Primo Corbelletti (Timo)

Il "Caralli" da distaccamento a brigata



Ai primi di marzo del 1944 l'organico del distaccamento "Bixio"1 era di circa sessanta uomini: ciò indusse a scinderlo per costituire un nuovo distaccamento che prese il nome di Adriano Caralli, uno dei primi caduti della formazione2. Il comando del nuovo reparto era così costituito: Lorenzo Pedrazzo (Libero) comandante, Annibale Caneparo (Renati) commissario politico, Primo Corbelletti (Timo) vice comandante.
Il nuovo distaccamento iniziò subito ad operare intensamente: il 3 marzo una pattuglia composta da Piero Camana (Primula), Diego Prella (Folgore), Nino Baltaro (Nino), Marino Baccuetto (Barbis) e Giglio Torta (Lampo) prelevava a Zubiena una spia, traducendola alla sede del distaccamento a disposizione del comando per l'interrogatorio. Una seconda pattuglia, formata da Libero, Timo, Aldo Gariazzo (Dante), Ezio Gariazzo (Pepe) e Attilio Tempia (Bandiera I) si recava alla Manifattura Scardassi, uno stabilimento nei pressi di Biella, situato nelle immediate vicinanze di un posto di blocco repubblichino, con l'incarico di impartire una lezione al proprietario. Costui, nel mese di dicembre, aveva ordinato che i pacchi natalizi preparati per i suoi operai venissero nascosti nella sua cantina. Si trattava quindi di correggere un'ingiustizia. Nel ben provvisto deposito personale del proprietario dello stabilimento furono rinvenuti generi alimentari e di conforto, che vennero requisiti per far fronte alle esigenze del distaccamento.
Ma ai partigiani servivano soprattutto armi, anche in conseguenza dell'aumentato numero di uomini. Il 6 marzo Bandiera I segnalò l'esistenza di un deposito di armi, lasciate a Cigliano da ufficiali colà di presidio prima dell'8 settembre. A noi parve di sognare e ci volle poco quindi a formare una pattuglia: di essa fecero parte Timo, Bandiera I, Giovanni Tempia (Bandiera II) e Antonio Streafico (Figaro). Questi quattro uomini, fattisi prestare una "millecento", raggiunsero Cigliano e si recarono nel luogo dove erano occultate le armi segnalate. Ebbero però un rifiuto da chi le custodiva e fu necessaria una lunga discussione per convincerli a consegnare quanto avevano: cinque mitra, una cassetta di bombe a mano e due damigiane di pallottole. Per chi aveva cominciato a fare la guerra partigiana avendo in dotazione una pistola in sette, quell' "arsenale" pareva davvero imponente e legittima fu quindi la gioia dei garibaldini della pattuglia per il bottino.
L'8 marzo il comando decise il trasferimento del distaccamento "Caralli" dalla valle dell'Elvo alla conca di Donato. Qui, due giorni dopo, alle 6.30, venne sferrato dai nazifascisti il primo grosso attacco contro di noi. Da un nostro posto di vedetta avanzato ci venne segnalato l'arrivo di autocarri nemici. Ci mettemmo immediatamente in postazione. Si trattava di un intero reggimento di polizia germanica e di un battaglione "M", con cannoni, mortai e armi pesanti. Il rastrellamento durò poco più di cinque ore: evidentemente il comando tedesco, i cui uomini non avevano trovato nulla, ritenne che noi avessimo cambiato zona.
A Donato però i tedeschi catturarono due nostri uomini, Sergio Molinatti (Barba) e Flavio Macchieraldo (Vatutin), che vennero tradotti a Vercelli. Cinque giorni dopo, mentre venivano trasportati ad Aosta, i due partigiani riuscirono a fuggire e ritornarono, più decisi di prima, nelle nostre file, dove ebbero calorose accoglienze.
Intanto il continuo afflusso di reclute aveva determinato la necessità di scindere il "Caralli", formando un nuovo distaccamento, che si chiamò "Caralli II" e che ebbe Amelio Lanza (Grillo) comandante e Timo commissario politico3.
Il 17 marzo si procedette al disarmo di un ex internato militare che si era arruolato nelle Ss. Tre giorni dopo una pattuglia di cui facevano parte Renati, Libero, Grillo, Timo, i due fratelli Bandiera, si presentava alle Officine di Netro e sabotava la cabina elettrica per impedire che lo stabilimento lavorasse per la produzione bellica per i tedeschi. Successivamente uno dei dirigenti delle Officine chiedeva un appuntamento con Renati allo scopo di contribuire al finanziamento della formazione. Renati, Libero e Bandiera I si presentarono all'incontro, dove l'incaricato della ditta promise un finanziamento di cinquemila lire mensili. La promessa venne però mantenuta per soli due mesi.
Pur essendo molto impegnati dai vari problemi relativi al funzionamento dei reparti, gli organizzatori del movimento partigiano non perdevano di vista uno dei compiti principali, e cioè la preparazione politica della popolazione, sulla quale, come giustamente insisteva Renati, si sarebbe dovuta basare la coscienza della nuova Italia democratica, a vittoria conseguita.
Inoltre, per impedire il funzionamento del meccanismo del "fronte interno" fascista venne invitata la popolazione a non consegnare alcunché agli ammassi e, nel contempo, venne organizzato un capillare aiuto4 ai contadini per permettere loro di non incappare nei provvedimenti di rigore adottati dalle "autorità" repubblichine in conseguenza delle mancate consegne.
Il 30 marzo venivamo informati che a Fontainemore, nella valle di Gressoney, esisteva una banca che avrebbe potuto fornire fondi alla formazione: il comando inviò una pattuglia formata da Timo, Libero, Grillo, Franco Pivano (Carrel) e Giuseppe Tommaso Orlassino (Copia), con l'incarico di operare un prelevamento. Quale non fu però la delusione dei garibaldini che, dopo aver camminato per alcune ore, arrivati a Fontainemore, seppero che di banche là non ve ne erano mai state. Non potendo tornare al distaccamento con la borsa vuota i garibaldini pensarono di fare una visita alla Società dell'alluminio italiano, di Borgofranco, dove fu possibile prelevare la somma di centosessantamila lire, per cui fu rilasciata regolare ricevuta.

Ai primi di aprile si ebbero forti rastrellamenti. Esaminata la situazione si decise di dividere la formazione in gruppetti che si stabilirono nei vari paesi della zona, mantenendo tuttavia i contatti con il comando. Ciò non significò interruzione dell'attività. Il 5 aprile Timo e Guglielmo Maffeo (Luis), che avevano prelevato in una polveriera di Biella cinque moschetti, cinquanta bombe a mano e quaranta paia di scarponi, che erano stati caricati su un carro e occultati con un leggero strato di roba qualsiasi, lungo la via del ritorno, quando furono al posto di blocco, ostentando la massima tranquillità, in contrasto con il loro stato d'animo, offrirono ai repubblichini qualche sigaretta e, visto che si delineava il successo, li invitarono addirittura a bere un bicchiere di vino.
Sempre nel mese di aprile vennero prelevate due spie di Burolo che avevano contribuito alla cattura di venti ex prigionieri britannici. Venne inoltre catturato un capitano della Gnr di Carema. Una pattuglia, formata da Alder Botto (Paletta), dai due Bandiera, da Vatutin e da Candido Duchini (Ciccio), si recò a Cavaglià per prelevare alcuni militi della Gnr. Questi opposero resistenza, dando luogo ad una sparatoria che durò una decina di minuti: vennero feriti gravemente un sergente maggiore e due militi; la nostra pattuglia poté impadronirsi di un mitra, due moschetti e tre pistole.
Il 20 aprile, essendo cessato il rastrellamento, le varie squadre componenti il distaccamento si ricongiunsero. Tutti i partigiani si presentarono all'appello assieme ad altri giovani accorsi sulle loro orme.
La situazione finanziaria però permaneva critica. Furono perciò mandati ad Ivrea Timo e Libero i quali, presi contatti con i rappresentanti della Zanzi, un azienda metalmeccanica, dopo lunghe spiegazioni ottennero l' "ingente" somma di mille lire. Però, quello stesso giorno, Timo e Libero presero contatto con il Cln di Ivrea ed entrarono in rapporti con Mario Pellizzari (Alimiro). I primi frutti di questa duplice presa di contatto non si fecero attendere: dopo sole quarantott'ore il distaccamento ricevette in dotazione dal Cln eporediese un mitragliatore.
In quel periodo i garibaldini ebbero la sorpresa di veder giungere una missione composta da tre radiotelegrafisti, Armando, Lupo e Rodolfo, e un sabotatore, Pietro. Essi vennero accolti con molta cordialità e le loro promesse frequenti e consistenti lanci di materiale bellico da parte degli Alleati ci riempirono di speranze. Purtroppo per molto tempo le promesse rimasero senza seguito. Era ancora assillante il problema delle armi, sempre assai scarse, ma i distaccamenti non rimanevano inattivi.
A Settimo Vittone e dintorni vi era una masnada di rapinatori che si spacciavano per partigiani. Le "gesta" di questi delinquenti ebbero larga eco nella valle e ciò confuse le idee alla popolazione nei riguardi dei partigiani. La banda venne da noi catturata e i suoi componenti, processati, vennero giustiziati.
Particolarmente attivo era il nucleo sabotatori che era stato costituito in seno al battaglione. Nel mese di maggio una squadra composta da Bandiera I, Folgore, Bruno Morino (Toro), Lido Basa (Mio) e Alessandro Baudrocco (Falco) procedette alla interruzione del traffico sulla linea ferroviaria Torino-Milano, a Livorno Ferraris. La pattuglia fece inoltre saltare in aria un pilone della linea ad alta tensione Novara-Vercelli a San Germano mentre, nel frattempo, una seconda pattuglia formata dai sabotatori Pietro, Vittorino Rovaretto (Fresus) e Igino Baudrocco (Piero), interruppe il binario ferroviario sempre nei pressi di San Germano e scardinò un secondo pilone della linea dell'alta tensione.
Una terza squadra, di cui facevano parte Paletta, Piero Gastaldo Brac (Bucio), Nelson Revel Chion (Ardito), Marco Avandoglio (Pansa), Camillo Brusselli (Nuccio) e Egidio Giglio (Bambasina) effettuava un altro importante sabotaggio.
Queste azioni furono anche una precisa risposta al bando mussoliniano che dava tempo ai "ribelli" e agli "sbandati" fíno al 25 maggio per arrendersi. È bene ricordare che proprio in quel periodo si registrò una notevole affluenza di giovani nei ranghi partigiani.

Il 24 maggio si procedette alla costituzione del battaglione, sempre denominato "Caralli". Esso ebbe Timo comandante e Renati commissario politico. Il battaglione, con una forza di centoquaranta uomini, era suddiviso in tre distaccamenti.
Domenica 28 maggio si scatenò contro di noi un rastrellamento di grande stile, effettuato da ingenti forze nazifasciste. L'attacco partì contemporaneamente dalla valle di Gressoney, da Carema, Settimo, Andrate, Donato, Netro e dalla valle dell'Elvo. I primi partigiani che incontrarono una pattuglia nemica nella valle dell'Elvo furono Timo e Grillo, che erano scesi, dalla sede del battaglione, per far medicare Giovanni Antonietti (Civas) che, durante la notte, si era ferito manovrando il mitra. Da pochi passi di distanza un ufficiale tedesco intimò l'alt ai partigiani che, avendo il vantaggio di avere la pistola in pugno, poterono tenere a bada il nemico e raggiungere un viottolo vicino, che essi conoscevano bene, e piantare in asso il tedesco.
Il secondo gruppo partigiano che incontrò i rastrellatori fu quello che era stato comandato per la spesa e che era composto dai sabotatori Pietro, Folgore, Pansa e Silvano Crotta (Scarpa). In questo caso uno dei quattro partigiani, Pietro, venne fatto prigioniero. Più tardi fu tradotto a Biella, dove, fortunatamente, alla vigilia del suo trasferimento in Germania, riusciva a fuggire. Gli altri tre, invece, riuscirono, anche se a fatica, a raggiungere i distaccamenti, mettendoli in allarme.
Considerata la stragrande superiorità numerica degli attaccanti, si decise di ripiegare sino alla vetta del Mombarone, raggiunti, più tardi, anche da un distaccamento del battaglione "Bixio". Giunti lassù si stabilì di tenere a bada i nazifascisti fino a notte per poter quindi, favoriti dal buio e dalla conoscenza del terreno, sganciarsi in direzione della valle dell'Elvo. Nel cuore della notte, frazionati in diverse pattuglie, i partigiani cercarono di oltrepassare le file nemiche, riuscendovi in parte. Numericamente gli attaccanti erano in rapporto di dieci a uno, il che aveva consentito loro di creare una catena a maglie molto fitte; avevano inoltre dalla loro l'elemento neve, che copriva ancora la montagna: tutto ciò consentì ai rastrellatori di catturare parecchi partigiani. La nostra squadra venuta per prima a contatto con il nemico, poté calare nella valle dell'Elvo, nei pressi di Vernei, dove si impegnava, con ardimento, aprendo il fuoco per creare un passaggio più ampio.
Tra le file del nemico vi furono quattro morti e parecchi feriti. Noi avemmo in tutto due caduti: Copia e Mario Stesina (Rosetta). Purtroppo però nove partigiani furono catturati.
Squadre del "Caralli" intanto calavano da un altro settore per raggiungere il versante canavesano della Serra, ma si scontrarono con i tedeschi nei pressi di San Giacomo di Andrate. Questa volta il nemico lasciò sul terreno un morto e sei feriti gravi. I partigiani invece non subirono perdite.
Il giorno dopo il rastrellamento continuò. Pattuglie nemiche frugarono in tutti i sensi la Serra, scendendo e risalendo i due versanti, e catturarono, nelle vicinanze di Sala, sei partigiani del "Caralli" e sette del "Bixio". Tutti i partigiani fatti prigionieri5, vennero condotti a Biella dove, il 4 giugno, su ordine del comando tedesco, vennero fucilati da un plotone d'esecuzione del battaglione "Montebello".
L'inevitabile sbandamento verificatosi, ci causò inoltre la perdita di una cinquantina di moschetti nonché di un certo quantitativo di viveri e coperte.
La parte positiva, per noi, fu che il rastrellamento si protrasse, seppure con minore intensità, per una quindicina di giorni e, calcolando i movimenti che il nemico aveva dovuto compiere prima di iniziare l'azione e quelli che effettuò dopo la conclusione della stessa, si può complessivamente far ammontare a circa un mese il tempo perduto da oltre un migliaio di uomini.
Ma non è tutto: durante la seconda fase del rastrellamento, infatti, alla sede mobile del comando di battaglione venne riorganizzata una discreta quantità di pattuglie volanti. Esse furono subito inviate sull'autostrada Torino-Milano a compiere colpi di mano. Ai primi di giugno, però, purtroppo, una pattuglia formata dai due Bandiera, Carrel, Grillo, Ardito, Paletta, Camillo Bruselli (Nuccio), Angelo Frigerio (Milan), Ferruccio Viricheda (Pettirosso), Bambasina e Scarpa, nella marcia di avvicinamento alla autostrada, cadde in un'imboscata, nel corso della quale rimase ferito gravemente alla testa il partigiano Nuccio.
Fra le operazioni di polizia militare di maggior rilievo compiute in quel periodo è da ricordare inoltre una retata di spie effettuata nei paesi della Serra da una squadra composta da Folgore, Falco, Toro, Renzo Rovaretto (Fanfulla), Pensiero Baudrocco (Combi) e Giovanni Baudrocco (Pala).

Il 10 giugno prendemmo accordi con i carabinieri della Stazione di Ivrea. Quattro giorni più tardi provvedemmo a portar via dalla caserma tutto il materiale utile. Venticinque carabinieri salirono in montagna portando con loro una mitraglianice Breda 37, quattro mitragliatori, venticinque moschetti, una "millecento", un motofurgoncino ed una discreta quantità di vettovaglie. L'arrivo dei carabinieri coincise con la graduale ricostruzione dei distaccamenti. Cominciò una nuova fase.
Nella zona di Bacchiera (Carema) il rastrellamento aveva causato la distruzione di otto baite: avevamo quindi perduto la possibilità di accasermare gli uomini in quella località e quindi dovemmo spostarci fra Trovinasse e Maletto (Settimo Vittone).
Il mese di giugno vide un ulteriore forte afflusso di giovani ai reparti. Dovemmo, di conseguenza, formare quattro distaccamenti: il "De Luca"6, che ebbe come comandante Grillo e come commissario Vilfrido Martinetto Sapel (Vico), il "Chiorino"7, con Erminio Foscolo (Mario)8 e Antonio Laspia (Pilo), il "Matteotti", con Libero e Bandiera I, e il "Caralli", con Carlo Strobbia (Cervi) comandante e Timo commissario ad interim.
A comandare il battaglione vennero confermati Renati e Timo. In quel periodo una pattuglia del distaccamento "De Luca" scese a Netro e sabotò nuovamente gli impianti delle Officine che continuavano a lavorare per i tedeschi. I distaccamenti "Caralli", "Chiorino", "Matteotti" effettuarono invece numerose azioni nel Canavese, nella valle di Gressoney e nella zona di Pont St. Martin. Queste azioni miravano a tenere in perenne stato d'allarme il nemico. Esse perciò non ebbero tregua.
Una pattuglia del "Caralli", che tra i suoi componenti annoverava Carlo Bellandi (Ulisse), Remo Farè (Mix), Enzo Cucco (Quaranta), Franco Sella (Piazzo), Angelo Frigerio (Milan), Pietro Berton Giachetti (Bianco), Leo Perino (Leo), Gennaro D'Amico (Fischio), Vito Ruge (Tremoncino), Giuseppe Campaner (Pantera) e Parent9, raggiunto in camion Livorno Ferraris, attaccava il presidio della stazione ferroviaria, immobilizzandolo e procedeva a far saltare in aria la cabina di scambio. Dal deposito venivano prelevati venticinque quintali di sale e cinque di tabacco: con questo prezioso carico gli uomini tornarono incolumi alla base.
Nello stesso mese nasceva un nuovo distaccamento che assumeva la denominazione di "Aquila"10 e che aveva Carrel comandante e Fanfulla commissario. Ben presto anche questo distaccamento fece parlare di sé. Il 20 giugno, infatti, inviò a Piverone una pattuglia, composta da Folgore, Toti, Falco, Toro e Onofrio Cinque (Tarzan), che prelevò una "millecento" nuova di zecca di proprietà nientemeno che di Mussolini11.
Il 26 giugno, circa centocinquanta partigiani compirono una clamorosa azione ad Ivrea: all'una di notte entrarono in città e, bloccate le vie d'accesso, entrarono nella sede del Distretto militare, da cui asportarono molte armi, coperte e generi vari. L'azione durò ben due ore. I militari, colti di sorpresa, non poterono reagire; solo una postazione tedesca tentò una reazione, ma fu subito neutralizzata ed un tedesco fu ucciso. I partigiani, dopo aver disseminato la città di manifestini di propaganda, tornarono in montagna, portando con loro settanta militari, che in seguito vennero rilasciati o incorporati nei distaccamenti, a seconda del loro desiderio.
Poche sere più tardi una squadra (Ulisse, Bandiera I, Aramis e altri) raggiunse Montalto Dora e, alla stazione, fermò il treno proveniente da Aosta. Fatti scendere i passeggeri e i macchinisti, i partigiani staccarono la locomotiva che avviarono verso Ivrea, dopo aver collocato sotto la caldaia una carica di esplosivo con un congegno a tempo. Quando la locomotiva fu sul ponte di ferro che unisce le due rive della Dora avvenne l'esplosione che lanciò in aria la caldaia, mentre il carrello proseguì, anche per l'impulso datogli dall'esplosione, la sua corsa fino a Strambino. Il ponte non subì molti danni però per qualche tempo fu fuori uso: ciò evitò un bombardamento aereo da parte degli Alleati, che intendevano bloccare il traffico dei tedeschi che asportavano dalla val d'Aosta produzione industriale utile alla loro macchina bellica.
Intensa fu l'opera compiuta nel mese di luglio. I partigiani lavorarono alacremente per rifornire i magazzini in vista di una progettata occupazione della valle di Gressoney. Venne requisito materiale d'ogni genere che venne immagazzinato prima nei pressi di Andrate e poi a Trovinasse. Quando tutto parve pronto, vennero presi accordi con il comandante delle formazioni di "Giustizia e libertà", Pietro Ferreira (Pedro), allora operanti nella valle di Champorcher. L'azione venne fissata per la notte del 25 luglio12.
Le formazioni "Gl" dovevano mandare centoventicinque uomini, il comandante Marius doveva inviarne una sessantina ed il comandante Badery una quarantina. I garibaldini, oltre al "Caralli", impegnarono anche consistenti forze del battaglione "Bixio".
Il piano concordato prevedeva i seguenti movimenti: il "De Luca", con una squadra del "Chiorino" doveva appostarsi all'ingresso della valle; il "Caralli" e il "Matteotti" dovevano provvedere alla eventuale difesa di Fontainemore; il comandante Badery doveva attaccare Lillianes; il grosso del "Chiorino" con un reparto del "Bixio" avrebbe attaccato Issime; gli altri reparti del "Bixio" avrebbero avuto compiti di protezione lungo il tratto Gaby-St. Jean.
Alle 23 una nostra colonna motorizzata riusciva, dopo intensa azione di fuoco, a sfondare il posto di blocco di Pont St. Martin, dirigendosi verso Lillianes. Intanto il nucleo di sabotatori, al comando di Aldo, faceva saltare il ponte dell'Argenté, mentre gli uomini di Badery e quelli del distaccamento di Arnaz attaccavano Lillianes. Le ore passavano: si era ormai alle 4. I ragazzi di Marius non giungevano. Tuttavia l'attacco era in corso e il comando decise di proseguire l'azione. Ulisse, con una pattuglia di arditi, faceva saltare una cabina dell'alta tensione, nei pressi di Pont St. Martin. All'alba uomini del "De Luca" attaccavano un camion della Gnr, causando all'avversario una ventina di morti e catturando 5 uomini e numerose armi.
La sorte dell'azione volse in nostro sfavore soltanto quando sopraggiunsero rinforzi nazifascisti, dotati di mortai. Per l'inferiorità numerica e di mezzi non ci fu possibile resistere e le nostre "linee" vennero sfondate. La situazione creatasi consigliò l'abbandono anche della posizione di Lillianes, sebbene il presidio di quella località stesse per arrendersi, dopo cinque ore di combattimento. Intanto il presidio di Issime si arrendeva al "Chiorino" e alla squadra del "Bixio". Il conseguente nostro ripiegamento avvenne con il massimo ordine. In tutti i settori, tutti i distaccamenti vennero fatti schierare in difensiva sui due versanti della vallata.
Il nemico, a causa del mancato apporto degli uomini di Marius, poté agire facilmente su un fianco dello schieramento garibaldino rimasto completamente scoperto. Da parte nostra si ebbero, nel corso dell'azione, tre morti (Ginas, Freccia a Arriba) e dodici feriti, di cui due (Pulero e Patuschi) gravi13. Il nemico ebbe oltre un centinaio di uomini fuori combattimento.
L'ardito, seppur sfortunato, attacco ai presidi nazifascisti della valle di Gressoney venne diretto da Oreste Ferrari (Tin), Renati e Mastrilli, che si dimostrarono ottimi comandanti e tempestivi utilizzatori degli elementi strategici emersi durante l'azione.
Con una estenuante marcia, durata due giorni, i partigiani nascosero il materiale e salirono in alta montagna. I nazisti sfogarono la loro rabbia bruciando otto cascine, la sede di un distaccamento, la sede del battaglione e uccidendo una civile. Alcuni giorni dopo, calmatesi le acque, tutti i reparti raggiunsero le loro basi, riorganizzandosi.
All'inizio del mese di agosto, l'aumentato numero dei giovani in forza consigliò di staccare il battaglione dalla 2a brigata "Biella" e di costituirlo a sua volta in brigata, la 76a brigata d'assalto Garibaldi "Togni-Aosta". Il comando della nuova unità era così composto: Tin comandante militare, Renati commissario politico, Bandiera I vice comandante, Timo vice commissario politico.
Per quanto riguarda i distaccamenti (diventati battaglioni): Mauro sostituì Grillo14 al comando del "De Luca", Fantasma sostituì Bandiera I come commissario del "Matteotti", Athos e Ulisse furono nominati comandante e commissario del "Caralli". Invariati i comandi del "Chiorino" e dell'Aquila".
Tenendo conto delle esigenze belliche del momento la dislocazione dei reparti fu la seguente: il "Chiorino" rimase a Maletto, il "Caralli" e il "De Luca" vennero inviati nella zona di Quincinetto, l' "Aquila" nella zona di Andrate e il "Matteotti" nella zona di accesso alla valle di Gressoney.
Da questo momento, la brigata operò prevalentemente nel Canavese e nella valle d'Aosta, compiendo numerose azioni15. Essa si ingrandì ulteriormente e, nel mese di settembre, venne costituita la 7a divisione "Aosta" che contribuì fortemente alla Resistenza nella zona e alla liberazione della valle, di Ivrea e dell'eporediese.


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