mussoliniana.
La proposta cadde miseramente, anzi, la risposta ancora una volta comprovò la volontà dei lavoratori di andare avanti lungo la strada che si erano tracciata: si accentuarono le fermate del lavoro. Si incominciò con alcuni reparti tessili e chimici della Chatillon, quindi si proseguì all'Avia, alla Montecatini, alle riserie Viazzo e Bianchi ed alla Pettinatura Lane. Le operaie anziane della Faini furono le più combattive nella prima decade di novembre: manifestarono nel reparto, reclamarono l'aumento dei generi alimentari razionati e dei salari. La loro fu una dimostrazione che impressionò per compattezza e continuità.
Da queste richieste si passò quindi a rivendicazioni riguardanti la fine delle ostilità e si iniziò la sottoscrizione per il vitto delle bande partigiane e la raccolta di indumenti invernali e di medicinali: iniziative che ebbero un notevole successo in tutte le fabbriche cittadine e presso i nostri ospedali.
La pressione dei lavoratori si faceva sempre più forte. In alcune aziende ed in non poche riserie, sotto questa spinta, la direzione concordò aumenti salariali sotto forma di premi. Nello stesso tempo furono migliorate le mense aziendali in cui veniva distribuito, oltre alla minestra, anche un secondo (alla Chatillon e alla Montecatini, praticamente a prezzo di costo); contemporaneamente gli spacci aziendali venivano posti in condizione di contribuire, sia pure non in forma continuativa, ad aumentare la capacità di acquisto dei lavoratori.
Tuttavia, se la situazione migliorava da questo punto di vista, peggiorava da un altro: i nazifascisti, infatti, visto fallire il piano di reclutamento degli operai per la Germania, pensarono di piegare la loro resistenza, riducendo l'orario di lavoro e, conseguentemente, il salario. Ridotti alla fame gli operai avrebbero così dovuto accettare le condizioni imposte.
Era necessario rispondere a questa manovra in modo compatto e deciso, avanzando precise richieste. Si stabilì di chiedere un premio una tantum; la corporazione fascista non osò intervenire e la proposta fu accolta con le seguenti modalità: L.500 per i dipendenti uomini e per le donne capofamiglia; L. 350 per tutti gli altri dipendenti, compresi anche quelli di età inferiore ai diciotto anni, e iniziando dal 18 novembre '43; un aumento del 50 per cento del salario, con una garanzia di salario o di stipendio minimo Anche per i lavoratori agricoli si ottennero le stesse condizioni per i capofamiglia. Per gli altri, comprese le donne, il premio venne stabilito nella misura di L. 250; anche qui ci fu l'aumento del 50 per cento del salario, solo le donne ne furono automaticamente escluse poiché non avrebbero ripreso il lavoro fino alla primavera successiva Il salario vincolato alla effettiva presenza dell'operaio al lavoro per sei giorni alla settimana era nella seguente misura: uomini dai quattordici ai sedici anni, L. 110 alla settimana; dai sedici ai diciotto anni, L. 145 alla settimana; dai diciotto ai vent'anni, L.185 alla settimana, oltre i vent'anni, L. 220 alla settimana. Donne dai quattordici ai sedici anni, L. 95 alla settimana; dai sedici ai diciotto anni, L. 120 alla settimana, oltre i diciotto anni, L. 145 alla settimana.
Parallelamente a queste lotte che, dal punto di vista salariale e della condizione dei lavoratori, avevano condotto a risultati apprezzabili, gli operai, in ogni singola azienda, intensificavano la resistenza al tedesco invasore, invitando gli anziani a favorire la latitanza dei giovani e questi ultimi a non presentarsi ai comandi fascisti per l'arruolamento nelle brigate nere, nella guardia repubblicana o nell'esercito.
Nel frattempo, i nazisti, appoggiati dai fascisti, avevano ingaggiato la caccia agli ebrei. Coloro che, fra questi ultimi, non erano ancora fuggiti, erano riusciti a non subire particolari angherie: la popolazione era tutta dalla loro parte ed i fascisti non si azzardavano troppo a molestarli. Con l'arrivo dei tedeschi la situazione cambiò. Nel loro proposito di "ripulire" la città, necessitavano però di persone disposte a infiltrarsi, conoscere, tradire ed è a questo punto che molti, troppi fascisti, giocarono il loro spregevole ruolo. Avute le informazioni i tedeschi si scatenarono: parecchi ebrei furono catturati e mandati in Germania. Sedici di essi non fecero più ritorno.
Intanto le "fonti" di informazione fasciste premevano sui loro comandi perché intervenissero alla Chatillon: pensavano infatti che le cosiddette opere assistenziali svolte all'interno dell'azienda (mensa, spaccio, ecc.) venissero utilizzate dai sovversivi per recuperare materiale e cibo a favore delle forze partigiane Venne così nominato commissario straordinario il fascista Marco Lanzighen, con il compito di controllare, appunto, la situazione. I risultati furono meno che mediocri. Lanzighen non poté mai avere una prova sicura, un appiglio per intervenire.

L'affermarsi della Resistenza e l'inasprimento della repressione nazifascista

La Resistenza era ormai una realtà. I Gruppi di azione patriottica, in città e nelle campagne, malgrado il terrore tedesco e fascista, in unione con le formazioni partigiane cominciavano un serio lavoro, non solo per quello che riguardava il reperimento di generi alimentari, armi e indumenti, ma, in collaborazione con le Squadre di azione partigiana, anche per ciò che riguardava la costituzione di un'estesa rete di comunicazione con le formazioni partigiane che aveva condotto a numerosi attacchi contro le truppe tedesche1.
Alla rabbia nazista faceva riscontro l'impotenza fascista. Fu proprio per ovviare a questa impotenza, più sulla carta che nella pratica, che il comando fascista decise di procedere alla stesura di un ampio e completo rapporto riguardante la situazione in corso e che si svolse al Teatro civico di Vercelli. L'impressione fu piuttosto che i capi fascisti tentassero di risollevare con questo il morale assai basso delle loro truppe, dando anche ai vercellesi l'impressione di avere in mano la situazione.
Il gran rapporto dei fascisti non solo non tolse nulla alla combattività di coloro che resistevano nella zona, ma l'aumentò. Le Sap diventarono sempre più numerose, sempre più spregiudicate. Ovviamente nel Vercellese non fu possibile dare alle azioni lo stesso respiro che ebbero nelle zone di montagna e questo perché la pianura non offriva particolari appigli tattici per la guerriglia e non proteggeva sufficientemente i combattenti.
L'azione tuttavia fu molto intensa in tutte le manifestazioni, agitazioni, lotte che si registrarono con una certa frequenza, rivelandosi in alcuni casi decisiva. Molti sappisti, inoltre, si erano infiltrati nell'organizzazione "Todt" e nella polizia e questo permise d'avere sempre informazioni di primissima mano, utilissime. I sappisti furono particolarmente attivi nei paesi della Bassa vercellese: Pezzana, Stroppiana, Caresana, Motta dei Conti, ecc. Grazie all'azione dei Gap e delle Sap, anche in pianura i fascisti furono costretti a mantenere non poche forze facenti capo a Vercelli, divenuto un autentico campo fortificato.
I tedeschi si erano trincerati in piazza Cesare Battisti, dopo aver fatto sgomberare la popolazione delle abitazioni che la circondavano, e piazzandovi quindi mitragliatrici ovunque e installandovi i loro uffici. I reticolati circondavano la zona, dietro ad essi, giorno e notte montavano di guardia le sentinelle della Wehrmacht.
Dal canto loro i fascisti si erano sistemati, come già nel periodo precedente al 25 luglio, a Palazzo Pasta, alla caserma dei Carabinieri, all'Istituto "Rosa Stampa" ed alla ex caserma dei vigili del fuoco; quindi, con una serie di costruzioni e di passaggi, avevano collegato queste costruzioni facendone una specie di fortino. Inoltre, all'albergo "Bel giardino", avevano sistemato una vera e propria "centrale della tortura", in cui agiva il famigerato ufficio politico investigativo. Decine di vercellesi passarono in quelle camere: molti di loro, purtroppo, conservarono per lungo tempo i segni delle "carezze" fasciste.
Intanto, fin dall'inverno 1943, nelle fabbriche, l'attività era intensa per creare, entro la primavera del 1944, una azione decisa all'insegna della parola d'ordine "lotta alla guerra". Anche i fascisti non stavano con le mani in mano: fermo restando il coprifuoco, avevano ingrossato le loro fila anche a costo di immettervi ogni sorta di delinquenti e non esitavano a servirsi, nella loro opera di repressione, di delatori. Avevano tentato anche di ricostituire le forze armate, racimolando fra giovani di leva o fra sbandati che, non avendo trovato altra scappatoia, avevano aderito alla repubblica di Salò. Parecchi di essi, però, molto prima del crollo finale, fuggirono passando fra le fila partigiane.
Nel frattempo, era stato allestito il Tribunale speciale per la difesa dello Stato, autentico organismo inquisitoriale. La macchina si mise in moto e la caccia agli antifascisti si scatenò. Venne arrestato Oreste Barbero, mentre la dottoressa Anna Marengo, ricercatissima, riuscì a fuggire e a raggiungere le formazioni partigiane biellesi, diventando la leggendaria Fiamma. Barbero, benché torturato, non parlò, ma i fascisti, grazie ai loro informatori, operarono altri arresti. Toccò a Enrico Casolaro, anch'egli sottoposto a torture che non sortirono alcun effetto. Più tardi venne scambiato con ufficiali tedeschi e ritornò alle formazioni partigiane diventando il valoroso comandante della 182a brigata, "Primula".
Furono quindi arrestati Severino Cantone, operaio tessile alla Chatillon e il sottoscritto, accusato di aver ricostituito il Partito comunista nel Vercellese e di propaganda sovversiva: questo fatto mi impedì di essere presente alle manifestazioni del marzo 1944, che riuscirono più che positivamente e nonostante i nazifascisti avessero cercato, con diffide, minacce, con l'aiuto addirittura dei carri armati, di far rientrare la manifestazione. Io e Cantone comunque, ce la cavammo bene, grazie all'intervento di magistrati antifascisti vercellesi, il cui contributo alla Resistenza può considerarsi indubbiamente determinante.
Altra attività preziosa fu l'opera di persuasione presso i dipendenti dei servizi pubblici affinché non aderissero alla repubblica fascista. In questa azione si distinsero le maestranze dell'Azienda municipalizzata di Vercelli che, guidate dalla commissione aziendale, si opposero risolutamente a prestare giuramento di fedeltà alla repubblica di Salò. I fascisti, naturalmente, non si arresero: invasero con le loro squadracce la sede dell'azienda e minacciarono terribili rappresaglie. Il personale reagì con coraggio, nonostante la consapevolezza di essere disarmato e facile bersaglio, quindi, delle armi fasciste, e alla minaccia rispose con un'altra minaccia: se anche ad uno solo dei dipendenti fosse stato torto un capello, l'Azienda avrebbe sospeso immediatamente l'erogazione di acqua, gas ed elettricità all'intera città. La mancanza di tali indispensabili servizi avrebbe certamente creato una difficile situazione fra la popolazione cittadina, provocando reazioni che i fascisti non erano sicuri di poter controllare. Decisero quindi di desistere dall'intimidazione; il fatto divenne subito di dominio pubblico e certo non accrebbe il prestigio delle camicie nere.
Nel marzo 1944, il Tribunale speciale iniziò anche a Vercelli la sua nefasta attività. Fra i primi imputati vi furono Pietro Gallardi e l'avvocato Luigi Mandosio che, nel periodo badogliano, avevano, sul giornale "La Sesia", di cui Gallardi era direttore, e attraverso manifestazioni di vario genere, attaccato violentemente il fascismo. Vennero duramente condannati. Dopo di loro, molti altri vennero condannati per gli stessi motivi.

Lo sciopero alla Roy: Morsero di fronte al malcontento operaio

Proprio nei mesi di marzo e aprile, si andava intensificando nelle fabbriche l'azione di mobilitazione degli operai contro il fascismo. Il malcontento crescente finì per esplodere clamorosamente alla manifattura Roy. In tale fabbrica, grazie all'attività della giovane Valeria Bonardo, si era costituito un piccolo, ma efficientissimo gruppo composto da giovani, abilissime operaie che ardevano, è la parola esatta, dal desiderio di agire.
L'occasione finalmente arrivò. Alcuni partigiani erano stati catturati nel corso di combattimenti in Valsesia. I nazifascisti non nascondevano certo la loro intenzione di fucilarli, anche per dimostrare a quali conseguenze sarebbe andato incontro chi avesse scelto quella strada. Era necessario reagire, dimostrare la reazione della città.
Alla Chatillon non era possibile farlo: la fabbrica era sempre presidiata dalle forze di polizia e questo valeva anche per le altre grandi fabbriche della città. Fu deciso di puntare su una piccola fabbrica, una di quelle che i fascisti non avevano presidiato; il Comitato di agitazione concordò un piano e si mise in contatto con Valeria Bonardo per le modalità di attuazione. Le operaie della Roy avrebbero dovuto abbandonare la fabbrica, unirsi alle maestranze della vicina ditta Faini e proseguire quindi fino a piazza Cavour dove si sarebbe svolta la manifestazione. In entrambi gli stabilimenti la risposta delle operaie fu totale e decisa, ma quando le colonne si apprestarono a muoversi, vennero rapidamente circondate da militari fascisti armati e decisi a sciogliere i cortei in procinto di unirsi. Le donne resisterono a lungo con coraggio alle minacce e alle percosse, ma alla fine le colonne furono disperse. Non riuscimmo mai a chiarire come i fascisti fossero venuti a conoscenza, con tale tempestività, della manifestazione, ma certo da questa esperienza traemmo il prezioso insegnamento di agire con maggiore prudenza e cautela.
Il capo della provincia, Morsero, quando venne a conoscenza di quanto era avvenuto, decise di rendersi conto personalmente di come stavano le cose, attraverso una serie di visite alle fabbriche che avrebbero dovuto dargli il polso della situazione. Morsero, ovviamente, visitò anche la Chatillon, dove incontrò dapprima i dirigenti, quindi i componenti del consiglio di fabbrica, infine intrattenne personalmente alcuni lavoratori, particolarmente quelli che la voce pubblica (e le spie fasciste) indicavano come i capi del movimento di resistenza all'interno della fabbrica.
Nonostante la cautela con cui gli operai affrontarono il dialogo Morsero ebbe la consapevolezza di una situazione difficile e, prima di lasciare lo stabilimento, fece un discorso che ricalcava perfettamente lo stile fascista del bastone e della carota. Nella prima parte del discorso cercò di blandire i lavoratori, dicendo che era necessario che essi collaborassero con la Repubblica sociale; la seconda parte fu, invece, minacciosa: i fascisti avrebbero saputo scovare i sovvertitori e piegare uomini e cose. Il discorso di Morsero non raggiunse il successo sperato, bensì l'esatto opposto e finì col convincere della giustezza della causa antifascista anche coloro che erano titubanti.
La politica di guerra, nel frattempo, rendeva sempre più arduo il rifornimento dei generi alimentari e alla borsa nera i prezzi erano altissimi. I lavoratori erano in una situazione veramente penosa. I fascisti, per salvare la faccia emisero numerosi bandi contro gli speculatori, annunciando pene severe; istituirono persino squadre apposite, ma i risultati, per la connivenza dei fascisti con gli speculatori stessi, furono sempre scarsissimi, si può dire nulli. Cadevano nella rete solo quelli che non avevano protezioni fra i gerarchi e per avere la protezione era sufficiente far pervenire regolarmente ai gerarchi stessi, generi alimentari di qualità.
Fui rilasciato dal carcere, con Severino Cantone, nella seconda decade di aprile. Mi erano stati inflitti due anni di ammonizione, ma la cosa non mi spaventava più di tanto come non spaventava gli altri antifascisti. Certo l'ammonizione comportava non pochi svantaggi: l'ammonito non poteva cambiare alloggio senza autorizzazione, doveva rientrare in casa all'orario stabilito dalla polizia, non poteva frequentare senza autorizzazione luoghi pubblici e, tanto meno, prendere parte a manifestazioni, infine, doveva essere reperibile dalla polizia in qualunque momento della notte. Era una misura perfida.
Al mio ritorno alla Chatillon, trovai, con grande soddisfazione, un'organizzazione più potente e più combattiva. Fui subito messo al corrente di ciò che era accaduto in mia assenza; Giuseppe Rosso e Vittore Domiglio mi relazionarono ampiamente sui contatti avuti nel frattempo con gli operai socialisti e di altre tendenze, con i tecnici, gli impiegati, con i capi lavorazione (l'adesione del direttore Enrico Pecco al movimento antifascista non doveva essere conosciuta, se non dai responsabili di partito, fino a liberazione avvenuta). Venni anche informato che avrei dovuto assumere la responsabilità del costituendo Comitato di agitazione interpartitico provinciale. A questo scopo venne fissato un incontro con Guido Sola Titetto, responsabile della Federazione comunista vercellese, svoltosi dopo la manifestazione del 1 maggio.

Le mondine: grandi protagoniste della manifestazione del 1 maggio 1944

1 maggio 1944, giornata cui ci eravamo preparati lungamente: doveva essere un momento molto importante della lotta sul fronte interno. E lo fu. Come prima cosa fu deciso di lanciare manifestini inneggianti alla festa dei lavoratori e alla lotta contro il fascismo, nelle fabbriche, in città, nelle campagne. Intendevamo scrivere incitamenti alla lotta anche sui muri della città. Furono decise inoltre interruzioni del lavoro che puntualmente si verificarono.
Come ho detto precedentemente, subito dopo la manifestazione del 1 maggio, assunsi la responsabilità del Comitato di agitazione provinciale. Seppure dipendente dal Cln provinciale, il Comitato di agitazione aveva la possibilità, qualora si fosse reso necessario, di prendere iniziative autonome. Fu infatti autonomamente che venne organizzata la mobilitazione delle mondariso, una delle categorie da sempre più attive nelle lotte. Non sarebbe stato facile ma era possibile e, confortati dalla riuscita della manifestazione del 1 maggio, decidemmo di tentare.
Lo sciopero avrebbe dovuto essere grandioso, per non lasciare dubbi sulle intenzioni di lotta e sull'odio che circondava il regime. Il rischio di una violenta e sanguinosa repressione militare era grande. Svolgemmo una dettagliata relazione del programma al Cln che appoggiò la nostra decisione. Presi quindi contatti con il comando delle Sap allo scopo di preparare la rete attraverso cui avrebbero potuto agire, indisturbati, gli "oratori volanti": oratori che, viaggiando in bicicletta, si sarebbero dovuti portare nelle più importanti località, nei punti nevralgici della lotta ad illustrare alle scioperanti la situazione, fornendo indirizzi per l'azione.
La rete organizzativa venne preparata accuratamente e risultò di grande efficacia, vennero stabilite le località dove avrebbero avuto luogo i comizi: Stroppiana, Asigliano, Pezzana, Costanzana, Ronsecco, Trino, Palazzolo, San Germano, Fontanetto, Tronzano. Non appena venne dato il via all'azione, la risaia si spopolò. I fascisti si recavano nelle cascine cercando di far desistere le mondariso dal loro atteggiamento, o con blandizie o con minacce, ma ricevevano accoglienze tali da far loro intendere subito che non si sarebbe derogato minimamente. I comizi risultarono affollatissimi: un fatto storico eccezionale.
Trovammo approvazione incondizionata non solo tra le mondariso e i braccianti, ma anche tra i piccoli e medi agricoltori i quali erano stanchi delle malversazioni fasciste; non pochi di essi, inoltre, avevano visto i loro figli andare a combattere una guerra ingiusta, a volte senza ritorno. Il manifestino ciclostilato dal Cln provinciale, appositamente per quel giorno, trovò una larga diffusione e fu commentatissimo, rappresentando anche per i commercianti e gli artigiani una spinta ad essere presenti accanto agli altri lavoratori in lotta.
Lo sciopero toccò punte altissime a Stroppiana, Asigliano, Costanzana, Ronsecco, Trino, Palazzolo, San Germano e Tronzano fin dal primo momento, quindi si estese a Pezzana, Lignana, Desana, Sali, Salasco, Carisio ed altre località minori. Le agitazioni durarono quasi due settimane ed in quasi tutti i comuni, attraverso i comitati di agitazione si raggiunsero accordi salariali con aumenti giornalieri varianti da L. 30 a L. 40, in altre località, addirittura, si raddoppiarono i salari. Per tutta la durata delle agitazioni, le Sap sorvegliarono la campagna, pronte ad intervenire. Tutto era stato predisposto per bloccare ogni eventuale reazione delle truppe di Morsero.
Si sarebbero potuti ottenere, in quelle due settimane, risultati migliori anche sul piano militare, se il Cln fosse stato maggiormente orientato verso una più estesa partecipazione dei lavoratori alla lotta anche, appunto, in prospettiva militare. Fu un errore in quel caso e lo fu sempre ogniqualvolta vacillò la fiducia nel popolo, nella sua capacità anche di capovolgere situazioni che sembravano disperate.

La lotta al nazifascismo coinvolge strati sempre più ampi di lavoratori

I lavoratori ormai si rendevano sempre più conto che anche la conquista di miglioramenti salariali sarebbe servita ben poco a migliorare realmente la loro condizione fino a quando il fascismo fosse rimasto al potere e l'occupazione tedesca fosse rimasta una tragica realtà.
Il coprifuoco non serviva certo a frenare lo slancio dei combattenti per la libertà. I nazifascisti si rendevano conto che la situazione stava evolvendo negativamente per loro, che la resistenza armata si andava rafforzando e si irrigidirono ulteriormente: numerose ordinanze minacciavano severi provvedimenti e anche la fucilazione per coloro che aiutavano i "ribelli".
"La Sesia" e "L'Eusebiano", giornali che avevano già dovuto subire parecchie violenze e limitazioni da parte del regime vennero definitivamente chiusi. Anche l'Arma dei carabinieri, da tempo, non convinceva più i fascisti: molti carabinieri, apertamente o meno, erano entrati a far parte delle forze antifasciste. Così, il 5 agosto 1944, di primo mattino, un gruppo numeroso e armato fino ai denti, composto da fascisti e da Ss, circondò la caserma di via Gioberti: i carabinieri vennero disarmati e fatti confluire nel cortile. Nello stesso tempo vennero rastrellati per la città i carabinieri in congedo: alcuni, preavvertiti, riuscirono a fuggire, altri vennero bloccati e avviati, con gli altri in servizio, alla stazione ferroviaria dove erano già pronti i vagoni piombati che li avrebbero portati in Germania dove sarebbero rimasti nei campi di concentramento, a soffrire fino alla fine della guerra. I fascisti, inoltre, accrebbero la loro mobilitazione richiamando tutti coloro che, fra i diciotto e i sessant'anni, avevano fatto parte della milizia o di altre forze simili. Pochissime le risposte al bando e alle cartoline precetto, molte le fughe da casa in cerca di un nascondiglio sicuro.
La risposta antifascista consisté nell'intensificare l'organizzazione dei Comitati di agitazione, sempre più collegati fra loro, che in parecchie località assunsero funzioni di veri e propri comitati di liberazione nazionale. Forze nuove affluirono sempre di più nella lotta contro i fascisti, come dimostrano i seguenti esempi.
Per proteggere le linee telegrafiche e telefoniche, in modo particolare per le linee Vercelli-Biella-Gattinara, i fascisti avevano scelto personale che ritenevano di provata fede al regime. Loro compito precipuo era ovviamente quello di segnalare eventuali danneggiamenti alle linee, impedire l'abbattimento di pali, taglio dei fili, ecc.. Tutti questi "antisabotatori" erano muniti di un lasciapassare bilingue, italiano e tedesco, per cui potevano circolare liberamente di giorno e di notte. Il lavoro svolto in direzione di costoro da parte delle forze partigiane fu straordinariamente fruttuoso: ad eccezione di pochi, tutti gli altri diventarono preziosissimi elementi, autentici "guastatori antifascisti". Divennero inoltre corrieri più che fidati, capaci di tenere collegamenti tra un comitato di agitazione e l'altro e di trasmettere notizie molto importanti.
Un altro esempio fu quello dei cantonieri. Costoro avevano il grande vantaggio di poter osservare una realtà molto delicata e importante come quella delle strade, e quindi dei collegamenti. Le informazioni che raccolsero risultarono davvero preziose, ma il loro apporto non si limitò a questo: divennero gli accompagnatori fidati delle staffette, indicando loro il modo di sgusciare fra le maglie dei fascisti, di muoversi senza correre il rischio di venire bloccate.
Un grossissimo contributo venne anche dai postelegrafonici. I giovani fattorini del telegrafo, infatti, grazie al lasciapassare bilingue di cui disponevano potevano circolare a tutte le ore in uffici che erano autentiche fonti di informazione, soprattutto riguardo alla dislocazione delle forze armate nazifasciste.
Verso la metà di agosto, anche alla stazione ferroviaria di Vercelli si costituì il Comitato di agitazione. Io solo, per ragioni di sicurezza, su delega del Comitato provinciale, curavo i contatti. Questo nuovo comitato svolgeva compiti delicatissimi, in collaborazione con le forze partigiane: ritardava la marcia dei treni senza arrecare danni ai viaggiatori, segnalava tempestivamente il trasporto di armi, onde permetterne l'intercettamento da parte delle formazioni, dirottava carichi di generi alimentari, logorava e danneggiava il materiale rotabile e le linee telegrafiche. Spesso i comandi tedeschi e fascisti dovettero ritardare i loro movimenti, o addirittura rinunciarvi, per tale azione. Il personale viaggiante, inoltre, serviva ottimamente per tenere i collegamenti con Milano, Torino, Biella, Casale, Mortara, ecc. Era dalla nostra parte anche la maggioranza del personale di manovra e di manutenzione, con alcuni addentellati fra il personale tecnico e dirigente.

1945: dalle difficoltà dell'inverno alle grandiose manifestazioni di aprile

L'inverno 1945 fu durissimo: per il clima e per i fascisti che, tuttavia, non riuscivano a dominare lo sviluppo della lotta partigiana, nonostante vi si impegnassero con ogni mezzo e senza risparmio di energie.
Subirono, ad esempio, un duro colpo in occasione del massiccio rastrellamento del febbraio 1945 quando, dopo aver scatenato tutte le forze disponibili in Valsesia e nel Biellese, scesero a Vercelli, bloccando la città per un intero giorno. I fascisti bussarono metodicamente porta per porta, visitarono casa per casa, buttarono all'aria cantina su cantina. Esplorarono solai, giardini, orti, fecero passare tutti i cittadini al setaccio del controllo ma non trovarono nulla.
Ritennero, comunque, di avere sgominato definitivamente le forze partigiane, anche perché, nel febbraio '45, avevano arrestato, probabilmente a causa di qualche delatore, molti elementi del Cln di Vercelli e di appartenenti alla Sap "Boero". Gli arrestati vennero trasferiti, prima alla sede della Guardia nazionale repubblicana e schierati nel cortile quando ormai era già notte, interrogati con i soliti sistemi e, successivamente trasportati in carcere in attesa di giudizio che, se fosse venuto, sarebbe stato sicuramente di morte. Giunse però, fortunatamente, il giorno della liberazione.
L'arresto di numerosi fra i migliori del Cln non aveva distrutto quell'organismo. Nonostante queste pur pesanti assenze, il Cln aveva svolto un'intensa opera di persuasione tra i contadini e gli agricoltori in genere affinché non facessero affluire il bestiame da macello ai raduni organizzati dai fascisti, non consegnassero agli ammassi il grano, il risone, ecc., ma distribuissero i prodotti nel modo stabilito dal Cln stesso. Inoltre, nei vari paesi, si era iniziata un'opera di sensibilizzazione nei confronti della popolazione, affinché fosse pronta, in caso di fine della guerra (e, conseguentemente del regime fascista), a gestire direttamente l'amministrazione comunale e a ricoprire le cariche pubbliche.
Parallelamente si procedeva alla diffusione sempre più ampia dei giornali clandestini come "Il grido di Spartaco", "Baita", "L'Unità", "Avanti!", ecc. e alla diffusione dei volantini prodotti localmente nelle condizioni più disagiate ma comunque tali da rappresentare un elemento di sicuro indirizzo a cui si aggiungeva l'opera svolta dai singoli componenti dei vari partiti, dai componenti del Fronte della gioventù, dai Gruppi di difesa della donna, dalle organizzazioni dei giovani cattolici e di diversi sacerdoti. L'unità del fronte antifascista si cementava sempre più, riunendo le più disparate tendenze politiche, i cui rappresentanti, in questa delicata fase politica e decisiva della lotta, erano riusciti a superare tutte quelle frizioni che esistevano precedentemente nei vari organismi antifascisti.
Le giornate di marzo e aprile 1945 furono di estrema tensione e di intenso lavoro. In previsione della grande lotta finale, si dovevano rafforzare i collegamenti con tutti i comitati di agitazione aziendali e comunali. Si doveva inoltre combattere contro la reazione nazifascista più spietata, esasperata dal precipitare della situazione. Per nostra fortuna avevamo a Vercelli il compagno Guido Sola Titetto, uomo che sapeva infondere coraggio a tutti noi, spronarci alla lotta. Dopo l'arresto, avvenuto a febbraio, del dottor Carlo Cerruti, era diventato rappresentante per il Partito comunista in seno al Cln e dopo il successivo allontanamento da Vercelli di parecchi altri componenti del Cln, per ragioni di sicurezza, tutta la direzione operativa venne a cadere sulle sue spalle, mentre altri combattenti della libertà, meno in vista, prendevano il posto di quelli che avevano lasciato la città.
I1 31 marzo '45, la Federazione repubblicana fascista lanciava il seguente manifesto: "Agli operai della provincia. Un consiglio agli onesti. Un avvertimento a quelli in malefede. Elementi fuorilegge al soldo del nemico con manifestini di vario genere, hanno fatto ingiunzione agli operai, specie nella zona di Biella, di abbandonare il lavoro sotto minaccia di rappresaglia.
Tale propaganda che ha l'evidente scopo di creare il più completo disordine e di provocare gravi lutti non può darvi, operai, che questi risultati: spargimento di sangue fraterno, inasprimenti di odii, distruzione del patrimonio nazionale e conseguente miseria.
È bene che tutti si convincano una buona volta che il governo della Repubblica Italiana Sociale che attua con vigile e insonne cura sino alle estreme conseguenze i postulati di Verona nel campo della socializzazione, è fermamente deciso a stroncare con ogni mezzo ogni azione sabotatrice che possa comunque, turbare, intralciare, ritardare il raggiungimento di quelle mete sociali che elevano e ancora più eleveranno materialmente e moralmente le masse lavoratrici italiane. Operai italiani: attenzione!". Ancora una volta l'ipocrisia del regime non si smentiva. Ma chi poteva ancora crederci? Certo non i lavoratori che, infatti mentre i fascisti davano le disposizioni necessarie per l'integrale mobilitazione di tutte le loro forze, si preparavano per lo sciopero insurrezionale.
Negli ultimi giorni del mese di marzo si riunì ancora una volta il Comitato di agitazione provinciale, unitamente ad alcuni membri del Cln. Si provvide a rinforzare il Comitato di agitazione comunale di Vercelli, che avrebbe dovuto preparare lo sciopero nella città. Ripartimmo le zone che furono affidate a Vittore Domiglio, Giuseppe Rosso, Alfredo Carasso, Filippo Pasino, Pippo Bossola. Per quanto riguarda il Vercellese, la zona bassa venne affidata a Giuseppe Ferraris; all'ispettore del Cln, Sandro Rigolino, Santhià; al sottoscritto, Buronzo e Gattinara.
Nei primi giorni di aprile ognuno si recò al posto che gli era stato assegnato, cercando di migliorare il servizio di collegamento in modo che da Vercelli si potessero trasmettere le eventuali variazioni per l'attuazione dello sciopero, ed essere continuamente aggiornati circa la preparazione e l'andamento dello sciopero stesso. Si decise, inoltre, di riunirci ogni tre giorni nei pressi di Vercelli.
Parecchie fermate del lavoro avevano avuto luogo, nelle campagne, già nel mese di marzo. Autentici scioperi si registrarono, il 13 e 14 aprile, a Quinto Vercellese, Formigliana, Buronzo, Villarboit, Carisio. Tali località risultarono completamente "paralizzate" e, di conseguenza, i lavori primaverili subirono un contraccolpo. A Buronzo, Formigliana e Villarboit ebbero luogo manifestazioni di massa davanti ai municipi che i fascisti tentarono in qualche modo di impedire senza riuscirci. Nello stesso periodo si intensificò l'azione dei ferrovieri, molti dei quali abbandonarono il servizio, per cui, verso il 20 aprile, il traffico ferroviario a Vercelli era pressoché nullo, all'infuori del transito per Milano e Torino, che era però ridotto al minimo e senza orari.
Il mio compito fu quello di preparare uno sciopero e una manifestazione di massa a Gattinara. Vicino al paese c'era, è vero, un distaccamento di partigiani della Valsesia di stanza a Lenta e a Lozzolo, ma altrettanto vicino, a Romagnano, c'era un forte presidio di nazifascisti, armati fino ai denti, addirittura con cannoni montati sui treni.
Nei miei soggiorni a Gattinara, grazie alla larga ospitalità di cui avevo potuto godere da parte della famiglia di Nino Mairone, ero riuscito, attraverso le informazioni di Mairone stesso e di altri, ad avere un quadro preciso della situazione. Le sere del 16, 17, 18 aprile, in casa di Mairone, ebbero luogo riunioni preparatorie allo sciopero. La casa era vigilata da altri lavoratori, pronti a dare il segnale di pericolo e ad intervenire. Il 17 aprile, i fascisti e i tedeschi del presidio di Romagnano fecero una ennesima puntata a Gattinara, per razziare materassi e coperte di lana, ma la razzia non risultò particolarmente redditizia.
Lo sciopero generale era stato fissato per il 19: alle 9 si sarebbe dovuti essere tutti in piazza, dove, se fosse stato possibile, avrebbero dovuto parlare alcuni esponenti del Comitato di liberazione. Era stato inoltre deciso di stampare un manifesto e affiggerlo, prima dell'entrata al lavoro del primo turno, nei pressi di ogni azienda. Mairone persuase un tipografo a stampare il manifesto in cui il Comitato di agitazione provinciale invitava i lavoratori a manifestare contro il fascismo ed i tedeschi per la fine della guerra. Il manifesto fu pronto verso la mezzanotte del 18 e, sfidando grandissimi pericoli, venne affisso da una quindicina di antifascisti gattinaresi.
La mattina presto, ci recammo di fronte alle fabbriche. Non dovemmo faticare molto per convincere gli operai. I nostri piccoli gruppi si trasformarono rapidamente in assembramenti: i lavoratori non entravano nelle fabbriche e, ancora una voltaa, le donne erano in prima fila. La manifestazione stava diventando sempre più imponente. Verso le 9 piazza Cavour era gremita di lavoratori. "Viva i partigiani" si gridava. Non ci furono comizi, ma tutta la manifestazione fu un impressionante comizio e, quando verso le dodici si sciolse, si ebbe l'impressione netta che Gattinara si fosse liberata dal fascismo.
Lo stesso giorno, alle 18, presi parte a Vercelli ad una riunione del Comitato di agitazione. Le notizie erano più che confortanti: lo sciopero era riuscito pienamente, sia a Vercelli, sia nelle altre località del Vercellese. Nei giorni che seguirono, la nostra attività si rivolse alla preparazione dell'azione insurrezionale. Poi il 25 aprile: la liberazione!


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