Albino Calletti (Bruno)
Ricordi sulla Valsesia libera
"l'impegno", a. IV, n. 2, giugno 1984
© Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nelle province di Biella e Vercelli.
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Verso la fine di maggio i distaccamenti garibaldini operanti in Valsesia, al comando di Eraldo
Gastone (Ciro) e Cino Moscatelli, avevano intensificato la loro attività, era passato il duro inverno e con le
foglie... si combatteva meglio. Io ritengo tuttavia che il motivo che determinò il ritiro dei fascisti dalla valle,
fu quello di concentrare il massimo delle forze possibili per il grande attacco che il comando tedesco
aveva preparato per distruggere le formazioni partigiane molto attive operanti nella zona del Verbano e della
bassa Ossola (il capitano Mario Muneghina aveva, ad esempio, attaccato e costretto alla resa l'intero presidio
di Fondotoce).
Il comando garibaldino della Valsesia, informato del concentramento e della partenza dei fascisti, ordinò
a tutti i distaccamenti di scendere ed occupare la valle, concentrandosi a Borgosesia e a Varallo. La
popolazione festeggiò così, il 10 giugno, i suoi partigiani che, laceri, con barbe e capelli lunghi, vedeva per la prima
volta in gran numero. Questo segnò l'inizio della Valsesia libera.
Immediatamente il comando garibaldino (con la fantasia ed il dinamismo di Cino Moscatelli, al quale
ero stato affiancato per sostituire Ciro ferito) affrontò i numerosi problemi militari, sociali e politici. Non
ricordo quante furono le riunioni con gli operai per creare le commissioni interne, quelle con gli industriali e con
le amministrazioni locali, per risolvere il problema del rifornimento alimentare per la popolazione e per
i partigiani, per l'organizzazione della sartoria per poter dare una divisa "elegante" ai partigiani, per la
creazione dell'inno della VI brigata, ecc. Ma la parte più importante dell'attività si rivolse alla riorganizzazione
dei reparti garibaldini nel più breve tempo possibile, prima dell'attacco che il comando tedesco non
avrebbe mancato di fare, per schiacciare il movimento partigiano della valle.
In questo periodo vi fu un grande afflusso di giovani che si presentavano al "Distretto partigiano" e
che venivano armati ed inviati verso Varallo, dove Gino Barisonzo insegnava loro l'uso delle armi, che
avevamo potuto fornire solo in parte: il crescente numero dei disarmati stava diventando un problema grave.
Con i comandanti militari ed i commissari politici le riunioni erano sempre vivaci sia per le zone ad
essi assegnate che per i compiti da svolgere in caso di attacco nemico; inoltre, in quel breve periodo,
venne organizzato il Centro informazioni e polizia (Cip) con a capo Renato Restano (Blek) e Ferdinando
Zampieri (Angin) collegato con i carabinieri partigiani che, al comando del maresciallo Ballarani, svolgevano
il servizio d'ordine e di vigilanza.
Venne creata un'intendenza partigiana per i rifornimenti ai reparti (e per evitare abusi), diretta da
Spartaco Albertinetti di Gattinara, con la collaborazione di Remo Zanolini e di numerose altre persone, e
venne organizzato il servizio sanitario, che disponeva di parecchi medici locali e di giovani studenti in
medicina, sotto la direzione del professor Giuseppe Lacroix.
La dislocazione dei reparti era la seguente: il distaccamento "Rocco", comandato da Nello Olivieri,
nella zona di Cellio-Boleto-Cremosina; il distaccamento "Volante Rossa", comandato da Enrico Casazza (il
Rosso), ad Agnona e sempre pronto a rapido impiego; il distaccamento "Osella", comandato da Mario Vinzio
(Pesgu), nella zona di Grignasco (Fornacione)-Traversagna e colline sovrastanti. Con questo distaccamento
operavano anche i reparti "Musati", comandato da Pietro Rastelli nella zona di Varallo-Fobello-Rimella e quello
di Alessandro Boca (Andrej) di Fontaneto.
Ricordo due azioni, compiute durante il periodo della Valsesia libera: l'attacco di Oleggio, agli
impianti della Todt e quello di Gattinara.
L'attacco ad Oleggio. Obiettivo: la distruzione delle due basi: la più importante, quella prima del
passaggio a livello, la seconda sulla provinciale Oleggio-Bellinzago. Nel piano operativo c'era anche l'attacco
alla caserma. Erano impegnati cento garibaldini con tre camion. Fu l'azione più lontana dalla Valsesia. Il
piano fallì per un caso imprevedibile: il passaggio a livello chiuso per il sopraggiungere di un treno rnerci
scortato da tedeschi. I garibaldini si trovarono sotto il tiro dal treno e dalla sede della Todt. Venne comunque
incendiato il deposito di carburante, catturato un ufficiale superiore ed un sottufficiale, presa un'auto
mimetizzata. Caddero quattro giovani garibaldini: uno di essi, Pagani di Fontaneto, fu trovato in un campo di grano.
I tedeschi andarono in paese, presero venticinque ostaggi, intimando l'immediato rilascio dei
prigionieri. Respingemmo l'ultimatum, chiedendo a nostra volta la liberazione di un gruppo di partigiani nelle mani
dei tedeschi.
La battaglia di Gattinara. Fu un'azione condotta alla garibaldina... Un nostro distaccamento stava dirigendosi
a Gattinara all'ospedale per riportare a Borgosesia la salma di un nostro coraggioso garibaldino
quando, dopo Serravalle, si scontrò con tre camion di fascisti. Due garibaldini caddero colpiti mortalmente,
qualche altro fu ferito. Il nostro comando venne subito informato e, per renderci edotti della situazione, partimmo
in macchina verso Prato-Romagnano. Guidava Frank l'australiano: oltre al sottoscritto, in auto c'erano
Cino Moscatelli e Pippo Coppo. Quando ci fermammo, udimmo distintamente al di là del Sesia la sparatoria
e prendemmo la decisione di attaccare alle spalle i fascisti. Moscatelli tornò a Borgosesia per
provvedere all'invio di alcuni camion di garibaldini della "Volante". Non appena furono arrivati, andammo di
corsa verso il ponte di Romagnano, ma dall'altra parte c'erano già soldati fascisti che si stavano
ritirando. Attraversammo il ponte della ferrovia, ma i fascisti scappavano più veloci e si trincerarono a Gattinara.
Un contadino ci guidò verso le vigne e raggiungemmo la statale per Biella, che subito bloccammo. Una
signora ci avvertì che i fascisti stavano per fuggire, forse verso Lenta. Mandai di corsa Armando Caldara con
dieci garibaldini a bloccare la strada, ma i fascisti sui loro camion furono più svelti e riuscirono a colpire
l'ultimo camion, provocando morti e feriti. Ci riunimmo e attraversammo Gattinara cantando: la gente era ora
tutta nelle strade, ci abbracciava e ci applaudiva. Il giorno dopo sarebbero stati puniti dai tedeschi, che
avrebbero bombardato, colpendo anche l'asilo, facendo sedici vittime innocenti!
Il nostro servizio informazioni, ci comunicò che concentramenti di tedeschi e fascisti si stavano
preparando all'attacco. Quelle truppe, che avevano appena ultimato il terribile rastrellamento in Valgrande, durante
il quale circa trecento partigiani erano stati massacrati, volevano fare altrettanto con noi: ma non fu così.
Il comando dispose l'applicazione della tattica di "guerriglia", in quanto la battaglia frontale avrebbe
favorito soltanto il nemico, che disponeva di forze e di mezzi nettamente superiori. Però non avremmo lasciato
le nostre posizioni senza prima avere dato battaglia: applicammo, infatti, una difesa "elastica", con
attacchi rapidi e sganciamenti, ostacolando e ritardando la marcia del nemico. Ai comandanti erano stati
diramati ordini precisi, tutto il nostro dispositivo era pronto: c'era la tensione dello scontro imminente. Una
grande preoccupazione del comando garibaldino era per il gruppo dei disarmati, che erano stati avviati verso
l'alta Valsesia, con un po' di viveri, per spostarsi verso il Biellese e la valle Anzasca.
La mattina del 2 luglio ebbe inizio l'attacco tedesco. Una colonna proveniente da Gozzano, salì lungo
i tornanti della Cremosina passando dalla galleria per scendere a Valduggia e prendere alle spalle lo
schieramento dell' "Osella", sistemata al Fornacione. La posizione era difesa dai garibaldini del battaglione "Rocco"
ai quali si aggiunsero i partigiani di Moro (Arrigo Gruppi), che disponevano di mitraglie calibro 7/7,
fortemente munizionate. La colonna tedesca fu bloccata ed il comandante cadde per primo sotto i colpi precisi
delle nostre armi, provocando lo sbandamento degli attaccanti che fuggirono verso Pogno, inseguiti dai nostri.
Nel settore centrale (direttrice Romagnano-Grignasco-Fornacione) gli uomini di Pesgu si sentivano
sicuri nei trinceroni protetti da lastroni d'acciaio e dislocati su posizione dominante. L'attacco nemico si
infranse e non riuscì a superare il caposaldo; neppure l'intervento del treno blindato, riuscì a piegare lo
slancio partigiano. Facemmo saltare i binari ed il treno si bloccò: due tedeschi scesi a controllare, finirono poi
nel Sesia.
Anche Jean Taglioretti, con il suo reparto sistemato sulla sponda destra del Sesia, non lasciò il passo
al nemico. Erano stati minati i roccioni sovrastanti la strada da Gattinara a Serravalle, che avrebbero
potuto bloccare la strada ai mezzi meccanici ma, forse per infiltrazioni d'acqua, le mine non esplosero.
L'avanzata nemica, comunque fu lenta, poi il ponte sul Sessera venne fatto saltare ed i mezzi
tedeschi rimasero sull'altra sponda. La "Volante" intervenne dove vi fu necessità.
La prima giornata dell'attacco si concluse senza che i nazifascisti avessero raggiunto nessuno degli
obiettivi. I garibaldini si erano battuti bene, con coraggio e con slancio, dimostrando di aver imparato a
combattere, senza lasciarsi intimidire dalla potenza e dalla esperienza nazista in fatto di guerra. La popolazione
era rimasta ammirata dal comportamento partigiano di questa prima giornata di combattimenti, che aveva
seguito con trepidazione.
3 luglio 1944
C'era calma su tutta la linea del fronte. Era imposta dalla pioggia che cadeva a rovesci su tutta la
zona, ingrossando paurosamente il Sesia ed eliminando ogni eventuale tentativo di infiltrazione.
Approfittammo della calma per risolvere il problema dei tedeschi nostri prigionieri (sette
catturati sull'autostrada Torino-Milano dalla "Volante Rossa", per liberare alcuni bravi e coraggiosi compagni
catturati a Novara. Tramite padre Russo, facemmo pervenire al comando tedesco l'elenco nominativo dei tedeschi
e l'elenco nominativo dei nostri che proponevamo per lo scambio. Lo scambio avvenne a Bornate di
Serravalle. Su un camion tedesco c'erano ventitré partigiani ed antifascisti, fra essi Livio Scarpone, Luciano
Pennello (Oliva) e Giovanni Dalleolle. Portavano ben visibili i segni del trattamento subito. Li indicai ai tedeschi,
ricordando il comportamento partigiano nei loro confronti e li feci vergognare!
Il maltempo durò tutta la giornata, riunimmo i comandanti ed i commissari per fare il punto sulla
situazione e ribadire gli ordini per la ripresa dei combattimenti. Quella notte non si dormì: i tedeschi non
attaccavano di notte perché non conoscevano il terreno, ma non si poteva esserne certi.
4 luglio 1944
Il tempo era bello; verso le 6.30 ricominciò l'attacco nemico, nel settore centrale al Fornacione e
sulle colline che sovrastano la strada Boca-Grignasco. L'altra direttrice, che si sviluppava sulla riva destra
del Sesia era tenuta dagli uomini di Taglioretti. Lo sforzo nemico puntò ad aprirsi il passaggio verso
Borgosesia, per chiudere la ritirata ai combattenti che resistevano al Fornacione.
Il nostro comando inviò reparti della "Volante" a rinforzare quel settore con l'ordine di far saltare il ponte
sul Sessera per impedire il passaggio dei mezzi blindati. Ormai il combattimento era a distanza
ravvicinata. Tutto calmo, invece, nel settore della Cremosina: la lezione del primo tentativo doveva aver convinto
i tedeschi a non ripetere il tentativo da quella parte. Ci venne invece segnalata un'infiltrazione
proveniente dalle colline in direzione di S. Bernardo-Castagnola: a difendere questo settore c'erano le staffette
del comando di Valduggia, erano armate soltanto di fucili, che battevano bene ma non potevano impedire
la marcia nemica, che si valeva anche dei lanciafiamme.
Verso le 18 demmo l'ordine di iniziare lo sganciamento secondo i piani concordati; in qualche caso, come
al Fornacione e alla Ca' Bianca, dovemmo insistere perché l'ordine venisse rispettato. Già il reparto
nemico, che proveniva dalle colline, stava scendendo a Valduggia per puntare a Montrigone e bloccare la ritirata
all' "Osella". Uno scontro violento di fuoco si ebbe verso Valduggia e la strada per Cellio. La difesa frontale
era finita, i nostri garibaldini si erano comportati bene e meritavano
ripetto ed ammirazione.
I nazifascisti entrarono a Borgosesia solo la mattina seguente. Da questo momento i reparti
garibaldini avrebbero applicato la tattica della guerriglia, sbarramenti, scontri rapidi, difesa elastica, ritirandosi
verso l'alta valle, per poi risalire le valli laterali e scendere verso il Biellese, tornando alle basi di partenza.
La lenta ritirata venne resa più difficile per il fatto che la popolazione che si sentiva maggiormente
esposta, temendo rappresaglie, seguiva i nostri reparti: fu una scena triste che coinvolse i nostri comandi. Era
colpa nostra questa triste vicenda? No, era colpa della guerra! Ma anche i nostri reparti che si ritiravano
avevano con loro collaboratori, spie, fascisti, prigionieri. Venne richiesto al comando tedesco un incontro per
risolvere il problema e l'incontro venne fissato per il 7 luglio in Varallo. A rappresentare il nostro comando
c'erano Nello Olivieri e Moro che non si lasciarono impressionare dallo schieramento di forza che i tedeschi
avevano schierato in piazza. Si presentarono in perfetta divisa, col fazzoletto rosso al collo. La riunione fu
breve, l'accordo fu il seguente: le forze partigiane avrebbero lasciato liberi i prigionieri in loro mano, mentre
i tedeschi e fascisti avrebbero fatto altrettanto con i civili rastrellati e permesso ai cittadini ritiratisi in
alta valle di fare ritorno alle proprie case senza timore di rappresaglie; entrambe le parti si impegnavano
ad evitare i combattimenti nei centri abitati; entrambe le parti si impegnavano a combattere vestendo le
proprie divise.
L'importante accordo risolse il triste problema di centinaia di famiglie e liberò i movimenti dei nostri
reparti. La difesa della nostra retroguardia venne affidata soprattutto a squadre di arditi, di vecchi e
sperimentati partigiani, che riuscivano a rallentare la marcia nemica
con tanti scontri e rapidi spostamenti.
Soltanto il 10 luglio i nazifascisti raggiunsero Balmuccia, all'incrocio con la val Sermenza.
L'importante ponte venne minato e avrebbe dovuto essere distrutto all'ultimo momento, cioè soltanto dopo il ritiro di
tutti i partigiani, rimasti a valle. A guardia, e per la distruzione, furono lasciati quattro giovani garibaldini
guastatori, che sollecitarono una squadra partigiana, apparsa sulla curva, a passare il ponte. Non erano però
partigiani, ma tedeschi in divisa partigiana con il fazzoletto rosso al collo che aggredirono di sorpresa i
garibaldini, trucidandoli a pugnalate prima che si rendessero conto dell'inganno (questa azione infame accadde a soli
tre giorni dall'accordo di Varallo, che impegnava le parti a combattere con la propria divisa!).
La mancata distruzione del ponte permise al nemico di accelerare la marcia verso Alagna, malgrado
le azioni dei garibaldini. L'ultimo scontro importante avvenne a Riva Valdobbia dove un reparto della
"Volante", comandato da Guidotti, diede loro filo da torcere davanti al maestoso monte Rosa. Ormai, però, tutti
i reparti armati si erano defilati nelle valli laterali verso il Biellese, mentre ad Alagna si verificava un
certo sbandamento, soprattutto tra i disarmati, che non avevano tempestivamente eseguito gli spostamenti.
Il 14 luglio, i tedeschi conclusero la loro azione rioccupando la Valsesia, senza però aver distrutto le
forze garibaldine, parte delle quali erano già tornate sulle loro basi di partenza, altre con Moro e Nello, assieme
ai partigiani di Gemisto, avrebbero ancora dato una lezione ai tedeschi sulle pendici del monte Barone.
I tedeschi ad Alagna, il 14 luglio, sfogarono la loro rabbia fucilando contro il muro del piccolo cirnitero sedici
partigiani, otto dei quali carabinieri arruolatisi con i volontari della libertà. Il prossimo 15 luglio, ad
Alagna, questi nostri partigiani, nel
40o anniversario del loro sacrificio, saranno ricordati e onorati degnamente.
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