Mimma Bonardo

Le donne di Vercelli in piazza contro il fascismo



All'inizio dell'estate del 1944 nelle grandi città come Torino e Milano (delle altre non si sapeva nulla perché né radio né giornali ne parlavano) le manifestazioni di protesta contro i nazifascisti erano sempre più frequenti.
A Torino le notizie arrivavano a mezzo della stampa clandestina o, più spesso, attraverso incontri con altre donne, incontri che avvenivano nei giardinetti di Porta Susa. A Vercelli le riunioni erano organizzate dal compagno Guido Sola Titetto: venivamo informate sull'attività dei Gruppi di difesa della donna, sulle misure per evitare le deportazioni, sull'aiuto ai partigiani, e su altri problemi.
Ci riunivamo a casa della dottoressa Anna Marengo (Fiamma) con Lina Fibbi, Maria Scarparo e ricevevamo indicazioni e suggerimenti per organizzare manifestazioni di protesta delle donne. Perché di sole donne? Forse per la tipica mentalità fascista che ci riteneva meno capaci degli uomini. Noi donne eravamo meno soggette a controlli nei posti di blocco e venivamo trattate con meno brutalità nelle dimostrazioni di piazza. Anzi, più donne c'erano e meno pericolo si correva. Dovevamo però cogliere motivi validi di mobilitazione per poter dimostrare la ribellione delle donne vercellesi al fascismo, alla fame, alla pesante occupazione nazista, che gravava sulla popolazione.
Era stato costituito un piccolo gruppo anche all'interno dell'ufficio tecnico del Catasto di Vercelli. Vi lavorava Luigina Luparia, incaricata in seguito quale staffetta per il collegamento con l'organizzazione clandestina di Torino.
Il 24 giugno in questi uffici eravamo rientrate tutte da una mezz'ora; c'era stato un allarme aereo che ci aveva costrette a una corsa nei campi di periferia. Mancava solo Ester. Arrivò dopo un po', agitata e con le lacrime agli occhi. Le fummo tutte intorno: "Stavo per tornare in ufficio - racconta - quando con mia mamma ed altre donne vediamo uscire dalle carceri un gruppo di fascisti armati che spingevano, in malo modo, quattro giovani. Un uomo anziano che era fuori in attesa, si rivolge ad un fascista e implora: 'Sono giovani, non fategli del male; le loro mamme sono in pena' e cerca di abbracciarne uno, suo figlio, ma viene respinto con brutalità con il calcio del fucile. Mentre il gruppo si allontana, la moglie del maresciallo delle carceri ci avverte che sono quattro renitenti alla leva, scoperti durante uno dei tanti rastrellamenti ed incarcerati. Erano venuti a prelevarli per portarli presso il cimitero dove - come avevano già fatto con altri - saranno fucilati".
Quando Ester finì di parlare comprendemmo che era venuto il momento di far sentire la nostra voce. Subito prendemmo accordi con gli operai della Setvis e della Sambonet, dove lavorava Maria Scarparo e decidemmo di far uscire le donne per una manifestazione di protesta. Con un gruppo di casalinghe ci portammo davanti alla Roy, una fabbrica di cartonaggi con prevalenza di manodopera femminile.
Con uno stratagemma riuscimmo ad entrare in un reparto: "Donne, c'è sciopero - gridammo - dobbiamo salvare quattro giovani renitenti che vogliono fucilare". Vedemmo puntati su di noi gli sguardi attoniti delle operaie più vicine; fu come una scintilla che accende il fuoco. Si chiamavano per nome a gran voce, passandosi la notizia e, in un batter d'occhi, di fronte allo stupefatto padrone, uscirono tutte in strada.
In via Pietro Micca, le operaie degli stabilimenti Faini e Sambonet al nostro arrivo uscirono tutte; arrivarono anche quelle della Setvis. Era uno spettacolo insolito. La notizia dello sciopero dilagava in tutta la città e sempre più numerose erano le persone che si univano alla manifestazione.
Ma mentre un folto gruppo di donne raggiungeva la Prefettura, si scatenò la repressione per obbligare le dimostranti a rientrare in fabbrica. Non furono sufficienti né le squadre fasciste né i carri armati a spegnere quella spontanea ribellione che aveva avuto un grande risultato: l'ordine di sospensione della fucilazione.
Questa vittoria delle donne, artefici del primo sciopero effettuato fuori dalla fabbrica e dalla casa, le rese più coscienti della loro forza e della necessità di una loro maggiore partecipazione alla lotta di liberazione. I ristretti gruppi che avevano iniziato la Resistenza avevano rapidamente proliferato e le poche decine di donne erano divenute centinaia: operaie, casalinghe, infermiere, impiegate, artigiane, mondine, intellettuali, comuniste, socialiste, gielliste, democristiane, liberali.
Tutte hanno dato un grande contributo per una nuova dignità della donna.