Argante Bocchio (Massimo)

Il distaccamento di Gemisto nel dramma del primo inverno



Febbraio-maggio 1944

Quattro mesi cruciali per il movimento partigiano biellese. L'offensiva nemica è massiccia, incalzante, ininterrotta. Subiamo colpi su colpi. La resistenza è durissima, dolorose e incolmabili le perdite di cari compagni. A marzo siamo ridotti a poche decine, ma ce la facciamo e dall'inferno di quei mesi usciamo paradossalmente con un successo: abbiamo salvato le basi della resistenza armata nel Biellese e giungiamo così al decisivo appuntamento del giugno '44, forti di una grande maturità ed in grado di costituire l'ossatura delle future brigate e divisioni partigiane.
Ritornare su questa impresa, sulle ragioni che l'hanno resa possibile, su questa fase, la più drammatica dell'intera storia partigiana, resta, data la carenza di documentazione storica, una precisa necessità. Vi tentiamo anche noi, continuando il racconto nostro su uno dei primi distaccamenti partigiani biellesi, il "Pisacane", fondato da Gemisto nel novembre del '43 ed operante in Valsessera.

Attestati a Noveis

La battaglia di Postua del 25 gennaio 1944 segna, per noi, e presto per tutta la 2a brigata, l'inizio di un periodo nuovo fatto di una dura e lunga battaglia difensiva che si protrarrà fino a maggio. Ma noi non ne abbiamo coscienza. Ci insediamo a Noveis dopo faticosi trasferimenti alla ricerca di una base adeguata. Gemisto è più frenetico che mai: creiamo punti di avvistamento che costituiranno presto il bersaglio di un cannoncino piazzato dai fascisti a Pianceri Alto; organizziamo collegamenti con i paesi più vicini e col "Matteotti" acquartierato alle Piane di Viera; si rivede l'inquadramento: Secondo è nominato commissario politico; Danda diventa di fatto il vicecomandante; io vengo inviato al "corso di formazione politica" che Bibolotti e Sola tengono al monte Cerchio.
Anche il nemico non perde tempo: vuole "ripulire le valli dai ribelli" e garantire la continuazione delle forniture di panno militare all'esercito tedesco.
Il 63o battaglione "M" al comando del fanatico colonnello Zuccari viene dislocato lungo la linea Borgosesia-Pray-Vallemosso nel tentativo di isolarci e di stendere un cordone sanitario fra la montagna dove siamo insediati e le popolazioni della valle. E subito è l'attacco su un duplice piano: l'uno che punta alla disgregazione ed alla resa delle due formazioni partigiane operanti in zona attraverso l'arma del terrore, la minaccia di spietate rappresaglie sulla popolazione se i partigiani non si arrenderanno (un comitato composto di fiduciari fascisti della zona e parroci viene inviato a parlamentare con i partigiani. Non oserà mettere piede da noi, ma troverà purtroppo udienza al "Matteotti" che, in seguito a ciò, giungerà, pochi giorni dopo, alla capitolazione); l'altro che mira a liquidarci militarmente. Un piano, quest'ultimo, che scatta l'11 febbraio con l'attacco a Noveis.
È un mattino terribilmente freddo: siamo in postazione da ore perché sappiamo che colonne di fascisti stanno salendo. Contiamo sul "Matteotti" che dovrebbe coprire il nostro fianco destro e ostacolare la marcia della colonna proveniente da Coggiola-Viera. Invece ci troviamo addosso la colonna di punta, centrale, la quale - così dirà un rapporto del colonnello Zuccari sulla battaglia - "giunta alla sommità delle alpi di Noveis è stata fatta segno a un nutrito fuoco di armi automatiche piazzate alla sinistra della cappella degli alpini. La compagnia ha reagito con le mitragliatrici ed i mortai, facendo avanzare i fucilieri sotto la protezione del fuoco delle armi di cui sopra". Il "nutrito fuoco" viene dal mitragliatore del bravissino Erbetta (e dai nostri pochi fucili) che inchiodò i fascisti, i quali raggiungeranno la vetta - sarà questa circostanza a salvarci - solo dopo un lungo mitragliamento. Il ripiegamento, fatto per noi importante, avviene in discreto ordine sotto la copertura della squadra di Danda appostata sull'altro cocuzzolo. Non abbiamo subìto perdite e ne abbiamo causate al nemico. Ma la giornata si chiude in passivo: perdiamo una base importante che domina la valle1, siamo cacciati ancor più a monte e, quel che è peggio (lo sapremo poi), lasciamo per strada un'intera formazione, il "Matteotti" che si arrenderà ai fascisti pochi giorni dopo2.
Avverrà anche un altro fatto che determinerà un corso imprevisto alla vita del "Pisacane". Nella ritirata il distaccamento si divide in due: Gemisto e Danda attraverseranno la Sella e finiranno a Rassa; noi, l'altro gruppo, raggiungiamo il vicino alpe Albarei.
Abbiamo appena il tempo di respirare e ci troviamo nuovamente in cammino per una nostra leggerezza: arrestiamo a poca distanza dall'alpe un figuro che accertiamo essere una spia ma, per disattenzione di chi gli fa da guardia, ci sfugge. Non ci resta che andarcene. Infatti dopo pochi giorni arriva, puntuale, un altro attacco da parte dei fascisti. Ma noi siamo in fondo ad un canalone (lungo il Rio Canal).
Il rastrellamento prosegue per due giorni. Si spara da tutte le parti, ma non veniamo individuati. Male armati, distrutti dalla fatica e dal freddo, senza notizie dell'altro gruppo, facciamo il punto della situazione e decidiamo di fissare il campo dietro al monte Barone, in alta montagna, per riorganizzare le forze.

Al campo base di Panin

Arriviamo stremati e ci rendiamo subito conto che lì la vita sarà durissima. E non solo per i 1.500 metri di altitudine, il freddo e la neve, ma perché nelle baite troviamo pochissimo strame per i dormitori e poca legna e perché, da lassù (siamo a 4 ore di cammino da Postua e oltre da Foresto), il problema dei rifornimenti si presenta in termini drammatici.
Malgrado l'impatto traumatico nessuno si tira indietro, nessun segno di cedimento. Per l'ennesima volta ci diciamo che il problema è superare l'ostacolo dell'inverno, di questi due mesi maledetti che ci separano dalla primavera, dalla tanto auspicata stagione delle "foglie" che occulteranno finalmente i nostri movimenti. E poi c'è Secondo, il nostro saggio e flemmatico commissario politico che compie un lavoro prezioso di chiarimento sulle ragioni vere, profonde della lotta partigiana. Stringiamo i denti. In altri momenti è l'imboscata, in questo momento colpire il nemico è resistere qui, in queste durissime condizioni e tenere in piedi questo troncone del "Pisacane", in attesa che Gemisto e Danda ritornino dalla Valsesia.
Quella che il calendario segna è l'ultima settimana di febbraio '44 e noi non sappiamo niente del dramma che sta vivendo l'intera 2a brigata: la terribile perdita di Pensiero, Piero Maffei, Edis Valle; l'attacco da parte di massicce forze nemiche al "Piave" e al "Bandiera"; il crollo del "Mameli"; l'uccisione di Nedo, la nostra guida più prestigiosa; la ritirata a Rassa per cui della rete di basi partigiane nel Biellese, di cui andavamo tanto orgogliosi, quasi non resta più nulla.
Alle prese con la nostra dura realtà ci ripartiamo i compiti: chi addetto alle mansioni interne, chi ai rifornimenti (più semplicemente alla ricerca di qualche sperduta capra in valli circostanti), chi ai "collegamenti". Improvvisiamo una pattuglia il cui ruolo si rivelerà poi decisivo. Ne fanno parte con me, secondo le missioni, Lince, Giuseppe, Ilvo, Don Chisciotte. Ma collegamenti con chi? Tutta l'organizzazione comunista della presidiata Valsessera è saltata. Resta una sola un po' folle scelta: la lontanissima Mezzana che diventerà l'altro capo del nostro "telefono diretto". Avverrà per ogni nostra calata: si partirà al mattino di buon'ora per giungere a mezzogiorno ad attraversare il Sessera, quando minore è il pericolo di scontrarsi con le pattuglie della Gnr che sorvegliano la rotabile Borgosesia-Pray e per arrivare a destinazione dopo un intero giorno di cammino a Montaldo (una frazione di Mezzana) a sera alta. Lì, nella "cascina del Doro" ci incontriamo immancabilmente con il nostro fidato amico, il Giuvanin (Giovanni Alberto)3 visto che è da evitare ogni contatto con Vincenzo ed Emma4 la cui casa funziona da punto di riferimento dell'intera organizzazione comunista biellese.
È da questo osservatorio che avremo un quadro dell'atteggiamento della popolazione nella mutata situazione segnata dal dramma delle formazioni partigiane biellesi e dall'occupazione della zona da parte della Gnr e dei tedeschi. Constateremo che la gente ha fatto il vuoto, il vuoto assoluto attorno ai repubblichini; che è sì fallito lo sciopero di marzo per effetto delle minacce e del terrore, ma che nelle fabbriche la produzione è rallentata dal sabotaggio invisibile, inafferrabile dei lavoratori, che la paura, e c'è di che averne, paralizza sì la gente, ma che cresce l'odio contro gli oppressori e con esso la coscienza di fare qualcosa. Certo c'è anche attesismo. E come potrebbero non esserci, e diffuse, posizioni di attesa passiva che siano gli Alleati a liberare il paese, posizioni di rinuncia a conquistare con l'impegno di tutto il popolo la propria libertà, quando è proprio il partito della resistenza passiva (tutti i partiti del Cln, eccetto i comunisti, gli industriali e i vertici a parte del clero biellese) ad innalzare la bandiera e a tacciare di avventurismo il primo movimento partigiano biellese ed i comunisti che avevano fatto la scelta della lotta armata contro l'oppressore? C'è anche attesismo, ma il cuore della gente - lo sentiamo - batte con noi.
Per i fascisti, quello con la popolazione è il loro secondo fronte di guerra, è un'ossessione5. Sapendo che non avranno mai con loro la popolazione, cercano almeno di neutralizzarla e di spezzare ogni suo legame con i partigiani allo scopo di isolarli definitivamente e costringerli alla resa. Non riusciranno nel loro intento nemmeno nel periodo più tragico della Resistenza, quello di cui discutiamo. Ne avremo molteplici prove. Scenderemo dal campo di Panin più e più volte. Siamo conosciuti e ci muoviamo con grande cautela, ma chissà quanta gente nota la nostra presenza. Eppure non una delazione.
La segreta base di Montaldo si rivelerà preziosa anche per altri compiti.Quando un gruppo di giovani di Soprana organizzati da Santus, decide di raggiungere i partigiani, all'appuntamento sopra Baltigati, prima di partire, diciamo loro che se qualcuno ci vuole ripensare lo faccia perché lassù al campo la vita è durissima6. Si incaricherà infatti la marcia stessa a confermarlo. Partiamo mentre sta già nevicando. Dopo una giornata di faticoso cammino la neve ci intrappola ad un tiro di schioppo dalla base. Non siamo più in grado di fare un solo passo e la notte sta ormai giungendo. Qualcuno è al limite delle forze e sta crollando. Urliamo per farci sentire, ma invano. Lanciamo due bombe a mano che non scoppiano. Spariamo col 91. Finalmente ci sentono e vengono a raccoglierci. Anche stavolta è fatta.
La base di Panin ha ormai più di venticinque uomini e il problema numero uno diventa quello del cibo, delle calzature, dei soldi oltre che delle armi. Tutte le baite sono state ripulite. Non ci sono più farina, castagne... e capre. Il Ricu dell'alpe Gesiola non ha più niente da venderci, così i Vigna di Morcei. Dalle corvées a Foresto arriva sempre meno. Bisogna fare qualcosa e subito7.
D'accordo con Secondo, il commissario, partiamo Lince, Giuseppe ed io. Sappiamo che dal Cln non ci verrà un quattrino, né peraltro sapremmo dove scovarne anche un solo rappresentante. Non ci rimane che agire per conto nostro. Nella base-rifugio di Montaldo prepariamo il piano, poi via. Piombiamo in piena notte nella sorvegliatissima villa di un ricco industriale della zona. Gli imponiamo di versarci un milione (somma enorme per quel tempo). Pianti, implorazioni, ma infine la promessa che il giorno dopo verserà il contributo richiesto. Invece avverte i fascisti che presidieranno la villa. Reagiamo e prendiamo in ostaggio il cognato dell'industriale che rimarrà forzatamente con noi per due giorni nei boschi sotto la chiesa di San Rocco. Alla fine i familiari cedono e ci fanno sapere che verseranno. All'appuntamento rilasciamo regolare ricevuta e ritiriamo la valigetta. C'è veramente un milione. È fatta: destiniamo una parte del denaro, tramite il gruppo comunista di Mezzana, alla brigata e col resto ripartiamo per Panin. Sono passati dalla partenza undici giorni. Ci hanno creduti morti. C'è una doppia ragione per festeggiare l'avvenimento.
L'attesa dell'arrivo del gruppo di Gemisto e Danda dalla Valsesia è grande. Sappiamo che Italo che sostituisce Nedo al comando della brigata (della tragica fine di Nedo in quei giorni non si sa ancora nulla) passato dal campo di Panin in nostra assenza informerà Gemisto8. È la fine di marzo e il giorno tanto desiderato arriva. Sono abbracci, grida di gioia, commozione. Il distaccamento è di nuovo unito. Dalla separazione sono trascorsi quaranta e più giorni; un'eternità. Si intrecciano i racconti delle due vicende: la loro più tragica (hanno alle spalle la battaglia di Rassa, la ritirata-calvario che ne è seguita), la nostra, per certi aspetti meno tragica, ma altrettanto straordinaria. Una dura prova che ci ha fatto tutti più maturi.
Diamo l'addio a Panin e ci sistemiamo in baite di fondovalle più vicine a Postua e Foresto. Inoltre riorganizziamo le forze e, data la crescita degli effettivi, trasformiamo il distaccamento in battaglione. Intanto riflettiamo sul da farsi. I dati ci appaiono chiari: il persistere della massiccia offensiva nemica, le asperità dell'ambiente che rende difficile l'impiego della tattica partigiana, l'approssimarsi della tanto auspicata "stagione delle foglie", ci convincono che è arrivato il momento di abbandonare la montagna. A persuaderci del tutto arriva puntuale un nuovo attacco di tedeschi e fascisti che ci costringe sull'impervio massiccio del monte Tovo.
Formiamo sulla base di una proposta di Gemisto e Secondo tre squadre (Gemisto e Danda andranno in Serra per ristabilire i contatti; io sceglierò con Ilvo e Giuseppe la zona di Mortigliengo; Secondo rimane nella valle Strona) e partiamo salutando quei monti che per quattro mesi erano stati la sede del primo nostro apprendistato partigiano.

Lasciamo la montagna. Vita dura anche in basso

Gettiamo le basi in un paesino nei pressi di Mezzana, la frazione Mino. Della zona conosciamo tutto: la gente, i paesi, i boschi, i sentieri. Siamo ad aprile inoltrato e la campagna si fa verde. I fascisti continuano ad infierire sulla popolazione per tagliarci la base di appoggio (a marzo, con grande esibizione di forza, circondano all'alba interi paesi e arrestano a Mezzana cinquanta e più persone) e anche sui familiari dei partigiani per costringerli ad arrendersi (vengono arrestate - e la cosa colpirà dolorosamente - le nostre tre madri: quella di Lince, di Ilvo e mia)9.
Malgrado il terrore non ottengono nulla e noi abbiamo anzi l'impressione che il ghiaccio della paura lentamente stia sciogliendosi. Cominciamo ad intessere collegamenti ed approvvigionare la base, organizzare un minimo di servizio di informazione, reclutare, rastrellare armi che scarseggiano maledettamente.
È appunto nel corso di un passaggio da Soprana che Giuseppe raccoglie la voce secondo la quale la sera prima (l'8 di maggio) si è udita una fitta sparatoria in direzione di Curino, ma la gente non sa dire altro. Poco più tardi gli diranno che un uomo ferito (forse un partigiano) geme dietro un cespuglio, presso la Colma. Sale di corsa e non crede ai suoi occhi: il partigiario ferito è Gemisto, il nostro comandante. Le ferite alle gambe, il sangue impastato a terra, i graffi che strisciando nel bosco si è procurato in tutto il corpo, lo rendono irriconoscibile. Le labbra sono gonfie e le parole gli escono con difficoltà. Apprenderemo dell'imboscata in cui sono caduti, del fatto terribile che, probabilmente Lince, Don Chisciotte, Maciste, Verdura, Fido, Fudretta, Ghepeù, Peppino, Teresa sono tutti morti, della sua disperata uscita dal locale, sparando, della notte passata arrancando fra i boschi10.
Mentre l'odio per l'orrenda strage di Curino cresce fra la gente e noi siamo presi dal problema di salvare la vita a Gemisto e procurargli un rifugio sicuro, sopraggiunge un fatto improvviso che ci aiuterà a risalire la china: un lancio aereo di un ignoto e inaspettato apparecchio alleato. È la notte fra il 13 e il 14 maggio. Informati che nei boschi fra Casapinta e la frazione Sola di Mezzana, un aereo ha sganciato alcuni paracadute, ci precipitiamo giù. Non siamo soli, ci sono numerosi uomini balzati fuori da chissà dove. In poche ore il bosco è battuto palmo a palmo, i bidoni individuati, il materiale concentrato tutto in frazione Mino. La collaborazione della gente ci sorprende e ci entusiasma, il contenuto dei bidoni ancora di più. Ci sono i mitra, sono sten, con una buona dotazione di caricatori e ne contiamo quindici e più. La felicità è alle stelle, ci sentiamo imbattibili. Contenta è anche la popolazione cui regaliamo burro, sigarette e i paracadute con cui le ragazze della zona faranno bellissime camicette di seta.
Ai fascisti il lancio non passa naturalmente inosservato; perlustrano i boschi senza trovare più niente, ed il 15 piombano a Mezzana nella speranza (il loro servizio informazione però è davvero carente) di scoprire qualcosa. Decidiamo di attaccarli... e provare i mitra. Mettiamo insieme una decina di uomini e ci appostiamo in un punto, il solo possibile, che è, però, inadatto per una imboscata. All'apparire del camion dei fascisti facciamo fuoco. L'automezzo sbanda. Ci sembra sia fatta quando appare, e all'improvviso, inaspettato, un secondo camion che ci investe con una tempesta di colpi. Presi di soprassalto rispondiamo e ci sganciamo. La prima imboscata ci dirà che siamo ancora impreparati a questo tipo di attacco a cui la montagna non ci ha allenati. Si saprà che le perdite causate al nemico sono state alte. Proprio per questo cominciamo a temere rappresaglie sulla popolazione. Anche Gemisto la pensa così e dal suo rifugio ci invia un ordine categorico: sgombrare la zona, partire per la Serra.
E gli altri, che ne è delle altre squadre del "Pisacane" ? Non abbiamo contatti. Sappiamo solo da Gemisto che Danda è rimasto con i suoi nella zona sopra Viverone dove compirà, con successo, più di una azione, recupererà armi e ingrosserà la squadra11. Del gruppo rimasto con Secondo nella valle di Postua non sappiamo assolutamente niente12.
La formazione divisa, il peso terribile del colpo di Curino alle spalle, Gemisto ferito e ora fuori combattimento. Ci sono sì segni nuovi: lo sbarco ad Anzio, lo sfondamento della linea tedesca a Cassino, la continua avanzata dei russi, ma il secondo fronte, il promesso sbarco in Normandia degli Alleati non c'è ancora. D'altra parte, la politica di unità nazionale fra tutte le forze che vogliono combattere per la liberazione del Paese, lanciata da Togliatti (la svolta di Salerno) trova qui le forze antifasciste del Cln profondamente divise e noi, partigiani e comunisti, per ora soli nell'impegno sul fronte della lotta armata contro i nazifascisti.
L'offensiva nemica che doveva distruggerci dura ormai incessantemente da quattro mesi. Mentre lasciamo la zona diretti alla Serra, insieme all'amarezza e alla rabbia sentiamo, dentro di noi, un senso di orgoglio: l'orgoglio di avere in questi tormentatissimi mesi, non solo resistito ma, ad un certo momento e in poche decine di partigiani, impegnato forze nemiche considerevoli, repubblichine e tedesche, dimostrando che la via della resistenza armata e della lotta di popolo era, anche nelle condizioni più dure, percorribile e la sola che assicurasse il riscatto del paese.
Un bilancio che non ci impedisce di imprecare nel lasciare la zona dove conosciamo anche i sassi, per un'altra che ignoriamo del tutto. Sono giorni di pioggia e il cammino attraverso i campi di notte è spossante. Passiamo fra Cossato e Mottalciata (forse è della notte precedente il massacro in una cascina di questa piana di venti partigiani) e, superato Benna, dopo un paio di giorni, arriviamo nella zona di Cerrione. Non abbiamo punti di riferimento e tutto è difficile: l'approvvigionamento della squadra, le informazioni sul movimento del nemico, il sapere se in zona operano altri partigiani. Facciamo, è vero, un casuale incontro con uno che provvede - ci dice qualcuno - ai rifornimenti partigiani (sapremo che è Cavagliano, uomo di Primula), ma con noi taglia corto. Non pernottiamo mai allo stesso posto e i trasferimenti sono continui. Finché un giorno, all'alba, siamo sorpresi da un camion di repubblichini in transito, mentre stiamo uscendo da una cascina. La sparatoria è immediata, nutrita. Sono per fortuna un po' distanti e sparano con un mitragliatore, mentre noi con i nostri nuovissimi sten non possiamo far niente. Ci sganciamo, ma disgraziatamente in direzioni diverse: Giuseppe con un gruppo, io ed Ilvo con un altro. Ci cerchiamo senza più trovarci. La sera decidiamo per il ritorno in zona, che già era nei piani, qualunque cosa possa dire Gemisto.
Intanto, dopo mesi di sforzi, fascisti e tedeschi non sono affatto convinti di avere piegato la volontà delle nostre popolazioni e di avere ripulito le valli dai "ribelli" e si danno un piano che dovrebbe dare il colpo di grazia alla resistenza in queste valli. Dopo aver ricordato ancora ai propri dimentichi gregari che la "lotta contro i ribelli in questa zona ha un carattere di enorme importanza" che "è necessario quindi ripulirla con ogni mezzo e a qualsiasi costo" il colonnello Zuccari, in accordo con i tedeschi, sferra una ennesima offensiva in due direzioni. Sul fronte delle azioni terroristiche contro queste testarde popolazioni (apparirà sui muri dei nostri paesi un altro "bando" indirizzato agli abitanti di Cossato, Valle Mosso, Mosso S. Maria, Pray, Crevacuore ecc., dove si minaccia la fucilazione sul posto per chiunque darà aiuto ai partigiani, compirà sabotaggi ecc.), segno che la resistenza continua, è viva e preoccupa il nemico. E su quello, ancora e sempre, della lotta contro i "ribelli". Al suo duce il comandante della legione "Tagliamento" dopo mesi di impegni in questa zona contro i partigiani vuole portate un risultato. Si farà ricevere il 14 maggio e dirà a Mussolini che entro dieci giorni porterà a compimento la totale liquidazione dei ribelli della nostra zona. Il duce gli concederà qualche giorno in più e gli dirà: "Vi dò tempo fino al 25; attendo da voi per quel giorno una comunicazione che mi assicuri che il mio ordine è stato eseguito". Questa comunicazione, al duce, non arriverà mai. Il 25 maggio, giorno entro cui avremmo dovuto essere definitivamente liquidati ci trova invece in fase di rientro nella zona: Danda con la sua squadra; io con la mia, Secondo è già lì con la propria. Di lì a pochi giorni si avranno grandi, decisivi avvenimenti: la liberazione di Roma, il 4 giugno, e l'apertura del secondo fronte con lo sbarco, finalmente, degli Alleati in Normandia, il 6.
L'inverno è alle spalle e la formazione è in piedi. Incredibile, ma Gemisto è ristabilito. Ci ritroveremo di nuovo a Postua, tutti. Daremo vita alla 50a brigata, poi alla divisione. Mancano solo i nostri morti, quelli che abbiamo lasciato per strada, ma che ci porteremo dentro.


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