Bruno Ziglioli

I Cln in Valsesia*



Una terra di confine

È una terra strana, la Valsesia. È strana per la sua posizione di confine. I suoi abitanti sono border people, come dicono gli anglosassoni.
C'è un confine "esterno", prima di tutto. I contrafforti del monte Rosa, con le loro cime superiori ai quattromila metri, sembrano sigillare ermeticamente la valle dal versante svizzero; eppure, sin dal XIII secolo, una popolazione di lingua tedesca, i walser, scese attraverso i più accessibili passi della Valle d'Aosta e fondò alcuni villaggi nei quali, a tutt'oggi, restano alcune tracce di bilinguismo nel dialetto e nella toponomastica ed altre, più forti, nell'architettura e nell'arte1.
Poi, ci sono molti confini "interni", rispetto alla pianura ed alle sue città, e rispetto alle vallate adiacenti.
Nei classici manuali di storia la Valsesia compare, al massimo, tre volte. Sino al 1713 territorio appartenente alla Lombardia spagnola, con la pace di Utrecht viene assegnata al duca di Savoia. La seconda apparizione segue di pochi decenni: il confine tra l'Impero napoleonico e il Regno d'Italia segue il corso della Sesia, e taglia in due la valle, lasciando divisi in due entità statali diverse comuni, villaggi, frazioni. La terza ed ultima volta è quella, appunto, della guerra partigiana.
Da queste piccole annotazioni si può capire quali sono i confini "interni" che attraversano il territorio valsesiano.
La "frontiera" più vistosa è quella tra Piemonte e Lombardia, sulla quale la Valsesia è sospesa in un equilibrio incerto. Fino al 1713, come alcune zone della Lomellina, la Valsesia è Lombardia al confine col Piemonte; poi, giocoforza, è Piemonte "al confine" con la Lombardia, nonostante la separi da essa, ad oriente, la val d'Ossola2. Ma è l'elemento lombardo che continua a prevalere. Per capirlo, è sufficiente ascoltare il dialetto, oppure farsi un giro nelle chiese e per i monumenti: il Sacro Monte e la chiesa della Madonna delle Grazie a Varallo, per esempio, con le opere del Ferrari e del Luini. Arte lombarda purissima. Il tracciato delle vie di comunicazione è altrettanto eloquente: la vicinanza geografica con Novara (altra città borderline tra Piemonte e Lombardia) e con Milano è ulteriormente evidenziata dalla maggiore accessibilità rispetto a Torino e a Vercelli, e questo è stato confermato anche nell'epoca delle ferrovie: l'unica strada ferrata della valle collega Varallo a Novara. Nell'esperienza personale di tutti i valligiani, la prima visita in una città media è quella fatta a Novara, quella in una grande città a Milano; Torino, generalmente, segue nel tempo. Persino l'odierno afflusso turistico è in prevalenza lombardo, milanese e pavese in particolare.
Tutto questo ha prodotto lo strano sentimento, tra gli abitanti, di essere un caso a sé, di non essere pienamente inquadrabili in nessuna circoscrizione geografica o politica circostante, un sentimento per larga parte prepolitico che conduce alle volte ad una confusa richiesta autonomista, altre ad un velleitario spirito quasi autarchico, all'insegna del "se ci lasciassero fare, ce la caveremmo benissimo da soli".
La Valsesia ha anche la sua piccola "capitale" decaduta: Varallo, posta al crocevia tra le valli e vallette collaterali e le vie d'accesso alla "bassa", è stata a lungo il centro del terziario, come diremmo oggi, dell'intera zona. Città commerciale, di mercato, di comunicazione e di servizi: la distinzione è netta rispetto all'economia rurale di montagna dei centri posti a monte, fatta di agricoltura povera e di pastorizia. Nel Seicento a Varallo viene fondato un ospedale, per lungo tempo l'unico della valle; fino agli inizi del Novecento vi ha sede un tribunale, poi la pretura con le carceri giudiziarie, la sottoprefettura, la compagnia dei carabinieri, l'insediamento industriale della manifattura Rotondi, il teatro, la pinacoteca, lo stabilimento idroterapico3.
La decadenza è stata molto rapida, a vantaggio dell'altro centro motore della valle, Borgosesia, che ha assorbito quasi tutti i servizi e le attività commerciali e industriali. Situata più in basso, più vicina alla pianura, in un punto dove il fondovalle comincia ad aprirsi suggerendo spazi più ampi, come quelli che seguiranno di lì a pochi chilometri con le risaie, Borgosesia è stata più adeguata a rivestire il ruolo di "capitale" dopo la fine della civiltà montanara. Non vi è alcun dubbio, comunque, che all'epoca della guerra civile la percezione di Varallo come capoluogo politico e sociale fosse ancora molto forte, com'era ancora molto forte l'importanza della società alpestre.

La Resistenza tra Novara e Vercelli

La guerra civile. In nessun'altra epoca storica la Valsesia è stata direttamente attraversata da una simile ondata di violenza sul suo territorio. Nel 1800, una battaglia tra cisalpini e austriaci, alle porte di Varallo, ha fatto sì che il nome della cittadina venisse inciso sull'Arc de Triomphe a Parigi; ma è stata piccola cosa, duemilacinquecento cisalpini contro cinquecento austriaci, non c'è stata partita4. La popolazione, poi, la visse da spettatrice.
Nei mesi tra la fine del 1943 e l'aprile del 1945, per la prima volta, gli abitanti della valle hanno visto la guerra entrare nelle proprie case, hanno visto il fronte attraversare ogni villaggio, hanno assistito alle fucilazioni, alle rappresaglie, ai rastrellamenti, alle deportazioni, con cadenza quotidiana. Da una parte i fascisti repubblicani ed i tedeschi, gente per la maggior parte venuta da fuori, estranei, com'erano estranei i signorotti feudali che tante ribellioni avevano provocato in un lontano passato. Dall'altra parte non un esercito straniero o estraneo, ma gruppi di persone vicine, valsesiani indigeni.
Nel bene o nel male, volontariamente o forzatamente, la guerra civile e di liberazione ha rappresentato il più grande movimento di partecipazione popolare che abbia attraversato quelle montagne, nel senso che gli avvenimenti di quel periodo hanno pervaso la vita di tutti, condizionando l'esistenza e le scelte, immediate e future, anche di coloro che tennero una posizione più defilata, all'interno di quella che è stata definita "zona grigia".
Ancora, per la prima volta la Valsesia sembra inserirsi da protagonista in un progetto più ampio di ridefinizione e ricostruzione dello Stato, di immissione delle masse nella vita politica, di coinvolgimento popolare nei meccanismi decisionali politici. Il senso di questo risulta molto chiaro ai dirigenti del movimento resistenziale; un libro come "Il Monte Rosa è sceso a Milano"5, scritto da Cino Moscatelli e da Pietro Secchia qualche anno dopo la fine della guerra, ne è un esempio lampante sin dal titolo. Il problema sarà appunto quello di rendere consapevole la popolazione di una valle chiusa, priva di una grande base industriale o di un milieu contadino organizzato.
È possibile raccontare una storia della Resistenza in Valsesia su questa base, partendo in altre parole dal tentativo di costruire nuovi organismi di legittimità democratica e popolare in vista dell'edificazione dello Stato nuovo? Come viene ricercata questa legittimazione sul piano locale? Soprattutto, come ci si rapporta, nella ricerca di questa legittimazione, con la caratteristica posizione di confine di cui si è parlato? E con i conseguenti sentimenti di peculiarità locale?

Il movimento resistenziale valsesiano si organizza spontaneamente già nel settembre del 1943, a Varallo, attorno ad un gruppo di operai della manifattura Rotondi. La manifattura è l'unico insediamento industriale cittadino di una qualche importanza; a nord di Varallo, l'industria è completamente assente, lascia il posto al piccolo artigianato manifatturiero tradizionale. Lo stabilimento si trova nella parte vecchia della città, al di là del torrente Mastallone, e le maestranze per la maggior parte risiedono nello stesso rione. Sono operai prevalentemente del posto, ma non solo: la manifattura ha provveduto a costruire convitti ed alloggi per lavoratori e lavoratrici provenienti da altre regioni, dal Bresciano, dal Friuli, dal Veneto.
Attorno a questa industria ed al quartiere di Varallo Vecchio (si chiama proprio così, con l'aggettivo declinato al maschile), si sviluppa di conseguenza l'unico nucleo operaio organizzato e politicizzato, sin dalla fine dell'Ottocento6. È questo nucleo proletario che si confronta, negli anni venti, con le squadracce fasciste locali, i famigerati "Lupi della Valsesia" guidati da Carlo Gallarotti; qualche volta ci scapperà anche il morto7. Ridotto al silenzio negli anni della dittatura, mai davvero assimilato al fascismo (come d'altronde nelle fabbriche biellesi, torinesi e milanesi), il nucleo dei lavoratori della manifattura Rotondi si ritrova, nel settembre del 1943, attorno ad un obiettivo inizialmente molto concreto e minimale: consentire ed agevolare il passaggio in Svizzera dei prigionieri alleati liberatisi nei campi di concentramento della pianura vercellese e novarese all'indomani della confusione dell'8 settembre8.
Ben presto questo piccolo gruppo di persone si tramuterà in una banda armata, si rifugerà sulle montagne che fanno da spartiacque tra Valsesia e Ossola e affronterà i primi reparti della Rsi inviati a prendere il possesso del territorio, la "Tagliamento" in particolare.
La banda più strettamente valsesiana è quella guidata da un giovane operaio di Varallo, Pietro Rastelli; in seguito questa formazione prenderà il nome di 84a brigata Garibaldi "Strisciante Musati". Altre formazioni opereranno più in basso, verso la pianura; nella prima fase si tratta di gruppi sparsi e scoordinati: solo grazie ad un rivoluzionario addestrato come Cino Moscatelli si avrà una strutturazione militare più organizzata, con la costituzione del Comando zona Valsesia, all'interno del quale Moscatelli avrà il ruolo di commissario politico, lasciando il comando ad un ex militare di carriera: Eraldo Gastone9.
Non esistono, in Valsesia, formazioni partigiane diverse dalle "Garibaldi", vale a dire che non fanno riferimento al Partito comunista; nessuna formazione "Gl", nessuna brigata "Matteotti", nessuna di autonomi, forse a causa di una scarsa militarizzazione del territorio che non ne favorisce lo sviluppo10.
È importante sottolineare questa peculiarità difficilmente riscontrabile nelle altre valli alpine del Nord, tanto più sorprendente se si considera lo scarso peso operaio nella società valsesiana (rispetto, ad esempio, all'adiacente Biellese) e la tradizionale vocazione conservatrice e religiosa delle genti di montagna. Ciò non vuol dire che per entrare a far parte di una formazione valsesiana occorresse essere di provata fede comunista: le testimonianze raccolte e registrate tra i partigiani della brigata "Musati" sono state concordi nel disegnare percorsi molto diversificati verso l'arruolamento partigiano (il ricordo delle percosse del '21 solo per alcuni, soprattutto lo sbandamento dell'8 settembre, il rientro a casa fortunoso, l'ostilità verso gli invasori, la chiamata alle armi della Rsi e il forte desiderio di farla finita con la guerra, un sopruso subito dalla propria famiglia, il rifiuto del lavoro in Germania, ecc.), di cui solo una minoranza prende avvio da un presupposto politico di base11. Se educazione politica vi è stata per questi partigiani, essa è avvenuta all'interno delle formazioni, per opera dei commissari politici, non prima12.
Nella prima parte della lotta l'ampiezza delle formazioni partigiane resta relativamente limitata a poche decine o a qualche centinaio di ribelli; questo processo di educazione, soggetto alle necessità stringenti della guerriglia e della clandestinità, resta quindi limitato agli appartenenti effettivi delle bande. Lo stesso collegamento con gli organismi clandestini del Cln provinciale finisce inesorabilmente per riguardare più la sfera militare e di lotta che non quella politica monopolizzata, come si è detto, dalla figura di Moscatelli.
Questo non significa che i primi tentativi di legittimare un governo diverso, un nuovo modus agendi pubblico, in vista della costruzione di un nuovo rapporto di cittadinanza e di nuovi rapporti centro-periferia, non comincino a prendere forma. Le direttive del Clnai e del Cln regionale piemontese a questo riguardo trovano una prima possibilità di applicazione in Valsesia nel giugno del 1944, in una esperienza di "repubblica partigiana" meno nota di quella, celebre, dell'Ossola, ma per molti aspetti non meno significativa. È nel corso di questo mese che si sperimentano quelle forme di gestione politica ed amministrativa che verranno applicate, dopo la Liberazione, dai Cln comunali e dal Cln zonale della Valsesia.
La vicenda della Valsesia libera, a differenza di quella della repubblica dell'Ossola, non è quasi per niente esplorata sul piano della storia politica ed amministrativa, e la documentazione non è altrettanto vasta. Tuttavia, possiamo ritenere che questa esperienza svolga una funzione di apripista rispetto a quella delle amministrazioni ciellenistiche ed all'ampliamento della base di sostegno e dell'opera di educazione democratica della popolazione13. La prova sta nel fatto che, nel corso di questa breve parentesi di libertà, le brigate partigiane aumentano significativamente di organico, ne entrano a far parte giovani e giovanissimi, stabilizzandosi fino agli ultimi giorni del conflitto, quando un nuovo fortissimo afflusso dell'ultima ora porterà, ad esempio la "Musati", a toccare le cinquecento unità14. Ma questa è, probabilmente, un'altra storia.

Nel nostro racconto occorre fare un passo indietro. Le riforme amministrative della fine degli anni venti fecero sentire marcatamente i loro effetti in Valsesia. L'accorpamento comunale procedette in modo deciso: tutti i piccoli, antichi comuni che circondano Varallo vennero assorbiti dal Comune più grande; lo stesso accadde a Borgosesia e, in misura proporzionale, nei paesi dell'alta valle. Vennero messe a dura prova identità di campanile ben radicate, con un coraggio razionalizzante che purtroppo mancherà in epoca repubblicana: alcuni villaggi che allora furono accorpati a Varallo, durante l'epoca napoleonica erano stati addirittura annessi all'Impero francese, finendo quindi a far parte di un altro Stato rispetto al loro futuro "capoluogo".
Non solo. Con la riforma del 1927 venne istituita la Provincia di Vercelli, in precedenza parte integrante del territorio provinciale di Novara. La nuova Provincia comprese, oltre al capoluogo, la bassa pianura risicola vercellese, Biella e l'area circostante, fino alle prime colline canavesane, fin quasi ad Ivrea. Il legislatore di allora, nel disegnare la nuova mappa amministrativa, decise anche di attribuire una lingua di territorio montano alla neonata Provincia, in modo da spingerla, parallelamente all'Ossola, fino al confine svizzero, fino ai contrafforti alpini.
La Valsesia che, come si è detto, ha sempre esibito un legame privilegiato con Novara (e di qui con la Lombardia) sotto diversi aspetti, si trovò perciò a far parte di una circoscrizione provinciale avvertita come sostanzialmente estranea, lontana, indifferente, diversa socialmente, culturalmente ed economicamente, più difficile da raggiungere. È un legame che non sarà mai particolarmente sentito, non rappresenterà mai una fonte comune di identità, neppure oggi. Peraltro, la nuova carta amministrativa del 1927 non riuscì ad essere geograficamente coerente: dalla Provincia di Vercelli furono esclusi comuni come Prato Sesia, Grignasco, Romagnano, a tutti gli effetti appartenenti all'area della bassa Valsesia.
In queste condizioni risulta comprensibile come, sin dall'inizio della guerra partigiana, le bande valsesiane si orientino in modo particolare verso le montagne e le pianure novaresi. Vercelli è laggiù, lontana; a fianco le valli ossolane forniscono un appoggio più vicino ed immediato. Sul versante est c'è il Biellese, più industriale, politicamente organizzato, molto più che non la Valsesia; è un mondo a parte, un abisso di atavica diffidenza ed ora anche un comando partigiano altrettanto carismatico, autonomo, forte, ma più strutturato. Il confronto sarà spesso difficile15.
Lo sbilanciamento delle formazioni partigiane verso il Novarese, il Cusio e l'Ossola non pone problemi di sorta finché esse operano prive di un contesto politico di riferimento che fornisca l'abbozzo di una articolazione territoriale; nel momento in cui questo contesto viene disegnato, il problema della collocazione valsesiana tra Novara e Vercelli inevitabilmente emerge.
Il Cln provinciale di Vercelli, in risposta ad una precedente richiesta relativa alla futura nomina di sindaci garibaldini da parte del Comando raggruppamento divisioni d'assalto "Garibaldi" della Valsesia-Ossola-Cusio-Verbano, il 19 novembre 1944 scrive: "Sebbene il territorio della Valsesia sia incluso nell'ambito giurisdizionale della Provincia di Vercelli, in dipendenza di un complesso di ragioni che, in massima, si riallacciano alla situazione esistente nell'epoca anteriore alla costituzione della nuova Provincia di Vercelli, sussiste il fatto che l'attività politica cospirativa tuttora svolta nel territorio sunnominato continua a gravitare su Novara anziché su Vercelli. In merito a questa anormalità di ordine politico-amministrativo, Vercelli, e per essa questo Comitato provinciale, non ha mai inteso e tanto meno intende oggi sollevare una questione generale di competenza, come in effetti ne avrebbe pieno diritto. Tutto ciò perché non scorda che in questi tempi è innanzi tutto indispensabile la fusione armonica dei propositi e degli sforzi di tutti per convogliarli verso il fine supremo della lotta contro i nostri nemici, e che, per converso, sarebbe stolto e delittuoso disperdere comunque delle energie in meschine polemiche campanilistiche il cui unico risultato sarebbe quello di dividerci anziché tenerci riuniti. Tuttavia se Vercelli, di fronte al persistere di questo stato di fatto, si è assoggettata, senza discutere, a questa temporanea rinuncia, e ciò in omaggio, come dicemmo, ad una visione unitaria dei veri e concreti problemi che urgono, è però ovvio che, allorquando si sarà normalizzata la situazione, il territorio valsesiano, dal punto di vista politico-amministrativo, dovrà far capo a Vercelli e non più a Novara"16.
È un documento cristallino: i vercellesi prendono atto a malincuore di una realtà che non possono ignorare, per salvaguardare le esigenze di lotta, ma deve essere chiaro che alla fine del conflitto la Valsesia non può che tornare nell'alveo della nuova Provincia, cioè Vercelli.
Il Comando raggruppamento divisioni d'assalto "Garibaldi" della Valsesia-Ossola-Cusio-Verbano risponde al Cln provinciale di Vercelli il 17 dicembre del 1944, con una lettera firmata dal commissario politico Cino Moscatelli e dal comandante militare "Ciro" (Eraldo Gastone): "Sebbene particolari contingenze di ordine militare, politico e amministrativo abbiano portato la Valsesia a gravitare sulla Provincia di Novara ciononpertanto l'autorità del vostro nobile consenso è particolarmente gradita dai garibaldini e dalla popolazione valligiana che vedono in voi, nell'ambito della Provincia, il presente e futuro organo dirigente del governo democratico e popolare"17.
La situazione sembrerebbe dunque molto chiara: entrambe le parti concordano sulla temporaneità del legame della Valsesia con Novara, le formazioni valsesiane si riconoscono nel legame con Vercelli e si impegnano a ricondurre la valle in quell'ambito provinciale alla fine della guerra. Vengono istituiti degli organismi di collegamento tra formazioni valsesiane e Cln vercellese, e il Comando raggruppamento comunica a quest'ultimo i nominativi proposti per la carica di sindaco nelle future amministrazioni libere dei comuni di Varallo e Borgosesia18.
Tutti d'accordo dunque. Non vi è traccia, negli archivi, di altre discussioni a questo riguardo nel periodo clandestino. Le formazioni garibaldine valsesiane terminano la guerra partecipando alla liberazione di Novara prima e di Milano poi, mantenendo così fede al legame con la Lombardia tramite il Novarese19. Il monte Rosa è sceso davvero a Milano. In tutta la valle si insediano le amministrazioni libere dei Cln, a Novara Cino Moscatelli viene nominato sindaco della giunta ciellenista e la Valsesia tutta, come da accordi, torna in effetti nell'alveo amministrativo che le era stato disegnato attorno dal legislatore fascista del 1927, cioè la Provincia di Vercelli.

La nascita delle giunte comunali dei Cln

Con la fine della lotta di liberazione, nei comuni della valle l'autorità politica viene assunta dai locali Cln comunali secondo lo schema indicato da una circolare del Cln provinciale di Vercelli risalente alla fine di aprile del 1945, intitolata "Norme ai Cln comunali": "Il Cln deve essere formato dai migliori esponenti dei 5 partiti antifascisti, che sono: Comunista, Socialista, Democratico Cristiano, Partito d'Azione e Liberale. Qualora uno o più partiti non fossero rappresentati mancando nel paese gli esponenti di detti partiti, il Cln non perde perciò la sua validità [...] La scelta di questi elementi deve essere fatta colla massima oculatezza e senza spirito di settarismo che va combattuto con tutte le forze [...] Il Cln così formato procede alla nomina del sindaco, del prosindaco o dei prosindaci e dei membri della giunta comunale, eletti con criterio di pariteticità, cioè rappresentanti le varie tendenze politiche del paese [...] Un presidente del Cln non è obbligatorio ed è senza voto"20.
Negli archivi non vi è traccia dell'esistenza di Cln comunali clandestini in Valsesia nel periodo antecedente il 25 aprile. Le esigenze della guerra assorbivano tutte le energie e le risorse politiche sul territorio, e le relative funzioni di guida erano assunte direttamente dalle formazioni partigiane facenti capo al Cvl. Si può quindi ragionevolmente supporre che non solo le giunte, ma gli stessi Cln comunali si costituiscano in tutta la Valsesia solo dopo la Liberazione.
Come vengono nominati i componenti dei comitati e delle amministrazioni? Per i comuni più grandi, con una presenza industriale consolidata ed una antica tradizione di militanza politica prefascista, il problema non si pone. Gli esponenti di spicco dei partiti prendono posto nei Cln e nelle giunte, lasciando i ruoli più importanti ai protagonisti di maggior rilievo della Resistenza; in questi comuni, insomma, lo schema di rappresentanza politica dei cinque partiti antifascisti funziona pienamente.
La partecipazione diretta alla guerra partigiana, magari con ruoli di comando e di prestigio acquisiti sul campo, può essere una discriminante per l'accesso alle cariche di maggiore responsabilità. L'influenza delle formazioni armate nel suggerire il personale politico ciellenista non può che essere forte, soprattutto in questa prima fase: il sindaco di Varallo viene di fatto già nominato nel dicembre del 1944 dal Comando raggruppamento divisioni d'assalto "Garibaldi" della Valsesia-Ossola-Cusio-Verbano, nella persona di Pietro Rastelli, comandante della brigata "Musati"21.
A Varallo22, a Borgosesia23, a Serravalle Sesia24, tutte le caselle dei partiti che fanno parte del Clnai vengono riempite da un nome, ed anche la giunta municipale ne è da questo punto di vista uno specchio fedele.
I problemi cominciano a sorgere per i piccoli comuni dell'alta valle, privi di insediamenti industriali e di una storia politica che fuoriesca dallo schema del notabilato e della parrocchia. In questi villaggi non vi sono sezioni di partito o gruppi politici organizzati: la difficoltà di trovare personale politico rispondente allo schema di rappresentanza del Cln può essere a volte insuperabile: ecco che allora, nei fogli prestampati utilizzati per notificare al Cln provinciale la costituzione del Cln comunale e della giunta, le caselle relative agli appartenenti a certi partiti cominciano a restare vuote, prive di indicazione; altre volte il nome del partito indicato a fianco del nome viene cancellato e viene aggiunta, al suo posto, la dicitura "senza partito" o "apolitico".
All'estremo, nei comuni di Alagna25, Campertogno26 e Rima S. Giuseppe27, tutti i membri, tanto del Cln quanto della giunta, sono, inizialmente, "senza partito"; a Boccioleto28 ed a Riva Valdobbia29 il Cln è incompleto (nel primo caso manca il rappresentante democristiano e quello liberale, nel secondo mancano il comunista, il liberale e l'azionista) e la giunta è interamente formata da "senza partito"; a Mollia l'unico esponente "partitico" del Cln è quello espresso dalla Democrazia cristiana30. Negli altri comuni le lacune sono più sfumate: in generale mancano i rappresentanti di uno o due partiti (di solito, il liberale e l'azionista), la cui assenza non viene per niente coperta, lasciando quindi il Cln numericamente incompleto, oppure viene coperta da "apolitici".
La possibilità che nei piccoli e piccolissimi centri non si potesse contare su rappresentanze partitiche complete in seno ai Cln era stata ampiamente prevista dai comitati di livello superiore. Un opuscoletto del periodo clandestino, dal titolo "Comitati di liberazione nazionale e giunte popolari. Una guida per i militanti del Movimento di liberazione nazionale (a cura del Comando generale delle brigate d'assalto "Garibaldi") recita: "Avviene spesso, nei comuni minori, che non esistano sul luogo rappresentanti qualificati di questo o di quel partito del Clnai; o anche, sovente, accade che esponenti dei partiti non ne esistano affatto. Questa non può e non deve essere, evidentemente, una ragione che impedisca la costituzione di un Cln comunale [...] Quel che importa, perché un Cln comunale possa costituirsi ed assolvere efficacemente alla sua funzione, non è il fatto che esso comprenda la rappresentanza di tutti i partiti del Clnai: nei comuni minori, con una vita politica ancora indifferenziata, una tale pretesa sarebbe anzi spesso del tutto artificiosa, e porterebbe solo questo o quell'esponente di interessi locali ad inalberare etichette politiche assolutamente estranee all'ambiente. Quel che invece importa è che il Cln comunale assicuri l'effettiva rappresentanza e direzione degli interessi e delle forze locali che effettivamente partecipano o sono suscettibili di essere attratte alla lotta di liberazione"31. Allo stesso modo, una circolare del Cln regionale piemontese indirizzata a tutti i Cln provinciali, periferici e di base prima della Liberazione spiega: "Nei Cln comunali devono entrare i rappresentanti dei partiti politici attivi in loco, e, integrandosi questi in giunte, i rappresentanti delle organizzazioni di massa e delle categorie sociali più numerose ed influenti. Dove non vi siano ancora elementi politici orientati verso un determinato partito, si può costituire il Cln comunale con elementi simpatizzanti che rientrino nel movimento del Cln, e che potranno in un secondo tempo orientarsi verso i singoli partiti politici"32. In effetti, col passare dei mesi, in alcuni dei comuni citati verranno effettuate delle integrazioni o delle sostituzioni, oppure alcuni degli esponenti "apolitici" dei Cln finiranno per riconoscersi in uno dei partiti antifascisti.
Attraverso quale procedimento venivano quindi attribuiti i ruoli all'interno di questi comuni? Non ci è dato saperlo con certezza. In assenza di uno studio storico-sociale sugli uomini che hanno fatto parte dei Cln valsesiani possiamo fare delle supposizioni.
Laddove era disponibile qualche elemento partigiano idoneo a ricoprire ruoli amministrativi e stimato dalla popolazione, è pensabile che esso venisse cooptato nel Cln o nella giunta, indipendentemente dalla sua appartenenza ad un partito; in assenza, è possibile che riemergesse una forma di notabilato montanaro, un notabilato, si noti, non necessariamente composto dalle figure borghesi della comunità (spesso non ve ne erano, trattandosi di villaggi alpestri o poco più), ma piuttosto da piccoli artigiani o commercianti conosciuti ed apprezzati dalla comunità per il loro concreto impegno in suo favore, o per la loro fama di uomini probi o, ancora, per la loro appartenenza ai gruppi familiari più influenti. Sarebbe interessante indagare quanto venga recuperato, nei paesi dell'alta Valsesia, il personale politico ed amministrativo prefascista, o dei primi anni del fascismo. Ad ogni buon conto, i verbali di costituzione del Cln e della giunta comunale di ciascun paese vengono inviati, oltre che agli organismi provinciali competenti per la ratifica delle nomine, anche al Cln di Varallo, il quale provvede ad indagare ed eventualmente a scremare le nomine considerate non affidabili o sospette; così è, ad esempio, nei riguardi del sindaco di Cravagliana33.

Quale è la distinzione di ruolo e di funzioni tra i Cln comunali e le relative giunte? Da quanto detto sopra, è chiaro: il Cln comunale, organo rappresentativo dei partiti antifascisti e delle organizzazioni di massa e, tramite questi, espressione provvisoria della volontà del popolo, designa la giunta comunale quale organo amministrativo cittadino; dopo l'entrata in vigore degli accordi Medici Tornaquinci, nel maggio, il meccanismo rimane pressoché intatto, con l'aggiunta della ratifica prefettizia delle nomine e dell'approvazione dell'Amg, che generalmente si attiene alle designazioni ciellenistiche. Il Cln comunale è quindi, per la giunta, il duplice tramite della volontà popolare e degli orientamenti politici dei Cln di livello più elevato, attraverso l'azione di governo alleata; in altre parole, ne è una fonte di legittimazione. Quanto poi questa legittimazione basti a trasformarsi in effettiva legittimità popolare è argomento che affronteremo più avanti.
Per quanto questa distinzione possa risultare precisa sulla carta, ben diversa è la realtà; prima di tutto, spesso manca una precisa distinzione tra i membri del Cln e i membri della giunta. Questo è vero in modo particolare per i piccoli comuni dell'alta valle: per essi già costituiva un problema trovare un minimo di personale politico per assicurare la gestione quotidiana, figuriamoci per creare due diversi organismi composti da diversi membri. Consultando i verbali ci accorgiamo così che, ad esempio, nei comuni di Rossa34, Rimella35, Balmuccia36, Rima S. Giuseppe37, Scopello38, Cln e giunta comunale quasi coincidono quanto a composizione. Tutti i comuni della valle sono comunque interessati da questa duplicità degli incarichi, almeno per ciò che riguarda qualche persona, compresi i centri maggiori: due membri del Cln comunale di Borgosesia lo sono anche della giunta39, a Serravalle Sesia è il sindaco stesso a fare anche parte del Cln40.
D'altra parte, le istruzioni impartite dal Comando generale delle brigate d'assalto "Garibaldi" in vista dell'insurrezione indicavano che "là dove esista e funzioni sul luogo un Cln comunale [...] questo potrà assumere direttamente, all'atto della liberazione, la funzione di giunta popolare di amministrazione"41. Analoghe indicazioni, specchio fedele delle disposizioni del Clnai riguardanti l'assunzione diretta delle responsabilità di governo da parte dei Cln nella fase immediatamente post insurrezionale, provenivano dal Cln regionale del Piemonte42.
In una situazione di questo tipo non può stupire il fatto che, oltre ad una sovrapposizione di persone e di incarichi, si verifichi anche una sovrapposizione di funzioni. Tutta la documentazione relativa ai Cln comunali valsesiani che abbiamo potuto esaminare ci dice, nel suo complesso, che i Cln comunali non si limitano ad una funzione consultiva di tramite e di coordinamento: agiscono loro stessi come veri e propri organi di amministrazione, emanando ordini ad aziende e privati, commissionando lavori pubblici, emettendo prestiti e sussidi, agendo da ufficio di collocamento per i partigiani smobilitati, richiedendo tasse ed esazioni, requisendo automezzi ed alloggi, occupandosi dell'edilizia pubblica e degli approvvigionamenti; insomma, come un vero e proprio organo concorrente a quello dell'amministrazione comunale, la giunta43. Tale atteggiamento prosegue anche nel pieno della "fase consultiva", ad accordi Medici Tornaquinci in pieno vigore, forse per la volontà di non rassegnarsi ad una mortificazione politica dei meriti acquisiti durante la lotta, sotto la spinta, dal giugno 1945, del governo Parri e delle funzioni per le quali esso chiede di essere coadiuvato dai Cln.
Nei piccoli comuni, dove i componenti dei due organi coincidono largamente, questa "concorrenza" non può generare problemi: evidentemente, gli amministratori spesso preferiscono agire dietro lo schermo di un'autorità politica moralmente più elevata di quella di un semplice assessore comunale, utilizzando il Cln come un marchio di un legame con la lotta antifascista, con un movimento più ampio. Nei comuni maggiori, dove invece la coincidenza, per quanto presente, è più sporadica e riguarda solo una parte dei componenti, una divergenza più o meno forte è destinata ad emergere, e segnala alle autorità superiori la necessità di esigere un maggior rispetto di compiti e ruoli reciproci, tanto più in una fase in cui il Clnai si sforza, sotto l'impulso di Morandi, di aumentare il controllo sui Cln periferici.
È quello che avviene nella tarda estate del 1945, quando una circolare del Cln provinciale vercellese a tutti i Cln comunali chiarisce: "Rammentiamo che i Cln sono organi esclusivamente consultivi: naturalmente rimane fermo ad essi il diritto ed il dovere di far sentire il peso delle proprie opinioni agli organi esecutivi che, non lo si dimentichi, sono emanazioni del Cln. Preso atto di questo, i Cln di base dovranno attenersi ad un incondizionato rispetto verso tutte le disposizioni emanate dagli organi legalmente costituiti e riconosciuti (polizia, Sepral, ecc.) onde evitare nel modo più assoluto conflitti di competenza. Si è diffusa la tendenza ad addossare al Cln provinciale qualsiasi questione, anche quelle che esorbitano completamente dalla sua competenza: questo comporta un cumulo di lavoro ed un notevole ritardo nel disbrigo delle pratiche, inconveniente questo cui si potrebbe ovviare con un più scrupoloso esame da parte dei Cln di base delle pratiche stesse e conseguenti inoltre alle autorità competenti ad evaderle"44.
Dello stesso tenore è una circolare del Cln regionale piemontese del 6 settembre 1945, diretta a tutti i Cln provinciali e comunali; inoltre essa si riferisce specificatamente al problema di sovrapposizione degli incarichi: "In considerazione dell'importanza che l'opera dei Cln periferici ed in special modo comunali verrà ad assumere nella fase pre-costituente, si rende necessaria una più netta distinzione fra funzioni politiche ed amministrative, demandate le prime ai Cln, le seconde alle giunte (costituite dal sindaco e dal prescritto numero di assessori) in ciascun Comune. Ferme restando le situazioni locali di fatto, resta inteso che: 1) le funzioni del Cln non sono direttamente amministrative, amministratori diretti del Comune sono infatti il sindaco e gli assessori. Sindaco e assessori vengono nominati o rinnovati ogni qual volta se ne presenti la necessità dalle autorità competenti, generalmente su designazione del Cln, come organo che dà garanzia di rappresentare la volontà popolare abbinata ad una coscienza politica elevata. 2) Il Cln può procedere a tali designazioni valendosi per maggior garanzia di democraticità del parere dei rappresentanti di categorie e di organizzazioni che già abbia ammesso nel suo seno o che intenda comunque consultare a tal fine. 3) Il Cln non dovrebbe coincidere nei suoi membri (rappresentanti di partito) con i membri della giunta ed è preferibile perciò scindere nettamente i due organi, ove già ciò non avvenga. 4) Il Cln deve mantenere stretti rapporti di collaborazione con la giunta, e seguirne politicamente l'operato ai fini dell'unità democratica, riferendo ai Cln di ordine superiore delle eventuali divergenze non superabili in loco. In particolare la netta distinzione di funzioni sopra accennata è necessaria affinché i Cln possano assumersi i delicati e gravosi compiti che anche nel recente congresso hanno avocato a sé, e principalmente: a) organizzazione di cicli di riunioni non a carattere di partito per preparare la popolazione ai problemi della costituente; b) studio dei problemi specifici, ma di importanza generale, la cui risoluzione debba essere devoluta alla costituente; c) massima aderenza alla situazione politica locale, per poterla effettivamente controllare ai fini della piena libertà di propaganda e di voto"45. Quindi, la necessità di separare in modo più netto Cln e giunte comunali viene consigliata nella prospettiva di una razionalizzazione politica ed amministrativa in vista dell'Assemblea costituente.
La circolare del Cln del Piemonte citata capita nel preciso momento in cui il presidente del Cln comunale di Serravalle Sesia richiede direttive al Cln provinciale di Vercelli (7 settembre 1945): "Questo comitato, pur avendo fatto del proprio meglio per assolvere le proprie mansioni e cooperare modestamente, nell'ambito della sua giurisdizione, alla ricostruzione della Patria, si è trovato e si trova ancor oggi nell'impossibilità di intervenire con cognizione di causa, in alcuni casi che si presentano di sovente, perché manca di direttive e norme precise che fissino e delimitino le proprie mansioni e competenze. Eppertanto, ad evitare eventuali interventi fuori legge o comunque non di propria competenza, od anche di prendere errate decisioni e provvedimenti non consentiti, prega codesto onor. Comitato provinciale di voler inviare a questo direttive e norme generali per il funzionamento regolare dei comitati locali, norme e direttive che, a tutt'oggi, non si sono ricevute, e che questo Comitato, per le ragioni sopra esposte, gradirebbe sapere esattamente onde assolvere, come sopra detto, i propri compiti non a mira di naso o di buon senso come fin'ora ha fatto"46.
Lapidariamente, il Cln provinciale risponde il 4 ottobre senza quella precisione di norme e di direttive che probabilmente il presidente del Cln serravallese si attendeva: "Si comunica che, come già ebbe a spiegare un nostro rappresentante nella sua recente visita, il Comitato comunale [...] ha un carattere nettamente politico unitario di tutti i partiti antifascisti. Quindi rappresentando nella grande maggioranza la popolazione locale, dovrà seguire politicamente l'operato della giunta e del sindaco ed esserne il consultore"47.
Il problema investe anche il convegno dei Cln della Valsesia, che si tiene a Varallo il 16 ottobre 1945. In quella sede, il rappresentante del Cln di Varallo afferma: "Se non esistessero i Cln accanto alle autorità municipali, si ritornerebbe ad un'amministrazione di carattere podestarile nella quale non esisterebbe alcuna risonanza dell'opinione pubblica, né controllo della stessa, sull'attività del sindaco e degli assessori". Un altro rappresentante del Cln zonale fa presente che "contrariamente alle disposizioni, nelle vallate alcuni membri del Cln fanno anche parte della giunta"; in un recente giro di ispezioni in valle ha appunto notato queste lacune. Un altro intervento chiarisce infine che: "la posizione dei Cln nei paesi di piccola importanza certe volte si confonde con la stessa giunta perché mancano gli elementi che si vogliano interessare della cosa pubblica. In conclusione la base, come sempre, è l'onestà. D'altra parte qualsiasi irregolarità che venga riscontrata deve essere denunciata al Cln provinciale"48.
L'operazione di svuotamento delle funzioni e del ruolo dei Cln entra nel vivo anche in Valsesia, pur con qualche mese di ritardo rispetto ad altre zone dell'Italia liberata. Il 16 novembre anche l'Amg batte un colpo, con una lettera a tutti i Cln ed i sindaci della Provincia di Vercelli firmata dal provincial commissioner Grey: "1) Desidero rammentare a tutti i Cln che: a) il Cln è solo un corpo consultivo; b) il Cln non può emanare ordini od istruzioni in nome proprio; c) soltanto il sindaco può firmare un ordine od istruzioni, e diventa allora direttamente responsabile al prefetto e all'Amg; d) se il Cln trasgredisce ad ordini del Governo militare alleato con intimidazioni, minacce, o altrimenti, i suoi membri possono essere processati come individui dall'Amg; e) se il Cln agisce contrariamente alle leggi italiane, si può far causa contro i suoi membri come individui nei tribunali italiani. 2) Sono certo che i Cln conoscendo ora la propria posizione esatta, daranno la loro piena collaborazione ai sindaci nell'adempimento dei loro doveri in questo momento difficile, e non si metteranno in una posizione che potrebbe avere riflessi sul loro buon nome"49. Una strigliata coi fiocchi, anche se un po' tardiva: è evidente che il Governo militare alleato vuole recuperare il tempo perso, sottolineando con forza la sua totale intolleranza verso forme di governo del territorio che sfuggono al suo controllo.
La separazione, bene o male, si compie. Molti Cln modificano la propria composizione in modo da evitare le sovrapposizioni di funzioni; tra gli altri, nel farlo, il Cln di Fobello l'11 dicembre lamenta che in alcuni altri comuni, come Breia, Cervatto, Rimella, si continui a rimandare la cosa50.
È evidente che ora, alla fine del 1945, i Cln si trovano in una situazione svantaggiata rispetto alle giunte, che conquistano in modo esclusivo la potestà amministrativa. Privati dei loro poteri di fatto coercitivi e vincolanti, ridotti stavolta per davvero al rango di organi consultivi, i Cln comunali perdono mordente e producono sempre meno documentazione, rinchiudendosi nel dibattito politico che, per quanto ricco, spesso è privo di un riscontro pratico sul territorio. In altre parole, perdono il controllo dei problemi. Le dimissioni di Parri dalla guida dell'esecutivo e l'insediamento del gabinetto De Gasperi, nel novembre 1945, tolgono qualunque illusione sulla possibilità che il progetto di uno Stato nuovo costruito attorno all'esperienza ciellenistica possa, in qualche modo, essere recuperato.
Una secca lettera del Cln di Varallo, datata 10 gennaio 1946 ed indirizzata alla giunta comunale della medesima città, ci dà la misura di come si sia modificata la forza e la capacità percettiva di quello che doveva essere l'organo di collegamento tra le amministrazioni del nuovo Stato liberato e le masse popolari: "Spettabile giunta comunale di Varallo, questo Comitato di liberazione desidera di essere consultato ogni qualvolta si presentano delle difficoltà che gravano sulla cittadinanza. Con ossequi"51.
(1 - continua)


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