Albino Calletti (Bruno)

Ricordi sulla Valsesia libera



Verso la fine di maggio i distaccamenti garibaldini operanti in Valsesia, al comando di Eraldo Gastone (Ciro) e Cino Moscatelli, avevano intensificato la loro attività, era passato il duro inverno e con le foglie... si combatteva meglio. Io ritengo tuttavia che il motivo che determinò il ritiro dei fascisti dalla valle, fu quello di concentrare il massimo delle forze possibili per il grande attacco che il comando tedesco aveva preparato per distruggere le formazioni partigiane molto attive operanti nella zona del Verbano e della bassa Ossola (il capitano Mario Muneghina aveva, ad esempio, attaccato e costretto alla resa l'intero presidio di Fondotoce).
Il comando garibaldino della Valsesia, informato del concentramento e della partenza dei fascisti, ordinò a tutti i distaccamenti di scendere ed occupare la valle, concentrandosi a Borgosesia e a Varallo. La popolazione festeggiò così, il 10 giugno, i suoi partigiani che, laceri, con barbe e capelli lunghi, vedeva per la prima volta in gran numero. Questo segnò l'inizio della Valsesia libera.
Immediatamente il comando garibaldino (con la fantasia ed il dinamismo di Cino Moscatelli, al quale ero stato affiancato per sostituire Ciro ferito) affrontò i numerosi problemi militari, sociali e politici. Non ricordo quante furono le riunioni con gli operai per creare le commissioni interne, quelle con gli industriali e con le amministrazioni locali, per risolvere il problema del rifornimento alimentare per la popolazione e per i partigiani, per l'organizzazione della sartoria per poter dare una divisa "elegante" ai partigiani, per la creazione dell'inno della VI brigata, ecc. Ma la parte più importante dell'attività si rivolse alla riorganizzazione dei reparti garibaldini nel più breve tempo possibile, prima dell'attacco che il comando tedesco non avrebbe mancato di fare, per schiacciare il movimento partigiano della valle.
In questo periodo vi fu un grande afflusso di giovani che si presentavano al "Distretto partigiano" e che venivano armati ed inviati verso Varallo, dove Gino Barisonzo insegnava loro l'uso delle armi, che avevamo potuto fornire solo in parte: il crescente numero dei disarmati stava diventando un problema grave.
Con i comandanti militari ed i commissari politici le riunioni erano sempre vivaci sia per le zone ad essi assegnate che per i compiti da svolgere in caso di attacco nemico; inoltre, in quel breve periodo, venne organizzato il Centro informazioni e polizia (Cip) con a capo Renato Restano (Blek) e Ferdinando Zampieri (Angin) collegato con i carabinieri partigiani che, al comando del maresciallo Ballarani, svolgevano il servizio d'ordine e di vigilanza.
Venne creata un'intendenza partigiana per i rifornimenti ai reparti (e per evitare abusi), diretta da Spartaco Albertinetti di Gattinara, con la collaborazione di Remo Zanolini e di numerose altre persone, e venne organizzato il servizio sanitario, che disponeva di parecchi medici locali e di giovani studenti in medicina, sotto la direzione del professor Giuseppe Lacroix.
La dislocazione dei reparti era la seguente: il distaccamento "Rocco", comandato da Nello Olivieri, nella zona di Cellio-Boleto-Cremosina; il distaccamento "Volante Rossa", comandato da Enrico Casazza (il Rosso), ad Agnona e sempre pronto a rapido impiego; il distaccamento "Osella", comandato da Mario Vinzio (Pesgu), nella zona di Grignasco (Fornacione)-Traversagna e colline sovrastanti. Con questo distaccamento operavano anche i reparti "Musati", comandato da Pietro Rastelli nella zona di Varallo-Fobello-Rimella e quello di Alessandro Boca (Andrej) di Fontaneto.
Ricordo due azioni, compiute durante il periodo della Valsesia libera: l'attacco di Oleggio, agli impianti della Todt e quello di Gattinara.
L'attacco ad Oleggio. Obiettivo: la distruzione delle due basi: la più importante, quella prima del passaggio a livello, la seconda sulla provinciale Oleggio-Bellinzago. Nel piano operativo c'era anche l'attacco alla caserma. Erano impegnati cento garibaldini con tre camion. Fu l'azione più lontana dalla Valsesia. Il piano fallì per un caso imprevedibile: il passaggio a livello chiuso per il sopraggiungere di un treno rnerci scortato da tedeschi. I garibaldini si trovarono sotto il tiro dal treno e dalla sede della Todt. Venne comunque incendiato il deposito di carburante, catturato un ufficiale superiore ed un sottufficiale, presa un'auto mimetizzata. Caddero quattro giovani garibaldini: uno di essi, Pagani di Fontaneto, fu trovato in un campo di grano. I tedeschi andarono in paese, presero venticinque ostaggi, intimando l'immediato rilascio dei prigionieri. Respingemmo l'ultimatum, chiedendo a nostra volta la liberazione di un gruppo di partigiani nelle mani dei tedeschi.
La battaglia di Gattinara. Fu un'azione condotta alla garibaldina... Un nostro distaccamento stava dirigendosi a Gattinara all'ospedale per riportare a Borgosesia la salma di un nostro coraggioso garibaldino quando, dopo Serravalle, si scontrò con tre camion di fascisti. Due garibaldini caddero colpiti mortalmente, qualche altro fu ferito. Il nostro comando venne subito informato e, per renderci edotti della situazione, partimmo in macchina verso Prato-Romagnano. Guidava Frank l'australiano: oltre al sottoscritto, in auto c'erano Cino Moscatelli e Pippo Coppo. Quando ci fermammo, udimmo distintamente al di là del Sesia la sparatoria e prendemmo la decisione di attaccare alle spalle i fascisti. Moscatelli tornò a Borgosesia per provvedere all'invio di alcuni camion di garibaldini della "Volante". Non appena furono arrivati, andammo di corsa verso il ponte di Romagnano, ma dall'altra parte c'erano già soldati fascisti che si stavano ritirando. Attraversammo il ponte della ferrovia, ma i fascisti scappavano più veloci e si trincerarono a Gattinara. Un contadino ci guidò verso le vigne e raggiungemmo la statale per Biella, che subito bloccammo. Una signora ci avvertì che i fascisti stavano per fuggire, forse verso Lenta. Mandai di corsa Armando Caldara con dieci garibaldini a bloccare la strada, ma i fascisti sui loro camion furono più svelti e riuscirono a colpire l'ultimo camion, provocando morti e feriti. Ci riunimmo e attraversammo Gattinara cantando: la gente era ora tutta nelle strade, ci abbracciava e ci applaudiva. Il giorno dopo sarebbero stati puniti dai tedeschi, che avrebbero bombardato, colpendo anche l'asilo, facendo sedici vittime innocenti!
Il nostro servizio informazioni, ci comunicò che concentramenti di tedeschi e fascisti si stavano preparando all'attacco. Quelle truppe, che avevano appena ultimato il terribile rastrellamento in Valgrande, durante il quale circa trecento partigiani erano stati massacrati, volevano fare altrettanto con noi: ma non fu così. Il comando dispose l'applicazione della tattica di "guerriglia", in quanto la battaglia frontale avrebbe favorito soltanto il nemico, che disponeva di forze e di mezzi nettamente superiori. Però non avremmo lasciato le nostre posizioni senza prima avere dato battaglia: applicammo, infatti, una difesa "elastica", con attacchi rapidi e sganciamenti, ostacolando e ritardando la marcia del nemico. Ai comandanti erano stati diramati ordini precisi, tutto il nostro dispositivo era pronto: c'era la tensione dello scontro imminente. Una grande preoccupazione del comando garibaldino era per il gruppo dei disarmati, che erano stati avviati verso l'alta Valsesia, con un po' di viveri, per spostarsi verso il Biellese e la valle Anzasca.
La mattina del 2 luglio ebbe inizio l'attacco tedesco. Una colonna proveniente da Gozzano, salì lungo i tornanti della Cremosina passando dalla galleria per scendere a Valduggia e prendere alle spalle lo schieramento dell' "Osella", sistemata al Fornacione. La posizione era difesa dai garibaldini del battaglione "Rocco" ai quali si aggiunsero i partigiani di Moro (Arrigo Gruppi), che disponevano di mitraglie calibro 7/7, fortemente munizionate. La colonna tedesca fu bloccata ed il comandante cadde per primo sotto i colpi precisi delle nostre armi, provocando lo sbandamento degli attaccanti che fuggirono verso Pogno, inseguiti dai nostri.
Nel settore centrale (direttrice Romagnano-Grignasco-Fornacione) gli uomini di Pesgu si sentivano sicuri nei trinceroni protetti da lastroni d'acciaio e dislocati su posizione dominante. L'attacco nemico si infranse e non riuscì a superare il caposaldo; neppure l'intervento del treno blindato, riuscì a piegare lo slancio partigiano. Facemmo saltare i binari ed il treno si bloccò: due tedeschi scesi a controllare, finirono poi nel Sesia.
Anche Jean Taglioretti, con il suo reparto sistemato sulla sponda destra del Sesia, non lasciò il passo al nemico. Erano stati minati i roccioni sovrastanti la strada da Gattinara a Serravalle, che avrebbero potuto bloccare la strada ai mezzi meccanici ma, forse per infiltrazioni d'acqua, le mine non esplosero.
L'avanzata nemica, comunque fu lenta, poi il ponte sul Sessera venne fatto saltare ed i mezzi tedeschi rimasero sull'altra sponda. La "Volante" intervenne dove vi fu necessità.
La prima giornata dell'attacco si concluse senza che i nazifascisti avessero raggiunto nessuno degli obiettivi. I garibaldini si erano battuti bene, con coraggio e con slancio, dimostrando di aver imparato a combattere, senza lasciarsi intimidire dalla potenza e dalla esperienza nazista in fatto di guerra. La popolazione era rimasta ammirata dal comportamento partigiano di questa prima giornata di combattimenti, che aveva seguito con trepidazione.
3 luglio 1944
C'era calma su tutta la linea del fronte. Era imposta dalla pioggia che cadeva a rovesci su tutta la zona, ingrossando paurosamente il Sesia ed eliminando ogni eventuale tentativo di infiltrazione.
Approfittammo della calma per risolvere il problema dei tedeschi nostri prigionieri (sette catturati sull'autostrada Torino-Milano dalla "Volante Rossa", per liberare alcuni bravi e coraggiosi compagni catturati a Novara. Tramite padre Russo, facemmo pervenire al comando tedesco l'elenco nominativo dei tedeschi e l'elenco nominativo dei nostri che proponevamo per lo scambio. Lo scambio avvenne a Bornate di Serravalle. Su un camion tedesco c'erano ventitré partigiani ed antifascisti, fra essi Livio Scarpone, Luciano Pennello (Oliva) e Giovanni Dalleolle. Portavano ben visibili i segni del trattamento subito. Li indicai ai tedeschi, ricordando il comportamento partigiano nei loro confronti e li feci vergognare!
Il maltempo durò tutta la giornata, riunimmo i comandanti ed i commissari per fare il punto sulla situazione e ribadire gli ordini per la ripresa dei combattimenti. Quella notte non si dormì: i tedeschi non attaccavano di notte perché non conoscevano il terreno, ma non si poteva esserne certi.
4 luglio 1944
Il tempo era bello; verso le 6.30 ricominciò l'attacco nemico, nel settore centrale al Fornacione e sulle colline che sovrastano la strada Boca-Grignasco. L'altra direttrice, che si sviluppava sulla riva destra del Sesia era tenuta dagli uomini di Taglioretti. Lo sforzo nemico puntò ad aprirsi il passaggio verso Borgosesia, per chiudere la ritirata ai combattenti che resistevano al Fornacione.
Il nostro comando inviò reparti della "Volante" a rinforzare quel settore con l'ordine di far saltare il ponte sul Sessera per impedire il passaggio dei mezzi blindati. Ormai il combattimento era a distanza ravvicinata. Tutto calmo, invece, nel settore della Cremosina: la lezione del primo tentativo doveva aver convinto i tedeschi a non ripetere il tentativo da quella parte. Ci venne invece segnalata un'infiltrazione proveniente dalle colline in direzione di S. Bernardo-Castagnola: a difendere questo settore c'erano le staffette del comando di Valduggia, erano armate soltanto di fucili, che battevano bene ma non potevano impedire la marcia nemica, che si valeva anche dei lanciafiamme.
Verso le 18 demmo l'ordine di iniziare lo sganciamento secondo i piani concordati; in qualche caso, come al Fornacione e alla Ca' Bianca, dovemmo insistere perché l'ordine venisse rispettato. Già il reparto nemico, che proveniva dalle colline, stava scendendo a Valduggia per puntare a Montrigone e bloccare la ritirata all' "Osella". Uno scontro violento di fuoco si ebbe verso Valduggia e la strada per Cellio. La difesa frontale era finita, i nostri garibaldini si erano comportati bene e meritavano ripetto ed ammirazione.
I nazifascisti entrarono a Borgosesia solo la mattina seguente. Da questo momento i reparti garibaldini avrebbero applicato la tattica della guerriglia, sbarramenti, scontri rapidi, difesa elastica, ritirandosi verso l'alta valle, per poi risalire le valli laterali e scendere verso il Biellese, tornando alle basi di partenza.
La lenta ritirata venne resa più difficile per il fatto che la popolazione che si sentiva maggiormente esposta, temendo rappresaglie, seguiva i nostri reparti: fu una scena triste che coinvolse i nostri comandi. Era colpa nostra questa triste vicenda? No, era colpa della guerra! Ma anche i nostri reparti che si ritiravano avevano con loro collaboratori, spie, fascisti, prigionieri. Venne richiesto al comando tedesco un incontro per risolvere il problema e l'incontro venne fissato per il 7 luglio in Varallo. A rappresentare il nostro comando c'erano Nello Olivieri e Moro che non si lasciarono impressionare dallo schieramento di forza che i tedeschi avevano schierato in piazza. Si presentarono in perfetta divisa, col fazzoletto rosso al collo. La riunione fu breve, l'accordo fu il seguente: le forze partigiane avrebbero lasciato liberi i prigionieri in loro mano, mentre i tedeschi e fascisti avrebbero fatto altrettanto con i civili rastrellati e permesso ai cittadini ritiratisi in alta valle di fare ritorno alle proprie case senza timore di rappresaglie; entrambe le parti si impegnavano ad evitare i combattimenti nei centri abitati; entrambe le parti si impegnavano a combattere vestendo le proprie divise.
L'importante accordo risolse il triste problema di centinaia di famiglie e liberò i movimenti dei nostri reparti. La difesa della nostra retroguardia venne affidata soprattutto a squadre di arditi, di vecchi e sperimentati partigiani, che riuscivano a rallentare la marcia nemica con tanti scontri e rapidi spostamenti.
Soltanto il 10 luglio i nazifascisti raggiunsero Balmuccia, all'incrocio con la val Sermenza. L'importante ponte venne minato e avrebbe dovuto essere distrutto all'ultimo momento, cioè soltanto dopo il ritiro di tutti i partigiani, rimasti a valle. A guardia, e per la distruzione, furono lasciati quattro giovani garibaldini guastatori, che sollecitarono una squadra partigiana, apparsa sulla curva, a passare il ponte. Non erano però partigiani, ma tedeschi in divisa partigiana con il fazzoletto rosso al collo che aggredirono di sorpresa i garibaldini, trucidandoli a pugnalate prima che si rendessero conto dell'inganno (questa azione infame accadde a soli tre giorni dall'accordo di Varallo, che impegnava le parti a combattere con la propria divisa!).
La mancata distruzione del ponte permise al nemico di accelerare la marcia verso Alagna, malgrado le azioni dei garibaldini. L'ultimo scontro importante avvenne a Riva Valdobbia dove un reparto della "Volante", comandato da Guidotti, diede loro filo da torcere davanti al maestoso monte Rosa. Ormai, però, tutti i reparti armati si erano defilati nelle valli laterali verso il Biellese, mentre ad Alagna si verificava un certo sbandamento, soprattutto tra i disarmati, che non avevano tempestivamente eseguito gli spostamenti.
Il 14 luglio, i tedeschi conclusero la loro azione rioccupando la Valsesia, senza però aver distrutto le forze garibaldine, parte delle quali erano già tornate sulle loro basi di partenza, altre con Moro e Nello, assieme ai partigiani di Gemisto, avrebbero ancora dato una lezione ai tedeschi sulle pendici del monte Barone. I tedeschi ad Alagna, il 14 luglio, sfogarono la loro rabbia fucilando contro il muro del piccolo cirnitero sedici partigiani, otto dei quali carabinieri arruolatisi con i volontari della libertà. Il prossimo 15 luglio, ad Alagna, questi nostri partigiani, nel 40o anniversario del loro sacrificio, saranno ricordati e onorati degnamente.