Bruno Ziglioli
Ipotesi per una sconfitta
Il fallimento dell'esperienza dei Cln valsesiani*
"l'impegno", a. XXIV, n. 2, dicembre 2004
© Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nelle province di Biella e Vercelli.
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Un destino segnato
Una prima considerazione che si può fare sull'esperienza dei Cln valsesiani è che, banalmente, il loro destino
seguì quello della parabola del Clnai; in altre parole essi si avviarono ad una sconfitta più generale, quella di un
movimento, o quanto meno di una parte di esso, che ad un certo punto mirò a diventare la struttura originaria attorno a cui
costruire un nuovo modello di Stato che superasse definitivamente tanto il modello fascista, quanto i lasciti gerarchici
dell'esperienza liberale.
La storiografia consolidata tende ad indicare come questo disegno si avvii al fallimento sin dalle sue origini,
minato dalle contraddizioni interne dell'organizzazione stessa, dalle diversissime posizioni e prospettive politiche dei
partiti che ne facevano parte, con una curva discendente che, seppure intervallata da soprassalti di unità e da
momenti favorevoli, porta ineluttabilmente alla sconfitta finale.
Tanto gli Alleati quanto il governo di Roma puntarono decisamente ad una tranquillizzante restaurazione degli
assetti politici ed amministrativi prefascisti e ad evitare pericolosi "salti nel buio" rivoluzionari in una condizione
di prostrazione e di miseria del paese, i primi per il timore di una nuova deriva greca in un territorio che gli accordi
internazionali avevano affidato alla sfera di influenza americana, il secondo per la riemersione ed il rafforzamento
delle posizioni moderate e continuiste, spesso venate (è il caso dei cattolici) da nostalgie di tipo neocorporativo.
La lotta partigiana, condotta in condizioni difficilissime sia sul piano militare che su quello politico, ed esposta
alla brutale violenza nazista e fascista, sembrò fornire, agli occhi di chi l'aveva guidata, una posizione di forza e di
legittimazione che non poteva essere messa facilmente in discussione dopo la Liberazione. Fu una delle tante illusioni
ottiche di quel periodo, una deformazione delle reali posizioni di forza dovuta ad una percezione sfalsata del valore
che gli altri interlocutori (Roma, gli Alleati) attribuivano alla guerra condotta nel Nord occupato ed al recupero della
dignità nazionale ad essa indissolubilmente legato. Gli accordi del dicembre 1944 e del marzo 1945 svuotarono
efficacemente i Cln di ogni potenzialità politica di governo ed aprirono gli occhi a tutti quelli che avevano immaginato
diversamente; l'insurrezione diventò così l'estremo tentativo di assumere un ruolo di fatto, di porre in essere sul
territorio un governo che potesse essere accettato non più o non tanto perché legittimato dai venti mesi di guerra, ma per
il semplice fatto che esisteva, che manteneva l'ordine, che amministrava coi suoi uomini appositamente designati a
ricoprire tutte le cariche.
L'illusione non durò neanche un mese: alla metà di maggio l'Amg (il Governo militare alleato) assunse tutti i
poteri nel territorio liberato ed i Cln, con l'entrata in vigore degli accordi Medici Tornaquinci, dovettero forzatamente
rifugiarsi in quella "funzione consultiva" dai contorni piuttosto vaghi che in essi era prevista. Da un lato questa
funzione lasciò qualche margine di intervento: la designazione dei sindaci e delle giunte continuò ad essere fatta dai Cln, e
spesso le nomine prefettizie e le successive ratifiche alleate seguirono le loro indicazioni, conservando quindi una sorta
di fonte di legittimazione promanante dai comitati; dall'altro lato però non solo questa fonte di legittimazione era
indiretta e la designazione non vincolante, ma la sua prosecuzione rientrava perfettamente in una logica di cauto e
progressivo ritorno alla normalità che passò proprio attraverso la sua eliminazione.
Non è un caso se si scelse di far precedere il voto amministrativo a quello politico per l'Assemblea costituente.
In fondo, quel sindaco di Boccioleto che rifiutò di rassegnare le dimissioni su richiesta del Cln, rivendicando la
propria nomina prefettizia ed alleata, dimostrava di avere un maggiore senso della realtà del Cln stesso.
Detto questo, non si deve però giungere alla conclusione che la sconfitta del disegno ciellenistico derivasse
esclusivamente da cause "esterne", da forze non controllabili direttamente dal movimento che imposero, da una posizione
di superiorità politica ed anche militare, l'annullamento del progetto politico che a quel movimento si ancorava. Vi
furono delle cause "interne", legate alla natura ed all'evoluzione stessa del Clnai, ai suoi problemi ed alle sue contraddizioni.
La più macroscopica di queste stava nel fatto che non era mai esistito un disegno del Clnai, nella sua interezza di
organo collegiale, per l'assunzione piena e duratura dei poteri politici per il rinnovamento dello Stato; questo progetto
nacque certo dal suo seno, ma fu sempre e soltanto l'ambito d'azione di una parte di esso, della sinistra in senso lato,
e non del Clnai in quanto tale. Se per un certo periodo iniziale le forze moderate restarono silenti e parteciparono
unanimemente con la sinistra alla direzione dell'organismo, sotto la spinta della necessità primaria della lotta e della
sopravvivenza, esse non tardarono a prendere forza e coraggio, a far sentire la loro voce contro quello che videro
come un disegno egemonico dell'ala sinistra dello schieramento antifascista, ed a contestare con più vigore le posizioni
più avanzate, incalzate in questo senso dal sostegno alleato e romano; gli accordi Medici Tornaquinci furono anche
(se non soprattutto) una loro vittoria.
Si può ben intuire quale possa essere il destino di un progetto che pone al suo centro un'organizzazione
pluralista quando esso non è neppure condiviso da una parte molto consistente dell'organizzazione stessa, per di più in un
contesto di polarizzazione politica.
I Cln mancarono del coraggio per fare un salto di qualità e diventare davvero organi di governo, seppure
in fieri; l'equilibrio della coalizione antifascista era delicatissimo ed un allungo troppo deciso avrebbe potuto lacerarlo.
Laddove si trovò il coraggio, è il caso di Firenze, gli Alleati ebbero molte più cautele e difficoltà ad annullare quanto
era stato conquistato, e dovettero accettare la situazione esistente per un tempo più lungo che altrove.
L'esperienza della collaborazione col governo Parri non deve trarre in inganno: anzi, proprio in questa parentesi
i Cln dimostrarono tutta una serie di limiti organizzativi e strutturali che,
oltre a deludere lo stesso presidente del Consiglio, condussero il Clnai ad una riorganizzazione in senso centralistico che annullerà quella peculiare tendenza alla
valorizzazione delle autonomie locali che gli era propria e che aveva costituito forse il tratto più vistoso di
discontinuità con l'assetto amministrativo precedente. Così facendo, il Clnai in qualche modo tradì se stesso e si
incamminò con le proprie gambe verso la fine e l'annullamento della propria esperienza.
In effetti, nonostante i tentativi decisi e generosi di dare una struttura solida e ben articolata al movimento, i
Cln evidenziarono, alla prova dei fatti, molte deficienze e problemi sia propri, cioè legati alla scarsa coordinazione,
all'inefficienza ed alla mancanza di collegamenti sul territorio tra il Clnai ed i Cln periferici e di questi fra loro, sia
per l'appunto "esterni", cioè legati al quadro normativo ed amministrativo in cui, volenti o nolenti, si trovarono ad
operare, e che ingenerarono una sensazione di impotenza tra i loro dirigenti. Si tratta di problemi che hanno una
valenza generale, nel senso che sono riscontrabili pressoché ovunque nel Nord liberato. Per quel che riguarda in modo
specifico il territorio valsesiano, la questione dell'epurazione e il problema degli ammassi ne sono una chiara
esemplificazione; sono due temi ai quali ci sembra necessario accennare proprio allo scopo di mettere in evidenza come la
storia del declino dei comitati valsesiani si inserisca con coerenza e a pieno titolo in quella più ampia dei Cln.
In relazione all'epurazione, a Varallo, dall'estate del 1945, agiva una sezione staccata della commissione
provinciale di epurazione di Vercelli. La documentazione che abbiamo avuto modo di consultare all'archivio dell'Istituto
piemontese per la storia della Resistenza e della società contemporanea ci ha mostrato come l'epurazione in Valsesia
fosse stata oggetto di uno sforzo straordinario; interi fascicoli sono ad essa dedicati, soprattutto per ciò che riguarda i
comuni di Varallo e Quarona, tanto da occupare buona parte della documentazione disponibile, a dimostrazione di
una determinazione e di una volontà molto forti di fare i conti col passato
regime1.
Sia la sezione valsesiana della commissione provinciale, sia i vari Cln svolsero un lavoro di indagine e di
istruttoria forse un po' ingenuo ma sicuramente molto ampio, cui si dedicarono con molta cura, raccogliendo e domandando
informazioni, procedendo ad interrogatori, preparando atti d'accusa e vagliando memoriali difensivi, intrattenendo
regolari rapporti con le forze di polizia, ricevendo petizioni di accusa o di difesa da gruppi di cittadini, contattando
città o paesi lontani, di altre regioni, per segnalare la presenza di fascisti repubblicani che avevano operato in Valsesia
o, viceversa, per ottenere indicazioni su persone residenti in Valsesia ma originarie di laggiù.
Su "Valsesia Libera - Corriere Valsesiano" vennero pubblicati i nomi sotto indagine, con la richiesta alla
popolazione di collaborare; intanto, sulla rubrica "Voci dal popolo" dello stesso foglio, un gran numero di missive
contestava l'eccessiva lentezza e la scarsa drasticità delle procedure. Alle volte i Cln si trovarono a dover mediare tra accuse
di fascismo che nascondevano, neanche troppo velatamente, conti in sospeso e questioni personali che ora si cercava
di ricoprire con una patina politica; altre, a dover prendere le difese di vecchi iscritti al Pnf che non si erano mai
dimostrati fanatici e che soprattutto non si erano iscritti al Pfr, ma che avevano probabilmente dovuto prendere, a suo
tempo, la cosiddetta "tessera del pane".
In un solo caso ci si interessò a fatti che risalivano all'origine del fascismo: a Quarona, infatti, aveva operato
nei primi anni venti una squadraccia fascista molto violenta, spesso incaricata di spedizioni punitive anche in altre
province, i "Lupi della Valsesia". Il locale Cln comunale diramò richieste di informazioni ad alcuni comuni di altre
zone in cui la squadraccia aveva operato, cercò di ricostruire le vicende che la videro protagonista, segnalò i fatti ai
carabinieri ed interrogò i suoi appartenenti superstiti, che se la cavarono, molto concretamente, col pagamento al Cln
comunale di cifre che variavano dalle 2.000 alle 5.000 lire; curiosa è la formula rituale con cui si chiudevano tutti i
verbali di interrogatorio: "Conscio di avere agito male è disposto a versare al comitato di questo Comune
lire..."2.
Il pagamento di una somma di denaro rappresentò la forma con cui i Cln comunali chiusero direttamente i conti
pendenti coi fascisti più tiepidi, o con quelli che non avevano particolari responsabilità dirette col regime e con la
repressione partigiana; in altre parole, veniva punito un reato d'opinione che, probabilmente, non avrebbe retto alcuna
accusa di fronte alla commissione provinciale; gli interessati pagarono senza fiatare, forse intimoriti dal vento di cui
non comprendevano ancora bene la direzione ma che, dati gli accadimenti, doveva sembrare loro non poco sfavorevole.
I Cln comunali provvidero poi direttamente all'epurazione delle maestranze compromesse con Salò nelle
industrie locali, richiedendone l'immediata sostituzione con elementi partigiani. Infine, i Cln comunali interrogarono le
ragazze che avevano intrecciato relazioni amorose con militi delle brigate nere o con tedeschi, spesso soffermandosi su
particolari morbosi, provvedendo, anche in questo caso direttamente, a comminare loro una sanzione, generalmente
l'epurazione dall'attività stagionale di
mondariso3. Colpisce, ma non più di tanto, in questa breve casistica, la completa
mancanza di ogni traccia di attività epurativa negli organi dell'amministrazione locale, dai segretari comunali in giù.
In tutti gli altri casi, la documentazione raccolta venne inviata a Vercelli in attesa di un pronunciamento che
sarebbe stato, nella maggior parte dei casi, favorevole ai sospettati. "Valsesia Libera - Corriere Valsesiano" pubblicò, il
31 gennaio 1946, il rendiconto dell'attività svolta dalla commissione di epurazione valsesiana dal giugno al 31
dicembre 1945: "Totale denunce e schede presentate ed esaminate: 537; archiviate a seguito di istruttoria: 406; avviate al
dibattimento a seguito di istruttoria: 78; funzionari sospesi in corso di istruttoria: 2; funzionari sospesi a seguito di
dibattimento: 9; funzionari assolti a seguito di dibattimento: 67; procedure
tuttora in corso di istruttoria:
53"4. È il suggello e la dimostrazione di uno sforzo tanto grande quanto vano ed inconcludente, in Valsesia come altrove.
Nel caso dei conferimenti, degli ammassi e, più in generale, degli approvvigionamenti alimentari il discorso
non cambia molto5. Il Cln zonale si affannò, dietro continua pressione degli organismi provinciali, a sollecitare le
amministrazioni comunali della Valsesia tutta a far rispettare agli allevatori, agli agricoltori ed ai proprietari terrieri le
quote stabilite di conferimenti di burro, carne, legna da ardere. I sindaci, coralmente, risposero in modo negativo,
adducendo di non avere possibilità di procedere alla requisizione, di non avere elementi per accertare chi avesse adempiuto
agli obblighi e chi no, di non poter provvedere in quanto la quasi totalità del bestiame si trovava fuori paese a
svernare, oppure più direttamente lamentando l'insufficienza di grassi nel territorio comunale e chiedendo non solo di
essere esonerati dagli obblighi dei conferimenti, ma addirittura di creare nel loro comune un centro di raccolta.
Vi fu chi lamentava la difficoltà di far rispettare le disposizioni relative al burro a causa del prezzo troppo basso
di questo alimento, mentre il suo rialzo fu proprio una delle cose che il Cln varallese cercò di reprimere con più
energia. Esso non si limitò solo a insistere formalmente con i sindaci: richiese loro resoconti sull'attività svolta, gli trasmise
i nominativi di coloro che erano sospettati di nascondere capi di bestiame, presentò denunce ed esposti ai
carabinieri ed alla Guardia di Finanza, minacciò di pubblicizzare con ogni mezzo le inadempienze.
Allo stesso tempo, per assicurare a Varallo ed alla valle gli approvvigionamenti esterni, provenienti dalla pianura,
il Cln di zona esercitò pressioni sulla Sepral, scrisse lettere di protesta sulla sua inefficienza, invitò la popolazione
a mobilitarsi ed a protestare a sua volta, contattò Cln di altre regioni (ad esempio, quello provinciale di Imperia)
proponendo scambi di beni (in questo caso, si propose uno scambio di olio contro stoffe, o in alternativa contro legname
o riso), istituì uno spaccio comunale nell'estate 1945.
La questione era particolarmente importante e delicata, e poteva avere risvolti politici "pericolosi": non
dimentichiamo che la crisi della giunta comunale di Varallo del luglio 1945 fu determinata proprio da una protesta delle
commissioni operaie sulla gestione degli approvvigionamenti alimentari. Anche in questo caso, nonostante tutti gli
sforzi profusi, i risultati dovettero essere piuttosto modesti se ancora il 17 ottobre 1945, in una relazione del Cln di
Varallo al Cln provinciale, ci si lamentò degli insuccessi e della difficoltà ad imporre i conferimenti, arrivando a proporre,
per invogliare i proprietari ed i produttori, di premiare gli adempienti con l'assegnazione di stoffe, scarpe, concimi
chimici e macchine scrematrici6. Un anonimo contadino della frazione Cervarolo di Varallo scrisse il 17 novembre 1945
a "Valsesia Libera - Corriere Valsesiano": "Sono passati in questi giorni gli addetti all'alimentazione per far portare
il latte all'ammasso, con disappunto dei produttori, i quali non hanno poi tutti i torti. Fra latte, burro e bovini
portati all'ammasso, il contadino di montagna che ha una, o
due, o anche tre bestie nella stalla, è stato salassato a dovere
durante la guerra"7.
L'insuccesso degli ammassi, qui come ovunque, è grave, tanto più che questo era uno dei settori per i quali il
governo Parri aveva chiesto l'esplicita collaborazione dei Cln, mettendone alla prova la solidità organizzativa e
ricevendone indietro un risultato tutt'altro che soddisfacente; in questo frangente la struttura ciellenista mise in tutta evidenza
i suoi limiti. In una situazione di scarsità di beni e di povertà diffusa, non riuscì infatti a far valere nessun tipo di
autorità morale per indurre alla solidarietà reciproca: la mancanza di un potere coercitivo vero e proprio ed il dover
solo ricorrere ad una sorta di moral
suasion, per quanto energica, fecero il resto.
A dire il vero, il Cln zonale di Varallo e, più in generale, i Cln valsesiani, riuscirono ad esercitare una funzione
di governo locale e di amministrazione quasi diretta, ben oltre l'instaurazione dell'amministrazione alleata. Anche in altre zone vi era stata una sorta di inerzia nei primi tempi di governo dell'Amg, nella convinzione
che la spoliazione dei poteri fosse poco più che un atto formale, non in grado di intaccare la legittimità acquisita con
la lotta partigiana. Nel caso valsesiano però la confusione tra organi di amministrazione e Cln permase fin quasi
all'autunno del 1945, quando una serie di citate circolari del Cln regionale, di quello provinciale e, buona ultima,
dell'Amg (il 16 novembre!) richiamarono energicamente all'ordine i Cln valligiani e quello zonale di Varallo in particolare
riguardo alla loro funzione strettamente consultiva. Evidentemente, la pressione deve essere stata forte perché,
quasi di colpo, la documentazione prodotta dai Cln si ridusse drasticamente, mentre era stata copiosa fino a qualche
settimana prima; sembra quasi che si fossero resi conto d'improvviso, e in un'unica soluzione, delle mutate condizioni
politiche generali che nel resto del Nord avevano preso il sopravvento dalla metà di maggio. Come fu possibile questo
inusuale prolungamento nel tempo, che confinava con la velleità?
Una prima ipotesi è relativa al posizionamento geografico della valle, nettamente decentrato rispetto al centro
di esercizio del potere alleato e prefettizio, cioè Vercelli. È possibile che la connotazione periferica della Valsesia
rispetto al capoluogo provinciale abbia allentato, per così dire, le redini del controllo sull'attività politica da parte
dell'Amg e che questo abbia consentito una certa libertà d'azione dei comitati locali che altrove non è stata possibile;
un indizio consistente in tale direzione sta nell'assenza di richiami e, in generale, di corrispondenza, con
l'amministrazione alleata nella documentazione disponibile dei Cln valsesiani: la prima (e unica) traccia lasciata è, per
l'appunto, la lettera del 16 novembre 1945. Per saperlo con certezza, occorrerebbe svolgere uno studio sulle carte degli
Alleati, studio che rivestirebbe una grande importanza per meglio comprendere tutto l'insieme delle relazioni politiche ed
amministrative di allora. Timidamente, quindi, avanziamo un'altra ipotesi, che in fondo è un completamento, un
allargamento, di quella appena esposta.
La battaglia relativa alla richiesta valsesiana di tornare sotto la giurisdizione della Provincia di Novara si
concluse con la costituzione del Cln di zona Valsesia: fu una chiara rivendicazione autonomistica. La
parziale vittoria dei Cln valligiani (la valle infatti ottenne il Cln zonale ma rimase con Vercelli) potrebbe aver loro dato
l'illusione di avere davvero ottenuto quest'autonomia,
sul piano amministrativo e non solamente, come in effetti fu, su
quello di un'organizzazione ormai priva di qualunque autorità politica legale che non fosse meramente consultiva. In
altre parole, il Cln varallese potrebbe essersi convinto di aver conquistato il diritto di amministrare liberamente la
valle, mentre aveva solo ottenuto di poter agire, nella sua opera di "consulenza" politica, un po' più autonomamente
dalle direttive del Cln vercellese.
Il fatto è che i Cln valsesiani avevano puntato sul cavallo sbagliato: la Provincia, che sembrava rivestire, nelle
concezioni e nelle strutture cielleniste, un rilievo cruciale, non assunse una grande importanza sul piano dell'autonomia
locale dopo la guerra. Tornò ad essere, al contrario, la dimensione privilegiata del controllo dello Stato sugli enti
intermedi, attraverso la figura del prefetto: gli stessi Alleati la concepirono solo in questo senso. Proprio nel periodo
in cui i Cln valsesiani ebbero le maggiori possibilità di azione e di governo si persero invece nella disputa provinciale
ed in velleità indipendentistiche, arrivando troppo tardi a rendersi conto che le vere chiavi di volta dell'autonomia
locale avrebbero potuto essere i comuni, le municipalità; così, mentre sulla stampa si dibatteva addirittura sulla
possibilità per la valle di ottenere uno
status regionale, la polemica sulla Provincia non fece altro che creare problemi e
confusione, senza portare ad alcun risultato concreto.
La posizione incerta della vallata, al contrario, provocò non pochi svantaggi; scrive la "Gazzetta della Valsesia"
il 20 ottobre 1945: "Dopo un brutto periodo di entusiasmo e di euforia, i valsesiani dovettero fare la conoscenza di
una nuova, dura realtà. Le necessità di ricostruzione e di riattamento risultarono ingenti, ma nessuna autorità né
governativa né provinciale si occupò delle sorti e delle esigenze della valle [...] A complicare le cose si aggiunse la
questione dell'auspicato ritorno della Valsesia alla Provincia di Novara cosicché, mentre Vercelli prese a considerare la
vallata quasi avulsa dal suo corpo provinciale, Novara non la poté ritenere ancora
sua"8.
Novara o Vercelli: la prima soluzione forse sarebbe stata più consona alla storia della Valsesia e,
nell'immediato, avrebbe assicurato un più stretto controllo politico dei partigiani sulla valle; in prospettiva, sul piano
dell'autonomia locale e del "peso" della Valsesia, probabilmente non avrebbe fatto una gran differenza. L'autonomia dei Cln
valsesiani rispetto a quello vercellese, di lì a poco, non sarebbe interessata più a nessuno.
Il richiamo all'ordine ed alla netta distinzione di funzioni da parte dei Cln di livello superiore coincise
temporalmente con il progetto di Rodolfo Morandi, presidente del Clnai, di ristrutturare l'organizzazione ciellenistica in
chiave burocratica e centralizzata, e fu perfettamente coerente con esso. I Cln di tutta l'Italia del Nord, e con loro
quello valsesiano, si avviavano verso il tramonto. In Valsesia, la documentazione successiva ci informa solo della
preparazione delle elezioni amministrative, previste per il 31 marzo 1946. Una lettera del Cln provinciale di Vercelli al
Cln varallese del 27 febbraio 1946 ribadiva l'impegno per il quale "la campagna elettorale dovrà essere effettuata col
più assoluto rispetto della libertà democratica, di stampa, di pensiero, di parola" ed invita a premere sugli organi di
stampa per invitarli "a rendersi conto della delicatezza della loro missione e a tenere, specialmente in questi mesi
difficili, quella opportuna moderatezza tanto
necessaria"9.
La "Gazzetta della Valsesia" il 9 marzo 1946 scriveva: "Le elezioni amministrative inizieranno finalmente il
periodo (almeno vivamente lo speriamo) di una vera democrazia. Tutti i cittadini, uomini e donne, esprimeranno la
loro volontà e cesserà l'attuale stato di cose per cui, senza volere sollevare speciali accuse, le amministrazioni furono
tenute non certo per volontà popolare. Particolari esigenze scaturite dal periodo della Liberazione non hanno forse
permesso la libera consultazione del popolo (quantunque in certi paesi l'amministrazione sia stata affidata a
determinati individui scelti dal voto popolare) e quindi hanno tenuto il governo gli uomini che avevano acquistato maggiori
benemerenze nella causa di liberazione [...] Questi sono titoli che, a parità di condizioni, possono ottenere la
preferenza, ma mai da soli dare diritto alla scelta. In un governo democratico, ogni uomo deve essere riconosciuto per quello
che vale"10. Il voto amministrativo è dunque l'ultimo termometro per misurare quanto l'esperienza della guerra di
liberazione e l'opera politica dei Cln, o perlomeno della loro parte più legata all'esperienza partigiana, si fossero radicati
in Valsesia, al di là delle illusioni, degli equivoci e delle forzature dei mesi precedenti.
Le elezioni comunali del marzo 1946
Il voto si svolse ovunque, in Valsesia, col sistema maggioritario, in quanto la legge elettorale comunale varata
all'inizio del 1946 prevedeva il ricorso al sistema proporzionale solo nei comuni con una popolazione superiore ai
trentamila abitanti.
I risultati, nei comuni dell'alta valle, confermarono una tendenza già verificata con l'instaurazione delle giunte
dei Cln, cioè uno scarsissimo radicamento delle forze politiche organizzate ed il ricorso a candidati "senza
partito"11. In ben dodici comuni dell'alta valle tutte le liste presentate si definirono indipendenti così come, naturalmente, gli eletti.
A Balmuccia si fronteggiarono una lista indipendente di centro ed una indipendente di sinistra; a Campertogno
tre liste indipendenti, due di centro ed una di sinistra; a Carcoforo due liste indipendenti senza altra qualificazione;
a Cervatto due gruppi indipendenti di centro; a Mollia un gruppo di indipendenti di sinistra ed un gruppo di
indipendenti di destra; a Piode una lista indipendente di centro, una indipendente di destra ed una indipendente di sinistra;
a Rassa tre liste di indipendenti di centro; a Rima S. Giuseppe una lista di indipendenti di centro ed una lista di
indipendenti di sinistra; a Rimasco due liste di indipendenti di centro ed una di indipendenti di destra; a Rimella due liste
di indipendenti di centro; a Scopa tre liste di indipendenti senza altra qualificazione; a Scopello una lista indipendente
di centro ed una lista indipendente di sinistra. Per quanto possano valere queste qualificazioni politiche, ovunque, in
questi comuni, vinsero i gruppi indipendenti di centro tranne a Piode, dove vinse la lista composta da indipendenti di
sinistra, ed a Mollia, dove a prevalere fu la lista di indipendenti di destra.
In un altro "blocco" di comuni, anch'essi quasi tutti dell'alta valle, si fronteggiarono due o più liste, di cui una
sola con un chiaro ed esplicito riferimento partitico: ad Alagna Valsesia una lista Dc contro una di indipendenti di
centro (quest'ultima vincente); a Boccioleto addirittura quattro liste, una Dc (vincente) e tre indipendenti, di cui una di
sinistra; a Cellio una lista di indipendenti di centro e di destra contro una lista social-comunista (vincente); a
Cravagliana una lista Dc (vincente) contro due liste indipendenti, una di destra, l'altra di sinistra; a Fobello una lista Dc
(vincente) contro una di indipendenti di sinistra; a Rossa una lista Dc (vincente) e due liste di indipendenti "apolitici"; a Riva
Valdobbia una lista Dc (vincente) ed una indipendente di centro; a Sabbia una lista Dc (vincente) e due liste
indipendenti, una di centro e l'altra di sinistra; a Valduggia una lista social-comunista ed una di indipendenti di destra
(vincente).
Infine i quattro comuni maggiori, Varallo, Quarona, Borgosesia e Serravalle, gli unici in cui siano chiaramente
individuabili le tracce dell'appartenenza partitica in tutti gli schieramenti in lizza. A Varallo la lista Dc (comprendente
anche liberali ed indipendenti) ottenne 2.608 voti contro 1.590 della lista social-comunista e sedici eletti su venti; i
quattro eletti dell'opposizione furono tre socialisti ed un comunista. A Quarona il blocco social-comunista vinse con
1.042 voti contro i 471 della Dc, ottenendo dodici eletti su quindici, di cui sette comunisti e cinque socialisti. A
Borgosesia socialisti e comunisti si presentarono divisi, ottenendo i primi 1.507 voti, i secondi 1.335 e, pur se la somma dei
loro voti quasi doppiava quelli ottenuti dalla lista Dc (1.842), quest'ultima, in forza del sistema maggioritario, vinse
ed ottenne ventiquattro consiglieri su trenta (i restanti quattro furono tutti del Psiup); alla competizione partecipò
anche una lista indipendente che ottenne 676 voti. Infine, a Serravalle Sesia la lista social-comunista ottenne 1.750 voti
contro i 660 della Dc ed i 232 del Partito d'Azione (è la sua unica presenza in queste elezioni valsesiane); otto
consiglieri eletti appartenevano al Pci, otto al Psiup, i restanti quattro alla Dc.
È interessante notare come a Campertogno il nuovo consiglio comunale, interamente composto da indipendenti,
comprendesse nel suo seno ben undici persone su quindici che già, a diverso titolo, avevano fatto parte o del Cln o
dell'amministrazione comunale nell'anno precedente, tra cui i due sindaci che si erano succeduti, l'ultimo dei quali,
Luigi Mazza, era stato eletto col voto dei capifamiglia nell'ottobre del 1945.
A Rimasco, altro comune in cui si era proceduto all'elezione dell'amministrazione comunale nel novembre
1945, attraverso il voto dei capifamiglia, il sindaco espresso allora fu il primo degli eletti nella consultazione del 31
marzo, e venne nominato sindaco; lo stesso accadde a Scopello.
A Boccioleto il vicesindaco, di cui il Cln chiese le dimissioni perché inviso alla popolazione, risultò essere il
primo degli eletti, nella lista Dc (ai tempi delle amministrazioni ciellenistiche si era dichiarato "senza partito", come tutta
la giunta); anch'egli venne nominato sindaco.
A Varallo sei consiglieri eletti su venti avevano fatto parte del Cln o del consiglio precedente; il sindaco
uscente, Pietro Rastelli, comandante della brigata partigiana "Musati" fu l'ultimo degli eletti, e l'unico del Partito
comunista. A Quarona l'intera giunta comunale uscente venne rieletta nel consiglio. A Borgosesia, a causa della vittoria
democristiana, non venne eletto nessun appartenente né del Cln né della giunta uscente, tranne appunto l'unico assessore
Dc, Alfredo Pignatta, che raccolse il maggior numero di preferenze ed ottenne poi la nomina a sindaco. Infine, a
Serravalle Sesia otto consiglieri eletti su venti avevano ricoperto qualche carica nel Cln o nell'amministrazione
precedente: fra loro, il presidente del Cln, il vicesindaco uscente (che nella nuova amministrazione assunse la carica di sindaco)
e tre assessori uscenti.
La valle, da queste elezioni, uscì spaccata in due. Nella parte nord, da Alagna fino a Varallo compresa, la Dc
acquistò il controllo di quasi tutte le amministrazioni comunali, vuoi direttamente dove si presentò coi suoi uomini ed il
suo simbolo, vuoi indirettamente attraverso la vittoria di gruppi indipendenti di centro da essa facilmente controllabili
e rapidamente assimilabili; in alta valle, a nord di Varallo, i partiti diversi dalla Dc erano del tutto inesistenti e i
democristiani stessi non riuscirono ad essere presenti coi propri iscritti in una quota consistente di comuni. A sud di Varallo
la situazione si ribalta del tutto: le sinistre ebbero una schiacciante maggioranza, anche a Borgosesia, dove persero
a vantaggio della Dc solo a causa della divisione tra socialisti e comunisti. I contorni territoriali di questa
spaccatura sono molto netti, sembrano quasi ripercorrere le antiche distinzioni, operanti fin dal XIV secolo, fra l'Alta e la
Bassa Corte, imperniate rispettivamente su Varallo e
Borgosesia12.
La divisione politica della valle
Come commentare questa spaccatura orizzontale dei comportamenti elettorali in Valsesia? In realtà le "aree"
politiche in cui bisogna dividere la valle per analizzare il voto non sono due, ma tre: l'alta valle, senza industrie e
senza partiti, in cui vinsero quasi ovunque liste "indipendenti di centro", la bassa valle, industrializzata e con solide
radici politiche, in cui vinse la sinistra, e Varallo, dove un certo grado di industrializzazione e di partecipazione partitica
era, ancorché scarso, presente, dove stravinse il partito cattolico.
Partiamo dall'alta valle. Qui i Cln non erano mai esistiti. O meglio: erano esistiti degli organi chiamati Cln e
delle giunte comunali da essi designate, ma si trattava semplicemente di amministrazioni straordinarie che riempivano
un vuoto provvisorio di potere nell'ambito comunale. Quello che vogliamo dire è che non potevano politicamente
rientrare nel movimento ciellenista inteso come coalizione nazionale dei partiti antifascisti. Le logiche che stavano
dietro alla loro esistenza erano altre, e più antiche, rispetto a quelle della lotta partigiana, anche perché l'esperienza
resistenziale, benché avesse coinvolto tutto il territorio, non aveva attinto dall'alta valle particolari forze od energie: gli
apporti della popolazione locale al partigianato erano stati infatti quantitativamente
ridottissimi13.
Nell'area dell'alta valle, senza tracce di industrializzazione, prevaleva una subcultura tipica dei gruppi chiusi
con un fortissimo senso dell'appartenenza locale, ed il radicamento partitico era inversamente proporzionale al ruolo
del clero e dei piccoli potentati locali, costituiti da gruppi familiari numerosi, spesso in lite fra loro, ma unanimi nel
respingere o nel rallentare le novità. Si può facilmente ipotizzare che le varie liste di "indipendenti" facessero capo
all'uno o all'altro di questi gruppi.
La particolare forma di comunitarismo chiuso che caratterizzava questi villaggi è bene espressa da una lettera
inviata da Cervatto a "Valsesia Libera - Corriere Valsesiano" nel gennaio 1946, firmata
Un tapinà 'd Cervat (un poveretto
di Cervatto): "Di che vi lamentate, o cari cervattesi? Guardatevi intorno. I confronti con gli altri paesi non sono
possibili, da tutti è conosciuta la nostra situazione. Mai è mancato il timor di Dio e mai si è spenta la fiamma del
patriottismo, il sentimento del dovere non è scomparso per lasciar posto all'egoismo. Tutti i nostri reduci sono al
proprio focolare e le nostre risorse locali intatte; tutti lavorano e la concordia regna ovunque. La giunta comunale parla
per ultima e brevemente delle prossime elezioni: sa di avere una maggioranza a prova di bomba, può dormire, e
possiamo dormire anche noi, fra due guanciali. Elementi tutti giovani nell'amministrazione comunale, nel culto,
nell'insegnamento scolastico, ecc. danno affidamento di ogni possibile attività per il benessere del paese. I bottegai,
tabaccai, macellai, ecc. fanno del loro meglio per porre termine alle nostre esigenze di tesseramento (si prega di non
fraintendere la frase...). Il sesso giovane femminile, sotto la buona guida di generosa persona, ora del paese, ha già dato
buona prova di saper fare e fare molto bene nelle funzioni religiose colla Schola Cantorum, così pure in campo ricreativo
e domestico [...] Per il passato erasi notato l'affievolirsi dell'energia morale e dell'idealità cristiana. Si tratta di
vedere a chi o a che cosa se ne debba imputare la colpa. Molti l'attribuiscono al mancato timor di Dio, ma questa
decadenza, che è vera soltanto per una piccola minoranza, è per il resto, assai più che non si creda, una leggenda. L'indirizzo
odierno, l'impulso, la spontaneità dell'ispirazione del nostro nuovo parroco ci fanno ora ritrovare sempre affollata la Casa
di Dio. Sono ancora insegnate ai fanciulli le stesse preghiere recitate dagli avi e ancora conservate integre le
tradizioni del paese [...] Ai nostri giovani una raccomandazione: [...] noi abbiamo la migliore delle fortune, cioè quella di
essere tutti uniti e concordi, e questo è tutto per un paese [...] Non bisogna perdere la genialità dell'impulso, la
spontaneità dell'ispirazione e la sicurezza dell'esercizio di cui l'autorità civile ed ecclesiastica vi sono di esempio. I vecchi
che hanno toccato o sono per toccare la frontiera saranno vostri
collaboratori"14.
Il ricorso al voto dei capifamiglia per rinnovare le giunte "cielleniste" (a pochissimi mesi dalle elezioni a
suffragio universale), già utilizzato in alcune zone del basso Piemonte durante il periodo delle repubbliche
partigiane15, è l'espressione di una ruralità patriarcale che affonda le sue radici in altri tempi; sembrano quasi rivivere le assemblee che
decidevano le ribellioni contro i conti di Biandrate, feudatari della Valsesia, nel
Duecento16, o quella che decise la
rivolta di Giacomo Preti di Boccioleto contro Varallo, nel
151817. La logica strettamente endogena che caratterizzò tanto
il periodo successivo alla Liberazione quanto le elezioni comunali del marzo 1946, e poi la scelta democristiana e
monarchica di due mesi dopo, il 2 giugno, rappresentano una forma di difesa contro il cambiamento, con il parroco e
le gerarchie familiari di guardia a difesa dello
status quo. Rochat e Massobrio, parlando della costituzione del corpo
degli Alpini, nel 1872, e della sua peculiare forma di reclutamento su base territoriale, annotano: "Le vallate alpine
erano tutte saldamente conservatrici, cattoliche e monarchiche, caratterizzate da una piccola proprietà contadina
poverissima, ma incapace di
ribellarsi"18.
La bassa valle, all'estremo opposto, aveva un impianto socio-economico più moderno, un'industrializzazione
radicata, una caratterizzazione demografica che risentiva di un'immigrazione legata al primo sviluppo industriale; la
presenza operaia era salda, così come quella dei partiti, con una spiccata tradizione socialista. La presenza partigiana
era stata relativamente consistente. A tutto ciò non era estranea la vicinanza con le valli del Biellese, al cui incrocio con
la Valsesia sorgevano gli abitati di Borgosesia e Serravalle, e con la sua classe operaia solida e combattiva, con il
suo movimento partigiano forte e strutturato, che in parte graviterà anche su
quest'area19.
Varallo rappresenta la sintesi delle caratteristiche dell'intera valle con, da un lato, un notabilato conservatore e
fedele alla tradizione, dall'altro un tessuto frazionale di recente acquisizione con caratteristiche del tutto assimilabili
a quelle dell'alta valle e, dall'altro ancora, una classe operaia quantitativamente rilevante, anche se non come nei
centri posti più a valle; la partecipazione locale alla lotta partigiana era stata piuttosto consistente. La frattura tra le due
"anime" politiche della Valsesia passava esattamente da Varallo o, più esattamente, dal ponte sul torrente Mastallone, che
separava il rione operaio di Varallo Vecchio, a nord, dal resto dell'abitato, a sud. Per questo è particolarmente
interessante esaminare come, proprio a Varallo, il Cln seppe o poté mediare tra queste due anime, l'una più vicina allo
spirito industriale della bassa valle, l'altra più vicina alla montagna.
In sintesi, possiamo dire che il Cln varallese non riuscì a compiere quest'opera. Con le comunità dell'alta valle,
nella sua attribuzione di Cln di zona, a dire il vero non ci provò neppure, come anche nei riguardi delle sue stesse
frazioni: si limitò a prendere atto delle situazioni esistenti, al limite a sollecitare qualche cambiamento in una direzione più
"politica" e "ciellenistica", ma sembrava in realtà ampiamente rassegnato ad accettare il secolare contesto montano
per quello che era, comprendendo chiaramente l'impossibilità di modificarlo con un tratto di penna; l'avallo e
l'approvazione che diede alle elezioni attraverso il voto dei capifamiglia ce lo dimostra.
A Varallo, invece, l'organizzazione ciellenistica si dispiegò in modo completo e secondo le strutture tipiche di
questo movimento, coi rappresentanti di tutti i partiti e delle cosiddette organizzazioni di massa; anzi, abbiamo visto
come questo Cln svolgesse un'opera diretta di amministrazione, quasi in concorrenza con quella municipale, per un
periodo molto più lungo dell'interregno che separa il 25 aprile dall'instaurazione dell'Amg: in altri termini, ebbe più tempo
a disposizione. Ed allora perché fallì? Fallì perché, in un contesto come quello varallese, lo strumento ciellenistico
non era adeguato al contraddittorio substrato sociale, ed i dirigenti del movimento faticarono a rendersene conto.
Da una parte, il notabilato borghese e liberale non poteva che essere diffidente verso l'espressione di una lotta
partigiana che aveva visto agire solo formazioni garibaldine, cioè di ispirazione comunista, e verso
un'amministrazione comunale che da un sindaco comunista era guidata. Si trattava di un notabilato composto non solo da professionisti
e possidenti, ma anche e soprattutto da piccoli imprenditori artigiani, che costituivano il tessuto economico
"storico" del borgo, al di fuori della fabbrica "recente". Con queste categorie il Cln non riuscì ad adattare la strategia di
comunicazione e si comportò esattamente come se si trattasse di grandi aziende. Così, quando il Cln varallese scrisse alla
direzione della Manifattura Rotondi per chiedere, in tono abbastanza perentorio, l'assunzione od il licenziamento
di operai, la loro messa in congedo, la concessione di premi e sussidi oppure forniture di materiale, questa, senza
troppe polemiche, si adeguò, forse per un modo più burocratico di procedere, forse per non correre rischi di agitazioni al
proprio interno in un periodo ancora piuttosto
confuso20.
Ben diversamente andarono le cose quando lo stesso genere di ordini fu impartito ai piccoli imprenditori
artigiani. Alla fine di giugno del 1945, ad esempio, il Cln varallese ordinò al titolare della tipografia Testa di licenziare
un operaio, Remo Vietti, perché potesse lavorare per il Cln stesso, e richiese che gli venissero versate tutte le
indennità, come se questo licenziamento fosse un atto volontario ed arbitrario del titolare. Quest'ultimo protestò e rispose
di essere disponibile a versare solo una parte dell'indennità, ma il Cln insistette.
Ecco allora cosa scrisse al Cln il signor Testa, il 7 luglio (i riferimenti sono relativi alla sua precedente missiva,
di cui si è detto): "[...] Questa ditta non approva quanto cotesto comitato ha in animo di disporre a favore dell'operaio
in oggetto [...] Avverte che qualora cotesto On. Comitato non volesse attenersi allo spirito ed alla sostanza della
citata lettera, come coscienza e giustizia reclama, la intestata ditta incaricherà per la liquidazione della pratica la ora
sorgente 'Unione Piccola Industria e Artigiani' che è in via di costituzione in questa città per la difesa e tutela degli
interessi di ogni singolo datore di lavoro come giustizia vuole in un regime democratico per la tutela e difesa degli
interessi dei prestatori d'opera [...] Il firmatario è figlio di un autentico garibaldino che combatté a Bezzecca nel
1866 lasciando in eredità ai suoi quattro figli un ricco patrimonio spirituale e cioè una scia luminosa di onestà,
rettitudine ed operosità attiva e fattiva svolta silenziosamente in grande
umiltà"21. Richiami ai valori di onestà e giustizia,
alla solidarietà artigiana, al lavoro operoso, ai miti risorgimentali con un riferimento velenoso ai garibaldini, quelli
"veri": probabilmente questa lettera rappresenta in modo completo come il
milieu medio-borghese di Varallo vedeva il
mondo ed i partigiani.
Dall'altra parte, l'ambiente operaio gravitante sulla Manifattura Rotondi era di antica tradizione socialista, ma
anch'esso era percorso da contrasti politici che lo avrebbero portato ad una precoce divisione sindacale (non si dimentichi
che Giulio Pastore aveva radici varallesi, e di Varallo fu anche sindaco negli anni
cinquanta)22.
Alla manifattura operava
un Cln aziendale che, oltre a non aver lasciato tracce nella documentazione visionata, non deve essere stato
considerato particolarmente rappresentativo dalle maestranze se, per inoltrare l'esposto che a luglio portò alle dimissioni
della giunta comunale, furono utilizzate al suo posto le commissioni interne, un tipo di organo aziendale già previsto
dalle leggi della Rsi23 che in seguito, al di fuori dell'esperienza ciellenistica, seppe imporre il proprio ruolo ed
assumere un'identità chiaramente
definita24.
Anche in occasione
di uno sciopero di protesta contro la crisi del governo Parri, nel novembre
194525, e di un altro finalizzato
all'applicazione del contratto biellese agli operai tessili valsesiani, nel gennaio
194626, a muoversi furono solo le
commissioni interne, almeno stando alle cronache giornalistiche.
Il fatto è che in una situazione frammentata come quella varallese, in bilico tra identità tradizionale e territoriale
ed identità di classe, tra appartenenza sociale ed appartenenza rionale, tra gerarchia tradizionale e clericale e civiltà
industriale, il modo di raffigurare la realtà e la sfera politica implicito nella struttura ciellenistica non fu in grado di
farsi rappresentante di nessuna delle due "anime" coesistenti. Così come Varallo è la sintesi delle due "anime" della
Valsesia, così anche il Cln locale avrebbe forse dovuto, per avere qualche speranza di essere efficace, essere una sintesi
del modello di Cln della bassa valle, legato alla politica, ai partiti, alla fabbrica, e di quello dell'alta valle, legato al
territorio ed alle famiglie; invece, non seppe essere compiutamente né l'uno né l'altro.
Gli esponenti varallesi sembra
che ne avessero avuto una vaga e tardiva percezione quando decisero, all'inizio di novembre del 1945, di costituire i Cln
frazionali, fino ad allora mai
nominati27: essi forse avrebbero potuto essere uno strumento di mediazione tra le due
"anime", collegandosi direttamente a delle realtà territoriali molto sentite, nell'ambito cittadino, sotto il profilo
dell'appartenenza. Non era più sufficiente; le frazioni poco dopo chiesero un vero e proprio ritorno alla condizione di comuni
e l'amministrazione, non essendo riuscita ad aprire in precedenza un canale di dialogo con esse, non poté che
prenderne cautamente atto; si trattava comunque di interventi decisamente fuori tempo massimo.
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