Primo Corbelletti (Timo)
Il "Caralli" da distaccamento a brigata
"l'impegno", a. IV, n. 2, giugno 1984
© Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nelle province di Biella e Vercelli.
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Ai primi di marzo del 1944 l'organico del distaccamento
"Bixio"1 era di circa sessanta uomini: ciò
indusse a scinderlo per costituire un nuovo distaccamento che prese il nome di Adriano Caralli, uno dei primi
caduti della formazione2. Il comando del nuovo reparto era così costituito: Lorenzo Pedrazzo (Libero)
comandante, Annibale Caneparo (Renati) commissario politico, Primo Corbelletti (Timo) vice comandante.
Il nuovo distaccamento iniziò subito ad operare intensamente: il 3 marzo una pattuglia composta da
Piero Camana (Primula), Diego Prella (Folgore), Nino Baltaro (Nino), Marino Baccuetto (Barbis) e Giglio
Torta (Lampo) prelevava a Zubiena una spia, traducendola alla sede del distaccamento a disposizione del
comando per l'interrogatorio. Una seconda pattuglia, formata da Libero, Timo, Aldo Gariazzo (Dante), Ezio
Gariazzo (Pepe) e Attilio Tempia (Bandiera I) si recava alla Manifattura Scardassi, uno stabilimento nei pressi
di Biella, situato nelle immediate vicinanze di un posto di blocco repubblichino, con l'incarico di
impartire una lezione al proprietario. Costui, nel mese di dicembre, aveva ordinato che i pacchi natalizi preparati
per i suoi operai venissero nascosti nella sua cantina. Si trattava quindi di correggere un'ingiustizia. Nel
ben provvisto deposito personale del proprietario dello stabilimento furono rinvenuti generi alimentari e di
conforto, che vennero requisiti per far fronte alle esigenze del distaccamento.
Ma ai partigiani servivano soprattutto armi, anche in conseguenza dell'aumentato numero di uomini. Il
6 marzo Bandiera I segnalò l'esistenza di un deposito di armi, lasciate a Cigliano da ufficiali colà di
presidio prima dell'8 settembre. A noi parve di sognare e ci volle poco quindi a formare una pattuglia: di essa
fecero parte Timo, Bandiera I, Giovanni Tempia (Bandiera II) e Antonio Streafico (Figaro). Questi quattro
uomini, fattisi prestare una "millecento", raggiunsero Cigliano e si recarono nel luogo dove erano occultate le
armi segnalate. Ebbero però un rifiuto da chi le custodiva e fu necessaria una lunga discussione per convincerli
a consegnare quanto avevano: cinque mitra, una cassetta di bombe a mano e due damigiane di pallottole.
Per chi aveva cominciato a fare la guerra partigiana avendo in dotazione una pistola in sette, quell'
"arsenale" pareva davvero imponente e legittima fu quindi la gioia dei garibaldini della pattuglia per il bottino.
L'8 marzo il comando decise il trasferimento del distaccamento "Caralli" dalla valle dell'Elvo alla conca
di Donato. Qui, due giorni dopo, alle 6.30, venne sferrato dai nazifascisti il primo grosso attacco contro di
noi. Da un nostro posto di vedetta avanzato ci venne segnalato l'arrivo di autocarri nemici. Ci
mettemmo immediatamente in postazione. Si trattava di un intero reggimento di polizia germanica e di un
battaglione "M", con cannoni, mortai e armi pesanti. Il rastrellamento durò poco più di cinque ore: evidentemente
il comando tedesco, i cui uomini non avevano trovato nulla, ritenne che noi avessimo cambiato zona.
A Donato però i tedeschi catturarono due nostri uomini, Sergio Molinatti (Barba) e Flavio
Macchieraldo (Vatutin), che vennero tradotti a Vercelli. Cinque giorni dopo, mentre venivano trasportati ad Aosta, i
due partigiani riuscirono a fuggire e ritornarono, più decisi di prima, nelle nostre file, dove ebbero
calorose accoglienze.
Intanto il continuo afflusso di reclute aveva determinato la necessità di scindere il "Caralli", formando
un nuovo distaccamento, che si chiamò "Caralli II" e che ebbe Amelio Lanza (Grillo) comandante e
Timo commissario politico3.
Il 17 marzo si procedette al disarmo di un ex internato militare che si era arruolato nelle Ss. Tre giorni
dopo una pattuglia di cui facevano parte Renati, Libero, Grillo, Timo, i due fratelli Bandiera, si presentava
alle Officine di Netro e sabotava la cabina elettrica per impedire che lo stabilimento lavorasse per la
produzione bellica per i tedeschi. Successivamente uno dei dirigenti delle Officine chiedeva un appuntamento
con Renati allo scopo di contribuire al finanziamento della formazione. Renati, Libero e Bandiera I si
presentarono all'incontro, dove l'incaricato della ditta promise un finanziamento di cinquemila lire mensili. La
promessa venne però mantenuta per soli due mesi.
Pur essendo molto impegnati dai vari problemi relativi al funzionamento dei reparti, gli organizzatori
del movimento partigiano non perdevano di vista uno dei compiti principali, e cioè la preparazione
politica della popolazione, sulla quale, come giustamente insisteva Renati, si sarebbe dovuta basare la
coscienza della nuova Italia democratica, a vittoria conseguita.
Inoltre, per impedire il funzionamento del meccanismo del "fronte interno" fascista venne invitata
la popolazione a non consegnare alcunché agli ammassi e, nel contempo, venne organizzato un capillare
aiuto4 ai contadini per permettere loro di non incappare nei provvedimenti di rigore adottati dalle "autorità"
repubblichine in conseguenza delle mancate consegne.
Il 30 marzo venivamo informati che a Fontainemore, nella valle di Gressoney, esisteva una banca che
avrebbe potuto fornire fondi alla formazione: il comando inviò una pattuglia formata da Timo, Libero, Grillo,
Franco Pivano (Carrel) e Giuseppe Tommaso Orlassino (Copia), con l'incarico di operare un prelevamento.
Quale non fu però la delusione dei garibaldini che, dopo aver camminato per alcune ore, arrivati a
Fontainemore, seppero che di banche là non ve ne erano mai state. Non potendo tornare al distaccamento con la borsa
vuota i garibaldini pensarono di fare una visita alla Società dell'alluminio italiano, di Borgofranco, dove fu
possibile prelevare la somma di centosessantamila lire, per cui fu rilasciata regolare ricevuta.
Ai primi di aprile si ebbero forti rastrellamenti. Esaminata la situazione si decise di dividere la
formazione in gruppetti che si stabilirono nei vari paesi della zona, mantenendo tuttavia i contatti con il comando.
Ciò non significò interruzione dell'attività. Il 5 aprile Timo e Guglielmo Maffeo (Luis), che avevano prelevato
in una polveriera di Biella cinque moschetti, cinquanta bombe a mano e quaranta paia di scarponi, che
erano stati caricati su un carro e occultati con un leggero strato di roba qualsiasi, lungo la via del ritorno,
quando furono al posto di blocco, ostentando la massima tranquillità, in contrasto con il loro stato d'animo,
offrirono ai repubblichini qualche sigaretta e, visto che si delineava il successo, li invitarono addirittura a bere
un bicchiere di vino.
Sempre nel mese di aprile vennero prelevate due spie di Burolo che avevano contribuito alla cattura di
venti ex prigionieri britannici. Venne inoltre catturato un capitano della Gnr di Carema. Una pattuglia, formata
da Alder Botto (Paletta), dai due Bandiera, da Vatutin e da Candido Duchini (Ciccio), si recò a Cavaglià
per prelevare alcuni militi della Gnr. Questi opposero resistenza, dando luogo ad una sparatoria che durò
una decina di minuti: vennero feriti gravemente un sergente maggiore e due militi; la nostra pattuglia
poté impadronirsi di un mitra, due moschetti e tre pistole.
Il 20 aprile, essendo cessato il rastrellamento, le varie squadre componenti il distaccamento si
ricongiunsero. Tutti i partigiani si presentarono all'appello assieme ad altri giovani accorsi sulle loro orme.
La situazione finanziaria però permaneva critica. Furono perciò mandati ad Ivrea Timo e Libero i
quali, presi contatti con i rappresentanti della Zanzi, un azienda metalmeccanica, dopo lunghe spiegazioni
ottennero l' "ingente" somma di mille lire. Però, quello stesso giorno, Timo e Libero presero contatto con il Cln
di Ivrea ed entrarono in rapporti con Mario Pellizzari (Alimiro). I primi frutti di questa duplice presa di
contatto non si fecero attendere: dopo sole quarantott'ore il distaccamento ricevette in dotazione dal Cln
eporediese un mitragliatore.
In quel periodo i garibaldini ebbero la sorpresa di veder giungere una missione composta da tre
radiotelegrafisti, Armando, Lupo e Rodolfo, e un sabotatore, Pietro. Essi vennero accolti con molta cordialità e le
loro promesse frequenti e consistenti lanci di materiale bellico da parte degli Alleati ci riempirono di
speranze. Purtroppo per molto tempo le promesse rimasero senza seguito. Era ancora assillante il problema delle
armi, sempre assai scarse, ma i distaccamenti non rimanevano inattivi.
A Settimo Vittone e dintorni vi era una masnada di rapinatori che si spacciavano per partigiani. Le
"gesta" di questi delinquenti ebbero larga eco nella valle e ciò confuse le idee alla popolazione nei riguardi
dei partigiani. La banda venne da noi catturata e i suoi componenti, processati, vennero giustiziati.
Particolarmente attivo era il nucleo sabotatori che era stato costituito in seno al battaglione. Nel mese
di maggio una squadra composta da Bandiera I, Folgore, Bruno Morino (Toro), Lido Basa (Mio) e
Alessandro Baudrocco (Falco) procedette alla interruzione del traffico sulla linea ferroviaria Torino-Milano, a
Livorno Ferraris. La pattuglia fece inoltre saltare in aria un pilone della linea ad alta tensione Novara-Vercelli a
San Germano mentre, nel frattempo, una seconda pattuglia formata dai sabotatori Pietro, Vittorino
Rovaretto (Fresus) e Igino Baudrocco (Piero), interruppe il binario ferroviario sempre nei pressi di San Germano
e scardinò un secondo pilone della linea dell'alta tensione.
Una terza squadra, di cui facevano parte Paletta, Piero Gastaldo Brac (Bucio), Nelson Revel Chion
(Ardito), Marco Avandoglio (Pansa), Camillo Brusselli (Nuccio) e Egidio Giglio (Bambasina) effettuava un
altro importante sabotaggio.
Queste azioni furono anche una precisa risposta al bando mussoliniano che dava tempo ai "ribelli" e
agli "sbandati" fíno al 25 maggio per arrendersi. È bene ricordare che proprio in quel periodo si registrò
una notevole affluenza di giovani nei ranghi partigiani.
Il 24 maggio si procedette alla costituzione del battaglione, sempre denominato "Caralli". Esso ebbe
Timo comandante e Renati commissario politico. Il battaglione, con una forza di centoquaranta uomini, era suddiviso
in tre distaccamenti.
Domenica 28 maggio si scatenò contro di noi un rastrellamento di grande stile, effettuato da ingenti
forze nazifasciste. L'attacco partì contemporaneamente dalla valle di Gressoney, da Carema, Settimo,
Andrate, Donato, Netro e dalla valle dell'Elvo. I primi partigiani che incontrarono una pattuglia nemica nella
valle dell'Elvo furono Timo e Grillo, che erano scesi, dalla sede del battaglione, per far medicare Giovanni
Antonietti (Civas) che, durante la notte, si era ferito manovrando il mitra. Da pochi passi di distanza un
ufficiale tedesco intimò l'alt ai partigiani che, avendo il vantaggio di avere la pistola in pugno, poterono tenere a
bada il nemico e raggiungere un viottolo vicino, che essi conoscevano bene, e piantare in asso il tedesco.
Il secondo gruppo partigiano che incontrò i rastrellatori fu quello che era stato comandato per la spesa e
che era composto dai sabotatori Pietro, Folgore, Pansa e Silvano Crotta (Scarpa). In questo caso uno dei
quattro partigiani, Pietro, venne fatto prigioniero. Più tardi fu tradotto a Biella, dove, fortunatamente, alla vigilia
del suo trasferimento in Germania, riusciva a fuggire. Gli altri tre, invece, riuscirono, anche se a fatica,
a raggiungere i distaccamenti, mettendoli in allarme.
Considerata la stragrande superiorità numerica degli attaccanti, si decise di ripiegare sino alla vetta
del Mombarone, raggiunti, più tardi, anche da un distaccamento del battaglione "Bixio". Giunti lassù si
stabilì di tenere a bada i nazifascisti fino a notte per poter quindi, favoriti dal buio e dalla conoscenza del
terreno, sganciarsi in direzione della valle dell'Elvo. Nel cuore della notte, frazionati in diverse pattuglie, i
partigiani cercarono di oltrepassare le file nemiche, riuscendovi in parte. Numericamente gli attaccanti erano in
rapporto di dieci a uno, il che aveva consentito loro di creare una catena a maglie molto fitte; avevano inoltre
dalla loro l'elemento neve, che copriva ancora la montagna: tutto ciò consentì ai rastrellatori di catturare
parecchi partigiani. La nostra squadra venuta per prima a contatto con il nemico, poté calare nella valle dell'Elvo,
nei pressi di Vernei, dove si impegnava, con ardimento, aprendo il fuoco per creare un passaggio più ampio.
Tra le file del nemico vi furono quattro morti e parecchi feriti. Noi avemmo in tutto due caduti: Copia
e Mario Stesina (Rosetta). Purtroppo però nove partigiani furono catturati.
Squadre del "Caralli" intanto calavano da un altro settore per raggiungere il versante canavesano della
Serra, ma si scontrarono con i tedeschi nei pressi di San Giacomo di Andrate. Questa volta il nemico lasciò
sul terreno un morto e sei feriti gravi. I partigiani invece non subirono perdite.
Il giorno dopo il rastrellamento continuò. Pattuglie nemiche frugarono in tutti i sensi la Serra, scendendo
e risalendo i due versanti, e catturarono, nelle vicinanze di Sala, sei partigiani del "Caralli" e sette del
"Bixio". Tutti i partigiani fatti
prigionieri5, vennero condotti a Biella dove, il 4 giugno, su ordine del
comando tedesco, vennero fucilati da un plotone d'esecuzione del battaglione "Montebello".
L'inevitabile sbandamento verificatosi, ci causò inoltre la perdita di una cinquantina di moschetti nonché
di un certo quantitativo di viveri e coperte.
La parte positiva, per noi, fu che il rastrellamento si protrasse, seppure con minore intensità, per una
quindicina di giorni e, calcolando i movimenti che il nemico aveva dovuto compiere prima di iniziare l'azione e
quelli che effettuò dopo la conclusione della stessa, si può complessivamente far ammontare a circa un mese
il tempo perduto da oltre un migliaio di uomini.
Ma non è tutto: durante la seconda fase del rastrellamento, infatti, alla sede mobile del comando di
battaglione venne riorganizzata una discreta quantità di pattuglie volanti. Esse furono subito inviate
sull'autostrada Torino-Milano a compiere colpi di mano. Ai primi di giugno, però, purtroppo, una pattuglia formata dai
due Bandiera, Carrel, Grillo, Ardito, Paletta, Camillo Bruselli (Nuccio), Angelo Frigerio (Milan),
Ferruccio Viricheda (Pettirosso), Bambasina e Scarpa, nella marcia di avvicinamento alla autostrada, cadde
in un'imboscata, nel corso della quale rimase ferito gravemente alla testa il partigiano Nuccio.
Fra le operazioni di polizia militare di maggior rilievo compiute in quel periodo è da ricordare inoltre
una retata di spie effettuata nei paesi della Serra da una squadra composta da Folgore, Falco, Toro, Renzo
Rovaretto (Fanfulla), Pensiero Baudrocco (Combi) e Giovanni Baudrocco (Pala).
Il 10 giugno prendemmo accordi con i carabinieri della Stazione di Ivrea. Quattro giorni più tardi
provvedemmo a portar via dalla caserma tutto il materiale utile. Venticinque carabinieri salirono in montagna portando
con loro una mitraglianice Breda 37, quattro mitragliatori, venticinque moschetti, una "millecento",
un motofurgoncino ed una discreta quantità di vettovaglie. L'arrivo dei carabinieri coincise con la
graduale ricostruzione dei distaccamenti. Cominciò una nuova fase.
Nella zona di Bacchiera (Carema) il rastrellamento aveva causato la distruzione di otto baite:
avevamo quindi perduto la possibilità di accasermare gli uomini in quella località e quindi dovemmo spostarci
fra Trovinasse e Maletto (Settimo Vittone).
Il mese di giugno vide un ulteriore forte afflusso di giovani ai reparti. Dovemmo, di conseguenza,
formare quattro distaccamenti: il "De
Luca"6, che ebbe come comandante Grillo e come commissario
Vilfrido Martinetto Sapel (Vico), il
"Chiorino"7, con Erminio Foscolo
(Mario)8 e Antonio Laspia (Pilo), il
"Matteotti", con Libero e Bandiera I, e il "Caralli", con Carlo Strobbia (Cervi) comandante e Timo commissario
ad interim.
A comandare il battaglione vennero confermati Renati e Timo. In quel periodo una pattuglia del
distaccamento "De Luca" scese a Netro e sabotò nuovamente gli impianti delle Officine che continuavano a lavorare per
i tedeschi. I distaccamenti "Caralli", "Chiorino", "Matteotti" effettuarono invece numerose azioni nel
Canavese, nella valle di Gressoney e nella zona di Pont St. Martin. Queste azioni miravano a tenere in perenne
stato d'allarme il nemico. Esse perciò non ebbero tregua.
Una pattuglia del "Caralli", che tra i suoi componenti annoverava Carlo Bellandi (Ulisse), Remo Farè
(Mix), Enzo Cucco (Quaranta), Franco Sella (Piazzo), Angelo Frigerio (Milan), Pietro Berton Giachetti
(Bianco), Leo Perino (Leo), Gennaro D'Amico (Fischio), Vito Ruge (Tremoncino), Giuseppe Campaner (Pantera)
e Parent9, raggiunto in camion Livorno Ferraris, attaccava il presidio della stazione ferroviaria,
immobilizzandolo e procedeva a far saltare in aria la cabina di scambio. Dal deposito venivano prelevati venticinque quintali
di sale e cinque di tabacco: con questo prezioso carico gli uomini tornarono incolumi alla base.
Nello stesso mese nasceva un nuovo distaccamento che assumeva la denominazione di
"Aquila"10 e che aveva Carrel comandante e Fanfulla commissario. Ben presto anche questo distaccamento fece parlare di
sé. Il 20 giugno, infatti, inviò a Piverone una pattuglia, composta da Folgore, Toti, Falco, Toro e Onofrio
Cinque (Tarzan), che prelevò una "millecento" nuova di zecca di proprietà nientemeno che di
Mussolini11.
Il 26 giugno, circa centocinquanta partigiani compirono una clamorosa azione ad Ivrea: all'una di
notte entrarono in città e, bloccate le vie d'accesso, entrarono nella sede del Distretto militare, da cui
asportarono molte armi, coperte e generi vari. L'azione durò ben due ore. I militari, colti di sorpresa, non
poterono reagire; solo una postazione tedesca tentò una reazione, ma fu subito neutralizzata ed un tedesco fu
ucciso. I partigiani, dopo aver disseminato la città di manifestini di propaganda, tornarono in montagna,
portando con loro settanta militari, che in seguito vennero rilasciati o incorporati nei distaccamenti, a seconda del
loro desiderio.
Poche sere più tardi una squadra (Ulisse, Bandiera I, Aramis e altri) raggiunse Montalto Dora e, alla
stazione, fermò il treno proveniente da Aosta. Fatti scendere i passeggeri e i macchinisti, i partigiani staccarono
la locomotiva che avviarono verso Ivrea, dopo aver collocato sotto la caldaia una carica di esplosivo con
un congegno a tempo. Quando la locomotiva fu sul ponte di ferro che unisce le due rive della Dora
avvenne l'esplosione che lanciò in aria la caldaia, mentre il carrello proseguì, anche per l'impulso
datogli dall'esplosione, la sua corsa fino a Strambino. Il ponte non subì molti danni però per qualche tempo fu
fuori uso: ciò evitò un bombardamento aereo da parte degli Alleati, che intendevano bloccare il traffico
dei tedeschi che asportavano dalla val d'Aosta produzione industriale utile alla loro macchina bellica.
Intensa fu l'opera compiuta nel mese di luglio. I partigiani lavorarono alacremente per rifornire i
magazzini in vista di una progettata occupazione della valle di Gressoney. Venne requisito materiale d'ogni genere
che venne immagazzinato prima nei pressi di Andrate e poi a Trovinasse. Quando tutto parve pronto,
vennero presi accordi con il comandante delle formazioni di "Giustizia e libertà", Pietro Ferreira (Pedro),
allora operanti nella valle di Champorcher. L'azione venne fissata per la notte del 25
luglio12.
Le formazioni "Gl" dovevano mandare centoventicinque uomini, il comandante Marius doveva inviarne
una sessantina ed il comandante Badery una quarantina. I garibaldini, oltre al "Caralli", impegnarono
anche consistenti forze del battaglione "Bixio".
Il piano concordato prevedeva i seguenti movimenti: il "De Luca", con una squadra del "Chiorino"
doveva appostarsi all'ingresso della valle; il "Caralli" e il "Matteotti" dovevano provvedere alla eventuale difesa
di Fontainemore; il comandante Badery doveva attaccare Lillianes; il grosso del "Chiorino" con un reparto
del "Bixio" avrebbe attaccato Issime; gli altri reparti del "Bixio" avrebbero avuto compiti di protezione lungo
il tratto Gaby-St. Jean.
Alle 23 una nostra colonna motorizzata riusciva, dopo intensa azione di fuoco, a sfondare il posto di
blocco di Pont St. Martin, dirigendosi verso Lillianes. Intanto il nucleo di sabotatori, al comando di Aldo,
faceva saltare il ponte dell'Argenté, mentre gli uomini di Badery e quelli del distaccamento di Arnaz
attaccavano Lillianes. Le ore passavano: si era ormai alle 4. I ragazzi di Marius non giungevano. Tuttavia l'attacco era
in corso e il comando decise di proseguire l'azione. Ulisse, con una pattuglia di arditi, faceva saltare una
cabina dell'alta tensione, nei pressi di Pont St. Martin. All'alba uomini del "De Luca" attaccavano un camion
della Gnr, causando all'avversario una ventina di morti e catturando 5 uomini e numerose armi.
La sorte dell'azione volse in nostro sfavore soltanto quando sopraggiunsero rinforzi nazifascisti, dotati
di mortai. Per l'inferiorità numerica e di mezzi non ci fu possibile resistere e le nostre "linee" vennero
sfondate. La situazione creatasi consigliò l'abbandono anche della posizione di Lillianes, sebbene il presidio di
quella località stesse per arrendersi, dopo cinque ore di combattimento. Intanto il presidio di Issime si arrendeva
al "Chiorino" e alla squadra del "Bixio". Il conseguente nostro ripiegamento avvenne con il massimo
ordine. In tutti i settori, tutti i distaccamenti vennero fatti schierare in difensiva sui due versanti della vallata.
Il nemico, a causa del mancato apporto degli uomini di Marius, poté agire facilmente su un fianco
dello schieramento garibaldino rimasto completamente scoperto. Da parte nostra si ebbero, nel corso
dell'azione, tre morti (Ginas, Freccia a Arriba) e dodici feriti, di cui due (Pulero e Patuschi)
gravi13. Il nemico ebbe oltre un centinaio di uomini fuori combattimento.
L'ardito, seppur sfortunato, attacco ai presidi nazifascisti della valle di Gressoney venne diretto da
Oreste Ferrari (Tin), Renati e Mastrilli, che si dimostrarono ottimi comandanti e tempestivi utilizzatori degli
elementi strategici emersi durante l'azione.
Con una estenuante marcia, durata due giorni, i partigiani nascosero il materiale e salirono in alta
montagna. I nazisti sfogarono la loro rabbia bruciando otto cascine, la sede di un distaccamento, la sede del
battaglione e uccidendo una civile. Alcuni giorni dopo, calmatesi le acque, tutti i reparti raggiunsero le loro
basi, riorganizzandosi.
All'inizio del mese di agosto, l'aumentato numero dei giovani in forza consigliò di staccare il
battaglione dalla 2a brigata "Biella" e di costituirlo a sua volta in brigata, la
76a brigata d'assalto Garibaldi
"Togni-Aosta". Il comando della nuova unità era così composto: Tin comandante militare, Renati
commissario politico, Bandiera I vice comandante, Timo vice commissario politico.
Per quanto riguarda i distaccamenti (diventati battaglioni): Mauro sostituì
Grillo14 al comando del "De Luca", Fantasma sostituì Bandiera I come commissario del "Matteotti", Athos e Ulisse furono
nominati comandante e commissario del "Caralli". Invariati i comandi del "Chiorino" e dell'Aquila".
Tenendo conto delle esigenze belliche del momento la dislocazione dei reparti fu la seguente: il
"Chiorino" rimase a Maletto, il "Caralli" e il "De Luca" vennero inviati nella zona di Quincinetto, l' "Aquila" nella
zona di Andrate e il "Matteotti" nella zona di accesso alla valle di Gressoney.
Da questo momento, la brigata operò prevalentemente nel Canavese e nella valle d'Aosta, compiendo
numerose azioni15. Essa si ingrandì ulteriormente e, nel mese di settembre, venne costituita la
7a divisione "Aosta" che contribuì fortemente alla Resistenza nella zona e alla liberazione della valle, di Ivrea e dell'eporediese.
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